Una vita d’alpinismo – 58 – Lettere a mio padre – 1

Inizio qui la trascrizione di nove lettere scritte a mio padre mentre ero impegnato con mia moglie Ornella nel nostro lungo viaggio in Asia tra il 1974 e il 1975. Quel viaggio, senza paura di dirla grossa, ci ha un po’ cambiato la vita. Dei turbamenti e delle riflessioni che ci hanno accompagnati, in queste lettere c’è ben poca traccia: cercavo di tenere il livello più elementare possibile di comunicazione con mio padre, una persona semplice e concreta che con ansia e curiosità andava a vedersi sull’atlante le nostre peregrinazioni ma che era poco propenso a comprendere qualunque divagazione esistenziale. Dobbiamo ringraziare lui se questi scritti sono stati (religiosamente) conservati.

Lettere a mio padre – 1 (1-3) (AG 1975-002)
(dal mio viaggio in Asia 1974-1975)

1) Teheran, 20 dicembre 1974
Caro papà, abbiamo appena posteggiato il pullmino ai lati di un viale alberato della capitale dell’Iran (Persia). Fatto da mangiare, bevuta la camomilla, ci siamo messi a letto. Domani staremo tutto il giorno qui, un po’ per questioni burocratiche e un po’ perché siamo un po’ stanchi dei 4500 km fatti da Milano in nove giorni.

Mercoledì (11 dicembre) siamo poi partiti alle 18!! Ci siamo fermati a Dolo, vicino a Venezia, da alcuni amici nostri che ci hanno ospitati per la notte. Giovedì fino a 200 km da Belgrado sotto diluvi di fango e di neve, venerdì altro fango e neve fino al confine bulgaro, poi Sofia, poi ancora 100 km nel fango. Sabato finalmente entriamo in Turchia e arriviamo a Istanbul. Domenica ad Ankara, lunedì e martedì si traversa la Turchia con freddo e neve, l’acqua gela di notte all’interno del pullmino, mercoledì confine con l’Iran (grande statua di Reza Pahlavi, lo Shah), ancora freddo ma con il sole e poi giovedì attraverso le pianure e i deserti iraniani. A Tabriz cambiamo l’olio. Negli ultimi tre giorni ce la siamo presa comoda perché il venerdì non volevamo passarlo a Teheran, in quanto è festa per i musulmani e perciò gli uffici e i negozi restano chiusi.

Come salute tutto bene, tra l’altro ci siamo portati 45 litri d’acqua dall’Italia in taniche, e quindi per il momento stiamo bevendo acqua per noi buona. Solo due volte abbiamo mangiato alla sera nelle varie trattorie. Siamo andati un po’ di fretta in questi giorni perché il 27 dicembre abbiamo appuntamento con un amico afghano a Kabul e non vogliamo assolutamente arrivare in ritardo.

Il 22 quindi ripartiremo e costeggiando un po’ di Mar Caspio in due giorni arriveremo a Meshad. Il 24 sarà lavolta del confine afghano, fino a Herat; poi altri due giorni fino a Kabul.

Kaghan Valley (Pakistan), gennaio 1975

Cominciamo a essere un po’ stufi di andare e andare senza vedere molto della gente. Abbiamo un po’ paura a lasciare incustodito il Volkswagen, potrebbero rubare dentro o dal tetto. Non vediamo l’ora di arrivare a Kabul e lasciarlo per un mese in un posto tranquillo, mentre noi saremo via.

Quando ci svegliamo alla mattina c’è sempre un po’ di umidità dentro che scompare non appena si alza il sole o accendiamo il motore e quindi il riscaldamento. Pensiamo con paura a giugno prossimo quando l’umido del monsone bagnerà qualsiasi cosa. Ieri a Tabriz abbiamo incontrato due tedeschi (lui e lei) che rientravano in Europa dopo 2 (due!) anni di assenza e di giri per l’Asia. Avevano un pullmino uguale al nostro.

C’è un mezzo perché tu mi possa scrivere qualcosa, se vuoi. Puoi scrivere con l’indirizzo “Alessandro (minuscolo) GOGNA (maiuscolo) – Poste Restante – POST OFFICE – KABUL (Afghanistan). Se vuoi puoi aggiungere, in alto a sinistra “if not delivered please return to the sender (se non ritirata, si prega di rispedire al mittente)”. Il mittente scrivilo dietro, sul retro della busta. Io la ritirerò senz’altro in gennaio. Ci vuole il passaporto e non la consegnano ad altri che a me.

Ti raccomando di scrivere non sotto forma di lettera, espresso, raccomandata, ecc., perché correrebbe il rischio di essere aperta dagli impiegati postali, che sono tra i peggiori farabutti.  Scrivi con un aerogramma (se non sai cosa è, vai a un ufficio postale e fatti spiegare: è una specie di biglietto postale aereo).

Domani qui a Teheran vedremo anche di fare una doccia, perché siamo un po’ sporchi, non abbiamo il pullmino dotato di rubinetto con l’acqua calda!

