Lo sciatore della domenica

Lo sciatore della domenica
di Luca Gasparini

L’intento di quanto scrivo vorrei fosse complementare all’articolo di Carlo Crovella su Mario Cotelli e la Valanga Azzurra. Non un semplice commento al suo scritto e men che meno uno smentire le sue opinioni e così anche quelle di chi gli rispose su questo Blog.

Per altro si discosta un po’ dall’argomento Valanga Azzurra. Ma parto proprio da quella.

Quando i vari Thoeni e soci vincevano il popolo sciatore… sciava e a tutti faceva pure piacere vedere i “nostri” vincere. Per altro per vincere andavano più forte di tutti i vari avversari e assai più forte di noi, popolo sciatore. In quel momento l’agonismo iniziava a prevalere sullo sport quindi iniziava la deriva a cui siamo arrivati oggi.

Luca Gasparini

Oggi il popolo sciatore è scomparso o forse se c’è si nasconde da qualche parte, in una stazioncina sciistica, o è a fare scialpinismo su una modesta cima sconosciuta ai più. Ambedue le tipologie lo fanno alla ricerca dei pochi simili o addirittura alla ricerca della solitudine. Tutti gli altri che non sono più sciatori ma alieni – caschi, maschere, bandane a proteggere da un freddo che non c’è più – sono polli d’allevamento.

Con tutto rispetto per la località marittima, oggi mi sembra che le piste, i paesi siano diventati come il bagnasciuga di Riccione dove immersi a metà gluteo i presunti nuotatori non vedono che la schiena di chi gli è davanti senza più neppure vedere l’orizzonte. E così sulle piste i presunti sciatori.

Le piste, i paesi sono i bagnasciuga della montagna e chi li frequenta polli d’allevamento da spiumare nel portafoglio ancor prima di iniziare. Quelli veri li ingrassano e poi li spiumano quelli della montagna li spiumano ancor prima acquistando attrezzature e abbigliamento sempre più care, pesanti, invadenti e adesso pure extra equipaggiamento per proteggersi da urti, collisioni, aggressioni velocistiche.

Inutile lamentarsi di quel passato. Fu bellissimo e fortunato chi lo visse e vide pure la Valanga vincere.

Quand’è l’ultima volta che avete visto quello sciatore che veniva definito lo “sciatore della domenica”. Colui che per ardimento, per entusiasmo non per performance, incitato da amici forse un po’ sadici ma assai più consapevoli dei polli odierni di quanto sia bello sciare lo portavano in cima alla pista e dicendogli fosse facile gli davano una spinta e giù a rotoli. Mi manca quello sciatore assai più che la Valanga.

Luca Gasparini ha curato e tradotto per The White Planet (2000) il bellissimo e fondamentale libro di Dolores LaChapelle Polvere profonda neve (Deep powder snow, 1993)

Mi manca tutto non in nome del passato ma in nome del niente che è lo sci odierno. Non solo lo sci alpino ma pure lo snowboard – nato per la neve fresca e tutti sono in pista – il telemark e lo sci di fondo, rovinato dal passo pattinato. Lo stesso scialpinismo, almeno qui in Italia, preponderantemente fatto su pista. Tutto è stato rovinato dalla velocità, dal concetto velocità. E tutta l’industria, dai produttori agli impiantisti, ha capito che lì era dove colpire perché il ventre era molle.

I primi skilift chi e perché li fece? Per guadagnare? No, per condivisione del piacere di salire senza faticare quel pendio e poi batterlo scendendo e poi scenderlo con le gobbe fino alla fine della neve. Certo c’era da coprire le spese e magari farci qualche soldino. Poi anche lì il discorso è sfuggito di mano agli entusiasti ed è caduto in mano altrui. Non sto a definire chi perché evidente e lo dico senza dispregio, vivo di questo.

Perché oggi si indossano i caschi? Perché con Tomba e quella generazione sbattere sul palo significava procurarsi un knock down e da lì la velocità ha prevalso. Solo dall’agonismo? Non solo, ma in primis dalla società moderna fatta e richiedente velocità, efficacia.

