L’invenzione di Watt e l’eliski

L’invenzione di Watt e l’eliski
di Alberto Paleari

In una trasmissione di Radio 3 dedicata alle grandi invenzioni tecnologiche si diceva che l’invenzione della macchina a vapore, nella seconda metà del ‘700, segnò il confine tra un mondo arcaico rimasto immobile per millenni e la modernità.

Prima della macchina a vapore l’unica forza motrice disponibile, oltre a quella degli animali, era quella delle braccia umane; con la macchina a vapore l’uomo si affrancò dalla fatica fisica, fu possibile la rivoluzione industriale con tutte le sue conseguenze, ci fu un’accelerazione vertiginosa delle scoperte scientifiche.

FATICA – salita alla Bocchetta del Castel, Val Formazza. Foto: Alberto Paleari
InvenzioneWatt-1-Fatica

Che l’uomo moderno si sia affrancato dalla fatica fisica non è del tutto vero, avrebbe potuto ma non è successo; semplicemente, dopo l’invenzione della macchina a vapore, invece di produrre un metro di stoffa al giorno l’operaio, con la stessa fatica, cioè con la massima fatica che poteva fare senza morire, ne produsse dieci, cento, mille. Ma non è di questo che voglio parlare.

Voglio parlare del lavoro della guida alpina, che secondo me è l’unico lavoro rimasto nella condizione preindustriale, cioè di prima che James Watt inventasse la macchina a vapore.

SILENZIO – Bocchetta del Castel, Val Formazza. Foto: Alberto Paleari
InvenzioneWatt-3-Silenzio

 

Non voglio dire che oggi non ci siano altri lavori faticosi, mi vengono in mente per prima cosa quelli dei contadini, dei muratori, dei minatori e chissà quanti altri ce n’è, ma i contadini, i muratori, i minatori oggi si avvalgono dell’aiuto di una infinità di macchine. Ripeto, queste macchine, per una stortura della nostra civiltà, spesso non sono servite a diminuire la fatica, ma solo ad aumentare la produzione: oggi per costruire le piramidi si userebbero gru potentissime invece di migliaia di schiavi, ma la fatica di costruirle resterebbe ugualmente grande, anche se diversa, per gli operai che lo dovessero fare.

Voglio invece qui dire che noi guide alpine, se vogliamo andare in cima alle montagne e portarci i nostri clienti, lavoriamo come se la macchina a vapore non fosse stata ancora inventata, noi guide alpine per andare in cima alle montagne usiamo ancora solo la forza delle nostre gambe e delle nostre braccia, e naturalmente anche del nostro cervello.

Questa, secondo me, non è una maledizione, ma un privilegio, anche perché, al contrario degli schiavi che costruirono le piramidi, noi guide alpine facciamo fatica perché ci piace fare fatica.

Ci sono tre cose che rendono bello e insostituibile l’alpinismo, e quindi il lavoro della guida alpina che di alpinismo vive: la fatica, la solitudine, il silenzio.

La fatica fisica nel mondo occidentale moderno è stata relegata in pochi settori lavorativi, ed è sempre più rara in una società servoassistita, da ciò derivano le masse di gente che vanno a correre, che vanno in palestra, che vanno in bicicletta e anche che vanno in montagna.

Purtroppo sulle Alpi la solitudine è sempre più difficile da trovare: essere soli nella selvaggia e immensa natura, non poter contare che su se stessi e sulle proprie forze è per me uno degli aspetti più belli e importanti dell’alpinismo, quello che ne fa uno sport diverso dagli altri ed esclusivo.

Anche il silenzio è un bene sempre più raro in un mondo in cui, quando non sono i rumori, è la musica che ci insegue in ogni luogo, perfino sulle seggiovie, sottofondo continuo, ipnotico e rimbecillente.

Ecco che cosa abbiamo quindi da offrire noi guide alpine ai nostri clienti: null’altro che fatica, solitudine e silenzio: le gite più belle, le salite ricordate con più nostalgia, le montagne più amate saranno sempre quelle più faticose, più esclusive e più lontane dal rumore della civiltà. E’ proprio perché amo la fatica, la solitudine e il silenzio che ho aderito al movimento contro la pratica dell’eliski e sono diventato un attivista e un simpatizzante di Legambiente.