E quell’acqua italiana che abbiamo ce la teniamo ben cara, sebbene sia già gelata e sgelata quattro volte.

Stasera abbiamo finito la mocetta (carne cruda e un po’ essiccata) e adesso cominceremo a mangiare la pancetta affumicata (che ci durerà almeno un mese da tanto che è grossa). Abbiamo intaccato appena i 10 kg di formaggio grana. Tanti cari saluti, anche agli zii. Saluti pure da Ornella.

Alessandro

2) Kabul, 29 dicembre 1974
Caro papà, il 21 sera siamo partiti da Teheran, città abbastanza odiosa, e in due giorni siamo arrivati a Mashad, passando vicinissimi al Mar Caspio e al confine sovietico. Nella notte del 22 siamo stati superati da tre ragazzi di Reggio Emilia che vogliono andare a Bombay (l’odierna Mumbay, NdR).

A Mashad, vicino al confine afghano-iraniano, dovevamo fare la mattina dopo i visti per l’Afghanistan, ma purtroppo era festa. Il giorno dopo siamo venuti a sapere che era ancora festa. Questo è l’Oriente! Due giorni persi in una città veramente insopportabile per via delle continue e fastidiose richieste di comprare tappeti e turchesi da parte di alcuni tipi che ti inseguono ovunque.

Finalmente il 26, avuti i visti, siamo partiti per Herat, la prima città afghana. Il 27, a mezzanotte, dopo una guida ininterrotta di 1460 km siamo arrivati a Kabul, sotto la neve, in tempo per il nostro appuntamento con l’amico afghano.

Finalmente abbiamo potuto riposarci un po’, ma non troppo per via della preparazione della parte principale del nostro viaggio. Domattina partiremo per l’interno dell’Afghanistan. Abbiamo una guida locale e affitteremo probabilmente qualche cavallo per addentrarci nei villaggi non raggiunti dalla strada. Fa molto freddo, già qui a Kabul, dopo la nevicata: solo quando splende il sole c’è un’atmosfera tiepida. Appena se ne va, cala il gelo. Questa nostra visita all’interno durerà circa venti giorni e durante questo intervallo sarà pressoché impossibile spedire una lettera qualsiasi. Finito il giro, riprenderemo il mezzo e andremo nel Nord dell’Afghanistan, che però è anche meno montagnoso, ai confini con l’Unione Sovietica, vicino al fiume Amu Daria (Oxus). Qui ci sono alcune belle città come Mazar-i-Sharif e altre, dove tra l’altro fanno tappeti bellissimi.

Prima di organizzare tutto questo, siamo stati ieri all’ambasciata italiana in Afghanistan, dal Primo Segretario sig. Franceschini, il quale è quindi al corrente del nostro progetto e in caso di necessità potremo telefonargli, visto che sembra che qualche telefono da quelle parti ci sia. Una lettera potrò spedirtela non appena sarò arrivato a Mazar-i-Sharif, che è una città di circa centomila abitanti.

Siamo abbastanza emozionati ora perché questa è forse la parte più bella del nostro viaggio. Per il momento non abbiamo nessunissimo problema, né di salute né di soldi. Stasera abbiamo perfino fatto la doccia, dopo diciotto giorni che non toccavamo acqua. Siamo andati in un albergo dove c’era anche l’acqua calda.

Spero molto che queste lettere ti arrivino in non molto tempo, così anche tu potrai partecipare un poco a questo viaggio che per noi è così importante.

Qui è tutto molto bello e pieno d’interesse, la popolazione è completamente diversa da quella nepalese.

Il natale l’abbiamo passato a Mashad, molto dispiaciuti di non essere ancora arrivati in Afghanistan. Il Capodanno sarà molto meglio, nelle nevi della valle dei Re (la valle di Bamyan). Tanti cari saluti, anche da Nella.

Alessandro

P.S. Quando ritorneremo a Kabul andremo alla posta a vedere se c’è una tua lettera.

3) Kabul, 6 gennaio 1975
Caro papà, come previsto nell’ultima lettera del 29 dicembre, se non sbaglio, siamo partiti la mattina dopo per la regione del centro-Afghanistan. Abbiamo valicato un passo in auto (Salang Pass) a 3363 metri di altezza e come puoi immaginare era ben pieno di neve. Al di là siamo scesi in una regione più calda. La valle era magnifica, tipo Grand Canyon del Colorado. Purtroppo la nostra guida si è subito rivelata abbastanza incapace di fare il lavoro che gli avevamo affidato e cioè contattare la gente affinché potessimo entrare nelle case e fotografare. Non sapevamo come dirglielo che non ci andava bene e che ci seccava pagarlo 5.000 lire al giorno per niente, più le sue spese di dormire e mangiare. Arrivati alla valle dei Re, un soldato ci ha fermati dicendo che non potevamo andare oltre senza permessi specialissimi. Ottima scusa per tornare indietro!

