L’impegno di arrampicare

Intro (da Scandere 1980)
di Pietro Crivellaro

L’«articolo» di Ernesto Lomasti sfugge a qualunque genere della letteratura alpinistica, perché in realtà non è un articolo. È la fedele trascrizione di una specie di diario parlato, inciso dall’autore con la sua voce, come colonna sonora a commento di una proiezione di diapositive con cui illustrava la sua attività di alpinista solitario.
Leggiamo queste pagine da una parte con l’emozione di chi ascolta il drammatico racconto di scalate estremamente difficili e rischiose, e dall’altra con il pudore di chi ascolta una confessione privata. Per questo pubblicare la testimonianza di Lomasti potrebbe considerarsi un’operazione sconveniente, la sua lettura come un’inopportuna violazione del segreto di chi è morto, custodito dal muto e impietrito affetto dei familiari e degli amici.
Ma è proprio la presenza inquietante della morte che accende una corrente di fraterna solidarietà con la figura di Ernesto (la sua memoria, la sua anima?), ci fa partecipi della comune passione per la montagna, ci induce a meditare sul versante più umano dell’alpinismo.
E non sarà una meditazione torbida e nichilista perché la storia di Lomasti è franca, coerente e serena. Una storia sincera anche a costo di qualche ingenuità, attraversata da una volontà ostinata e dal coraggio di chi affronta con la stessa decisione una scalata estrema, come le dure prove della vita.

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort**, disimpegno-entertainment***

Ernesto Lomasti

L’impegno di arrampicare
(all’ombra del Piccolo Màngart)
di Ernesto Lomasti
(pubblicato su Scandere 1980)

Amici, parenti, gente che appena mi conosce, mi rivolge subito la stessa domanda: «Perché vai in montagna? Perché arrampichi? Perché vai da solo?» e in seguito a questi quesiti nascono delle discussioni dalle quali i miei interlocutori non escono mai soddisfatti e nemmeno io riesco a dire tutto ciò che vorrei. L’alpinismo è uno sport libero, che ben poco si presta a essere giudicato insieme a coloro che lo praticano. Molte volte cerco di dare a me stesso una risposta. Perché? Nella mia mente si accavallano mille pensieri, mille supposizioni, ma alla fine mi sembra chiaro: l’alpinismo è per me una ragione di vita, la stessa vita di ogni giorno che ha causato in me situazioni, emozioni, scelte che mi hanno portato sui miei passi. È forse difficile da capire e anche da spiegare; è per questo che ho deciso di rivivere attraverso il ricordo e le immagini un periodo della mia vita, quello che va dalla prima ascensione solitaria del Diedro Cozzolino sul Piccolo Màngart di Coritenza fino ad oggi; al racconto di questa salita seguiranno i racconti di tante altre, come molte verranno dimenticate; questo proprio perché non voglio fare una relazione della mia attività, ma perché voglio far capire, attraverso il contrastato vivere di ogni giorno, il perché della mia vita. Non più quindi due vite separate, una di uomo e l’altra di alpinista, ma un’esistenza di un giovane come tanti vuotata delle apparenze.

Affascinato dal Diedro Cozzolino
«Dall’incontro delle più belle pareti con gli arrampicatori più forti nascono i capolavori dell’alpinismo moderno». Con queste parole di Dino Buzzati, Gino Buscaini apre la sua premessa all’ardito itinerario che Enzo Cozzolino è riuscito ad aprire assieme ad Armando Bernardini sulla parete nord del Piccolo Màngart di Coritenza: l’enorme diedro, la cui linea percorre dalla base alla cresta sommitale tutta la parete, era stato oggetto di numerosi ma infruttuosi tentativi fatti anche da scalatori di eccezione, come Ignazio Piussi; e l’anno successivo alla vittoria del giovanissimo triestino (Cozzolino), anche la forte cordata di Claudio Carratù e Luigi Cerno era stata respinta nel tentativo di una prima ripetizione; aveva dovuto raggiungere la vetta lungo l’attigua via Piussi.

