L’emozionante Everest di Baltasar Kormákur

L’emozionante Everest di Baltasar Kormákur

Ricordo bene quando andammo a girare il primo spot Altissima, purissima, levissima in Nepal, nella valle del Khumbu. Era quasi Natale del 1992, una delle scene da girare prevedeva, in una location a ben più di 5000 metri sopra Dingpoche, che Reinhold Messner si aggirasse da solo su alcuni pendii di ghiaccio e che a un certo punto si soffermasse ad osservare l’acqua purissima che alcune stalattiti di ghiaccio avrebbero dovuto rilasciare con il calore del sole.

Il luogo era stato raggiunto dalla numerosa troupe e dal regista di San Francisco in elicottero la sera del 19 dicembre: solo io e pochissimi altri eravamo saliti a piedi al mattino. Nella notte quasi tutti erano stati male, non acclimatati e in pieno disagio fisico nelle tende. Il mattino dopo il freddo era davvero siderale e quando si dovette girare, come da programma ma con un cielo livido, la scena delle stalattiti, l’acqua tiepida appena scaldata con un fornello e versata sulle stalattiti ghiacciava immediatamente. Non colava alcuna goccia. Il nervosismo di trenta persone, che per tutta la giornata era stato latente, esplose. Volevano scendere, andarsene al caldo dell’Hotel dei Giapponesi a Khumjung. Ma il regista, che soffriva come un cane anche lui, insisteva. Voleva la sua acqua colare. Risolse tutto un macchinista de Roma, che ebbe l’idea di versare sulle stalattiti due bottiglie di vodka!

Lì ebbi la misura di quanto il cinema possa e spesso debba essere finzione. Non mi era ancora bastato vedere come perfino nelle foto di still life si preferisse l’uso di frutta finta al posto di quella vera.

 

Il regista islandese Baltasar Kormákur a Namche Bazar
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Ho visto il film Everest di Baltasar Kormákur, e mi è piaciuto. Nessuno poteva essere più prevenuto di me. Mi aspettavo la solita “stallonata” alla Cliffhanger, ma anche la pretenziosità insoddisfatta di North Face o, ancor peggio temevo una similitudine con quell’altra boiata pazzesca (con tema K2), Vertical Limit. Non osavo sperare l’attrazione di Assassinio sull’Eiger e non ritenevo che Everest potesse uguagliare La morte sospesa (Touching the void) di Joe Simpson.

La reazione del pubblico al Festival di Venezia (film d’apertura, fuori concorso), nonché i commenti non proprio favorevoli di Reinhold Messner e Simone Moro, avevano fatto il resto.

Razionalmente mi stavo imponendo, mentre attendevo che le luci si spegnessero, di accettare che un film a lungometraggio non debba essere una fedele trascrizione visiva di fatti vissuti e raccontati; che la storia narrata da Jon Krakauer in Aria sottile potesse essere anche stravolta; che la mia esperienza di alpinista dovesse essere messa da parte, perdonando dunque piccole grandi inesattezze, gli svarioni, le incongruenze, le esagerazioni.

Mi ripetevo che, se si sta a quanto raccontato da Anatolij Bukreev, neppure Jon Krakauer aveva raccontato la vera verità riguardo ai fatti di quel 10 maggio 1996.

Assorto in questo training autogeno, ma contemporaneamente munito di blocchettino degli appunti e matita per poter annotare anche al buio ogni fesseria vista o sentita nei dialoghi, il film è iniziato.

Un primo respiro di sollievo l’ho tirato quando mi sono accorto che il film era sottotitolato: non avrei perciò dovuto sentire le ulteriori vaccate del doppiaggio!

E già dopo pochi minuti il mio atteggiamento era cambiato: il film procedeva sui binari di una recitazione corretta, non c’erano sbavature, non c’era la fastidiosa sensazione che il regista calcasse la mano per creare un clima di attesa e di suspence. Scarno, per ciò che riguarda le motivazioni dei clienti delle spedizioni commerciali. Pochi contenuti ma nessuna aggiunta. Poi le riprese: belle, talvolta bellissime, perfino le poche ricreate artificialmente negli studios.

Una scena di Everest
Everest

La critica
Michele Gottardi
aveva scritto, dopo la “prima” mondiale a Venezia: “L’Everest si staglia sul grande schermo della Mostra ed è gelo in sala. Ma non per il pathos che il regista Baltasar Kormákur trasmette allo spettatore impaurito dalla tormenta o dal freddo; o per le paure che gli esiti del film incutono. Everest resta sospeso sul ponte tibetano delle infinite soluzioni, non osando fare un film completamente spettacolare e hollywoodiano, né riuscendo fino in fondo a trasmettere quel senso di mistero e di pericolo che la montagna più ostica del mondo ancora mantiene, nonostante le orde barbariche che l’hanno aggredita in questi ultimi vent’anni.

Poi il film comincia a mutare registro, virando verso tragedia e precipizio. Il dubbio che sorgeva (anche sulla scorta di una polemichetta avanzata da Reinhold Messner, che dava per assente il senso stesso della vetta) era: ci sarà la montagna? A luci spente, la sensazione del grande alpinista viene in parte confermata. Senz’altro non è stato (solo) girato su una pista di sci come ha detto Messner (le montagne della Val Senales sono state l’Everest, mentre a Cinecittà in studio è stato ricostruito l’interno del campo base), ma certamente il cinema di montagna è altra cosa. Elevare il dramma a spettacolo aumenta l’attenzione dello spettatore ma qui troppe vicende familiari e colpi di scena ne fanno un’occasione mancata”.

L’Everest. Foto: David Breashears
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Reinhold Messner aveva detto al settimanale Oggi: “Parlando con i produttori ho capito che la vicenda viene ricostruita in modo parziale… la tragedia del ’96 non fu una semplice disgrazia. E’ accaduta perché due bravissime guide, Rob Hall e Scott Fisher, decisero erroneamente di diventare imprenditori del settore turistico. L’alpinismo è una cosa, lo sport e il turismo un’altra”. Hall e Fischer erano in competizione tra loro per chi riusciva a portare più gente in cima all’Everest. Dovevano porsi obiettivi più ragionevoli. Sull’Everest porti qualcuno, non decine di persone alla volta. Per far salire gente impreparata Rob Hall e Scott Fischer hanno fatto ricorso a tutte le loro risorse fino a esaurirle. Erano sfiniti. Sono morti loro e gli altri, senza un’idea di cosa fare, hanno fatto la stessa fine“.

Josh Brolin (nel ruolo di Beck Weathers)
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E Simone Moro: “Non giudico mai qualcosa che non ho visto e onestamente spero che sia un bel film e che faccia un buon intrattenimento cinematografico… So che Reinhold Messner ha criticato aspramente il film. Pare che Messner abbia assistito alle riprese e abbia detto: «Non può raccontare la realtà: è stato girato su una pista da sci… una cosa hollywoodiana, dove manca il protagonista principale, la montagna».

Peccato solo che la fonte di quel film sia il libro sbagliato o meglio la voce sbagliata… Ero grande amico di Anatolij Bukreev… Ho ascoltato dentro una tendina e alla luce di una candela la sua ultima narrazione di alcuni fatti accaduti in quella spedizione… Molte verità non sono mai state gridate e altre sono sotto gli occhi di tutti quelli che conoscono l’alpinismo e l’Everest. Mi spiace che Anatolij non abbia più voce oggi ed io non posso essere la sua anche se ho provato a raccontare di lui in Cometa sull’Annapurna. Il libro che lui ha scritto, Everest 1996 – cronaca di un salvataggio impossibile (CDA, Torino, 1998 tradotto dall’edizione originale The Climb, 1997, NdR) rimane letto da pochissimi e la sua storia personale quasi sconosciuta.
Sarebbe bastato il silenzioso sguardo proveniente dagli occhi azzurri di Anatolij per far capire chi era lui veramente… Già, solo in quello sguardo, molti spettatori usciti dalle sale cinematografiche avrebbero trovato risposte e sarebbero tornati a casa con le idee più chiare e più loro…
Io di quel film ho visto solo il trailer e non muoio dalla voglia di andare per forza a vederlo… ma lo considero come uno dei tanti film di intrattenimento e non un film verità e dunque lo giudico con serena pacatezza…”.

