L’eredità didattica del Fortissimo

Il 16 settembre 2019 ricorre l’anniversario della scomparsa di Giusto Gervasutti, noto come Il Fortissimo. Per onorarlo adeguatamente, si ripropone qui un articolo scritto nel 2016 (in occasione dei 70 anni tondi) per la Scuola di scialpinismo della SUCAI Torino. Il testo è specificamente focalizzato sull’importanza storica di Gervasutti come ideologo delle “scuole di montagna”: si tratta di uno dei tanti risvolti (forse uno dei meno noti) della sua sfaccettata e complessa personalità. Occorre sottolineare che l’impronta didattica del Fortissimo ebbe un particolare risalto anche perché impressa su una generale propensione che già si registrava autonomamente nell’ambiente torinese, come descritto nelle righe sottostanti. Tuttavia l’impostazione, fortemente gervasuttiana, che caratterizzò la Scuola Boccalatte del CAI Torino (diretta in prima persona dallo stesso Gervasutti fino alla sua scomparsa) risultò così marcata che da essa derivarono, per vicende storiche che si spera di aver ricostruito con precisione, due filoni paralleli della didattica torinese, entrambi di significativo rilievo storico: la Scuola Nazionale di alpinismo Giusto Gervasutti e la Scuola Nazionale di scialpinismo della SUCAI Torino. Travalicando i confini dell’ambiente subalpino, la visione di Gervasutti si rivela così in anticipo sui tempi da poter affermare che, sul piano ideologico, ancora oggi siamo tutti “figli” del Fortissimo. (Carlo Crovella)

Giusto Gervasutti in vetta alla Dent du Requin, Massiccio del Monte Bianco, 1937 (Archivio Fototeca Museo della Montagna-Biblioteca Nazionale del CAI)

Giusto Gervasutti: L’eredità didattica di uno (sci)alpinista “completo” e i profondi legami con la SUCAI Torino
di Carlo Crovella
(dal sito della Scuola SUCAI Torino: www.scuolasucai.it)

Nel corso del 2016 ricorre l’anniversario dei 70 anni dalla scomparsa di Giusto Gervasutti, detto Il Fortissimo. La fama di Gervasutti quale grande alpinista è troppo nota per ricordarla anche in questa sede: è però opportuno sottolineare che l’eredità ideale di Gervasutti in quanto alpinista di punta, esploratore (anche extra-europeo) e “solutore di problemi” (alpinistici) è storicamente confluita nella Scuola di alpinismo Giusto Gervasutti, che, da decenni, ricopre tale ruolo con grandissimo prestigio.

Tuttavia Gervasutti ebbe una visione della montagna “completa”, senza distinzione di altezze, terreni e stagioni. Accanto alla citata eredità come alpinista di punta, vi è un altro filone di sua eredità ideale:Gervasutti fu anche appassionato scialpinista ed ebbe legami particolarmente profondi con il gruppo dei giovani (allora ventenni o poco più) che caratterizzarono la SUCAI Torino nel momento della sua rinascita (come Sottosezione del CAI cittadino), a cavallo fra fine guerra e primissimo dopoguerra. Questi profondi legami, uniti al ruolo istituzionale ricoperto da Gervasutti, che era Direttore della Scuola di alpinismo Gabriele Boccalatte, crearono la combinazione dalla quale (seppur con diversi passaggi) scaturì la genesi, in ambito SUCAI, del Corso di scialpinismo ’51-52, primo tassello di quella che poi sarà la Scuola Nazionale di scialpinismo della SUCAI.

Da sinistra: Giusto Gervasutti, Gabriele Boccalatte e Guido De Rege di ritorno dall’invernale al Cervino, 1932 (Archivio Fototeca Museo della Montagna/Biblioteca Nazionale del CAI)

Ecco perché si può sostenere che vi è anche un filone di eredità ideale e didattica che, originandosi direttamente dalla persona di Giusto Gervasutti, è arrivato fino ai nostri giorni attraverso la Scuola SUCAI.

Per comprendere fino in fondo questo filone dell’eredità gervasuttiana, occorre partire da una caratteristica personale di Gervasutti stesso. La evidenzia l’amico e compagno di cordata Renato Chabod. Nel celebre libro La Cima di Entrelor, Chabod (accademico attivo già negli anni ’30 e successivamente Presidente Generale del CAI, nonché avvocato di successo e brillante uomo politico: fu Vice-Presidente del Senato della Repubblica) racconta che Gervasutti era caratterizzato da una significativa generosità d’animo e da una sconfinata disponibilità verso i giovani.