Se cercate James Watt su Wikipedia trovate come epigrafe al capitolo a lui dedicato la sua frase: “il vapore è il primo esempio di Dio che si sottomette all’uomo” e fu una bella e grande frase detta con l’orgoglio proprio del secolo dei lumi. Oggi quell’orgoglio abbiamo visto dove ci ha portati: quell’orgoglio, quella tracotanza, che cominciarono, nel bene e nel male, con James Watt, ci stanno rovinando, stanno rovinando per sempre l’unico mondo che abbiamo, ed è per questo, per dare un piccolo contributo a salvarlo, questo povero mondo, che noi guide alpine in montagna dobbiamo e dovremo andare, ancora e sempre, a piedi.

 

SOLITUDINE – Bocchetta del Castel, Val Formazza. Foto: Alberto Paleari
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L’invenzione di Watt e l’eliski ultima modifica: 2015-03-23T07:00:13+02:00 da GognaBlog

23 pensieri su “L’invenzione di Watt e l’eliski”

  1. 23
    Alberto Benassi says:

    Caro Sig. Giovanni scusa se continuo con la tiritera. Che ne sai dove abito io? Magari abito in montagna. Mai sentito parlare delle povere e deturpate APUANE?

    Quindi da “interessato” montagnard, in base a quello che scrivi penso che ho il diritto di dire la mia.
    Scusa , senza offesa, ma il tuo è un classico atteggiamento da menefreghista. E le montagna sono un bene comune. Come lo sono il mare, i fiumi, ect. ect.
    Il problema è che a questo paese, manca il senso del “bene comune”

  2. 22
    gianni lanza says:

    Mah sinceramente in questo argomento mi sembra che si esageri un pò, comunque io non sono un professore e nemmeno un teorico, sono solo un peones che fa la guida e tira a campare e magari non capisco granchè ( grazie sig Benassi della tiritera). Ripeto che a me l’ eliski non interessa, tuttavia nelle poche gite che ho fatto mi son divertito tantissimo, non ho ravvisato tutto questo inquinamento che qui viene messo in risalto. Mi chiedo se per esempio tutti gli autobus e automobili che invadono tutte le domeniche il parcheggio del Col Serena non facciano altrettanti danni ambientali. Mi chiedo anche se quando vi recate in un luogo per fare una manifestazione ci andate a piedi ( come ad inizio 900) oppure riempite la Valle con le vostre automobili. L’ equilibrio e le risorse della montagna sono un discorso assai delicato che a mio parere andrebbe lasciato in primis agli interessati, a chi in montagna ci vive . Penso anche che molto spesso cose come strade, centraline, deviazioni e intubazioni dei corsi d’ acqua, cancellazione di sentieri, sarebbero interessanti e più validi motivi di protesta che non un tot di voli in elicottero che avvengono nei giorni belli di un paio di mesi senza lasciar traccia.

  3. 21
    Alberto Benassi says:

    siccome lo fanno gli altri allora lo faccio anchio.
    Siccome gli altri rubano. Allora rubo anchio.
    Siccome gli altri inquinano allora inquino anchio.
    Siccome gli altri scorrazzano con mezzi motorizzati, allora lo faccio anchio.
    Siccome nel passato i rifugi hanno insudiciato, allora anche oggi che continuino pure a farlo.

    Ma che giustificazioni sono queste?

    Una cosa non si la faccio solo perchè non mi interessa? Oppure non la faccio perchè forse è sbagliata?

    magari sarà anche l’ ora che si prenda coscenza di certe cose.

  4. 20

    Gianni,

    il luogo comune, ovvero la “cosa normale” del turismo alpino sta invece diventando l’andar per montagna con quelli che Alberto chiama “mezzi servoassistiti”, tra cui l’elicottero per fare elisci.