Sul set di Everest
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Il punto di vista del regista
L’islandese Baltasar Kormákur parla del suo rapporto con la natura e di come l’aver camminato ogni giorno attraverso una tempesta di neve per andare a scuola abbia influenzato il suo punto di vista nel dirigere il film. All’osservazione che Messner lo abbia criticato ribatte: “E non aveva neanche visto il film! Dice che non è reale, ma qual è il punto? Alfonso Cuaron è forse andato nello spazio per girare Gravity? Il cinema è simulazione, tentiamo di ricreare la realtà senza uccidere nessuno o mettere gli attori e la troupe in pericolo. Io ho fatto del mio meglio per renderlo reale, più di quanto sia mai stato fatto nel cinema di finzione: abbiamo girato a -30° per sei settimane! Abbiamo scalato per davvero i monti, quindi dovevamo saper tenere la situazione sotto controllo e, nel caso, poter evacuare la gente. E lo abbiamo dovuto fare sul serio, un paio di volte, per il rischio di valanghe…

L’emozionante scena in cui Josh Brolin (nel ruolo di Beck Weathers) perde l’equilibrio sulla scala
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Abbiamo perso un set sotto una valanga. E mentre giravamo, in una valle vicina sono morte delle persone per una valanga. Eravamo estremamente consapevoli del rischio. Ma io non metto la gente in pericolo per ottenere quello che voglio. Come ha detto Jake Gyllenhaal, c’è differenza tra soffrire e farsi male. Io li ho fatti soffrire, più di quanto qualsiasi regista sia disposto a fare. Non per ragioni sadistiche, ma perché volevo il realismo: non volevo che interpretassero il freddo, volevo che lo provassero davvero. Questo vale anche per lo script: non volevo aggiungere un cattivo inesistente alla storia. E poi sono andato in Nuova Zelanda a incontrare i sopravvissuti, ho ascoltato le registrazioni delle conversazioni tra Rob Hall e sua moglie e tra Rob e il campo base. Ho appreso dettagli incredibili che nessun libro sull’argomento ha mai riportato…
Al cinema ci aspettiamo che i buoni sopravvivano e i cattivi muoiano. Ma la vita reale non è così: la vita è ingiusta. Volevo che il mio film fosse proprio questo…
Nel mio caso non c’è niente di inventato, nessun dramma fasullo, nessun personaggio femminile aggiunto a forza per far colpo sulle donne…
Anche in Val Senales, ho tentato di girare all’esterno il più possibile, pur sapendo che avrei dovuto ritoccare gli sfondi… Ci sono stati anche momenti drammatici, alcuni se ne volevano andare… Volevo che tutto fosse autentico: avevamo sempre con noi trenta sherpa, ci hanno seguito anche a Cinecittà, dove hanno costruito il set del campo base personalmente, perché hanno le loro tecniche precise
”.

Jake Gyllenhaal (Scott Fischer)
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E quello di alcuni attori
Per Jake Gyllenhaal, che interpreta il ruolo della guida Scott Fischer, in mezzo a tutto quell’avventuroso spettacolo, in cui si è anche congelato un orecchio, il momento più commovente è quella telefonata finale tra Jason Clarke e Keira Knightley (Rob Hall e sua moglie, nella realtà). Il grande lavoro fatto da loro è quello che più si avvicina al reale…
A voi sembrerà che abbiamo torturato noi stessi per questo film, ma per me è stato un atto creativo, non distruttivo.
Josh Brolin, mascella quadrata, grande senso dell’umorismo spaccone, interpreta Beck Weathers, il perfetto americano, anzi texano. E’ lui quello che chiede al sirdar Ang Dorjie, quando gli viene presentato, se sa parlare inglese: E quello gli risponde: «Meglio di te, americano»!

Il mio agente mi ha detto: «Sei sicuro di volerlo fare? La tua non è la parte principale». «Sì, ok, ma l’hai letta la sceneggiatura? ». Mi ha davvero commosso e se non ti smuove qualcosa vuol dire che hai un cuore di ghiaccio…
Per prepararmi al film, visto che mi piace l’idea di scalare, ho salito una via ferrata in Svizzera. L’ho fatta su consiglio di un mio amico scomparso da poco, Dean Potter, ma mentre me lo diceva mi sono dimenticato che parlavo con un tizio a suo agio su una parete liscia a 1500 metri d’altezza e senza corde. A metà del percorso ero già incazzato nero e mi dicevo «Quando torno a casa lo ammazzo». Ero appeso nel vuoto e non potevo tornare indietro, non c’erano segnali e pregavo che non ci fosse il gran finale, ma ovviamente c’era, altrimenti non sarebbe un’attrazione per alpinisti. Così giro l’angolo e vedo un ponticello appeso su uno strapiombo, che oscillava da tutte le parti. Il mio corpo si rifiutò fisicamente di proseguire: non volevo morire, avevo appena conosciuto una ragazza fantastica e mi piaceva la mia vita. Allora capii che dovevo semplicemente lasciarmi andare e iniziare a camminare. Non avevo mai provato a sfidare la paura a quel livello, ma quell’esperienza mi ha dato un minimo di comprensione di quello che avevano provato gli alpinisti sull’Everest…
Io ho fatto tutti i miei stunt. L’animazione in CGI (
computer-generated imagery) è lo strumento migliore per questo tipo di film: in Star Wars, ad esempio, la si usava per realizzare qualcosa di mai visto prima, qui per ricreare qualcosa che abbiamo solo immaginato e mai toccato con mano. Ma la scena in cui scivolo sulla scala ho dovuto farla davvero per circa 150 volte. Alla sessantesima volevo lasciare il film e tornare a casa, avevo un ematoma nerissimo dal ginocchio all’inguine. Dopo la Val Senales ci siamo spostati a Londra, in studio. Dovevamo indossare gli stessi indumenti che avevamo portato a -30°, solo che lì c’erano 26°, e al posto della neve c’era il sale. C’era un addetto che versava sale in un ventilatore, ti arrivava addosso e ti entrava negli occhi facendoti lacrimare. Una cosa terribile. Terribile. Preferirei scalare l’Everest che rifarlo”.

Jason Clarke (Rob Hall) e Jake Gyllenhaal (Scott Fischer)
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Considerazioni finali
Per me il film ha superato la prova della credibilità alpinistica e non ha mai urtato la mia sensibilità, non dico di espertissimo himalayano ma almeno di persona che ne ha una idea. Qualche tempesta l’ho vissuta pure io, tanto tempo fa, e le scene del film sono veritiere, assolutamente realiste: perché non sono minimamente caricate. La morte evidentemente arrampica ancora accanto, come diceva Toni Hiebeler. Ma non è lei la morbosa protagonista del film. Neppure la montagna lo è, come dicono giustamente Messner e Moro. Lo è invece quella domanda di fondo, strisciante, sul perché di tutto questo. Il fascino di una domanda cui non si può risponder se non la si prova. Forse la ricerca affannosa e pervicace del proprio destino. Fino alle estreme conseguenze.