Infatti scrive Chabod (op.cit., pag 113): “Giusto era anche e prima di tutto un uomo di eccezione, un uomo d’onore… La sua dote più pura e più bella, quella che lo farà sempre rimpiangere, da quanti hanno avuto la fortuna di essergli amici, era la generosità.”

La generosità d’animo di Giusto consente di comprendere immediatamente la sua propensione didattica, elemento che a prima vista lascerebbe perplessi: è come se, oggi, il Campione del Mondo di Formula 1 si mettesse a fare scuola guida ai diciottenni col foglio rosa! Riprendiamo le parole di Chabod (op. cit. pag. 113): “Un vero amico, sincero e nobile: grande e modesto, amico dei giovani e dei giovanissimi, per i quali si prodigò sempre, come nessun altro, insuperabile maestro e trascinatore.”

In realtà a Torino la propensione alla didattica non è esclusivamente conseguenza dell’opera di Gervasutti, ma era una caratteristica spontanea dell’ambiente subalpino e anzi la si rintraccia addirittura in rilevanti precedenti storici: già nei primi anni del ‘900 Eugenio Ferreri diede vita ad un “progenitore” dell’Alpinismo Giovanile sotto l’egida della SARI (Sint Alpes Robur Iuvenum: Siano le Alpi la Forza dei Giovani. Secondo altre fonti: Società Alpinistica Ragazzi Italiani), un mix di didattica e intrattenimento dei giovani. Tra l’altro Ferreri è noto anche per la compilazione di alcune guide alpinistiche, in particolare quella sulle Alpi Cozie, iniziando così una costante tradizione (in particolare subalpina): il parallelismo fra l’attività didattica e quella descrittiva delle montagne.

Nei decenni successivi si diffuse (non solo a Torino, ma sicuramente a Torino) l’abitudine fra gli accademici, anche di punta, di mettersi a disposizione per insegnare a muoversi in montagna. Dalle cronache torinesi degli anni ‘30 si evince che un po’ tutti i “pezzi grossi” del momento dedicavano numerose giornate alla funzione didattica, legandosi con illustri sconociuti per arrampicare in luoghi classici, come i Tre Denti di Cumiana, la Rocca Sbarüa, la Rocca Sella e così via. Infatti nel corso degli anni ’30 si stava diffondendo la convinzione che fosse importante, anzi irrinunciabile, organizzare momenti di attività didattica in montagna: nello stesso periodo, tra l’altro, venne fondata (1934) la Scuola Militare Alpina di Aosta, istituzione che ovviamente ha lo scopo di istruire ufficiali e soldati affinchè sappiano muoversi adeguatamente su terreni alpini, ma per obiettivi militiari. A parte gli obiettivi militari (che erano del tutto esclusi dall’attività didattica degli accademici del CAI), la matrice ideologica è comune.

 Per comprendere come, nel mondo didattico del CAI Torino, si è arrivati all’importante ruolo di Gervasutti, è necessario un sintetico preambolo storico per inquadrare l’attività del periodo. La citata SARI venne messa in crisi dalla creazione delle SUCAI: il plurale non è un errore, poiché, a livello nazionale, l’obiettivo era quallo di dotare ogni Sezione del CAI della corrispondente Sottosezione Universitaria. La diatriba fra SARI e SUCAI, su chi potesse gestire l’attività dei giovani, venne risolta a metà anni ’20 da una delibera del regime, che si pronunciò a favore del mondo SUCAI (decretando conseguenzialmente la fine della SARI).

Tuttavia pochi anni dopo (1929) fu proprio il mondo SUCAI a essere estromesso in seguito ad un’altra delibera. Questa volta il regime impose l’inserimento delle attività alpinistiche all’interno dell’impalcatura generale in cui, allora, venivano inquadrati i giovani italiani: fino agli anni del liceo compresi, essi rientravano nella GIL (Gioventà Italiana del Littorio), cui seguivano i GUF (Gruppi Universitari Fascisti). Queste strutture non disponevano di proprio “personale alpnistico” e quindi, per organizzare l’attività in montagna dei giovani, si appoggiavano ai soci del CAI.

Tale risvolto spiega l’inquadramento burocratico dell’attività torinese, che, durante tutti gli anni ’30 e fino al ’43 (cioè fino al crollo del regime), era inserita all’interno del GUF Torino: nella sostanza, invece, tale attività faceva capo agli accademici della Sezione del CAI. E che accademici! L’elenco sarebbe lunghissimo, ma basta citare alcuni nomi di rilievo: Gabriele Boccalatte, Renato Chabod, Michele Rivero, Guido De Rege, Paolo Bollini, Massimo Mila e così via. A tutti costoro si affiancò immediatamente Giusto Gervasutti, quando giunse a Torino (dal natio Friuli) nel 1931.