Appena uscita la nuova guida delle Alpi Giulie, la parete non creava per me nessuna attrazione, anche perché era ben lontana dalle mie possibilità. Solo dopo l’ottobre del 1975, quando con il prode Attilio Scocjt (Di Marco) avevo ripetuto la via Comici sulla parete nord della Cima di Riofreddo, il mio interesse aveva completamente dimenticato le familiari pareti circostanti il rifugio Brunner, che fino a quel momento erano state la mia meta, per ricadere su altre ben più importanti. Leggevo e rileggevo sulla guida delle Alpi Giulie le relazioni della Comici all’Innominata, della Piussi alla Vallone, la mia fantasia mi faceva correre tra pareti e spigoli, pareti e fessure, mi faceva rivivere le prodezze dei primi salitori. Fra questi, quello che più mi incuteva soggezione era Ignazio Piussi; ascoltavo a bocca aperta i racconti di chi lo conosceva e che aveva arrampicato con lui; me lo immaginavo enorme, forte, dalle mani potenti e tenaci. Sulla Cima di Riofreddo, all’uscita del Vano Nero, avevo osato percorrere con lo sguardo la sua variante diretta e ne ero stato colpito. «Straordinariamente difficile» – diceva la guida – e ogni metro mi era sembrato tale. E su di essa leggevo tutti gli itinerari che egli aveva aperto: Màngart, Véunza, pareti che non avevo mai visto e che però conoscevo a perfezione; avrei saputo ripetere a memoria le relazioni. La domenica prima della fessura Comici avevo ripetuto assieme a Renzo Pesamosca una sua via sull’Ago di Villacco. Il primo tiro era valutato di VI-: mi era sembrato più facile, ma non avevo osato mettere in dubbio la classificazione del forte Ignazio. Se però esisteva in me l’aspirazione di ripetere queste durissime vie, non mi passava neanche per la testa di rivolgermi con questi pensieri a un altro itinerario, degno della parete del Piccolo Màngart: il Diedro Cozzolino. Ne avevo sentito parlare, avevo letto, mi ero informato a lungo su di lui, sulle sue salite; Messner riteneva che assieme a Bonatti aveva introdotto il settimo grado. A Trieste raccontavano che passava in libera su placche dove gli altri non passavano nemmeno con i chiodi a pressione; aveva aperto una via sulla Cima Scotoni di difficoltà estreme, con una traversata di quaranta metri che aveva fatto diventare i capelli bianchi al compagno e che nemmeno Messner era riuscito a ripetere. Che cosa poteva quindi essere il tratto chiave della seconda metà del Diedro del Piccolo Màngart? Quale passaggio straordinario, impossibile, aveva potuto respingere la cordata di Carratù-Cerno, tornati vittoriosi da una Carlesso alla Torre Trieste. Cozzolino aveva valutato di VI il tratto chiave, però del resto della salita ben poco si sapeva. I ripetitori della prima metà l’avevano descritta molto bene: III+ all’attacco, poi pochi tratti di IV + e, per il resto, 300 metri di V, V+ e VI- molto sostenuti; ma, secondo i primi salitori, gli ultimi 400 metri erano molto più sostenuti della parte bassa, senza possibilità di riposo; però, senza osare neppure crederci, maturava piano in me un certo interesse per poter risolvere di persona l’incognita che racchiudeva quella salita. Mi allenavo in continuazione, in qualsiasi maniera, per uno scopo che nemmeno per me era chiaro; sapevo che lo facevo per qualcosa che man mano che il tempo passava si rendeva più evidente e reale. Alla fine di luglio di quest’anno avevo ripetuto da solo tutte le più difficili arrampicate del gruppo dello Jôf Fuàrt e del Monte Cavallo; in quest’ultimo avevo fatto alcune prime ascensioni insieme a Sandro e a Titti. Mi sentivo pronto, ma a che cosa? Finalmente la risposta: avrei attaccato il Diedro Cozzolino; e solo, perché sapevo che nessuno sarebbe venuto con me. Non avevo parlato chiaramente con nessuno di ciò, lo tenevo come un segreto, ma molti lo sapevano: Emilio (Di Marco), Lorena (Plazzaris), Sandro (Alessandro Piussi), Manlio (della Mea), mi avevano proibito di partire senza avvisarli. Volevano accompagnarmi e seguirmi lungo la salita, aspettarmi quindi in cima. Venerdì sera, dopo una cena tra amici, qualcuno mi aveva chiesto se andavo e io avevo risposto che non sapevo. E invece sapevo. Poi, verso le quattro del pomeriggio, mi sono recato da un amico; lì ho trovato anche Sandro e Manlio. Ho detto: «Domani vado». I loro volti si sono riempiti di gioia, ma anche di preoccupazione. «Io e Lorena ti accompagniamo, veniamo con te stasera». «No, invece — dice Sandro — andiamo domani mattina presto. Ma stai attento, stanotte non dormirò». «Neanch’io» gli rispondo sorridendo. Qualcuno, che l’anno scorso aveva scommesso una birra sulla mia precoce fine, mi dice di lasciargliela pagata. Rido per non piangere e sono l’unico; gli altri volti sono seri, quasi rabbiosi. Appuntamento alle 6 a casa di Emilio, questo per non insospettire i miei genitori. Sanno che vado sul Màngart, ma non sul Diedro, e meno che mai da solo. Verso le 5 e mezza vengono Manlio e Sandro a suonare a casa mia; non li faccio entrare per lo stesso motivo. Parliamo di nuovo della salita, mi fanno di nuovo le solite raccomandazioni. Mi aspetteranno in cima. «Acqua in bocca!» li ammonisco, ma l’orecchio fino dei miei ha sentito tutto; salgo in camera e mia madre mi supplica di dirle la verità. Non mi pronuncio; quando la saluto, ha gli occhi gonfi; spero di rivederglieli domani, gonfi di gioia…

