L’irrilevante peso dello stupore

L’irrilevante peso dello stupore
di Flavio Ghio
(già pubblicato su Alpinismo goriziano di maggio-agosto 2018)

Lettura: spessore-weight(4), impegno-effort(3), disimpegno-entertainment(1)

Esistono la montagna e l’andare in montagna. Poi nascono le parole e risuonano i loro echi. Gli echi sono importanti nella misura in cui qualcosa, che è rimasto lassù, ci stupisce. Altrimenti i ritorni non avrebbero senso. Nell’intervallo tra un ritorno e l’altro, la cultura della montagna dovrebbe approfondire questo stupore, rimemorarlo e non sovrapporsi ad esso, condizionando i ritorni futuri e riorientando la navigazione.

Questo avviene perché la montagna e la cultura della montagna non sono la stessa cosa.

Tale differenza sarebbe sostenibile se la cultura proponesse discorsi originari, profondi e non alieni ai perché di quanto vissuto. Ricuperare una sintonia tra Montagna e Cultura è possibile solo riconoscendo alla Montagna la priorità della sua forza di stupire. Definire la differenza tra i due diversi stupori non è semplice. La capacità di stupirsi è atavica, vive prima della glottide, arriva prima della parola e può strozzarla. Attrae e fa paura. È come un’onda, può essere raccontata ma la forza con cui scuote l’anima non è riproducibile.

Oggi l’anima dell’uomo tecnologico è affascinata dall’idea di ricreare il mondo, incarnando la forza della Natura; se la montagna provoca stupore, anche la cultura lo farà suscitando, e non subendo il fascino dello stupore.

Così si produce stupore anche senza la realtà della montagna, dispiegando le risorse dell’apparato tecnologico col segreto desiderio di sollevare le poltrone del cinema sulle torri più alte, proponendo un plagio virtuale di ciò che il tentatore fece con Cristo.

Attraverso questo tipo di spettacolarizzazione, il film di montagna è riuscito a sedurre platee un tempo sconosciute.

È opinione corrente che sia diventato la vetrina più importante per la sua capacità, come nuova religione dell’immaginario, di spostare le montagne, sostituendosi all’intermediazione del pensiero e della parola. L’inventare stupori, annunciarli con i refrain delle “immagini mozzafiato”, delle “sequenze adrenaliniche” non è la vetrina della montagna ma l’occasione per dispiegare la propria volontà di potenza.

L’uomo, invece di raccontare stupori, è diventato il demiurgo e il tecnico della loro utilizzazione, un’anticipazione dei concetti chiave del film The Matrix. Ciò cui assistiamo non è il reale, è la sua prigione.

La cultura di Lassù gli ultimi o de Il Monte Analogo, capolavori già nel titolo, è stata soppiantata da OGM culturali coltivati nelle serre artificiali interamente sponsorizzate.

Basta osservare il back stage dei film proiettati a molti festival della montagna per cogliere che la Natura ritessuta sullo schermo non ha la stessa natura della dedizione di chi, per una vita, ritornerà in montagna con percorsi silenziosi ma più veri e reali.

L’anima delle montagne accoglie sempre chi ritorna a cercare lo stupore e l’incanto della prima volta che vorrebbe una cultura che parlasse di questa passione originaria invece di sormontarla con la spettacolarizzazione del no limits esibito come nuova incarnazione dello spirito di libertà. I film e le scritture che non si allineano a questo spirito vengono ostracizzate.

Parlano di ritorni in montagna che ricordano i cicli della Natura che rinasce umile, paziente anche se è continuamente sollecitata verso direzioni che non hanno legami con la sua forza.

Per questo i ritorni non frequentano le saghe dei festival. A quel rumore rispondono con i propri vissuti che dicono: No fiction here. No cry Festival. La riposta, scontata, dell’industria culturale è già scritta: I got never mind.

Contro questa deriva, ai refrattari, ai cani sciolti, alle voci fuori del coro rimane la possibilità di poetare in silenzio, un passo dopo l’altro, per donare alla gravità della terra l’orizzonte di una cima. A questo poetare non servono le maschere dello stupore artefatto. Per il pragmatismo mondano questa è la voce degli illusi, dei perdenti ma se il giudizio fosse vero, perché esiste il sole, se a coprirlo ci sono le cappe di smog e il cielo stellato, se a nasconderlo c’è l’inquinamento luminoso e perché ci sono i poeti nel tempo della povertà come domandava Hölderlin? È vivere nell’epoca del travisamento dello stupore a stupirci.

Poi si tratta di scegliere: vivere arrischiati la scansione temporale dell’esistenza oppure piegarsi all’onnicomprensività di un presente cannibale.

 

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L’irrilevante peso dello stupore ultima modifica: 2018-10-19T05:03:30+02:00 da GognaBlog

1 commento su “L’irrilevante peso dello stupore”

  1. 1
    paolo panzeri says:

    E’ molto più comodo addormentare il cervello e i sensi che stimolarli con passioni.

    Flavio, per me la massa così viene gestita molto più facilmente.

    Mi dispiace per la gente, ma così gli spazi si liberano.

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