I primissimi vagiti dell’attività didattica torinese si presentarono sotto forma di “accantonamenti estivi” (con turni settimanali) presso i rifugi alpini: famoso è l’accantonamento dell’estate 1932 al rifugio Bezzi (Valgrisanche), diretto da Renato Chabod.

Accantonamento estivo del GUF Torino al Rifugio Bezzi, diretto da Renato Chabod, 1932 (Archivio Fototeca Museo della Montagna-Biblioteca Nazionale del CAI)

Concretizzandosi maggiormente la convinzione didattica, all’interno del GUF Torino si arrivò, nel 1936, ad organizzare un Corso di arrampicamento, che aveva un programma davvero sintetico: “Nessuna riunione, nessun verbale, solo azione finalizzata al raggiungimento dello scopo”. A dispetto di questa impostazione un po’ velleitaria, l’organizzaione del ’36 risultò decisamente naïve: lo desumiamo dai diari di Gabriele Boccalatte (successivamente pubblicati con il titolo Piccole e grandi ore alpine), dove l’uscita alla Torre Germana (Valle Stretta) è descritta come un mezzo fallimento, in quanto alcuni accademici, che avrebbero dovuto svolgere il ruolo di capocordata a disposizione degli allievi, preferirono invece arrampicare fra loro sulla dirimpettaia Parete dei Militi.

Anche per correggere questo tentativo non particolarmente riuscito, nel ’37 si diede vita alla Scuola di alpinismo, che continuava a gravitare nell’ambito formale del GUF Torino. È un passo concettualmente molto importante: da un semplice ed estemporaneo “Corso” si passò ad una vera e propria “Scuola” (cioè un’istituzione permanente che organizza corsi stagionali o annuali) e, poi, dal semplice “arrampicamento” si passò alla didattica dell’alpinismo, estendendo così l’attività in altezza, ma soprattutto abbracciando tutte le componenti dell’andare in montagna (roccia, neve, ghiaccio e a tendere, come vedremo, anche l’uso degli sci).

Dopo la scomparsa di Boccalatte nell’estate del 1938 (durante il tentativo alla Parete Sud dell’Aiguille de Triolet), nel 1939 la Scuola di Alpinsimo venne intitolata appunto a Boccalatte. Dati i tempi, la Scuola Boccalatte non poteva evitare l’inserimento burocratico nel GUF, ma di fatto era la Scuola di Alpinismo del CAI Torino. L’organico istruttori annoverò tutti i principali accademici del momento (tra l’altro all’apice della loro attività) e Direttore unico della Scuola Boccalatte fu nominato proprio Giusto Gervasutti.

Frontespizio del volantino della Scuola Boccalatte, anno 1939 (Archivio Fototeca Museo della Montagna-Biblioteca Nazionale del CAI)

Non è un caso: l’impostazione della Scuola Boccalatte è, infatti, molto “gervasuttiana”. Lo desumiamo innanzi tutto dal regolamento. L’articolo 2 (in realtà qui nella versione più completa del 1948-49) sancisce: “La Scuola si prefigge lo scopo di fornire ai giovani le basi di un sicuro indirizzo tecnico e spirituale ed educarne la naturale inclinazione, affinché possano praticare, preparati e coscienti, l’alpinismo accademico in ogni sua forma”.

Ecco il “credo didattico” lasciatoci da Gervasutti.

Esaminiamo nel dettaglio l’impostazione ideologica gervasuttiana:

  1. La Scuola si rivolge ai giovani.
  2. Punta a formare in loro una “personalità alpinistica”: quindi non solo diffusione di nozioni tecniche, ma anche costruzione dei risvolti psicologici (oggi diremmo: ideologici, culturali, motivazionali) nell’animo di ogni allievo.
  3. La Scuola non si rivolge a chiunque, ma a chi ha già in sé il desiderio e l’inclinazione ad imparare cosa significhi “andare in montagna”.
  4. L’obiettivo è far sì che gli allievi, a fine ciclo diattico, siano in grado di realizzare delle gite personali in autonomia e in sicurezza.
  5. La prospettica attività personale degli allievi rientra nel cosiddetto alpinsimo “accademico” (allora, per “accademico”, si intendeva “senza guide”, oggi diremmo “senza che vi siano necessariamente altre persone più esperte”): quindi totale autonomia e sicurezza a livello personale.
  6. Infine, l’alpinismo (cioè la frequentazione delle montagne) deve essere “in ogni sua forma”: qui emerge prepotente la visione gervasuttiana dell’andar in montagna a 360 gradi, senza distinzione di quota, di terreno e di stagione (di conseguenza l’attività e la relativa didattica arrivarono ad abbracciare anche le gite con gli sci).