Arnad, Pilastro Lomasti, via del 94°. Foto: Matteo Giglio

… Più tardi vedo la parete, enorme; per la prima volta ho paura. Ma la paura non toglie la forza dei muscoli e ti stimola a vincerti. Mentre nell’oscurità piantiamo la tenda, Attilio osserva con il binocolo un branco di camosci che saltano sotto al Diedro… Emilio e Lorena guardano il profilo severo della parete, io non oso… «Ma devi proprio andare?» mi dice Emilio. «Io voglio ancora venire ad arrampicare con te». Apparentemente mi dimostro deciso… La tenda è pronta e ci prepariamo per la notte. Io preparo il sacco per domani: 16 chiodi, 10 moschettoni, 2 corde; poco da mangiare e poco da bere pigiato a fatica nel marsupio. Stasera non ho fame, ho un nodo nello stomaco, eppure mi sforzo di inghiottire qualche boccone, se non altro per non dimostrare la mia preoccupazione. Forse ho voluto fare progetti troppo grandi, forse mi sono sopravvalutato. Silvano è più forte di me, eppure non ha mai osato affrontare il Diedro, neppure in compagnia. Tanta gente è ritornata ed erano preparati. Potrei ritornare anch’io, è vero, ho due corde per questo; ma non è facile, perché ho un carattere simile all’acciaio: si spezza ma non si piega. E purtroppo spezzarsi significherebbe morire. Ma perché sono così pessimista? Ho una buona attività alle mie spalle; è da due anni che occupo il mio tempo libero in allenamenti, sia fisici che morali! Due ombre mi distolgono dai miei pensieri: sono due ragazzi, li saluto, ma subito mi domando che cosa facciano. Li invitiamo a sedersi attorno al fuoco; sono slavi, sono venuti a piedi dal confine; chiediamo loro dove vadano. Emilio sorride. «Per dove?» chiede. «Cozzolino». È l’unica parola che sanno dire in italiano. Se prima Emilio sorrideva, adesso ride a crepapelle, un po’ per sfottermi, un po’ perché è contento. Anch’io lo sono, pur dimostrandomi quasi dispiaciuto di avere concorrenti…

… All’attacco arrivano anche i miei due compagni; le loro facce sembrano preoccupate, forse per loro, di più per me. Tutti e due mi fissano, vorrebbero dire qualcosa. Poi uno di loro, per rompere l’atmosfera, mi chiede segnando con il dito il centro della parete: «Piussi?» «Sì, ja» — rispondo, nient’altro…