Ma alla sera, era il 31, la nostra guida vede per strada un suo compagno di studi che era lì a casa sua, dato che in questo periodo gli studenti sono in vacanza: morale, ci ha ospitati e finalmente siamo entrati in una casa. Dovresti vedere che roba. Le donne, che per strada girano velate da capo a piedi, con una griglia sugli occhi, nelle case, quando arrivano ospiti, non si fanno vedere, e i piatti da mangiare arrivano come per incanto.

Solo la mattina dopo (dormito su splendidi tappeti) Nella ha potuto fare un giretto in cucina e salutare le donne. Per me tutto proibito. Poi ce ne siamo andati, e abbiamo fatto in tempo a vedere un matrimonio. Lo sposo conduceva la sposa e tutti i parenti a casa sua. Andavano a cavallo con splendidi vestiti e lei non era velata. Dev’essere una delle poche occasioni in cui una donna è visibile.

Alla sera eravamo a Kabul, decisi il giorno dopo a prendere un’altra guida.

(Qui per timore di spaventare mio padre ho evitato di raccontargli la bruttissima avventura del Salang Pass al ritorno. Erano le 20, buio pesto e gelo siderale, tipo -30°. Per una manovra errata sono uscito di carreggiata e il furgone Volkswagen è rimasto in bilico sul ciglio, per fortuna interno, della strada. Non se ne parlava neppure di rimetterlo in assetto, siamo usciti precipitosamente ed io con mille cautele sono riuscito a salire sul tetto e scaricarlo delle sei taniche piene di benzina. In giro non c’era nessuno, stavamo già pensando di bivaccare fuori quand’ecco che si avvicina a velocità di lumaca uno spalaneve con la luce intermittente. Diamo all’autista la nostra corda e quello riesce a raddrizzare il mezzo e a rimetterlo in carreggiata! Alla fine dell’operazione è mezzanotte e siamo mezzi congelati. Riprendiamo il viaggio con grande cautela. NdR).

Era il pomeriggio del 2 gennaio quando abbiamo trovato il nostro uomo, Hassan, l’amico dell’appuntamento del 27 dicembre, conosciuto da Nella nel suo trekking del 1972 nel corridoio del Wakhan.

Ma per questioni di permessi e burocrazie varie partiremo solo domattina. Andremo nella regione del Nord, stavolta con i permessi e vedremo le favolose città di Mazar-i-Sharif, Kunduz, Shebergan, Khulm, ecc., dove la vita ha ancora un ritmo medioevale. Il ritorno a Kabul è previsto per il 18 gennaio.

In questo momento siamo in una specie di bar, perché scrivere in pullmino è assai scomodo. Cominciamo a sentire la mancanza dell’acqua per lavarci, ogni mattina è un problema per fare pipi e cacca. La prima la facciamo in un vasetto dell’Ovomaltina che poi svuotiamo per strada. La seconda è più difficile e dobbiamo per forza entrare in un albergo e bere il tè. Una volta, data l’urgenza, la funzione è stata espletata in macchia, in una scatola!

Devi pensare che a Kabul non ci sono fogne e nei bar ci sono dei cessi che fanno veramente paura! Oltre a queste piccolezze, abbiamo visto il museo di Kabul, il bazar e lo zoo con molti animali interessanti, tipo la tigre bianca.

Il tempo insomma passa veloce. Fortunatamente stiamo molto bene entrambi: saranno il freddo secco e l’altezza di Kabul (1800 metri) a farci bene. Oggi però nevischia. Domani ripasseremo il Salang Pass e ci sarà ancora più neve.

Comincia a pesarci di non avere notizie di niente e nessuno e speriamo al nostro ritorno a Kabul di trovare qualche lettera alla Poste Restante. Tanti cari saluti, anche da Nella.

Alessandro

 

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Una vita d’alpinismo – 58 – Lettere a mio padre – 1 ultima modifica: 2017-04-05T05:30:26+02:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 58 – Lettere a mio padre – 1”

  1. 4
    DANILO VILLA says:

    Che dire, forse per molte cose secondo me importanti, “si stava meglio quando si stava peggio”….
    Grazie Alessandro

  2. 3
    Silvia says:

    Grazie della condivisione . Bella l’intimità semplice con cui si parla ai genitori , fatta di bisogni primari risolti e non. Ci si ritrova tutti credo…

  3. 2

    Un mondo dove tutto sembrava più lontano e invece era vicino. Bastava avere la voglia di andare.
    Oggi tutto è più vicino, ma infinitamente più irraggiungibile. Non basta avere la voglia di vedere alcuni posti per andare.

  4. 1
    Alberto Benassi says:

    “mio padre, una persona semplice e concreta che con ansia e curiosità andava a vedersi sull’atlante le nostre peregrinazioni ma che era poco propenso a comprendere qualunque divagazione esistenziale.”

    Anche mio padre, nonostante siamo passati quasi 40 anni, ancora oggi mi chiede perchè continuo ad andare su questi…”soliti SASSI ” come li chiama lui.

    Bello.
    Certo è cambiato il mondo. C’erano le lettere che si spedivano con la speranza che prima o poi sarebbero forse arrivate. Adesso pigi un tasto ed è fatta: in diretta.

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