Già nel 1939 il Direttore Gervasutti organizzò l’attività annuale della Scuola in tre corsi:

  1. un corso invernale (novembre-marzo), con uso degli sci: è in pratica il progenitore dei corsi di scialpinsimo.
  2. un corso primaverile (aprile-giugno), con arrampicate in palestra ed anche su vie di media montagna (Valle Stretta, Castello-Provenzale, etc).
  3. un corso estivo (luglio-agosto) di alta montagna.

Inoltre Gervasutti introdusse la novità di un sistematico calendario di lezioni teoriche, che precedevano le uscite pratiche della domenica. Gli argomenti di tali lezioni sono, ancora oggi, decisamente attuali (tecnica di roccia e di ghiaccio, preparazione di un progetto alpinistico, geografia alpina, pronto soccorso, etc) e gli oratori apparteneva tutti alla crème del mondo alpinistico: dal Professor Alfredo Corti (un accademico lombardo, noto per le sua attività nel gruppo Masino-Bregaglia e in rapporti di amicizia con Gervasutti) a Michele Rivero, da Alfonso Castelli ad Agostino Cicogna, a Toni Ortelli e così via.

Purtroppo il clima generale, dapprima prebellico e poi decisamente bellico, ostacolò non poco l’attività operativa della Scuola Boccalatte, ma non la estinse del tutto, nemmeno nell’annata ’43, che culminerà con la caduta del regime. Questo evento a prima vista avrebbe potuto mettere decisamente in crisi la Scuola Boccalatte (che perdeva il suo riferimento istituzionale, cioè il GUF Torino), ma all’opposto la liberò dai precedenti vincoli burocratici. In tal modo, grazie all’iniziativa degli istruttori, e in particolare del Direttore Gervasutti, la Boccalatte fu definitivamente condotta in seno al CAI Torino.

Nell’annata successiva, 1944, la Scuola Boccalatte riuscì addirittura a farsi insignire del titolo di Scuola Nazionale di Alpinismo. Con tali presupposti, al termine della guerra, la Boccalatte si riaffacciò sulla scena torinese, pronta a ripartire.

Tuttavia la lucidità manageriale del Direttore Gervasutti vedeva in prospettiva un possibile problema costituito dal fisiologico declino operativo degli istruttori, tutti gloriosissimi accademici, ma in alcuni casi già sulla breccia da quindici o addirittura vent’anni. Gervasutti focalizzò con precisione che occorreva investire su forze fresche per creare, piano piano, il futuro della Scuola Boccalatte: per identificare questi “giovani”, Gervasutti si rivolse al serbatoio della rinata SUCAI Torino.

Infatti, con la fine della guerra, la rinascita del CAI, dopo il ventennio di gestione fascista, portò anche alla rinascita delle SUCAI (sempre al plurale, poiché ogni Sezione avrebbe dovuto essere accompagnata dalla Sottosezione Universitaria: sarà poi la storia a decretare la sopravvivenza di alcune SUCAI, come quelle di Torino, Roma, Milano, Monza, etc). La Sottosezione SUCAI Torino raggruppava moltissimi giovani (giunse ad annoverare circa 900 soci!), che si riaffacciavano alla vita dopo gli anni bui della guerra: Gervasutti, sempre molto disponibile verso i giovani, partecipava, quasi come un “fratello maggiore”, all’attività della SUCAI Torino, sia sul campo che nelle riunioni cittadine.

Lo confermano i ricordi di Renzo Stradella, che ringrazio per la collaborazione al riguardo. Stradella (sucaino della prima ora) è l’ideale accompagnatore per ricostruire il contesto dove si inserì questa particolarità di Gervasutti. In realtà già negli anni della guerra, Stradella, insieme ad altri coetanei, ebbe la fortuna di poter condividere le giornate in montagna con gli accademici del momento, fra cui spiccava appunto Gervasutti. Racconta Stradella: “Gervasutti fu un carissimo amico del nostro “giro” sicuramente a partire dal 1945 quando rinacque la SUCAI: Giusto seguiva con passione la nostra attività, partecipava spesso alle riunioni del nostro Consiglio, incoraggiandoci e fornendoci azzeccati suggerimenti tratti dalla sua esperienza personale. In realtà Giusto ci portava in montagna già nei primi anni ‘40, quando aiutava Ermanno Buffa di Perrero nella Legione Alpina Fabio Filzi della GIL, dove molti futuri sucaini erano inquadrati.”