La scalata da solo
Alle 9,30 raggiungo la cengia alla base del tratto chiave sopra l’ignoto! Mi siedo con la schiena poggiata alla parete per scoprire il passaggio che mi respin­gerà o che, chissà, mi vedrà vincitore, ma non riesco a scorgerlo: non vedo nessuno strapiombo pauroso, nessuna placca im­possibile, non c’è più il mistero, è anche questa una parete, un pezzo di roccia come tutti gli altri. Non sento più in me quell’ansia, quel timore, quel nervosismo che provavo prima di giungere qui; mi sento calmo, stranamente calmo, decido di mangiare e di bere qualcosa.
Riparto, raggiungo il fondo del camino e su roccia viscida monto su un masso incastrato. È giunto il momento di autoassicurarmi. Pianto un chiodo, vi passo un cordino, ma a un certo momento mi fermo; mi viene in mente quando quest’anno, da solo, sullo spigolo Deye-Pe­ters mi ero assicurato sul tratto chiave; mi si era incastrata la corda ed ero do­vuto ridiscendere in arrampicata libera a sbloccarla. Mi rimetto a tracolla il cordi­no, estraggo il chiodo e riparto. Ho fidu­cia in me stesso.
Traverso a sinistra su appigli minimi fino al centro della parete, dove trovo un chiodo; più sopra un secondo e un terzo: sono di Cozzolino. Sento il sangue correre impazzito nelle vene. Anch’io sono arrivato dove è arri­vato lui. Salgo sicuro fino al terzo chiodo e qui mi fermo: gli ultimi metri del passaggio sono strapiombanti e le fessure cieche e larghe; non si può chiodare. Frattanto anche gli slavi sono allo spiaz­zo ghiaioso; uno si accorge che le mie corde sono libere nel vuoto, senza assicurazione; passa la voce all’altro ed en­trambi mi guardano con gli occhi sbar­rati. Provo due volte il passaggio, quindi lo supero di slancio.
Ce l’ho fatta! Ho vinto il passaggio, ma non la via. Di questo sono ben cosciente. Non devo lasciarmi trascinare dall’entusiasmo. Due lunghezze oblique verso destra mi portano verso uno strapiombo compatto; mi alzo alcuni metri, ma all’altezza di questo mi ritrovo bloccato. Appigli e appoggi sono piccoli e arrotondati; spero che gli scarponi tengano perché con le mani riesco appena a vincere le leggi di gravità. Sono sotto tensione: non vi sono fessure per piantare chiodi, e anche se vi fossero non potrei disimpe­gnare la mano. Mi rifiuto di pensare a una possibile caduta; non devo cadere, a costo di aggrapparmi con i denti.

Vi è un accavallarsi di pensieri nella mia mente: mia madre, i miei amici, la cima, il ca­dere, il morire. Forse ho osato troppo, eppure mi sentivo forte, ma questa forza potrebbe abbandonarmi; devo muover­mi prima che ciò accada. Alzo le gambe in spaccata, stringo i denti e libero in alto una mano, ma non ci sono appigli. Devo provare a battere un chio­do; dopo vari tentativi, riesco a confic­carne uno per un centimetro, ciò che basta a equilibrarmi; lo afferro con due dita, mi alzo leggermente e afferro un altro appiglio. Tiro il cordino che avevo agganciato al chiodo e questo viene fuori senza la minima resistenza.
Sono circa a metà della seconda fessura, in una specie di caverna; un largo camino conduce sotto un tetto. Le pareti sono troppo distanti tra di loro e per di più levigate e viscide, poi il camino si chiude a k; lassù potrò progredire in spaccata, ma come arrivarci? Mi alzo difficilmente lungo la parete sinistra, poi non ci sono appigli. Riesco a infiggere un chiodo a metà, gli scarponi scivolano sugli appoggi. Devo sbrigarmi! Mi getto con entrambe le mani sulla parete opposta del camino facendo pressione con una gamba, alzo l’altra e poso un piede sul chiodo spe­rando che tenga; ora posso mettermi in spaccata. Le gambe sono divaricate al massimo, i legamenti dell’inguine sem­brano doversi spezzare da un momento all’altro. In tale situazione raggiungo il tetto, provo a uscire a destra, ma la roccia è pericolosa. Batto un chiodo per potermi riposare, ma è impossibile. Riu­nire le gambe significherebbe non riu­scire più ad aprirle. A sinistra la placca è perfettamente liscia, ma il tetto forma con essa una stretta fessura strapiombante e obliqua: cerco in questa un qualche cosa che mi permetta di toglier­mi da tale situazione. Vi scorgo uno spuntoncino di un paio di centimetri sul quale riesco ad aggrapparmi con la mano sinistra.
È arrivato intanto nella grotta il primo degli slavi: mi guarda, e storce la testa. Mi prega di lasciargli i chiodi: me li ritornerà poi in cima. Mi sgancio dal chiodo, sposto la spaccata, un piede sulla placca e uno sul bordo del tetto e lascio l’ostacolo sotto di me. In breve raggiungo la terza fessura: seppur difficile, non dovrebbe presentare passaggi estremi. Sento di avere la vittoria in pugno, ma arrampico sempre calmo e concentrato. Verso metà fessura batto un chiodo per superare un ennesimo passaggio ostile. Seppure impegnato, cerco di pensare dove possono aver dormito i primi sali­tori: non c’è proprio niente su cui sedere. Vedo avvicinarsi sempre di più la cengia sotto i tetti, la fine delle difficoltà. Sono stremato dalla sete, sento tra i denti un sapore di terra marcia?
Dopo otto ore di dura arrampicata, poso i piedi sulla tanto agognata cengia. Mi volto per recuperare le corde: la parete è sotto di me; ho vinto! Un nodo mi gonfia ancor di più la gola; mi siedo, appoggio la testa sulle gambe, gli occhi mi si riempiono di lacrime. Signore ti ringrazio.
Ero contento perché avevo vinto la parete, ma soprattutto perché avevo vin­to me stesso. Dopo anni di sacrifici e privazioni, avevo raggiunto il mio scopo. E ora sono contento come non lo ero mai stato; mai riuscirò ad esprimere a parole questo accavallarsi di sentimenti.
Giunti alla campagnola guardo per un’ultima volta la parete: il Diedro è sempre lì, il temporale è passato e la luce del sole ne illumina come ieri sera una faccia; è uguale, eppure diverso; vorrei poter tornare indietro. Era per me un mito e ci credevo; ora il mito è infranto, ma io continuerò a crederci.