La “stupidità” delle spedizioni commerciali, il nascere e lo svolgersi dei meccanismi competitivi si possono toccare con mano, senza che sia dato un giudizio, senza un assunto morale. Si vede bene come oggi la scalata dell’Everest sia un penoso trascinarsi di corda fissa in corda fissa, si vede ancor meglio l’ottusa mentalità di molti clienti che hanno reazioni isteriche. Una valanga riesce a smuovere la scala gettata a ponte nell’abisso di un crepaccio enorme della Seraccata e Beck Weathers che la stava traversando cade, rimanendovi disperatamente aggrappato perché assicurato da due cordini con moschettoni. Rob Hall si precipita dal terrorizzato Beck e lo rimette in piedi. Questi non ha di meglio da dire che: “Non ti ho pagato 65.000 dollari per fare una coda alle scale, come in un supermercato!”.

La ben ascoltata consulenza di un esperto alpinista (cinque volte salitore dell’Everest) e moviemaker David Breashears è palpabile in ogni momento.

Jason Clarke (Rob Hall) guida la fila nella risalita al Colle Sud dell’Everesteverest-movie-2015

Fino al gran finale, i decessi in massa. Le conversazioni di Rob Hall e di sua moglie Jenal satellitare, intermediate da Helen Wilton. Il regista ha sparato alto e gli è andata bene. Poteva risultarne una scena penosa e invece l’attrice Keira Knightley propone uno strazio dolce, quasi fosse una liberazione. Anche la bravissima Emily Watson, nel ruolo di direttrice del campo base Helen, ha un che di materno unito a una grande forza.

Comunicato stampa ufficiale del film
Everest, un film Universal Pictures diretto da Baltasar Kormákur, è il film d’apertura, fuori Concorso, della 72. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (2-12 settembre 2015), diretta da Alberto Barbera e organizzata dalla Biennale presieduta da Paolo Baratta.
Everest sarà proiettato in prima mondiale il 2 settembre nella Sala Grande (Palazzo del Cinema) al Lido di Venezia.
Ispirato a fatti legati al tentativo di raggiungere la vetta della più alta montagna del mondo, Everest documenta il viaggio di due spedizioni che si imbattono in una violentissima tempesta di neve. Il coraggio degli scalatori viene messo a dura prova dalla forza della natura, che trasformerà la loro ossessione in una lotta per la sopravvivenza.
Everest è una produzione Working Title Films. E’ interpretato da Jason Clarke, Josh Brolin, John Hawkes, Robin Wright, Michael Kelly, Sam Worthington, Keira Knightley, Emily Watson e Jake Gyllenhaal.
E’ prodotto da Tim Bevan, Eric Fellner, Baltasar Kormákur, Nicky Kentish Barnes, Brian Oliver e Tyler Thompson.
Everest è presentato da Universal Pictures e Walden Media, in collaborazione con Cross Creek Pictures, ed è adattato per lo schermo da William Nicholson (Il gladiatore) e dal premio Oscar® Simon Beaufoy (The Millionaire).
Il film è stato girato in Nepal, alle pendici dell’Everest, sulle Alpi italiane (Val Senales, Alto Adige), negli studi di Cinecittà a Roma e nei Pinewood Studios nel Regno Unito.

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L’emozionante Everest di Baltasar Kormákur ultima modifica: 2015-09-25T05:25:43+02:00 da GognaBlog

17 pensieri su “L’emozionante Everest di Baltasar Kormákur”

  1. 17
    Marcello Cominetti says:

    Alessandro grazie! A quel link si dice quello che anche io ho scritto qui.
    Sig. Robino, come fa lei si può analizzare ogni cosa senza arrivare a nessuna conclusione. Si rilegga un po’…
    E poi fa così tanta confusione che viene il mal di pancia.
    La saluto.