Tali rapporti personali fra Gervasutti e l’ambiente SUCAI proseguirono, in via naturale, anche nei mesi che si pongono a cavallo fra la fine della guerra e il primissimo dopoguerra. Infatti il 16 agosto del ’45, appena tre mesi dopo la fine della guerra, usciva a Torino la pubblicazione “SUCAI, quindicinale delle Sezioni Universitarie del CAI”: Giusto Gervasutti ne era il Direttore responsabile e i redattori erano i giovani sucaini torinesi.

Grazie a questi rapporti molto stretti fra Gervasutti e la SUCAI Torino, fu quasi inevitabile che in Gervasutti (nel suo ruolo di Direttore della Scuola Boccalatte) maturasse l’idea di coinvolgere i giovani sucaini come aiuto istruttori della Scuola. Si creò un vero e priorio connubio fra gli istrutori, tutti brillanti accademici ma già attivi da prima della guerra, e i giovanissimi (ventenni o poco più) sucaini. La Scuola Boccalatte fu inserita nell’attività della SUCAI, come viene confermato dal distintivo, che riporta, appunto, la scritta SUCAI.

Distintivi della Scuola Boccalatte: a sinistra quello del perido post bellico della SUCAI, a destra quello degli anni del GUF Torino (Archivio Renzo Stradella).

Questa struttura organizzativa, frutto della lucidità manageriale di Gervasutti, permise alla Scuola Boccalatte di proseguire l’attività, senza particolari sbandamenti, nonostante l’improvvisa scomparsa (settembre ’46) dello stesso Direttore Gervasutti. Anzi, gli anni successivi (seconda metà dei ’40) registrarono un’attività molto brillante per la Scuola Boccalatte, che arrivò a coinvolgere fino a una cinquantina di allievi annuali. Nell 1948 Direttore della Scuola fu Michele Rivero, Vice direttore Paolo Bollini, fra gli istruttori si annoveravano accademici quali Giulio Castelli, Firmino Palozzi, Massimo Mila ed altri. Fra gli aiuto istruttori, iniziano invece ad emergere alcuni nomi che saranno poi molto importanti nella successiva storia della SUCAI: Gigi Auxilia e, soprattutto, Franco Manzoli e Renzo Stradella.

Elenco Istruttori della Scuola Boccalatte, anno 1948 (Archivio Fototeca Museo della Montagna-Biblioteca Nazionale del CAI)

Nel 1949 Direttore della Scuola Boccalatte fu Francesco Ravelli, fra gli istruttori c’erano altri due Ravelli (Pietro e Leo) e poi i soliti Bollini, Castelli, Rivero, Mila e così via. Invece fra gli aiuto istruttori aumentano i nomi che, prospetticamente, lasceranno un segno molto profondo nella storia della SUCAI: fra gli altri, Pier Lorenzo Alvigini (scomparso ad inizio 2016 e che ricordiamo qui con affetto: negli ultimi tempi fu anche Presidente Onorario della Scuola di scialpinismo della SUCAI), Franco Manzoli, Maurizio Quagliolo e Renzo Stradella.

Si tratta di quattro dei sette sucaini che, con il soprannome di Savi Anziani, gestiranno la Scuola SUCAI per una lunga fase durante gli anni ’60. Proprio nel decennio dei ‘60, Stradella sarà il Direttore del primo Corso INSA (cioè per Istruttori Nazionali di Sci Alpinismo, Alagna 1968): in questo specifico caso, l’avvenimento è legato al fatto che, allora, Manzoli e Stradella erano rispettivamente Presidente e Vicepresidente della Commissione Centrale Scialpinismo del CAI, ma è l’esempio di una delle numerosissime idee innovative che, nel corso dei decenni, l’ambiente SUCAI ha partorito nel pieno solco della visione pioneristica ed esplorativa, che si può far risalire a Gervasutti in persona.

La Scuola Boccalatte entrò però improvvisamente in crisi all’inizio del decennio dei ’50, in seguito alla morte di Giulio Castelli (per lo scarrucolamento della seggiovia di Cesana Torinese, gennaio 1950). Castelli, pur senza esser mai stato Direttore della Boccalatte, ne era l’anima organizzativa e la sua improvvisa scomparsa, unita al progressivo abbandono degli istruttori accademici (molti dei quali stavano appunto terminando il loro ciclo operativo e didattico), determinò di fatto lo scioglimento della Scuola Boccalatte.