A mia figlia piccola piace che le racconti delle storie e una volta mi ha chiesto di farlo seduti in seggiovia. Ho guardato in basso e ho iniziato a inventare: “C’era una volta un Re marziano, reale di un pianeta ricoperto di neve e ghiaccio che seppe esserci il pianeta Terra che, almeno quello a Nord e Sud, con qualche sbaffo qui e là mostrava calotte bianche. Pensò potesse essere neve e ordinò venisse mandata una spedizione alla scoperta se fosse abitabile.

Gli intrepidi esploratori partirono e una volta sulle Alpi – le chiamarono così – cosa videro e riportarono aver visto, una volta di ritorno, al Re? Un modo di strani esseri dalla testa rotonda, senza occhi come i loro ma con un solo occhio grande e tondo a avvolgergli i visi, con braccia lunghe e fini che terminavano in rotelle, con piedi lunghi o lunghissimi. Erravano come tirati da fili verso il basso e magicamente il più delle volte le loro traiettorie non coincidevano. Quando capitava venivano raccolti e probabilmente espulsi, abbattuti. Ma non doveva essere cosa brutta perché li portavano via su mezzi con tante luci scintillanti un po’ come alle feste del pianeta marziano. Continuavo descrivendo anche una razza diversa con un solo piede. Ma molto largo e grande. Quest’ultimi giocavano diversamente. Spessissimo, e sembrava il loro intento vero, sembravano godere sbattendo alternativamente sedere e ginocchia sulla neve. E così via. Era evidente non esserci differenza di generi, come sul pianeta, qui non si capiva se erano donne o uomini. Mia figlia rideva, io pure ma in fondo ero triste.

Polli, marziani, boh!

Torniamo alla valanga che produsse anche la Valanga a noi nota.
Con la sempre maggior velocità, inconsapevolmente esaltata e apprezzata anche dal popolo degli sciatori, scomparse il “su e giù”. Provate a guardare filmati di sci degli anni ‘60, ‘70 e avrete un guizzo al cuore, chi vi osservasse vedrebbe i vostri occhi spalancarsi. Allora per i noti motivi, neve e terreno mosso, sci più dritti bisognava fare distensione e piegamento. Movimenti prevalentemente scomparsi nello sci di velocità e ve lo dice non solo un maestro di sci ma pure un appassionato di telemark, disciplina che sta facendo, se già non ha fatto, la stessa fine delle altre discipline. Anche nel telemark il su e giù è scomparso.

Luca Gasparini interpreta il telemark

Ma allora cosa fare oggi?
Gli esempi ci sono sia nel mondo dello sci che della gastronomia.

Mad River Glenn. Lo conoscete? È una stazione sciistica americana, nello stato del Vermont. Stato dell’Est e quindi luogo di nevi dure, dalle poche precipitazioni. Gli anziani proprietari degli impianti, stanchi del lavoro, proposero alla comunità locale due alternative: o chiudevano o gli appassionati acquistavano. Gli ultimi, veri appassionati, entusiasti, decisero di stendere un capitolato d’intenti e sulla base del capitolato chiesero a chi era d’accordo di divenire soci di una cooperativa versando una cifra. Se fossero riusciti a raggiungere la cifra richiesta dai proprietari avrebbero acquistato e mantenuta viva la stazione di Mad River Glenn.

Ma la cosa interessante erano le condizioni del capitolato. Niente neve artificiale. Mantenere la seggiovia singola e non rimpiazzarla con bi-posto (Mad River ha la seggiovia singola più lunga d’America, uno dei suoi slogan è: “Still single after all these years”). Vietata agli snowboarder (fu una loro scelta e oggi è caratterizzata anche da questo. Personalmente non ho niente contro gli snowboarder ma neppure contro un’eventuale stazione che mi proibisse di andarci a sciare a telemark). Ogni socio paga la tessera stagionale tanto quanto un non socio. I soldi furono raccolti per salvare la stazione non per avere dei benefici personali. Gli introiti servirono e servono per pagare stipendi ai ragazzi che lavorano agli impianti, revisioni e manutenzioni. Le piste non sono battute se non per uno stradone che zigzaga sul pendio così che i principianti possano imparare e scendere in sicurezza. Quelli osservano e ambiscono a sciare come i più esperti tra le gobbe, nella neve profonda (quando c’è) tra gli alberi.