  2. 16

    Buongiorno Alessandro, tutti
    .
    Si, avevo già letto l’articolo che riporti e da li si arriva ad un altro bell’articolo:
    “I film sull’Everest alternativi a Everest” [1]. In tutti questi 10 film ci sono sia ci sono sia film di “fiction”, sia “documentari”; tra questi ultimi, che non ho visto ancora visto, mi paiono molto interessanti questi che vado ad elencare:
    .
    – Everest Unmasked (1978) su/di/con Reinhold Messner.
    Questo film per molto tempo pare irreperibile si può ora vedere/scaricare da youtube.
    P.S. Mi è venuta voglia di leggere il libro “K2”, diario a 4 mani di Reinhold Messner ed Alessandro Gogna, sulla spedizione dell’anno successivo, 1979 sul K2 [2]. Magari ti chiederò un giorno, Alessandro, se me ne presti una copia…devo risparmiareeppoi ho la scusa che si tratta di libri introvabili. Scherzo! 🙂
    .
    – High Tension (2014) e Exposed to Dreams (2012), su/di/con Simone Moro.
    .
    The Dark Side of Everest, del National Geographic Channel, dove è esposta la tragedia del 1996 ee contenuta l’intervista a Beck Weathers.
    .
    Everest IMAX (1998): cito testualmente da [1]:
    “Doveva essere un documentario sulla sfida alla montagna più alta del mondo ma quando la troupe si trovò sulle pendici dell’Everest nello stesso momento in cui accadevano i tragici fatti del 1996 narrati da Jon Krakauer, i registi Greg MacGillivray e David Breashears decisero di focalizzare maggiormente il loro racconto in quella direzione (“Se 10 milioni di persone hanno letto quel libro, ci sarà un motivo”).”
    .
    Ma torniamo a questo ultimo film di Baltasar Kormákur:
    mi ha colpito la definizione sbrigativa e sbagliata con cui il film viene presentato da molti quotidiani, e sui siti generalisti di cinema. Il film viene infatti spesso definito “docufilm” o “docudrama”. Ma qui ed altrove diciamo invece: “no, questa è fiction! non è un documentario”.
    Si… ma c’è una ambiguità, studiata a tavolino, per cui è stato progettato il successo di pubblico (pare che in Italia lo abbiano visto 300.000 persone ?!). L’ambiguità dis-etica è di mischiare realtà e finzione con il fine preciso di un introito commerciale studiato a scienza e questo non mi sta bene perché viene manipolata la verità dei fatti con un fine strumentale terzo (fare grano). Quale che sia la prospettiva da cui vedi la cosa, c’è una mistificazione della realtà. Ed il problema è di una certa rilevanza nel nostro mondo della comunicazione di massa / mass-mediatica. E’ un problema che riguarda l’informazione anzitutto, prima ancora del valore artistico, del valore poetico. Mi spiego con dei raffronti:
    .
    Ritorniamo al paragone con “La morte sospesa” [3], sui fatti successi a Joe Simpson sono accaduti nella realtà “storica”.
    Il protagonista vero ci ha scritto un libro postumo, in cui lui racconta i fatti e poi l’elaborazione (del lutto, dico io). Poi è stato fatto un film da un regista terzo, che avrebbe voluto che i due alpinisti girassero alcune scene di scalata, per dare “versoimiglianza” documentaristica alla ricostruzione postuma, di finzione cinematografica. Se non ricordo male Joe, andato sul set per possibilmente girare come attore di se stesso, tornato già solo al “campo base” (e qui tra l’altro siamo in una situazione di vero stile alpino, dove il campo base è una tenda in culo al mondo, con nessun umano eccetto il giramondo incontrato casualmente per strada che si aggrega ai due alpinisti…); Joe dicevo, non se la sentì di fare il pirla e furono usati attori come controfigure.
    Il film è stato visto da una valangata di gente ed ha avuto successo, secondo me, per gli aspetti ch elo hanno fatto rientrare nel genere survival “adrenalinico” (la realtà pesso supera la fantasia…) di cui ora non vorrei parlare (ma ce ne sarebbe da parlare… perché il discorso andrebbe sulla questione del “no limits”, ma tralasciamo un attimo). Dal punto di vista cinematografico/tecnico è senz’altro fatto bene e c’è poesia anche nella regia, che visualizza la poesia di Joe… E’ un bel film al di la di tutto. Però, faccio notare che probabilmente la maggior parte delle persone (anche in Italia) ha visto il film o su schermo o con internet download, ed in tal caso non credo che sia stata vista da tutti la lunga parte “documentaristica” di backstage in cui sono intervistati le tre persone (uniche presenti sul Siula Grande quei giorni…). Io comprai il DVD ovvero la versione home video distribuita in Italia, contenente il film vero e proprio (credo che in sala sia stato proiettato solo quello) + le interviste e le riprese durante la lavorazione del film. Ora la domanda che mi faccio e vi faccio è:
    vedendo quel film senza aver visto il backstage, possiamo dire di avere visto un documentario ?
    Ed avendo anche visto tutto, ovvero il film vero e proprio proiettato in sala e le interviste anche, possiamo dire che tutto quel lavoro è un documentario ?
    Le interviste a Joe che piange sono “vere” ? Od è anche quella una messa in scena ?
    C’è da fidarsi, in termini di riporto di una verità fattuale, di un regista che realizza tutto questo ?
    La mia opinione personale è che si. Qui c’è autenticità, sincerità. Traspare nella parte di ricostruzione “fiction” del film cosa è successo “dentro” al protagonista a cui sono successe “certe” cose. Poi, Joe Simpson è persona molto interessante ma non per quel film, ma per il suo percorso di vita successivo al targico incidente, che un poco traspare da un altro film mezzo fiction/mezzo intervista anche quello, su di lui: “The Beckoning Silence”. Chiudo.
    .
    Compariamo ora con “Everest”:
    I fatti della primavera del 1996 là, sono tragica storia (che si è ripetuta e ripetuta e ripetuta… anche l’anno scorso e quest’anno).
    Jon Krakauer ci scrive inizialmente un libro che vende milioni e milioni di copie nel mondo. Poi molti altri di quelli che quei giorni erano là ci hanno scritto su un libro anche loro dicendo che Krakauer si era invenato robe, etc. Il mito continua ed i libri su queste cose vendono (domandiamoci il perchè).
    Anche Beck Weathers (il texano soppravissuto) ci scrive un libro.
    Anche Anatolij Bukreev ci scrive un libro, e qui lo fa forse per difendersi da quelle che sono state probabilmente calunnie su di lui. Ringrazio allora seriamente Simone Moro per averci ricordato, nel suo commento negativo al film, anche senza averlo visto, che ci sono delle verità fattuali, di quei giorni, che non sono magari nemmeno venute ancora fuori, o che quantomeno il “grande pubblico”, noi, non conosceremo mai e certo non capiamo vedendo questo film. Il mio primo intervento su questo post, inizia dicendo “Simone Moro ha ragione!” e faccine e scherzi a parte, lo penso davvero su questa faccenda. Ho chiuso riportando non a caso alcune parole di Bukreev (scorrelate da quei fatti, forse, certo), ma che mi sembrano il messaggio che io avrei voluto vedere, non dico nemmeno “verità”, ma “almeno” poesia; questa dal cinema, la pretendo.
    .
    Torniamo però alla “sceneggiatura” (nel doppio senso) del film “Everest”. Dov’è la ambiguità che mi da fastidio? Il regista, intervistato, dice di essersi attenuto di base ai libri di Krakauer e Weathers per la ricostruzione dei fatti. Ma non è evidentemente proprio così, viene in qualche modo avallata la versione di Bukreev (forse contenuta nel libro di Beck Weathers?), tant’è che Krakauer si inbufalisce sostenendo che certi fatti riportati nel film non sono mai avvenuti.
    Su Krakauer ci sarebbe anche da dire, perché può piacere o meno, ma è interessante che anche lui, come Simpson, ha incominciato a scrivere, scrivere, scrivere. Perchè ? E’ un tema che a me avvince e che riguarda molte delle persone che ho nominato, ma andrei fuori tema. Chiudo.
    .
    Ma domando tornando al film: se un regista prende una tragedia umana, fatto circostanziato che è avvenuto nella storia, dice di avere fatto una sceneggiatura basata, o supponiamo anche solo ispirata, a dei libri scritti da dei sopravvissuti, poi però modifica a piacimento un pò di robe, romanza un po’ qui , un po’ là,
    che operazione stà facendo ? Sta facendo un docu-film? un docu-drama ? E’ fiction questa ?
    E’ una grande operazione cinematografica costruita scientificamente per fare tanti incassi ?
    .
    Simone Moro, Reinhold Messner, che hanno fatto dei documentari in/sull’alta montagna, hanno messo le mani avanti criticando già solo l’impostazione di questo film, hanno molte ragioni per essere prevenuti sull’operazione! Probabilmente dopo la visione semmai lo vedranno, saranno delusi a dire poco.
    .
    Alberto dici giustamente: “Poi c’è anche quello che se uno ha i soldi, fa arrivare l’elicottero a salvarlo.” E ma questa cosa non è mica da poco e mi ha dato parecchio fastidio; l’elicottero si è “mosso” perchè dagli Stati Uniti qualcuno ha telefonato dicendo “muoviamo mari e monti ma andate a prenderlo e riportatelo vivo!”, ed il salvataggio è stato davvero fatto, forse addirittura con intermediazione governativa, cioè di potere inter-nazionale, potere dei soldi o politico governativo/militare, o tutt’e due le cose, per salvare UNA SOLA persona… Salvataggio “ad personam”! Io non so quanto sia stato romanzata nel film questa sotto-vicenda di Beck Weathers [4]. Comunque sia, invenzione di sceneggiatura o fatto veramente accaduto (la telefonata: “muoversi!”), è messaggio pessimo a noi ignoranti, non c’è alcuna etica critica ad un certo modo di andare in montagna, un modo che è ironicamente proprio il nome della spedizione USA:
    .
    “MOUNTAIN MADNESS”.

    Riferimenti:
    [1] http://www.sportoutdoor24.it/i-film-sulleverest-alternativi-a-everest/?photo=1
    [2] http://www.alessandrogogna.com/wp/2015/05/19/k2/
    [3] https://it.wikipedia.org/wiki/La_morte_sospesa_%28film%29
    [4] http://www.mensjournal.com/adventure/races-sports/after-everest-the-complete-story-of-beck-weathers-20150909

  3. 15
    Alessandro Gogna says:

    Clicca qui sotto per un interessante aggiornamento sulla questione “Everest”
    Un interessante aggiornamento sulla questione “Everest”.