Ernesto Lomasti di ritorno dalla prima solitaria della via Cozzolino al Piccolo Màngart di Coritenza

Difficoltà di altro genere
È l’8 agosto 1977 e il mondo sembra cambiato; io, invece, mi sento sempre lo stesso. Ho salito da solo il gran Diedro ma, a parte la stanchezza e un po’ di orgoglio personale, non sono affatto diverso da sabato scorso prima della partenza. Eppure la gente è così: c’è chi non mi salutava e ora mi saluta; c’è chi mi salutava a stento e ora mi onora; c’è chi per la decima volta mi fa raccontare la salita. Gli unici che non sono cambiati sono gli amici: Sandro, Emilio, Manlio, Titti (Ceccon); un sorriso, una stretta di mano, poche parole e come sempre tanta simpatia.

Quattro giorni dopo il Piccolo Màngart sono nuovamente in montagna assieme a Sandro e Titti. Una giornata piena di imprevisti: la dimenticanza di una corda, la rottura del martello, il volo del marsupio fino sul nevaio. Ma raggiunta la fine del bellissimo spigolo Krobath della Cima Vallone ogni preoccupazione come sempre svanisce e il ricordo della salita appena compiuta si unisce a quello di molte altre.

Il mese di agosto vola e al pensiero delle arrampicate se ne sovrappone un altro ben più grosso: da anni mi curo un orecchio e, dopo temporanei miglioramenti, tutto ritorna come prima e non c’è verso di farlo guarire. Mi trovo così molto spesso a sentire solamente a metà. Cosicché decido di operarmi, sperando che tutto vada bene. L’ultima salita la compio con Sandro: si tratta di una variante di uscita diretta al muro della Torre Winkel, un tratto di difficoltà estreme che mi impegna assai. In cima alla torre, dopo ore di lotta, mi sento per un momento contento, ma di colpo mi sento invadere dalla tristezza più profonda: devo dire per ora addio alle montagne nella speranza di poterle al più presto riconquistare.

Ed è così che il mattino del 29 agosto entro all’ospedale ed è per me una stretta al cuore. Mi sono portato per leggere alcuni libri di montagna, ma non ho voglia. Disteso sul letto, guardo il soffitto con lo sguardo lontano, malinconico. L’indomani mi operano e il mio pensiero è sempre rivolto lassù. L’effetto delle cure mi fa sentire debole, finito, mi sembra di non poter tornare più quello di prima. Conto le ore, i minuti, a strappi leggo il libro che mi hanno regalato. S’intitola Passione di roccia (di Martin Schliessler, NdR) e ogni volta che vedo la copertina un nodo mi riempie la gola.

