Liguria, non solo mare

Liguria, non solo mare
(pubblicato su Meridiani n. 157, aprile 2007)

Lettura: spessore-weight(1), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Che i liguri siano un popolo “terrestre”, ben più legato alla terra e agli orti che al mare e alla pesca, non dovrebbe apparire così strano: è sufficiente conoscere un po’ la loro cucina e le loro abitudini. In questo senso è anche istruttivo considerare quanti iscritti al CAI contino Genova e la sua regione, specialmente in rapporto percentuale ad altre città più titolate per numero di appassionati di montagna, come Torino o Milano.

Già dai primi del ‘900 Genova ha sempre vantato una tradizione alpinistica, supportata da un consistente nucleo di appassionati di gite ed escursioni. Dopo la seconda guerra poi, anche lo sci è diventato uno degli sport più praticati.

E dire che per «andare in Apuane», le Alpi più vicine, ci si doveva sobbarcare a quei tempi un viaggio estenuante; e per le Marittime erano necessari due o tre cambi di treno e quindi un ultimo tratto in «corriera».

Manolo sul Diedro Rosso di Monte Cucco, Finale, 12 dicembre 1980

Non dovrebbe stupire dunque sapere che già nel 1962 fu pubblicata la prima guida di arrampicata, quella Palestre di arrampicamento genovesi, di Euro Montagna, che con precisione certosina censiva e descriveva ben 25 località dove si poteva arrampicare non distante da casa.

Allora questo genere di attività su piccole strutture, massi o montagne di non grande levatura era ancora legato al concetto di un’arrampicata non fine a se stessa bensì subordinata all’allenamento per le grandi cime alpine. Montagna però descrisse con uguale amore e molta modernità sia i versanti dirupati di dislivello già consistente, come ad esempio i monti Penna, Maggiorasca, Ajona, Tregin o ancora le Rocche del Reopasso e i Torrioni del Castello della Pietra (entrambi costituiti di conglomerato), sia i massi isolati e le piccole strutture, come il Campaniletto di Sestri, la Pietragrande, il Roccione di Cravasco e tanti altri; perfino venivano riportati gli itinerari di una scogliera, la prima ad essere utilizzata, le Lastre di Riva Trigoso. Ma la “palestra” regina era la Pietralunga (chiamata anche Bajarda o Bajardetta), mezz’ora di cammino da Acquasanta, facilmente raggiungibile da Genova anche in treno. Sulla sua roccia di serpentino erano stati aperti gli itinerari più belli e difficili, lì c’era la massima concentrazione al weekend, lì si svolgevano i corsi di alpinismo della Sezione Ligure del CAI.

La copertina di Meridiani n. 157, aprile 2007

Purtroppo alcune di queste strutture sono oggi “estinte”. La Rocca dei Banditi, due risalti sovrapposti di gneiss poco sopra l’abitato di Pegli, è stata letteralmente mangiata da una cava negli anni ’70: stessa sorte è capitata al Campaniletto di Sestri, un torrione calcareo di una quindicina di metri che per la sua forma pencolante era chiamato in dialetto Pria Meuia (Pietra Matura).

Al riguardo delle altre province, anche gli spezzini non avevano perso tempo sul calcareo promontorio del Muzzerone, Portovenere) mentre i savonesi già dal 1928, con V. Venturino e G. Franconi avevano aperto una via di IV grado sulla quarzitica Rocca dell’Aja, vicino a Loano.

Fino all’anno 1968 dunque questi siti erano il “capitale” arrampicatorio dei rocciatori liguri: la quantità di roccia a disposizione non era poca, ed era di ogni qualità, dal conglomerato al serpentino, dallo gneiss alle rocce verdi, dalla quarzite fino al calcare, escluso il granito però.

Alessandro Grillo assicurato da Mauro Oddone sulla traversata di Capo Noli, In Sciö Bölesömme, 4 novembre 1979

Ma la roccia a volte non ideale, le brevi lunghezze di corda, le difficoltà discontinue e la scarsa esposizione al vuoto facevano sentire la mancanza, in Liguria, di qualcosa di più completo. Solo le lontane guglie della Grigna, sopra Lecco, offrivano un campo di allenamento ideale, ma non si poteva certo andarci tutte le domeniche, perché il viaggio era scomodo e costoso. Col trascorrere degli anni e col progredire della rete stradale e il diffondersi dell’auto, la Grigna era divenuta più familiare ma c’era pur sempre di mezzo la nebbia e qualche volta la neve che nei mesi invernali ostacolava non poco i programmi stabiliti.

Nel 1965 finalmente i genovesi esploravano sistematicamente la Rocca dell’Aia, introducendo anche l’uso dei moderni mezzi artificiali; una palestra che si differenziava totalmente dalle altre a portata di mano e che per aspetto architettonico e tecnica di salita ricordava i torrioni della Grigna.

Nel 1968 venne terminata la costruzione dell’Autostrada dei Fiori, tra Savona e Ventimiglia. E fu così che Gian Luigi ed Eugenio Vaccari con Roberto Titomanlio, un giorno le videro: le rocce del Finalese. Sembrava avessero trovato il loro Eldorado.