    Ce lo siamo detti mille volte qui…, la battaglia contro l’elisci è simbolica ancorchè sostanziale. Ed è proprio perchè “Gli elicotteri volano comunque per mille altri motivi” che diciamo noialtri: almeno per l’elisci evitiamolo!

    Siamo quindi qui a combattere l’idea che sia “normale” l’utilizzo dell’elicottero per attività ludiche dell’usa-e-getta dell’ambiente montano che non sono solo lo sci, ma anche il parapendio e simili, ed addirtittura semplicemente il portar su merenderos ai rifugi a quota 2000, come avviene in alcuni rifugietti in Dolomiti (in cui ci sale tranquillamente con passeggiata). E che sono anche l’utilizzo di gatti, motoslitte e cazzi vari a motore per portar sù turisti per il pranzo. E per dirtela tutta, per qul che mi riguarda, anche l’utilizzo degli impianti e delle automobiline (ai rifugi o sotto). Dunque sull’inquinamento isterico dei rifugi in quota sulla catena del Rosa e del Bianco, sfondi una porta aperta.

    Io quello che non capisco però è come possano (certe) guide alpine, non capire quanto sia controproducente per loro stesse, economicamente ed ancora prima come “Immagine”, adeguarsi a questo modello fino a diventarne promotori (in alcuni casi). Questo modello, in cui non sarà più interessante per la gente salire (grandi) montagne con le forze del corpo, quindi nemmeno più avvalersi della maestria aplinistica delle guide alpine, mi pare in completa contraddizione ed a dispetto del mestiere. No ?

  5. 19
    gianni lanza says:

    Non faccio eliski , non mi interessa, tuttavia non vedo il motivo di impedire di farlo ad altri, in fondo i luoghi permessi e regolamentati son pochi. Gli elicotteri volano comunque per mille altri motivi inerenti all’ alpinismo, poi ci son gli impianti, le auto i rifugi, ecc. All’ inizio del 900 la fatica e la vita delle guide era ben diversa da adesso. In fondo quando ci viene comodo, l’ elicottero comunque c’è, lì a disposizione con una semplice telefonata. Poi pensa a quanto contaminano l’ ambiente i rifugi, mi viene in mente la Capanna Margherita, quanti voli di elicottero richiede la sua gestione, quanta immondizia è stata scaricata dalla Signal negli anni…. Mi sembra che questo attaccare l’ eliski sia un pò cavalcare la tigre dei luoghi comuni. La fatica nel nostro mestiere esiste è vero, però come a detto Cesare Maestri, far la guida è sempre meglio che lavorare .

  6. 18

    Grande Alberto! Non fa una piega!

  7. 17

    Grande! Concordo al 100%!
    Grazie Alberto!

  8. 16
    Gianluca Strata says:

    da non professionista la mia osservazione: i valori tradizionali della montagna, di cui Paleari ne cita tre (solitudine, fatica, silenzio), stanno progressivamente venendo meno; ecco allora quote crescenti di praticanti che, schiavi inconsapevoli dei nuovi valori sociali, invece di salvaguardare la tradizione su cui l’alpinismo stesso è nato e cresciuto, domandano una montagna “addomesticata”, “caciarona”, “comoda”. Personalmente mi schiero dalla parte della tradizione, quindi non faccio heliski: però anch’io uso gli impianti per il fuoripista!!!
    Se, almeno nelle scuole di montagna, si insegnasse ai ragazzi qualcosa dell’alpinismo forse i vecchi valori non sarebbero così obliati e persi. Insomma, nulla in contrario rispetto alle Guide che per lavoro accompagnano nell’heliski, ma molto in contrario rispetto ai loro clienti!