Torre della Madre dei Camosci (Jôf Fuàrt), Ernesto Lomasti sulla via Krobath-Spannraft

Finalmente il grande ritorno: sabato, 20 settembre, mi dimettono. Prima in autostop, poi con il treno, arrivo a casa fasciato e imbacuccato. Nel rivedere le crode che circondano il paese mi sento commosso. Lunedì sono a Lignano: un po’ di mare come cura post-operatoria. Dopo dieci giorni sono incontenibile: rischio la rottura dei rapporti con i miei per la mia frenesia di ritornare in paese. Alla fine ci ritorno; non è trascorso un giorno che mi do già da fare per ritornare quello di prima: brevi camminate, poi brevi corse, alla fine allenamenti nella palestra di roccia. All’ultima visita di controllo il medico mi dà carta bianca per ritornare in montagna: manca poco che non gli salti addosso e lo baci! E finalmente il grande giorno: assieme ad Emilio mi avvio verso la parete nord del Piccolo Màngart per salire la via Giacomuzzi-Cobai (Umberto Cobai, Bruno Giacomuzzi, 18 settembre 1955: questo Piccolo Màngart 2263 m non è da confondere con il vicino e assai più imponente Piccolo Màngart di Coritenza 2393 m, NdR). Oltrepassata la Forcella Màngart, si scorge lontano, sopra le nebbie, la seconda metà del Diedro: mi ritornano le lacrime agli occhi. Infervorato, salgo velocemente a comando alternato con Emilio l’itinerario prescelto. Riesco anche a superare in arrampicata libera l’unico passaggio in cui i primi salitori avevano usato le staffe. Mi sento moralmente ricaricato. Dopo alcune arrampicate autunnali, viene l’inverno. Io mi alleno in continuazione. Per mantenere la forma, santifico la festa natalizia con l’invernale della via Mirta sulla parete est della Creta di Pricot assieme a Luigi; quindi per la Befana attacco assieme a Titti la via Pesamosca sulla parete nord della stessa cima, ma la rottura del sacco da recupero ci costringe imprecando a ritirarci. Ho riacquistato completamente la fiducia in me stesso e nei miei mezzi. Ma in breve posso rendermi conto che la felicità è vana e fuggevole, come diceva Giacomo Leopardi, e nel momento in cui mi sentivo rinfrancato il destino ha voluto seguire una strada completamente opposta a quella sperata. Un mattino, alzandomi dal letto, mi assale improvvisamente un ronzio nell’orecchio opposto a quello operato e ogni mio tentativo di reggermi in piedi è vano, perché non riesco assolutamente a mantenermi in equilibrio. Aggrappato ai muri scendo in cucina ad avvertire mia madre. Nel pomeriggio il medico parla chiaro: è labirintite. Disteso sul divano, mentre guardo il soffitto che gira a una velocità paurosa e trattengo a stento i conati di vomito, ascolto la telefonata tra mia madre e il professore che mi aveva operato. La voce disperata di mia madre mi fa presagire tutto: devono di nuovo ricoverarmi in ospedale.

Sorretto dai miei genitori, ritorno il giorno dopo in quell’ambiente in cui avevo giurato di non mettere più piede. Disteso nel letto dell’ospedale, sotto continue somministrazioni di antibiotici, il mio stato d’animo muta dalla rabbia più assoluta all’afflizione completa. Sono ormai quasi rassegnato a non poter più arrampicare, a dover abbandonare quel tipo di vita che prediligevo. Ma Dio, perché devi essere così? Perché devi rovinare così la gioia di chi vuol vivere? Per me la salute è importantissima e mi trovo a esserne privato. Ma quelli che la sprecano, che la buttano nei vizi, nella droga e nella delinquenza, a quelli non gliela togli!