  4. 14

    Questi messaggi ci sono eccome e sono accompagnati da particolari di una veridicità impressionante che mi viene da chiamare ricercatezza. Uno su tutti: l’inquadratura di Hall morente presso la cima Sud con sullo sfondo il Makalu. Fotografia perfetta (per chi lo sa) anche se la scena è ovviamente girata in studio.
    Ma l’arte del cinema sta proprio qui, nel mostrare un concetto, un’idea, una riflessione, con ogni mezzo che la tecnologia offre. L’importante è il risultato finale che qui, secondo me è ottimo.
    Per chi ama la montagna di questi film ce ne dovrebbero essere di più, perché trasmettono dei messaggi veri alla massa. Importanti.
    E’ inutile criticare Everest rimpiangendo i (seppure bellissimi) film dei festival specialistici. Quei film appagano i gusti degli addetti ai lavori e per lo più restano relegati ai festival o a qualche canale televisivo notturno.
    Lo ripeto, Everest è un film bello, ben fatto e che ha il potere di raggiungere chiunque sia dotato di un minimo di sensibilità verso il profondo dell’essere umano. I dialoghi (con anche la “vaccata” del doppiaggio) sono essenziali e comprensibili da chiunque. Quando devi sopravvivere nella bufera è dura per tutti, sia per i postini che per gli intellettuali. Resiste chi è più tosto e ha più culo.
    Anche il non aver esaltato le figure femminili ci sta. La giapponese era una persona mite, poco incline al protagonismo e che inseguiva, ammettendolo, le seven summits, e così è stata dipinta. Anche da Krakauer (che è tutt’altro che un modesto alpinista, basta guardare il suo curriculum) nel suo libro.
    La Pittman nel libro viene descritta come una deficiente e nel film pure. Una che manco si rende conto di essere lì e che sembra avere messo l’appuntamento con l’Everest tra quello col parrucchiere e quello dall’estetista prima di un aperitivo con gente utile al suo lavoro…
    Le altre donne mi sono sembrate si: madri, mogli, ma anche delle persone cazzute come la responsabile del campo base, solo per fare un esempio. A ognuno il suo ruolo senza machismi o cose simili.
    Il fatto di manipolare fatti realmente accaduti romanzandone delle parti rappresenta il sacrificio che la realtà deve fare nei confronti della fiction, perché questo film di fiction si tratta. Non è un documentario, mentre Touching de Void LO E’! Quello che il Sig. Robino chiama backstage è parte fondamentale del film, Simpson e Yates, sono attori protagonisti più di quelli che li impersonano sulla parete. Questo è il mio parere che, se non si fosse capito, è esattamente opposto a quello del tuttologo in passamontagna… (faccina sorridente), da qui il tanto discutere. Ma essere di pareri opposti da il senso dell’esistenza di un dibattito e pure di questo blog, no?
    In definitiva, vista anche la positiva recensione di Gogna al film, seppure con qualche interrogativo che è comunque sua giusta e costante prerogativa (un poco lo conosco), penso che chi lo stronca lo faccia per spirito di bastian contrario e per darsi delle arie, non scherzo, e sono certo che nel tempo, quando di film ne saranno usciti altri, questo lo rimpiangerà. Mi sbaglierò ma per ora la penso così.
    Infine tutto questo dibattere mi sorprende perché sono un antisociale e qui mi sto comportando in modo molto “social”. Mi dico che forse ne vale la pena perché in questo messaggio (che lo si voglia o lo si riesca a vedere) di Everest ci vedo finalmente una giusta causa per la quale si può spendere qualche minuto davanti a ‘sto cazzo di computer.
    Ora però vado a scalare.

  5. 13
    Alberto Benassi says:

    Giorgio, premesso che io non sono un appassionato di cinema , quindi esperienza di cinema poca, però questi messaggi nel film secondo me ci sono. Poi c’è anche quello che se uno ha i soldi, fa arrivare l’elicottero a salvarlo. Vedi il texano. Anche se questa scena secondo me è un pò esagerata. Qui evidentemente Rambo ha lasciato il segno.
    C’è la montagna nel film? Secondo me si. C’è perchè alla fine quella che decide tutto è lei nonostante l’enorme l’assedio , le corde fisse, le scale, le bombole di ossigeno, le iniezioni di Fischer, i collegamenti radio e satellitari. Insomma il top della tecnologia.
    Decide tutto la montagna perchè fino alla fine, fino a che non sei ritornato nella tenda del campo base, ma anche li non è detto (vedi ultimi fatti co la valanga che l’ha colpito) , su una montagna così grande sei suo prigioniero. Sopratutto se poi non rispetti certe regole. E qui le queste regole non sono state rispettate.
    Se lo si vuol vedere questo messaggio secondo me nel film c’è.

  6. 12

    Egregio professore,
    Lavoriamo nello stesso edificio, i casi della vita eh! 🙂
    Magari ne parliamo a voce, se proprio proprio, ma non so.
    scegli tu il linguaggio, algoritmico, o di faccina, magari in semplice Italiano, chissà mai 😉

  7. 11
    Marcello says:

    Be’, almeno ‘stavolta é riuscito a esprimersi senza faccine.

  8. 10

    Egregio Sig. Cominetti,
    buttarla sul personale non è bello.
    Uso il passamontagna in montagna e questo le fa specie ?
    Ho detto le mie impressioni sul film argomentando e facendo dei paragoni con altri film ed alcune riflessioni, a prescindere da quello che ha detto prima o dirà dopo chiunque altra persona al mondo ed in generale non “devo” vedere quello che vedono gli altri. Nemmeno le persone che amo. L’individualismo non le piace ? Pace, ma non vediamo tutti le stesse cose.
    Anch’io quando vedo un film lo “smembro dentro di me per capirlo a fondo”, perchè mi interesso molto di cinema. E la concezione di questo film (i produttori, il regista) non mi ha detto niente se non superficialità, di fatti ed emozioni.
    Lei nel film ci ha visto autenticità e una buona rappresentazione della montagna ?
    Bhe, io non ce l’ho viste queste cose. E non è che se non sono una guida alpina e se non sono stato sull’Everest e se non vivo in montagna (ed addirittura se non sono un alpinista), allora non posso dire la mia di questo film.
    Di Holliwood poi, non me ne importa proprio nulla.
    .
    Ciao Alberto,
    ma certo che questo fim non è Cliffhanger! E lo sapevamo prima di andarlo a vedere; io mi ero letto le recensioni di un pò di critica e certo l’articolo di Alessandro qui. Ma sei sicuro che in questo film messaggio passi il messaggio che la montagna non può e non deve essere commercializzata ? Secondo me no.

  9. 9
    Alberto Benassi says:

    avevo forti dubbi se andare oppure no. La mia paura era quella di rivedere una assurda americanata come fu Cliffhanger, pieno di cazzate fatte solo per impressionare il pubblico inesperto di cose alpinistiche. Eppure c’erano alpinisti, guide.

    Invece sono andato e posso dire che il film è un buon film di montagna che merita essere visto. I messaggi che la montagna non può e non deve essere commercializzata, che quando sei lassù i soldi pagati, anche se tanti, non bastano per tornare vivi, passano.

  10. 8

    Egregio Sig. Robino, forse le è andato il passamontagna sugli occhi, ma per vedere certe cose bisogna osservarle a occhi -e mente- aperti. Io non so cosa lei faccia nella vita ma io faccio la guida da 31 anni e sono un alpinista con ancora tanta passione (lo chieda a Sandro!) e l’immagine di purezza dei monti l’ho persa a 19 anni perché mi sono guardato intorno. Con questo ho continuato a salire (e scendere) dai monti e lo faccio ancora. Ho guidato alpinisti sulle più difficili cime del pianeta (alcune all’Everest ci pisciano sopra, mi creda) e continuo a farlo, quindi mi permetto di fare certe osservazioni in base alla mia esperienza in montagna che non sarà chissà cosa ma forse è un po’ più di quella che ha lei. Ho anche lavorato nel cinema (quello di Hollywood, che sarà pure una cagata ma per certi versi non lo è tanto) e quando vado a vedere un film di solito lo smembro dentro di me per capirlo a fondo. Non lascio nessuna cosa a metà.
    Vivo in un maso isolato tra le montagne perché le amo e sono la mia vita. Le basta?
    Quindi prima di salire sulla cattedra (ora mi ci sono messo io, perché parlo di alpinismo) del tuttologo sposti il passamontagna dagli occhi e si guardi meglio intorno. Vedrà anche quello che vedono gli altri. Quelli che salgono per professione o per diletto le montagne, quelli che le leggono sui libri, quelli che le sognano e quelli che vanno a vederle al cinema.

    La saluto.

    PS. quelle faccine gialle tanto care a lei che mette dappertutto non so come si fanno…mi basta quella che ho, e i berretti mi fanno prudere la testa.

  11. 7

    Urca! mo il filmuccio è diventato quasi un documentario? vabbuò 🙂
    Speravo che le guide alpine considerassero (tutte) le montagne come giardino di purezza (bum!)