Filippo Gallizia sulla via Ossi di Seppia, Parete Striata, Muzzerone, 25 marzo 2006

Già nello stesso anno aprirono le prime vie. Terreno oltremodo vario, natura selvaggia, vegetazione a basso fusto, oliveti, paesi arroccati sui monti. Durante le scalate non pochi furono i reperti archeologici rinvenuti nelle numerose caverne. Un mondo nuovo che incuriosiva ben oltre l’aspetto esclusivamente alpinistico. Ai fratelli Vaccari si affiancarono ben presto Gianni Calcagno e Alessandro Grillo, i quali iniziarono una campagna pluriennale senza sosta.

Nel 1975 uscì la prima guida di arrampicata, La Pietra del Finale, a cura di Calcagno, Grillo e Vittorio Simonetti, con un’ottantina di vie di difficoltà dal IV al VI grado, la maggior parte di V grado, con uno sviluppo dai cento a un massimo di quasi trecento metri. Erano stati infissi centinaia di chiodi, lasciando la maggior parte delle vie ottimamente attrezzate. «Ripuliti» chilometri di sentiero invasi dalla vegetazione per agevolare il raggiungimento degli attacchi e le discese.

Filippo Gallizia all’uscita della via Ossi di Seppia, in corrispondenza di una vecchia cava, 25 marzo 2006

In effetti la grande piattaforma di calcare organogeno (una decina di chilometri quadrati) che va sotto il nome ormai famoso di «Pietra del Finale», si presta magnificamente a questa attività sportiva così inconsueta e quasi in riva al mare. E queste sue caratteristiche furono responsabili del grande successo che ebbe anche presso gli arrampicatori prima piemontesi e lombardi, poi italiani ed europei.

Gli anni ’80 videro il boom di scalate e scalatori. Alpinismo e free climbing stavano cedendo parzialmente il passo al nuovo miraggio dell’arrampicata sportiva, la filosofia parzialmente alpinistica del “Nuovo Mattino” subiva l’incalzo della straripante voglia di sport e di arrampicata sicura. Gli itinerari cominciarono ad essere aperti dall’alto e soprattutto ad essere attrezzati con chiodi speciali, quelli che necessitano di un buco praticato con il perforatore per essere infissi. Gli itinerari così divennero alcune migliaia.

Il numero dei frequentatori era tale che perfino la disattenta amministrazione comunale alla fine si accorse del fenomeno: che invece era ben noto e gradito ai commercianti, ai proprietari di stanze, ai ristoranti. Iniziarono perfino l’attività alcuni esercizi turistici ideati e allocati a misura degli arrampicatori. E questi si affollavano nel Finalese indipendentemente dalle stagioni: d’inverno al sole, d’estate all’ombra. Poi negli anni ’90 il fenomeno decrebbe un poco, causa soprattutto la chiodatura di centinaia di strutture rocciose in tutta Europa.

E nel nuovo secolo? Niente si è fermato. Nuovi siti sono continuamente scoperti e valorizzati, principalmente nell’imperiese Valle Argentina (Triora, Verdeggia) o ancor più nei pressi di Albenga (Castelbianco con la sua Rocca Rossa, ma anche tanti altri in valle Pennavaire). Girando per la valle Varatella e salendo verso il paese di Bardineto, nei pressi delle famose Grotte di Toirano, non è difficile immaginare che quest’altro angolo della Liguria potrebbe diventare uno dei più importanti siti di arrampicata, per quantità e qualità di vie. Una grande alternativa a Finale. Attualmente, è stato dato il permesso di arrampicare in una piccola porzione di territorio, che corrisponde grosso modo al lato destro, salendo, della valletta che parte dal piazzale delle grotte.

Muzzerone e Isola Palmaria. Foto: Gianni Pasinetti

Il periodo migliore va da settembre a maggio. Toirano è il classico sito dove si può arrampicare anche nei mesi più freddi. Il microclima è particolarmente caldo e la vegetazione ricorda alcuni angoli della Spagna mediterranea. In progetto vi sono molte lunghezze da attrezzare, anche per i mesi più caldi.

Il lato sinistro, dietro la spettacolare struttura del Velo, vietata anch’essa, nasconde molte altre falesie strapiombanti, a buchi e a tacche, che potrebbero offrire decine di mono e bi-tiri di grande interesse.

Se il comportamento degli arrampicatori sarà adeguato, è auspicabile che in futuro, nel pieno rispetto della natura, si troverà un accordo con le amministrazioni locali per scalare su queste bellissime falesie. Il comune di Toirano sembra interessato a sviluppare e speriamo a sovvenzionare concretamente la pratica dell’arrampicata.

Negli anni ‘70, a Finale, si litigava per togliere una discarica fumante e puzzolente allocata proprio sotto il Monte Cucco, una delle falesie più frequentate… Ora, a dimostrazione del salto culturale e dell’indotto che l’arrampicata e l’escursionismo hanno portato nei mesi morti invernali, campeggia, addirittura sull’autostrada, un cartello turistico che indica le falesie di Toirano.

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Liguria, non solo mare ultima modifica: 2018-08-17T05:23:05+01:00 da GognaBlog

1 commento su “Liguria, non solo mare”

  1. 1
    Alberto Benassi says:

    OSSI DI SEPPIA  sulla parete Striate del Muzzerone, un via di Sandro Trentarossi con il quale ho avuto la fortuna di scalare sulle pareti del monte Procinto.

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