In un accavallarsi di questi pensieri, continuo a rodermi dentro, cercando un motivo di rassegnazione. Una sera, mentre stavo mangiando a fatica, arriva Luigi, il compagno della via Mirta in invernale: un nodo mi stringe la gola e il rivedere un amico di montagna mette ancor più in evidenza la mia condizione. Parliamo di tante cose, alla fine di montagna; con lui mi sfogo e parlo di arrampicate, di emozioni provate, di pareti e di amici. Appiccicato ai muri, lo accompagno fino al corridoio; poi lui se ne va camminando dritto come me una volta e con lui se ne va il mio mondo…

… L’orecchio mi fa sempre più male, ma mi sforzo di tacere perché domani dovrebbero dimettermi. Alla sera decido di parlare; lascio che il medico mi visiti e alla fine si mette a brontolare: con un paio di pinzette mi estrae dal fondo dell’orecchio un pezzetto di cotone e il male cessa subito.

La parete del Piccolo Màngart di Coritenza: da sinistra, il Diedro Cozzolino, la via E. Lomasti e il Pilastro Piussi

Sul Màngart un’altra volta
L’indomani lascio l’ospedale; l’infezione è spenta, ma l’equilibrio non ce l’ho più. In paese mi vergogno a uscire perché rischio di cadere da un momento all’altro. Ma ora basta, sono stufo! Mi infilo la tuta e vado a correre lungo il sentiero che frequentavo negli allenamenti prima della malattia. Faccio due passi, cado, mi rialzo, torno a ricadere e mi ritrovo con la testa nella neve, sento che il cuore mi scoppia; ritorno a casa pieno di botte e barcollante. Ma l’indomani riprovo con due bastoncini da sci, per riuscire a mantenere l’equilibrio. Alla fine della settimana riesco a riprendere gli allenamenti come un tempo. Ho paura, ma riprendo ad arrampicare, dimenticando lo studio; devo vincere me stesso, decido di ritornare in montagna.

È il 12 marzo 1978 e insieme a Emilio mi trovo all’attacco delle prime rocce del Pan di Zucchero. Sono emozionato come dovessi fare un esame di scuola, ma ho molta più paura. Non ho problemi di equilibrio ma, appena arrivato in cima, mi ritornano. Comprendo quindi che ora, dopo aver vinto la malattia, devo vincere me stesso. Devo superare quei limiti che avevo raggiunto lo scorso anno.

È il 28 di marzo e con le pelli sotto gli sci risalgo il vallone del Winkel diretto all’attacco della Torre omonima: voglio ripetere la via aperta assieme a Sandro lungo lo spigolo sud, che presenta due tratti con difficoltà estreme, non superabili con mezzi tecnici; è un gioco con regole fisse, non potrò certamente barare… Mi sento solo, senza poter contare su nessuno; le uniche parole le scambio con la macchina fotografica che si inceppa spesso e volentieri. Rocce di media difficoltà mi portano alla base della fessura di quindici metri, primo tratto chiave della salita. In tutta la lunghezza, lo scorso anno ero riuscito a piantare un solo chiodo che, conficcato a metà, aiuta a mala pena a mantenersi in equilibrio; di un volo, neanche a parlarne. In spaccata raggiungo il chiodo e lì mi fermo. Potrei tornare indietro, ma non voglio; devo riuscire a vincere questo momento. Abbandono il chiodo e con esso l’ultimo legame con la vita. Centimetro dopo centimetro, mi innalzo verso il termine della fessura con i muscoli ed i nervi tesi al massimo e raggiungo finalmente la fine. Ce l’ho fatta!…

Ernesto Lomasti sulla Torre Winkel

… La mia attività riprende così senza ostacoli e da solo ripeto anche la via sulla parete est del Monte Cavallo, finora la più difficile del gruppo. Alla fine di maggio salgo ai Laghi di Fusine con il binocolo. La parete nord della Véunza è pulita. Ignazio Piussi e Arnaldo Perissutti l’avevano superata nel 1956, reputandola superiore alla Lacedelli alla Cima Scotoni (si tratta della via diretta da nord al pilastro occidentale della Véunza, 26-27 agosto 1956, NdR). Io la salgo da solo il 7 giugno 1978, partendo al mattino presto da casa. Anche questa volta ci sono riuscito. Il giugno di quest’anno dovrebbe essere per me un mese speciale, perché a luglio ho gli esami di maturità. Nonostante ciò, ogni tanto devo scappare: tante cime, tante vie tutte da solo. L’esame mi va bene e il mio pellegrinaggio tra i monti continua. Decine e decine di salite con un solo scopo. Ho in mente un progetto che svelo solo ai veri amici: salire la parete del Piccolo Màngart di Coritenza in solitaria per una nuova via. Emilio non crede alle sue orecchie; Attilio e Luigi (Zilli) invece sono sicuri che ce la farò. È ferragosto (1978, NdR), giornata di festa e di divertimento; in paese la gente pensa a come passare la serata, io penso a come passerò la notte. Sono circa le sette quando, in quattro, raggiungiamo i prati sotto al Piccolo Màngart. Al contrario di quanto avessi creduto, sono calmo, stranamente calmo…