  12. 6

    Finalmente un commento ben circostanziato (in tutti i sensi), quello di Bellò, che sull’Everest c’è stato.
    Quindi il film, secondo me, è promosso a tutto campo perché mostra in maniera tutt’altro che leggera le problematiche vere che insorgono durante una spedizione con queste caratteristiche.
    Chi magari va in montagna ogni tanto e predica purezza e idealismo, non sa bene cosa succeda in certe situazioni e quindi fa dei commenti, magari sinceri, ma tutt’altro che competenti.
    Ho visto il film a Cortina e in sala c’erano più alpinitsi e guide che altri spettatori e tutti uscendo abbiamo concordato sull’autenticità del film.
    Sinceramente non capisco chi ci si accanisce contro. Secondo me è una posa (bum!).
    Finché l’alpinismo verrà considerato un giardino di purezza senza peccati praticato da persone perfette, non andremo lontano e ascolteremo opinioni volatili prive di senso pratico e di esperienza di vita. E non mi sembra poco!

  13. 5
    Tarcisio Bellò says:

    Recensione “ EVEREST ” di Baltasar Kormakùr
    Ho visto il film EVEREST e devo dire che mi è piaciuto, mi è parso ben fatto sia nelle scene, nell’ambientazione e nei paesaggi, sia nel trasmettere la difficoltà e le problematiche della scalata, sia sotto il profilo umano nel rapporto a volte spigoloso fra cliente (Beck …che paga e pretende) e la guida, Rob Hall, che in altri momenti invece incoraggia e mostra comprensione verso il sogno dei clienti di scalare l’Everest.
    Il dialogo telefonico fra Rob, morente, e la moglie incinta che da casa lo incita e alla fine ne raccoglie le ultime parole mi è parso molto umano e molto toccante.
    Non sono cinefilo e tantomeno appassionato di film di montagna perché finora non avevo mai visto una ‘fiction’ di scalata…degna di poter essere vista anche da un occhio diciamo ‘esperto’.
    Eppure secondo me ”EVEREST” di Baltazar Kormakur è ben costruito e decisamente verosimile nel rispetto degli avvenimenti accaduti nel 1996 e narrati da Jon Krakauer in Aria sottile, best seller internazionale.
    Non sono affatto d’accordo con le recensioni che lo stroncano e dicono che sia ‘bello ma senz’anima’… l’anima c’è… ovvero è il desiderio di fare qualcosa ritenuto dai più… un’impresa molto pericolosa e molto difficile, se non quasi impossibile.
    E’ troppo poco?
    Qualche critico l’ha definito un’Anabasi… un’avventura per l’annichilimento…
    Conoscendo bene sia Anabasi di Xenofonte che Anabasi di Alessandro credo il parallelo sia azzeccato…
    nel primo caso 10.000 uomini seguirono Ciro per attaccare Artaserse. Con la morte di Ciro si ritrovarono soli in territorio ostile e perirono in molti durante il loro periglioso rientro;
    nel secondo caso molte migliaia di soldati marciarono assieme ad Alessandro in un’avventura senza fine e praticamente verso l’ignoto.
    Che differenza c’è fra i soldati dell’antichità speranzosi di un futuro migliore per delle conquiste certamente pericolose se non mortali e i clienti di Rob Hall che si sono affidati a lui come a un eroe antico?
    Non è sufficiente questa motivazione?
    Il raggiungimento del punto più alto della terra non basta a giustificare e comprendere che il tentativo di affrontare l’Everest sia una meta non solo fisicamente e geograficamente altissima ma anche un simbolo universale riconosciuto in tutto il mondo?
    Uno dei recensori che ha stroncato il film si è definito un tipo da spiaggia non competente… direi che forse poteva permettersi di dare un giudizio artistico ma non di ambito motivazionale alpinistico… perché credo proprio che per lui non vi sia alcun significato a scalare le montagne, mettere a rischio la propria vita per un ideale, magari inutile ma certamente umano.
    Ecco cosa ho scritto poco tempo sul perché arrampico:
    ”Le montagne ripide offrono ancora un terreno di impegno soggettivo, un luogo ‘alto’ di esercizio per il corpo e nel contempo di sfida per l’anima. Chi scala pareti dimostra alla collettività che l’idea del difficile se non dell’impossibile è invece spesso realizzabile, sull’esempio dei campioni dello sport e di tutti gli ambiti dove l’idealità ottiene risultati di valore universale. Compresane la forza, può aggregare anche l’impegno sociale e umano per aiutare il prossimo e contribuire a un mondo migliore”.
    Sulle critiche di ambito tecnico al film… posso dire la mia perché ne ho una certa conoscenza:
    – Gli errori di gestione degli scalatori e della scalata sono emersi molto chiaramente, scarsa esperienza di alcuni, abuso di farmaci e stimolanti di altri, vari problemi organizzativi, ritardo nel raggiungimento della vetta ecc.. chi dice il contrario deve riguardarsi il film!!!
    – Il ruolo di Rob Hall la guida, capo dell’agenzia Adventure Consultant, che ha promesso buone chance di raggiungere la vetta dell’Everest – senza nascondere le difficoltà sottovalutate dagli inesperti clienti – il suo ruolo dicevamo è assolutamente chiaro e molto equilibrato. Rob è stato descritto certamente come un uomo buono, magari un po’ troppo, ma senza passare per fesso, e il suo impegno totale fino al suo estremo sacrificio per aiutare un cliente-amico a realizzare il suo sogno.
    – Anatoly Bukhreev il russo granitico dell’agenzia concorrente Mountain Madness è apparso come una vera forza della natura (forse più di quanto detto nel libro di Krakauer e possa anche esser stato in realtà) e certamente ne è stata onorata la sua memoria.
    – Scott Fisher capo dell’agenzia Mountain Madness che nonostante l’affaticamento per il lavoro svolto in quota ritorna ai campi alti per accompagnare gli scalatori (aiutandosi con punture di cortisone e forse anche stimolanti… una pratica sempre più diffusa e una vera pazzia) ma alla fine paga lo scotto morendo di sfinimento o probabilmente di edema cerebrale e tutta la vicenda appare chiara e ben spiegata.
    Se poi vogliamo sottilizzare sulle motivazioni dell’infinita serie di errori avrei molto da dire soprattutto nei confronti di Jon Krakauer, buon scrittore ma grande mistificare di fatti e persone… che ha usato tutto e tutti per il suo successo personale e soprattutto, pur essendo un discreto alpinista (ha tentato anche la nord del l’Eiger), non è stato affatto obiettivo sulla realtà vissuta, anche qui però bisogna considerare che con 30% di ossigeno disponibile per il cervello è onestamente difficile avere una percezione esatta degli eventi.
    Dicevo che secondo me i vari attori sono parsi degli interpreti molto bravi considerando le condizioni ambientali delle riprese.
    Il film anche se è stato girato su montagne relativamente basse (all’Everest sarebbe stato impossibile) il solo fatto di registrare delle scene in ambiente aperto, di montagna, innevato e freddo, certamente non confortevole come può essere invece un set cinematografico e come avviene per la maggioranza dei film, rende certamente merito agli attori.
    Chi non mi crede salga a 2000 metri di quota e dopo mezzora fermo in mezzo alla neve mi dica se con il freddo ai piedi e alle mani riesce a recitare agevolmente una parte imparata a memoria… da provare… se escono tre parole in fila sono tante!!!
    Tutti boni parlare con il culo al caldo!!!
    Basta mi pare sufficiente, un grandissimo applauso al regista Baltazar Kormakur e a tutti gli attori di questo splendido film d’alta quota.
    Finalmente ho visto un film di montagna ben fatto… da parte mia consiglio certamente di andare a vederlo.
    Tarcisio Bellò, da facebook, 30 settembre alle ore 23:08

  14. 4

    Troppo comodo separare documentario da fiction qui, cioè in un film che parla specificamente di fatti accaduti a certe persone, in un certo giorno di un certo anno, in un certo posto, ad una certa quota. Trovo in generale detestabile il romanzare fatti storici (tragedie umane) avvenuti nella realtà, per compiacere il grande pubblico e quindi tirar su palanche a milionate, con dispaccio di buone sensazioni per tutti.
    Touching the Void è un documentario in cui appaiono i veri protagonisti ?
    No, semmai lo è il backstage di Touching the Void, dove Joe Simpson parla e piange, dove Simon Yates parla con gli occhi nel vuoto.
    Un esempio di “fiction” sulla montagna, invece, per esempio, per me è l’episodio “la tormenta” nel film Dreams di Akira Kurosawa.