Tale evento aprì le porte del CAI Torino alla Scuola di alpinismo Giusto Gervasutti, che in realtà era stata fondata (1948) nell’ambito della sottosezione ALFA (Associazione Libertas Fascio Alpinisti), ma fu ben presto spostata, per contrasti fra i fondatori della Scuola e i dirigenti dell’ALFA, presso la Società Ginnastica Magenta (perché uno dei fondatori della Scuola Gervasutti, Giorgio Rosenkrantz, era un atleta del settore).

(Nota 2019: per meglio specificare la situazione del momento, occorre precisare che i quattro fondatori della Scuola Gervasutti (Pino Dionisi, Giorgio e Daniele Rosenkrantz e Giovanni Mauro) erano esponenti di un nuovo gruppo di giovani alpinisti torinesi, che si stavano proprio allora affacciando alla ribalta. I quattro furono ben presto affiancati da altri compagni di spicco, fra i quali si distinse in particolare Piero Fornelli (primo salitore del Pilier Gervasutti al Tacul), costituendo il primo nocciolo degli istruttori della Scuola Gervasutti. Dei quattro fondatori, solo di Giorgio Rosenkrantz ho trovato qualche traccia di precedenti contatti alpinistici con Gervasutti in persona. In realtà tutto questo gruppo costituiva una vera e propria novità post bellica rispetto all’ambiente subalpino imperniato sugli accademici di grido. Come confermarono successivamente, i quattro fondatori dedicarono la Scuola a Giusto Gervasutti per l’oggettiva importanza storica del personaggio, tra l’altro scomparso solo 15 mesi prima della fondazione ufficiale della Scuola.)

Nell’ultimo scorcio degli anni ‘40 la Scuola Gervasutti avanzò ripetutamente la richiesta di entrare in seno alla Sezione torinese del CAI (che in effetti era il suo naturale alveo d’attività), ma il Consiglio Direttivo della Sezione tergiversava perché temeva che la contenporanea presenza di due Scuole di alpinismo (la Boccalatte, come abbiamo visto, registrava ancora un’attività decisamente brillante) potesse innescare un’indesiderata competizione intestina. La querelle si concluse perchè il venir meno della Boccalatte, per i motivi descritti, fece cadere ogni obiezione e la Scuola Gervasutti entrò a pieno titolo in seno al CAI Torino, dove da allora ha svolto, senza interruzioni, la sua attività di elevatissimo prestigio alpinistico.

Con il termine della Scuola Boccalatte, a prima vista sembrava esaurito l’esperimento didattico dei giovani sucaini. Tuttavia fu proprio l’estinzione della Boccalatte ad innescare un processo che culminerà con la genesi del corso di scialpinsimo della SUCAI.Infatti nell’ambiente SUCAI si diffuse progressivamente l’idea di proseguire l’attività didattica creando un corso di scialpinsimo, anche per il più favorevole rapporto numerico fra istruttori ed allievi rispetto ai legami molto stretti della cordata alpinsitica (un istruttore ogni allievo o, al massimo, ogni due allievi). L’idea del corso di scialpinismo era sicuramente condivisa da molti sucaini, ma uno dei principali promotori fu Andrea Filippi, dalla personalità sicuramente molto gervasuttiana (Andrea fu uno degli ultimi compagni di cordata di Gervasutti, nello specifico al Trident du Tacul, pochi giorni prima dell’incidente fatale di Giusto).

Frontespizio del volantino del Primo Corso di scialpinismo della SUCAI Torino, stagione 1951-52 (Archivio Renzo Stradella)

Nel 1951-52 Filippi fu il direttore del corso di scialpinismo SUCAI e l’impostazione, che emerge dal relativo volantino, evidenzia i profondi legami con l’ideologia didattica che fu di Gervasutti. Innanzi tutto il corso si chiama Corso Sci Alpinistico Invernale e può essere considerato come il naturale erede del corso invernale impostato da Gervasutti quando era Direttore della Scuola Boccalatte. Inoltre il regolamento del corso SUCAI sancisce: “Il corso si prefigge di impartire a giovani, già in possesso delle basi elementari della tecnica sciistica, una serie di lezioni teoriche e pratiche, affinché possano svolgere con sicurezza attività alpinistica invernale”. Sono evidentissimi i collegamenti con l’impostazione gervasuttiana della Scuola Boccalatte: anche nel caso del Corso di scialpinismo SUCAI, l’attività didattica si rivolge ai giovani, per formare in loro una personalità scialpinistica che consenta una successiva attività personale condotta in autonomia e sicurezza. Filippi prevedeva (come ai tempi gervasuttiani della Boccalatte) un calendario di lezioni teoriche che precedono le rispettive uscite pratiche. Fra gli oratori troviamo anche il nome di Franco Tizzani che sarà un altro dei Savi Anziani.