Quando il successo arrivò decisero di rimpiazzare una delle due seggiovie singole con una bi-posto ma mantennero la portata oraria della singola. Il vantaggio è meno gente in pista. Proprio come una volta.

All’entrata dei paesi mettono le gobbe artificiali per farci rallentare, sulle piste italiane spiano lo spianabile. A Mad Glenn quel che è lo detta l’evoluzione della stagione. A Mad River capita ancora di rovinare le solette per via dei sassi. Quand’è l’ultima volta che avete candelettato una soletta? A me capitò quando vidi l’ultimo sciatore della Domenica.
Un altro slogan di Mad River Glenn è: “Ski it if you can”.

“Polli in batteria” a Foppolo

Ribadisco: che soluzioni?
Una, due e poi tre stazioni che fanno come Mad River. Niente battitura piste, salvano gli skilift e le seggiovie singole, bandiscono la musica agli impianti. Qualcuno ci ha provato in Italia Polsa, vicino a Rovereto. Invece che sostituire un vecchio skilift con una seggiovia o smantellarlo gli hanno cambiato il motore e lo aprono solo quando c’è neve fresca. Non battono mai la conca dov’è. O scii così o non ci vai e se non c’è la neve profonda non lo aprono neppure.

Mar River e Polsa sono vicini a città e sono velocemente raggiungibili dagli appassionati. Gli sciatori, non i polli da batteria.

Cos’altro fare?
Insistere con la FISI che ridia un valore a movimenti che furono, quali distensione e piegamento, scomparsi ma che probabilmente sono retroterra motorico e tecnico di quegli sciatori che oggi vincono in Coppa del Mondo… con gli sci tecnologici. Chi vince in F1 ha corso con i kart prima. Kart uguale a sci dritti, F1 uguale sci sciancrati?

Insistere che le istituzioni accolgano proposte come quella di La Sportiva al Passo Rolle di smantellare gli impianti per creare una zona scialpinistica.

Sperare che un uomo d’immagine e appassionato di sci e danaroso, mettiamo un Alessandro Benetton, invece che puntare sulle Olimpiadi a Cortina dia un via all’acquisizione di una stazione sciistica alla Mar River.

Sperare che qualche stazione, magari partendo da una delle più rinomate e proprio per divenire ancora più rinomate, decida che dalla prossima stagione il 30% delle piste non saranno fresate per poi passare al 50%.

Che tutti gli sciatori della Domenica, della Valanga Azzurra, tifosi della Valanga Azzurra, tutti i vecchi sciatori e nuovi sciatori, le riviste, le industrie, le istituzioni creino un SkItaly sulla falsa riga di Eataly. Gusti, sapori, genuinità, differenze nei costumi, dialetti, servizi a valle e in cima, zero musiche, zero aprè-ski ma salame e vino, gobbe uguale bassa velocità, media velocità…. Uno slowSki?

Io credo sarebbe possibile farlo. Significherebbe recuperare stazioni anche più piccole, medie che forse son poi le più belle.

Ognuna dovrebbe avere il suo stile e ognuna lo ha fintanto che non viene invasa dall’orda del pollo sciatore.

Stile. Stile. Questo, che si sia vecchi o giovani, futuristi o nostalgici, è lo sfortunato estinto dello sci e di molte altre attività del mondo moderno ma mi si lasci dire che dove non c’è etica non c’è stile mentre alla base di ogni stile ci sta un’etica. L’etica dello sci odierno è la velocità e lo stile che mostra è aggressivo, monotematico, ripetitivo: l’esatto contrario di ciò che una pratica sportiva, non agonistica e per di più praticata nella natura, dovrebbe essere.