  9. 15

    Sicuramente, per qualcuno, siamo dei dinosauri… prima o poi ci estingueremo e così, finalmente, non ci sarà più nessuno a invocare “regole etiche” contro l’assalto all’ultimo, assediato, fortino della wilderness: le montagne!
    Ma fin quando ci siamo, nessuno potrà esimersi dal subire quelli che Giorgio Robino chiama “pipponi”!
    Come quello che segue, il mio editoriale sull’ultimo numero di Trekking&Outdoor uscito a marzo, che prendeva spunto dalla restituzione “dell’aquilotto” al CAI, atto polemico di Popi Miotti, Guida Alpina, contro l’eliski.
    Il titolo del pezzo era: “Il senso del limite: qual’è, nel lavoro di Guida Alpina?
    “Pur operando da professionista e insegnante nell’ambito dello sci, mi trovo in accordo con Miotti, di cui ammiro la coerenza, poichè, anche nelle attività in montagna, nonostante viviamo nell’epoca, ancorchè illusoria, del “tutto è possibile per tutti, basta pagare” sarebbe importante mettere un limite. Non ho nulla in contrario nei confronti del freeride, lo sci fuoripista, anzi è una delle mie attività preferite essendo da sempre un appassionato di “powder”, quella meravigliosa, inebriante sensazione che si vive ogni volta lanciandosi su un pendio di neve vergine.
    Ma, sinceramente, trovo la pratica dell’eliski eccessiva, fuorviante e, a dispetto delle rassicurazioni di chi la propone, molto pericolosa; sicuramente in contrasto con le aspettative sempre più vessatorie che il “mercato della sicurezza” richiede.
    Le ragioni di questa mia avversione sono molteplici.
    Innanzitutto c’è il concetto etico, anche se fuori moda, di rispetto per la montagna e per il suo delicatissimo ecosistema; il disturbo ai selvatici, l’inquinamento acustico, le emissioni delle turbine dell’elicottero, il rischio di provocare valanghe. Tutti argomenti snobbati dal business, perciò inutili, senza controvalore! Sarò anche un vecchio reperto di altri tempi, ma per me, ancora oggi, la Guida Alpina rappresenta il primo tutore della grandiosa delicatezza della montagna, da avvicinare e far conoscere ai propri clienti “in punta di piedi”, e pertanto come può associarsi ad una pratica per molti aspetti devastante nei confronti del territorio montano?
    Il rispetto per gli altri, però, è già più aggressivo come argomento poichè noi umani, a differenza di larici, mughi, orsi, pernici e ungulati, sappiamo protestare e magari anche incazzarci… e vi garantisco che veder volteggiare un elicottero sopra la testa che vomita sulla “tua” cima un branco di assatanati con “padelle” (così vengono definiti gli sci da freeride) e tavole da snowboard, mentre stai cercando di goderti un panorama che hai conquistato dopo ore di salita con le pelli di foca, è un ottimo motivo per innervosirsi. Lo scialpinismo, in questi ultimi anni, sta avendo un vero e proprio boom, con un esercito di appassionati che aumenta con grandi numeri ad ogni stagione, sicuramente superiori a quelli di chi può permettersi un’escursione volante con l’elicottero.
    E’ sempre stata, per le Guide Alpine, l’attività più importante dell’inverno, e conosco professionisti che realizzano più corsi e uscite di scialpinismo che giornate di arrampicata in estate; certo, è un’attività “faticosa”, ma non ho mai pensato che il mestiere di Guida fosse “casa-ufficio”! Perciò è abbastanza parziale e poco difendibile, da parte dei professionisti sostenitori dell’eliski, la giustificazione di dover “seguire il mercato”.
    Peraltro, per chi proprio vuole scatenarsi solo in discesa, esiste quasi ovunque, sulle Alpi, un’ottima mediazione, senza scomodare l’elicottero: l’utilizzo degli impianti di risalita – sulle nostre montagne si trova la maggior concentrazione al mondo di impianti a fune, che arrivano in molti casi dove sarebbe impossibile arrivare anche volando – permette di raggiungere punti in alta quota dai quali partire, magari superando dislivelli minimi in salita, per grandiose discese in neve fresca, valanghe permettendo (ma questo è un punto non negoziabile e le Guide Alpine, in qualità di esperti in prevenzione, se realmente sapessero fare marketing e mettersi sul mercato dovrebbero diventare, per gli appassionati, indispensabili come lo skipass; mediando il loro costo/giornata su gruppetti di 8/10 persone, e magari facendo anche un pò di didattica, potrebbero lavorare molto più che inseguendo i pochi clienti disponibili a pagare gli alti costi dell’eliski). In Trentino Alto Adige, dove vivo, questa attività è vietata da sempre, soprattutto per tutelare l’ambiente, eppure mi risulta che le nostre Guide Alpine sono quelle che lavorano con più assiduità e frequenza durante l’inverno, proponendo scialpinismo e freeride, senza ricorrere all’elicottero.