Regolamento ed elenco Istruttori del Primo Corso di scialpinismo della SUCAI Torino, stagione 1951-52 (Archivio Renzo Stradella)

L’organico istruttori del Corso SUCAI ’51-52 comprendeva sette sucaini: il Direttore Andrea Filippi e poi Franco Balzola, Italo Cattaneo, Paolo Filippi, Angelo Maggia, Edo Rabajoli ed Arrigo Venchi. Da allora il Corso di scialpinismo SUCAI non ha smesso di operare: dopo circa un decennio, il Corso si è trasformato in Scuola di scialpinismo e poi (1968) in Scuola Nazionale di scialpinismo. Attualmente, la Scuola SUCAI organizza ogni anno ben quattro corsi: SA1 (introduzione) ed SA2 (perfezionamento) di scialpinismo e poi SBA1 e SBA2 di snowboard-alpinismo (novità introdotta nel 2005). In alcune annate si aggiunge anche un corso SA3 (a volte chiamato SA2 “Hard”), per l’ulteriore perfezionamento nel campo dello scialpinismo.

Pertanto, se da un lato la Scuola di alpinismo Gervasutti ha sempre fatto dell’eccellenza alpinistica il suo carattere distintivo (proseguendo la specifica attività di Gervasutti in persona), dall’altro la Scuola di scialpinismo della SUCAI ne costituisce il naturale complemento, ricostruendo le due anime della personalità, sia tecnica che didattica, del Fortissimo. Infatti Gervasutti, che, indiscutibilmente, fu innanzi tutto un insigne alpinista, è però stato anche un valente scialpinista, avendo realizzando imprese di spicco anche con gli sci, quali la prima sciistica della Nordend (Monte Rosa) nel ’32, con Emanuele Andreis e Paolo Ceresa, nonchè la partecipazione al famoso Trofeo Mezzalama del ’33, proprio quando si conquistò il soprannome di Fortissimo.

Prima sciistica e prima invernale italiana alla Nordend, Massiccio del Monte Rosa: Giusto Gervasutti, Emanuele Andreis e Paolo Ceresa, 1932 (Archivio Fototeca Museo della Montagna-Biblioteca Nazionale del CAI)

Non a caso nel giugno del 1951 fu organizzato un trofeo scialpinistico proprio intitolato a Giusto Gervasutti, aperto agli allievi ed ex allievi delle due Scuole torinesi (Boccalatte e Gervasutti). In pratica si trattava di un “piccolo Mezzalama”, posizionato nelle Valli di Lanzo (salita del Colle della Bessanese, con prosecuzione fino al Collerin e discesa dal Pian Gias) e registrò la partecipazione dei ben 14 squadre. Questo avvenimento non ebbe però seguito, presumibilmente per difficoltà organizzative. Anche questo episodio conferma quanto fosse marcato il ricordo di Gervasutti come emblema della “massima completezza in montagna”: neve, roccia e ghiaccio. Ovvero: sci, piccozza e vetta del Cervino, con la classica stella aurea, come appunto raffigurato nel distintivo della Scuola SUCAI.

Inoltre va sottolineato che, a fianco della Scuola di scialpinismo, nell’ambiente SUCAI permaneva, sotto sotto, una certa propensione anche alla didattica strettamente alpinistica, situazione che portò alla creazione (anni ’70 e ’80) dei Corsi di Invito all’Alpinismo, in molti casi felice commistione fra istruttori sucaini in senso stretto con altri appartenenti alla Scuola Gervasutti. L’onda lunga di tali corsi è ancora oggi presente nel calendario sucaino, con la dicitura Inviti all’alpinismo.

Manca ancora un tassello finale per completare l’analisi dell’eredità ideologica che congiunge Giusto Gervasutti alla SUCAI Torino. Infatti il legame dei giovani sucaini con Gervasutti andava ben oltre il rapporto maestro-allievo. Questo legame innescò un sentito e profondo dolore al seguito dell’incidente che portò via Gervasutti (settembre 1946). Ne troviamo conferma, ancora una volta, nei ricordi di Renzo Stradella: “Fu Andrea Filippi, dinamico e indimenticabile amico e futuro (’51) ideatore del Corso di scialpinismo SUCAI, a proporre, con una lettera presentata al Consiglio SUCAI nell’aprile del’47, di costituire in SUCAI un “Comitato per le onoranze a Giusto Gervasutti”, dedicandogli inoltre una Capanna”.

