L’esempio del rifugio del Velo

Aperta ormai da quasi due mesi, la stagione dei 140 rifugi trentini punta a offrire un ventaglio di esperienze «emozionali» sempre più ampio (i silenzi, il cibo, gli incontri, imprevedibili in egual misura, con persone e animali, i rumori della natura): non si rivolge solo a esperti alpinisti ma anche a chi vuole «staccare» e cerca una nuova dimensione. Elisa e Piero hanno lasciato tutto per prendere in gestione un rifugio. Partendo da questo genere di dimore, sulle vette del Trentino si ridisegna la mappa del lavoro. Info: www.visittrentino.info

L’esempio del rifugio del Velo
di Peppe Aquaro
(pubblicato su Corriere della Sera del 13 luglio 2019)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Le leggendarie imprese alpinistiche, che un tempo si ascoltavano alla sera seduti intorno ad un camino, non fanno per loro. Non ne conoscono. Del resto, l’avventura, leggendaria o meno, è appena iniziata lo scorso 12 giugno 2019: quando hanno preso possesso delle chiavi del rifugio del Velo della Madonna, alle Pale di San Martino, aperto fino al prossimo 20 settembre. Ma, se il tempo reggerà, fino alla metà di ottobre.

Il rifugio del Velo della Madonna, alle Pale di San Martino

I due nuovi gestori, coppia nella vita e nel lavoro, sono Elisa Bettega, 29 anni, e Piero Casagrande, 32enne. Ma è come se fossero una sola persona: entrambi amano da sempre la montagna — si sono conosciuti in un après-ski, in zona Primiero, dopo una giornata trascorsa a sciare — sognando subito di viverla a modo loro. Gli amici, se riuscissero a salire fin quassù, arrivando da San Martino di Castrozza o dalla Val Canali, a 2358 metri, ai piedi della Cima della Madonna, confermerebbero tutto. Anche se una decisione così drastica non se l’aspettavano neppure i famigliari più stretti.

«C’è chi abbandona la grande città per vivere in un piccolo borgo e chi, invece, decide di lasciarsi alle spalle Valdobbiadene, nel mio caso, o Mezzano di Primiero, il paese di Elisa, per andare a vivere nella nostra casa, che è la casa di tutti», dice Piero, giardiniere fino a maggio scorso. E che, proprio come l’enigmatico Chance Giardiniere, interpretato da Peter Sellers nel film Oltre il giardino, parla poco o, al massimo, si lascia andare a riflessioni tra il filosofico e il pratico: «Qui si vive soprattutto di bellezza, ma c’è tanto lavoro da fare: appena siamo saliti, le tubature dell’acqua erano ghiacciate; ho dovuto inventarmi una condotta esterna per far arrivare l’acqua».

C’è tanto lavoro da fare e la sveglia suona già alle 5.30 del mattino. Il tempo di preparare la colazione per i clienti — al pranzo e alla cena ci pensa Carlo, giovanissimo chef di Padova, laureato in Ingegneria e appassionato di arrampicate — mentre Elisa si occupa della pulizia delle stanze, oltre che dei cinque bagni e delle due docce. Niente male per una laureata in Tecniche di laboratorio biomedico, che parla tre lingue e ha sbaragliato la concorrenza nel bando organizzato dalla Società Alpinisti Tridentini, primeggiando sugli altri aspiranti gestori: «Da quando avevo 15 anni e frequentavo il Liceo socio-pedagogico a Feltre, nel Bellunese, ho sempre lavorato tra alberghi e ristoranti».

Piero Casagrande ed Elisa Bettega

Da ragazzina, poi, con la famiglia ci saliva spesso, al rifugio del Velo. Se non ci sono foto in bianco e nero tra il bar e il ristorante, è perché questa struttura è nata all’inizio degli anni ‘80 del secolo scorso. «Il nostro tocco? Abbiamo ridipinto le finestre di bianco e di blu, ma se potessimo eseguire dei lavori importanti, ci piacerebbe potenziare l’impianto idrico e aumentare il numero di pannelli fotovoltaici. Un modo per fare a meno del generatore: funziona a gasolio e un po’ inquina», osserva Piero, il quale non è l’unico a riconsiderare le 140 «Case degli alpinisti» del Trentino introducendo soluzioni tecnologiche, all’insegna di una maggiore sostenibilità e autosufficienza energetica.

Su tutti, fa scuola il rifugio San Giuliano, alla Presanella, dove i vecchi generatori a combustibile fossile sono stati sostituiti con un sistema energetico misto ad alta tecnologia. Intanto al Velo, «per far salire la merce, ci serviamo di una teleferica, collocata ad una trentina di metri dal rifugio, che funziona a gasolio. Ma speriamo di esserci (vorremmo fermarci qui almeno dieci anni) per vedere il nostro rifugio all’interno del progetto di Greenway di tutto il Primiero», si augura il gestore che sta preparando gli esami di ammissione per il corso di soccorso alpino.

Elisa Bettega e Piero Casagrande con il cane Spirit all’ingresso del loro rifugio

E poco importa che si parta da zero. Elisa: «Io non sono un’atleta, né pratico sport, però mi piace arrampicarmi mentalmente fino a quando non riesco a trasmettere ai nostri ospiti la bellezza di un posto come questo».

Senza televisore, wi-fi e tutte quelle comodità che ti fanno riconoscere subito l’alpinista della domenica: «Entra, si siede e fa richieste assurde, da hotel a quattro stelle: questa gente non ha nulla a che vedere con l’ impresa leggendaria della cordata Günther Langes ed Erwin Merlet, la prima a salire il 19 luglio 1920 lo Spigolo del Velo, 400 metri sopra le nostre teste, o con l’affascinante sentiero attrezzato dedicato a Dino Buzzati», spiegano Piero ed Elisa, mentre accarezzano il loro cane, Spirit. Il mese scorso, salendo, si sono portati tutta la loro vita precedente in una valigia. Ma è rimasta lì, chiusa, in un angolo della camera da letto. Immaginiamo per tanto tempo ancora.

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L’esempio del rifugio del Velo ultima modifica: 2019-08-05T05:01:08+02:00 da GognaBlog

4 pensieri su “L’esempio del rifugio del Velo”

  1. 4
    Carlo says:

    Ottima gestione, ci son passato sabato scorso!!
    Bravi avanti così.

  2. 3
    Carlo Crovella says:

    “Slow mountain”, il mio ideale. L’opposto è rappresentato da certi rifugi molto gettonati perché transito verso obiettivi di rilievo (es i 4000). Nei rifugi del Rosa si fanno anche tre turni per cena, di questi tempi. Altro che “staccare” rispetto alla quotidianità

  3. 2
    Giorgio Daidola says:

    I rifugi di montagna gestiti con amore, confortevoli ma tassativamente raggiungibili solo a piedi, rappresentano un tassello essenziale per il futuro di un turismo alpino di effettiva sostenibilità. Meglio se aperti anche in inverno per garantire un ritorno adeguato e sviluppare uno scialpinismo di qualitá. Cosa ovviamente impossibile per quello del Velo, ma l’eccezione conferma la regola!

  4. 1
    Andrea says:

    Bravi ragazzi!!

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