    E poi la sicurezza… l’illusione di essere veri “freerider” è a buon mercato grazie alle attuali attrezzature che consentono anche a un mediocre sciatore di galleggiare sulla neve fresca; le cose però cambiano, e di parecchio, quando ci si trova in alta quota: nevi crostose e ventate, accumuli molto consistenti o improvvise pendenze molto accentuate, necessitano di tecniche sciistiche che non si improvvisano. Ho visto spesso professionisti in difficoltà nel tentativo di trascinarsi dietro 4/5 mediocri sciatori su pendii importanti e, spesso, pericolosi, dove basta un nulla per scatenare l’incidente. Come la mettiamo con la “sicurezza garantita”? Ah già, ovviamente siamo sempre tutti dotati di Artva, pala, sonda, e, per i veri “specialisti”, anche di una sorta di airbag da 500 Euro che si porta in un apposito zaino e, all’occorrenza, si gonfia e ci fa galleggiare sull’oceano di neve in tempesta. Mi è capitato di sentire conferenze e anche interventi televisivi dove qualche “esperto” affermava che le giuste attrezzature in fuoripista sono sinonimo di “sicurezza”… a questo proposito, vorrei citare la frase di una vecchia e scafata Guida Alpina delle mie valli: “No ho mai vist n’Arva fermar na slavina!” (Non ho mai visto un arva fermare una slavina!).
    Ecco allora, di nuovo, il senso del limite: magnifico disegnare curve su neve vergine, ma bisogna, in modo onesto e cosciente delle proprie capacità, “conquistarla”, un passo alla volta, accumulando esperienze, imparando a conoscerla, e non andando allo sbaraglio che tanto l’elicottero ci risparmia la fatica della salita e l’Artva ci protegge dalle valanghe! Perchè superare il limite, in montagna, spesso è un percorso a senso unico verso la catastrofe.
    Però vorrei ritornare, un attimo, alle considerazioni di Giuseppe Miotti sulla figura della Guida Alpina e sul suo ruolo e carisma, affrontando un altro argomento: il canyoning, attività adrenalinica che sta prendendo piede nell’immaginario dei drogati di emozioni e sulla quale le Guide hanno messo il monopolio, arrogandosi la “paternità” di questa disciplina.
    Con tutta la più buona volontà, faccio fatica a collegare la professionalità di un esperto di montagna e arrampicata con le pratiche, spesso acrobatiche, che caratterizzano la discesa di gole e forre in ambiente acquatico. Conosco Guide Alpine che non sanno neppure stare a galla (d’altronde non è richiesto saper nuotare per ottenere quel brevetto) e nonostante ciò accompagnano gruppi di dieci/quindici scalmanati in tour acquatici che prevedono discese in sifoni impossibili da mettere in sicurezza e salti di molti metri dentro pozze che nessuno si è preoccupato di verificare preventivamente, anche se è risaputo che fiumi e torrenti trasportano senza sosta materiali grandi e piccoli verso valle, e le condizioni del percorso possono variare anche nell’arco della stessa giornata.
    La stessa operazione di monopolio, peraltro sfumata, è stata messa in atto nei confronti dei cosidetti Parchi Avventura, parchi giochi a base di percorsi su funi e ostacoli in altezza, che sono sorti come funghi in ogni angolo verde d’Italia. All’inizio le Guide Alpine avevano preteso di essere gli unici abilitati ad accompagnare le persone su questi percorsi; oggi l’adozione delle “linee vita” che permettono ad ogni utente di essere in totale sicurezza senza bisogno di accompagnamento hanno fatto svanire l’illusione, per le Guide, di fare business a costo zero.
    A fronte di tutto questo, le attività in montagna – arrampicata, corsi di alpinismo, grandi traversate e trekking plurigiornalieri – stanno languendo; i praticanti, in apparenza, sono sempre meno e le Guide Alpine si lamentano di non avere più pubblico.
    Non sarà che, a furia di saltare su e giù dagli elicotteri o di tuffarsi come pinguini nelle pozze dei fiumi, e fare “marketing” su Facebook e Youtube, i miei amici e compagni di emozioni si sono dimenticati di come, e perchè, si va in montagna?