… Alle prime luci del giorno saluto l’amico e attacco le prime rocce, circa settanta metri a destra del fondo del gran Diedro. La roccia è compatta e sono costretto, causa le difficoltà, a recuperare il sacco reso pesante dall’attrezzatura da bivacco. L’itinerario si svolge esattamente come avevo previsto e in poche ore riesco a raggiungere la cengia a metà parete. Ormai ogni contatto con l’amico è rotto, poiché la voce si disperde nell’aria. Fin qui ho battuto solamente un chiodo, benché la fessura del tratto sottostante si sia rivelata di ordine estremo; e tale è anche il camino sovrastante, così stretto da farmi progredire a forza di respiri e con la testa girata perché il casco non si incastri. Il recupero del sacco mi infastidisce assai, perché si incastra spesso e le braccia sono stanche. Il colatoio superiore si rivela come la maggiore difficoltà della via; sono costretto a piantare cinque chiodi per superare altrettanti strapiombi estremamente difficili. Verso la fine sono esausto; un’ultima fessura strapiombante, e sono nel colatoio al termine delle difficoltà. Rivedo quella cengia sulla quale ero uscito un anno fa dal gran Diedro; recupero per l’ultima volta il sacco, la vista mi si annebbia, ho gli occhi lucidi. Ora sul Piccolo Màngart c’è una nuova via, estremamente difficile, tutta mia, non per egoismo ma per orgoglio… Più tardi, a Camporosso, di fronte ad una pizza e tanta birra, rischio di avere nuovamente problemi di equilibrio ed anche gli amici hanno gli stessi sintomi; ma siamo sicuri: non è più labirintite.

Conclusione
Il racconto registrato si arresta qui.
Meno di un anno dopo, il 12 giugno 1979, durante una «libera uscita» dalla Scuola Militare Alpina di Aosta dove da sei mesi presta servizio militare, Ernesto Lomasti cade e muore mentre si sta allenando da solo su una via qualunque della palestra di Arnaz in Val d’Aosta (la via Topo pazzo, NdR). Al momento dell’incidente era in corso nella località un furioso temporale. Il fulmine, probabilmente.
(Ringraziamo i familiari che hanno consentito e collaborato a questa pubblicazione).

Qui è l’elenco delle ascensioni di Ernesto Lomasti (dal libro di Luca Beltrame)

Per approfondire la figura di Ernesto Lomasti, vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Ernesto_Lomasti ma soprattutto il bel libro di Luca Beltrame Non si torna indietro (CDAVivalda, 2008). Interessante anche l’articolo di Luciano Santin: http://ricerca.gelocal.it/messaggeroveneto/archivio/messaggeroveneto/2008/03/11/GO_12_MON2.html

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L’impegno di arrampicare ultima modifica: 2017-10-14T05:29:38+02:00 da GognaBlog

1 commento su “L’impegno di arrampicare”

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    Vorrei ricordare a tutti che il Sangue di lavaredo è il vino ufficiale del 94° Corso Allievi Ufficiali di Complemento della Scuola Militare Alpina di Aosta, di cui Ernesto ha fatto parte… trattasi di Refosco dal Peduncolo Rosso barricato… un vino che Ernesto non avrebbe mai bevuto, dato che andava a Moscato!!! Ah, ah, lo beveva con tutto ma… niente salumi grassi, che dalle sue parti erano la regola… tuttavia la coppa piacentina, quando si tirava fuori dall’armadietto, per supplire alla dieta della caserma, era per lui irresistibile. Coglioneee, saremmo invecchiati insieme… ma tu andavi da solo anche per non mettere a rischio la vita dei compagni. Tranne quella volta sul Pilastro… hai ceduto alla tentazione di legarti col Chicco il Bergamasco, che si vide costretto a proferire addirittura qualche parola. Nessuno sa se si trattò di bestemmie.

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