  15. 3
    Marcello says:

    Visto! Considerando che non si tratta di un documentario ma di fiction pura, mi è parso di ottima qualità. Ogni film analizzato alla Robino può servire a riempire pagine di considerazioni di ogni genere, ma restando nell’orbita delle sensazioni che il film rilascia, a me è piaciuto. Sono genovese anche io e non saprei dire in quale versione l’ho visto. Probabilmente in quella 2D mono, come un LP dei Beatles…
    Opinione strettamente personale: Brashears lo conosco bene, ci ho lavorato insieme e posso dire che è un pignolo cagacazzi come nessuno al mondo e ritrovare in Everest (secondo lui è l’unica montagna al mondo) la sua indiscutibile mano, mi ha fatto piacere.
    Grande merito a David!
    Al di là delle storie Usa/Urss, leggi Krakauer/Bukreev, visto che si tratta di fiction ispirata da una storia vera, mentre Touching the Void è un documentario in cui appaiono i veri protagonisti, ho apprezzato che questo è un film che soddisfa sia gli alpinisti che il pubblico generico.
    Era successo con 5 giorni un estate di Zinnemann e con pochissimi altri, che io ricordi.
    Eppoi lo credo che Krakauer s’é incazzato. Primo perché non sembra americano, secondo perché lo sembra solo quando si rifiuta di uscire dalla tenda per aiutare gli altri. Daggheeeee

  16. 2

    “Simone Moro ha ragione!” 🙂
    .
    Un po’ lo dico scherzosamente, un po’ lo dico seriamente; vado a spiegare a breve il perché, ma prima una sintesi:
    E per me il film è … lasciatemi trovare un termine che non sia torpiloquio… diciamo :“inutile”!
    non passa la soglia dell’oblio della mia memoria a lungo termine.
    .
    Non c’è analisi psicologica ed approfondimento alcuno delle famose “motivazioni”, dico io.
    Ma non c’è nemmeno la montagna! Dice un amico con me in sala, parafrasando Reinhold Messner, senza saperlo.
    Già, la montagna (LA MONTAGNA), dov’era nel film ?
    Forse in qualche squarcio dove non c’era l’uomo ma solo la natura, le montagne lontane appunto, anche se devo ammettere che la fotografia nel film è decisamente bella, ma solo nelle pause panoramiche, cartoline buttate lì per far respirare lo spettatore.
    .
    Una quisquilia tecnica, intanto: ho visto il film a Genova, dove il film è disponibile in addirittura 3 modalità diverse: 1. Quella da poveri (2D, con audio stereofonico, roba antidiluviana che piace a “noi”), 2. quella stereoscopica o 3D che dir si voglia (per l’amor del cielo, giammai!) e 3. quella ISENS [1] Eh?! Senza saperlo sono incappato in questa ultima diavoleria, è quella che implica tremolio della seggiola e rumori a bassa frequenza che hanno dato fastidio anche a me. Poi il film l’ho visto doppiato in Italiano, quindi io le “vaccate del doppiaggio” me le sono sorbite! Non è giusto 🙂
    .
    Scherzi a parte, sapete cosa mi ha colpito in tutta sta intricata faccenda che riguarda cosa sia davvero successo sull’Everest nel Maggio 1996 ?
    E tra l’altro io non c’ho capito bene tra la versione di Jon Krakauer (nel libro “Aria Sottile”) e quella successiva di Anatolij Bukreev (e Krakauer-oppositori)! Quello che mi ha colpito è la figura del grande alpinista (da quel poco che so leggendo la sua biografia), Anatolij Bukreev. Ora, nel film in questione lui è dipinto come un “robot sovietico”, che parla poco, fancula tutti, va bene, ma poi è lui che salva un bel po’ di “Americani”. E per la cronaca, proprio settimana scorsa Jon Krakauer se ne è venuto fuori indiavolato perché secondo lui la versione cinematografica mistifica alcuni fatti [2]: lui sostiene che non é vero che l’alpinista Bukreev, in quella maledetta discesa, abbia mai chiesto aiuto andando a chiamarlo in tenda, cosa che invece viene fatta vedere nel film. Sembrano cose da poco a vederle noialtri dopo tanti anni, e perché Krakauer dopo tanti anni dovrebbe dire una bugia ? Per creare un po’ di ulteriore attenzione su di lui ed il film ? Può darsi… ad ogni modo Krakauer definisce il film: “total bull”, che è un po’ la definizione fantozziana del film “La corazzata potemkin” 🙂 No, in realtà non c’è niente da ridere. Che gran casino venire a capo della verità di questa vicenda! E peraltro ricordo che ogni anno si ripetono disastri simili, vedi cosa è successo sull’Everest anche l’anno scorso.
    .
    Ritorno a quanto dice Simone Moro:
    “Mi spiace che Anatolij [Bukreev] non abbia più voce oggi ed io non posso essere la sua anche se ho provato a raccontare di lui in Cometa sull’Annapurna. Il libro che lui ha scritto, Everest 1996 – cronaca di un salvataggio impossibile (CDA, Torino, 1998 tradotto dall’edizione originale The Climb, 1997, NdR) rimane letto da pochissimi e la sua storia personale quasi sconosciuta.”
    .
    In effetti sapete qual’è il merito di questo film “Everest” ?
    Quella di avermi fatto riflettere sulla vicenda umana di Anatolij Bukreev, la storia emblematica della sua vita… emblematica per la questione geopolitica (vogliamo chiamarla coscienza collettiva?) e quella personale (vogliamo chiamarla coscienza individuale?). Ecco cosa bisognerebbe fare: un film che parli di quest’uomo (ma magari l’hanno già fatto ed io come al solito ignorante, non lo so?).
    .
    E’ comunque significativo che Simone Moro sia amico di Denis Urubko e lo sia stato di Anatolij Bukreev… e lo dico come apprezzamento, onde evitare di essere frainteso. Ma volete ridere ? Sempre a proposito di Moro, sapete qual’è la sequenza più “poetica” del film (lo dico per davvero e non ironizzo) ?
    E’ la specie di veloce piano sequenza che visualizza l’elicottero che trasporta il texano salvato, andare via scomparendo a valle. Intendo i pochi fotogrammi che ritraggono l’oggettino in alto nel cielo. E di nuovo: sapete qual’è la scena tecnicamente più “fatta bene” e probabilmente incasinata da realizzare ? Non certo una scena alpinistica (queste a me sono sembrate un pò fiction), no! e’ l’atterraggio dell’elicottero al campo in quota impossibile per rarefazione! E la discesa del mezzo a capofitto. Dal punto di vista realizzativo secondo me sono scene realizzate dal vero (oddio, non tutte).
    .
    Quindi, ti invito, Simone, a vederlo il film! Ti piacerà almeno per quanto sopra 🙂
    E mi piacerebbe leggere tuo commento qui su questo blog, ma DOPO averlo visto il film!
    .
    Ci sarebbero tante cosette da dire sul film: per esempio fare un paragone con il film “La morte sospesa” sulla vicenda capitata a Joe Simpson. Ci sarebbe da dire del perché hanno successo le questioni “adrenaliniche” e tutto il genre “survival”. Ma Joe Simpson è una persona che a me piace molto quindi vorrei parlarne con calma in futuro, parlarne in occasione di questo film sarebbe sprecato.
    .
    Cosetta curiosa: l’attore Jake Gyllenhaal, che interpreta la parte di Scott Fisher, è l’attore del mio film preferito in assoluto (?!) “Donnie Darko” (che non c’entra niente con la montagna, ma c’entra con la questione della via di ogni essere umano…). Mi direte chisseneimporta! Però si: c’è una curiosa assonanza, solo blandamente accennata nel film, tra il personaggio che rappresenta l’attore, cioè Scott Fischer ed il protagonista del fim “Donnie Darko”. E cioè entrambi seguono un destino personale infausto, e che in qualche modo salva gli altri. Io credo che Gyllenhaal abbia accettato di fare questo film per questo motivo, ma forse la mia è solo una romantica forzatura. Buffo. Tant’è il tema è ripreso da Alessandro Gogna quando dice:
    “Lo è invece quella domanda di fondo, strisciante, sul perché di tutto questo. Il fascino di una domanda cui non si può risponder se non la si prova. Forse la ricerca affannosa e pervicace del proprio destino. Fino alle estreme conseguenze.”
    .
    Un po’ di polemica su quanto dice il regista Baltasar Kormákur, la devo fare, Lui dice:
    “All’osservazione che Messner lo abbia criticato ribatte: “E non aveva neanche visto il film! Dice che non è reale, ma qual è il punto? Alfonso Cuaron è forse andato nello spazio per girare Gravity?”
    No un attimo, ragazzo! il film Gravity di Alfonso Cuaron è un filmetto risibile per moltissimi motivi “simbolici”, ora non la sto qui a menare, ma non è un caso che la astronauta Samatha Cristoforetti si è presa il tempo dalla stazione orbitale dove era lei davvero viveva, di smontare tecnicamente una ad una le assurdità gravitazionali di Gravity, elencandole in 16 punti e due lunghi post di suo blog spaziale (io ne avevo viste alcune ma non tutte le 16 ma … non sono uncosmonauta 🙂
    Quello che voglio dire è che, traslando all’alpinismo, secondo me il realismo lo puoi fare se giri le scene di azione “dal vero”, ed i dialoghi devono essere amenità gergali che si dicono gli alpinisti, per esempio; ma questo può essere un mio pallino, lo ammetto.
    .
    Ci sarebbe da dire due parole sulla figura della donna, che è annientata al solo ruolo materno. Se ci si pensa le donne qui o sono mogli-madri-dei-propri-figli, o niente; le due alpiniste che moriranno non sono nemmeno minimamente caratterizzate, a parte la motivazione della giaponese… Ma il discorso psicoanalitico da quattro soldi mi porterebbe lontano. La scena della telefonata “in fin di vita” può ricordare però vicenda nostrana italiana, è probabilmente davvero successa ed è impietosa. non è peraltro girata male. Poteva essere peggio. Lo ammetto. Ho apprezzato.
    .
    Va bhè … (cioè: va male), vorrei chiudere dicendovi una roba: sapete che mi è venuta voglia di vedere “High tension” ?!
    Simone, ce lo liberalizzi sul web ? Che sennò non so come vederlo!
    .
    Penultima cosa: sapete quanto è costato sto film ?
    65 milioni di dollari! No, forse non avete capito bene, fermatevi un istante: SESSANTACINQUE MILIONI DI DOLLARI.
    Quante cose si possono fare con 65 milioni di dollari (a parte afre un film così’) ?
    Non dico altro. E sembra che il budget sia già stao coperto dalle sole visioni in USA!
    Ed io che ho pure contribuito, pagando il biglietto! Furbo io! 🙂
    .
    Ma no, vorrei chiudere con un poco di poesia, posso ? Vorrei chiudere con una citazione che mi pare saggia:
    .
    “Le grandi montagne sono un mondo completamente a parte: neve, ghiaccio, roccia, cielo, aria sottile. Queste cose non puoi conquistarle, puoi solo elevarti alla loro altezza per poco tempo e in cambio esse ti chiedono molto. La tua lotta non é contro un nemico o un concorrente, come nello sport, ma con te stesso, con la tua debolezza e la tua inadeguatezza. Questa é la lotta che mi attrae ed é, per questo che sono diventato un alpinista. Ogni montagna é diversa dalle altre, ognuna é una vita differente che hai vissuto. Arrivi in cima dopo aver rinunciato a tutto quello che credevi necessario alla sopravvivenza ti trovi solo con la tua anima. In quel vuoto puoi riesaminare, in un’ottica diversa, te stesso e tutti i rapporti e gli oggetti che fanno parte del mondo normale”
    Anatolij Bukreev [3].