  10. 14
    Luca Biagini says:

    Caro Alberto, e caro Michele Comi,
    invece per me il bello della nostra professione non si limita a quelle tre parole.
    Per me, e sottolineo per me, ce n’è una più importante che è: condivisione.
    Quindi a me va bene la fatica, purché sia una scelta; a me va bene la solitudine, purché sia condivisa con qualcuno, non troppi alla volta; a me va bene il silenzio, ma con la possibilità di comunicare con chi è dall’altra parte della corda, e non solo.
    La professione, fortuna nostra, è variegata, ha tante sfaccettature ed è questa varietà a permettere diverse chiavi interpretative. E questo permette al nostro lavoro di poter diventare anche un po’ “mezzo espressivo”.

    Con la convinzione che non esiste una giusta chiave interpretativa…

  11. 13

    Grazie Alberto! …e te lo dico senza vergognarmi che mi sono commosso.

  12. 12

    La Montagna è un ambito diverso. Nella sua diversità risiede il suo fascino. Ogni cosa che si fa per renderla “usabile” a chi non ne riconosce il fascino, le atmosfere,le attitudini è un passo irreversibile verso la sua omologazione e quindi distruzione. Che sia un rifugio alpino che si vuol mostrare come albergo,un impianto di risalita (con annessi e connessi !!), un ristoro sulle piste che diventa “disco/video music campo base”, uno snowpark o un Jungle Rider Park, l’eliski …..o anche il formaggio tipico confezionato in atmosfera controllata.Sono tutte forzature rivolte a chi della Montagna non glie ne frega nulla. Che poi queste cose possano per alcuni portare reddito è solo una becera scusa. Può darsi. Ciò non giustifica,non assolve….Scegliere da che parte stare è sempre meno un optional perché la Cultura ha bisogno di regole etiche, di punti di riferimento coerenti.

  13. 11
    Michele Comi says:

    Basterebbero queste poche parole a centrare e riassumere un mestiere, che a volte pomposamente chiamiamo professione, anche nello spadroneggiare.
    “Ci sono tre cose che rendono bello e insostituibile l’alpinismo, e quindi il lavoro della guida alpina che di alpinismo vive: la fatica, la solitudine, il silenzio.”

  14. 10

    Bravissimo, condivido!

  15. 9

    Bellissima analisi!

  16. 8
    Andrea Parmeggiani says:

    Bravo Alberto, concordo…
    Cos’è l’alpinismo, se non il piacere di raggiungere una meta con le proprie gambe??

  17. 7
    Luca Biagini says:

    Bellissimo. La fatica non è punizione, ma privilegio di una scelta. E quindi si fa leggera e piacevole. Bravo Alberto, Guida Alpina!

  18. 6

    Come non essere d’accordo con te, Alberto.

    Tralascio la tua riflessione sulla tecnologia (industriale) e sulla schiavitù umana, su cui siamo probabilmente d’accordo al 100%.

    Potrei essere considerato un paladino della fatica io stesso… avendo (quasi / ormai) rinunciato alle lontane montagne e essendomi ridotto a camminare e correre di fatica per ore, per trovare un minimo di “soddisfazione”….perchè ormai solo il pensiero di prendere l’automobile (il meccanismo servoasistito che va a petrolio e sia maledetto Watts, diresti te), e fare 50 o 200 km per andare in montagna, mi fa sentire più isterico e coglione di una amoeba impazzita.