Infatti Filippi scrisse con la retorica del periodo: “Cari amici del Consiglio, Giusto Gervasutti non è più. Tutti lo ricordiamo e mai come ora sentiamo quanto ci era prezioso. Noi giovani, poi, che da Lui tanto avevamo avuto, a cui aveva dedicato le sue ore di città, di palestra e di salita, abbiamo verso Giusto un dovere: quello di seguirlo per la via che ci ha tracciata. Vorremmo però che il grande maestro fosse presente sempre fra gli alpinisti oggi, domani e nel tempo in modo tangibile. Propongo quindi che l’idea di una capanna intitolata a Giusto Gervasutti parta proprio da noi giovani delle SUCAI.”.

Su decisione del Comitato per le onoranze di Giusto Gervasutti (presieduto dallo stesso Filippi), la Capanna, inizialmente ipotizzata al Colle del Gigante, venne effettivamente posizionata nel vallone del Freboudze (Val Ferret), dove esisteva già un piccolo bivacco a botte, nel quale aveva pernottato anche lo stesso Gervasutti.

La prima Capanna Gervasutti, 1949 (Archivo Andrea Filippi)

La Capanna Gervasutti fu attiva a partire dal 1949, ma venne sostituita qualche anno dopo da un successivo manufatto. La Capanna Gervasutti ha egregiamente svolto, per lunghi decenni, il ruolo di ricovero d’alta quota, richiedendo però numerose manutenzioni, dato il posizionamento su un isolotto roccioso proprio in mezzo al ghiacciaio, e alla fine era giunta a fisiologica consunzione. Con un corale e ammirevole coinvolgimento dei suoi soci, la SUCAI Torino ha deciso, nel biennio 2011-2013, di sostituirla con un nuovo e rivoluzionario bivacco. La forma “a tubo” del nuovo bivacco e le innovative soluzioni tecniche hanno attirato l’attenzione degli appassionati di tutto il mondo, con numerose e contrastanti valutazioni, ma si tratta indubbiamente di un passo avanti nella concezione dei ricoveri in alta quota. Anche sotto questo profilo, quindi, possiamo sostenere che, nell’ambiente sucaino, si è riproposto quello spirito innovativo e libero, cioè anticonformista e pionieristico, che fu tipico di Gervasutti e che costituisce la sua più profonda eredità ideologico-spirituale.

L’attuale Bivacco Gervasutti (Archivio Giampaolo Pittatore)

In conclusione si può riassumere la grandezza del personaggio Gervasutti rileggendo il ritratto sintetico che ne fece l’amico e compagno di cordata Chabod: “Incominciammo a chiamarlo Il Fortissimo, dopo il Trofeo Mezzalama del 1933. Un giornale torinese, narrando le vicende della squadra del CAI Torino, aveva appunto parlato, alla sportiva, del “fortissimo Gervasutti”: l’aggettivo ci piacque tanto, ci parve tanto appropriato, che lo trasformammo, con diverso e più pieno significato di quello originario, in un vero e proprio nome di battaglia, facendolo precedere da quel “Il” che lo presentava come Il Fortissimo per antonomasia, l’unico, il vero, il solo fortissimo.”

Bibliografia di riferimento
– Renato Chabod, La Cima di Entrelor, Zanichelli, Bologna, 1969.
– Giusto Gervasutti, Scalate nelle Alpi, Il Verdone, Torino, 1945 (in commercio si trovano più recenti edizioni, fra cui quella della Collana I Licheni, Vivalda Editore, Torino, 2005).
– Gabriele Boccalatte, Piccole e grandi ore alpine, Vivalda Editori, Torino, 1939.
– Giuseppe Garimoldi, La minoranza arrampicante, Cahiers Museo Montagna n. 63, Torino, 1989.

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L’eredità didattica del Fortissimo ultima modifica: 2019-09-16T05:18:20+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “L’eredità didattica del Fortissimo”

  1. 3
    Giampiero Di Federico says:

    Bellissimo profilo storico e anche molto attuale. Grazie Alessandro e Carlo per questi approfondimenti.

  2. 2
    Alberto Benassi says:

    Non è vero che nessuno lo sa. La via di Gervasutti è alle Fiamme di Pietra.
    Non c’è poi così tanta ignoranza in giro.

  3. 1
    Paolo says:

    Nessuno lo sa, ma il primo sesto grado sul Gran Sasso lo ha aperto Gervasutti.E tra l’altro la Gervasutti è una via bella da fare, ancora oggi.

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