    Riferimenti:
    [1] http://www.ucicinemas.it/generic/isens.php
    [2] http://www.hollywoodreporter.com/news/jon-krakauer-blasts-everest-as-827322?facebook_20150925
    [3] http://www.alpinia.net/editoria/recensioni/rec_scheda.php?id=313

  17. 1
    Gilberto Grassi says:

    Ciao a tutti,
    oggi pomeriggio ho visto “Everest” al cinema Ducale: solo quattro spettatori!!! Ma era il primo spettacolo.
    Il mio giudizio.
    Non è così catastrofico come lo ha espresso Messner, ma neppure… lo assolvo completamente.
    Intanto ho apprezzato la fotografia, anche se è stato realizzato un po’ in Himalaya e un po’ in Val Senales per ovvie ragioni perchè è una ricostruzione di un incidente accaduto una ventina di anni fa sull’Everest, non mi è parso sia stato fatto su una pista da sci come ha ferocemente criticato Messner, ma più volte mi sono distratto per cercare di riconoscere il profilo delle montagne dell’Alto Adige che conosco benissimo (Similaun, Bellavista ecc. ecc.). Ho apprezzato alcuni effetti speciali come il temporale.
    Alcuni pensano che sia un “polpettone”. Direi piuttosto che è un “polpettino” nel senso che si vede chiaramente che è un film destinato ad un pubblico avvezzo al catastrofismo (oggi si usa così). A noi piace molto meno. Ah! i film del Festival di Trento come “Beyond the edge”, “High and hallowed: Everest 1963” (entrambi presentati nel 2014) oppure “The summit – K2” del 2013, questi sì che sono film che piacciono a noi!!! anche se son ricostruzioni, e che ricostruzioni, utilizzano dei filmati d’epoca tanto che a fatica si riconosce il punto dove termina il filmato recente e dove incomincia il filmato storico.
    Devo dire che a chi non piace il genere dallo “strappa lacrime” questo film non va bene, ma c’è una cosa da dire e qui vado giù molto duro.
    Le musiche sono passabili, ma non tanto. Mi chiedo perchè bisogna esagerare con i rumori assai fastidiosi degli effetti speciali. Rintronano il cervello dello spettatore e alla fine lo stancano. Deve essere la prassi di oggi: se non ci sono questi rumori assordanti il pubblico non va a vedere i film. E’ una cosa che non riesco ad accettare, pazienza.
    Ma c’è un’ultima cosa da dire riguardo la conclusione del film: il roccambolesco soccorso con un traballante elicottero in alta quota. Mi è sembrato di vedere una scena degna di Rambo, proprio una cattiva impressione. Quando penso al film sempre presentato a Trento nel 2014 “Hight tension” con Simone Moro elicotterista che soccorre uno degli Sherpa che lo ha lapidato poco prima, allora sì che mi vengono gli occhi lucidi, ma di meraviglia.
    Rimane solo da dire che forse questo film servirà al pubblico, che non conosce la Montagna con tutte le sue problematiche, ad accorgersi che esiste anche un cinema di montagna degno di essere visto, come quello che si propone nei Festival specializzati. Speriamo.

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