    Ma (scherzi a parte?), Tu dici:

    “Ecco che cosa abbiamo quindi da offrire noi guide alpine ai nostri clienti: null’altro che fatica, solitudine e silenzio”.

    Però, io aggiungerei, e qui faccio un pò di apologia del ruolo della guida alpina, che quello che ha da offrire un maestro d’alpinismo sono anche altre cose per me molto importanti e di “umanità” e stanno ad un livello “superiore” della fatica e della abilità corporea dello “stalker”: sono la conoscenza dello spazio (le vie) e la conoscenza del tempo (la storia). Cioè: perchè passare ora per di quà o per di là ? e poi ancora prima, perchè prima l’uomo passava di quà e non di là ? perchè farlo ? Poi c’è la cosa più importante e no stò scherzando, è quella di guida “spirituale” o se vuoi chiamiamola più laicamente “guida etica”: cioè io mi aspetto (irrazionalmente) che una guida alpina sia una persona talmente ossesionata dal mistero della montagna, da essere lui stesso primo sacerdote del come, dove, perchè. Ovviamente non è sempre così per tutte le persone che praticano la professione. E ci sono persone che non praticano la professione che hanno queste caratteristiche (ma qua divago).

    Dunque, il motivo per cui con amici creammo il gruppo http://www.facebook.com/noeliskisulledolomiti fu proprio per il paradosso per cui l’eliski su alcune zone delle Marmarole in Dolomiti fu progetto proposto da alcune guide alpine del Cadore nel 2013 (ed approvato da alcune amministrazioni comunali) e più o meno assenso di CAI (horror eh!). Quello che ci fece specie fu l’essere “traditi” dai sacerdoti (amici)… Per usare una metafora: è come per un cattolico praticante (non parlo per me…) sapere che il proprio prete ti confessa di giorno e violenta bambini di notte… scherzo…

    Altre due note a margine:
    – Il motivo per cui la maggior parte delle persone va a correre, in palestra, in bici, purtroppo nella maggior parte dei casi non è nemmeno la esigenza di far fatica! ma quella di avere un corpo che corrisponde a adeguati schemi sociali… ma questo è un’altro discorso…

    – perfettamente d’accordo con quanto dici sul rumore, ma la musica messa nei “NON luoghi” (direbbe quel furbastro di Brian Eno) non ha scopo ipnotico (magari! sarebbe cosa intelligente, anche se perversa e disprezzabile per me), ma ha scopo di coprire il “luogo”, personalmente trovo questa cosa fastidiosa, anzi orrenda, e fa piacere che anche tu lo noti, ma siamo in esigua minoranza, e questo è un’altro discorso…

    Tutto sto pippone, solo per ringraziarti, che, avendo scritto quello che hai scritto, ti becchi la patacca sacerdotale. sherzo 🙂
    giorgio

  19. 5
    Alberto Benassi says:

    Bravo Alberto. In questa società tecnologica bisogna “correre, correre e ancora correre” . Per andare dove poi, non l’ho ancora capito.
    Ed ecco che per fare più discese possibile, perchè perdere tempo a risalire la montagna con le proprie gambe e perdere dell’inutile tempo. Molto meglio usare l’elicottero.
    Montagna consumata più che vissuta.

  20. 4

    E ripropongo la citazione lammeriana (mica era scemo come lo vogliono far passare) tra l’altro appena riproposta da Bursi su queste pagine: “Le Alpi nel cuore dell’Europa rappresentano un’oasi di contraddizione che si contrappone allo scarso fascino delle città opulente riproponendo le cose grandi: la fatica ed il pericolo”

  21. 3
    Gianni Battimelli says:

    Fatica, solitudine e silenzio. Non c’è molto altro da dire. Oppure il luna park, che può anche essere divertente, ma è un’altra cosa. E se per fare il luna park si cancellano fatica, solitudine e silenzio, beh, allora bisognerà pur scegliere. Gli ecomostri si abbattono. Si possono anche cancellare i luna park…

  22. 2

    Bravo Alberto lo dico anch’io!

  23. 1
    Popi says:

    Bravo Alberto!!!

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