Termino là dove ho iniziato. Questa è la mia lettura ma, anche per evitare una degenerazione nelle eventuali risposte (quelle all’articolo sulla Valanga Azzurra ne sono la prova), concludo dichiarando cosa posso fare e faccio non per raddrizzare la barca ma per rimanere vivo, “sciatore della domenica”, ambasciatore di un’alternativa valida non perché legata al passato ma perché… più valida. Posso: 1) cercare di frequentare le stazioni più piccole, meno note, dove si può trovare un’autenticità;  2) insegnare ai miei allievi il christiania dalla diagonale, dalla massima pendenza e l’imperatore delle curve: Sua Maestà lo Stem Christiania;  3) insistere nella dimensione scomparsa dello sci moderno: su è giù distensione/piegamento;  4) e, più importante, sciare a telemark e ancora sciare a telemark perché questa tecnica coinvolge tutto il corpo, in tutti i suoi assi, in tutte le direzioni. Perché è sci non a tallone libero ma bensì a corpo libero grazie alla quale ogni curva è diversa e proprio per questo non ripetitiva ma solo preziosa.

PS
Mario Cotelli fu consulente dell’APT di Livigno per lungo periodo. Agli esordi dello sci sciancrato fu invitato a un dibattito presso la televisione locale di Livigno. Mi fu chiesto di partecipare e in quella sede dichiarai che si annunciava l’arrivo dello “sci spazzatura”, l’equivalente all’epoca della televisione spazzatura. Mario scosse la testa dicendo che si trattava di una grande occasione per il mondo dello sci. Ricordo questo aneddoto non per parlar male di Mario, i suoi valori nel mondo dello sci sono quelli che sappiamo e io mister nessuno. Vorrei solo mettere in luce che per età, per esperienze vissute, per cultura si cambia e mi fa piacere che anche Mario alla fine fosse (?) d’accordo che questo sci moderno non ha che pochissimi valori.

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Lo sciatore della domenica ultima modifica: 2020-02-10T05:06:00+01:00 da GognaBlog

69 pensieri su “Lo sciatore della domenica”

  1. 69
    Luca Gasparini says:

    Ho scritto per primo e mi piacerebbe pensare di essere anche l’ultimo. Premetto che Alessandro se la deve godere da matti (non scrivo godere come un riccio altrimenti si scatenano le Brambilla di turno) a vedere quanti commenti. In ogni caso vi posso dire che ho fatto leggere i commenti, non l’articolo, a un cliente/sciatore moderno e la sua prima reazione è stata: “Ma questo sono come tanti galli in un pollaio”. Hmmm sembra che siamo tutti della specie avicola allora sia si stia sgli spigoli o si sbandi. Ho apprezzato tutti gli aggettivi usati: aristocratico, noioso, vecchio ect. Soprattutto ho apprezzato colui che ha interrotto la lettura ed è andato a sciolinare, immagino possano essere più di uno. Mi dispiace moltissimo nessuno abbia provato a integrare con argomenti pratici l’idea di base e cioè provare a formulare un’alternativa che potesse essere complementare all’offerta e realtà odierna. Mi dispiace pure Alessandro Benetton non mi abbia chiamato da Cortina. Alla fine polli e galli rimangono nelle reciproche stie e non siamo neppure riusciti a far intravvedere che un uscio – forse quello di pensare in modo alternativo – lo si può immaginare, vedere e magari usare. Ringrazio tutti e mi si permetta di concluderein alternativa al viva il carving con un bel: Viva il derapage. Ciao e grazie

  2. 68
    Roberto Pasini says:

    Che palle!!! Chi se ne sbatte di Gramellini. Qui si tratta di virtù tradizionali della buona educazione, della modestia e del rispetto degli altri, cosa che insegnavano le grandi scuole, che non insegnavano ad essere superbi ed arroganti e credersi elite sopra un mare di merde perché si sanno fare quattro cose del cazzo. Altro che buonismo del menga.

  3. 67
    Carlo Crovella says:

    A me Gramellini fa venire il voltastomaco, e’ proprio la proiezioni mediatica di Pasini: melassa pura da buontuttismo….brrr… Comunque accettiamo di buon grado la diversità reciproca, ma vale anche per tutti voi, il che significa che non dovete scandalizzarvi se altri pensavo che le folle in montagna corrispondano a polli da spennare, alias cannibali. Se pretendete che, di fronte a queste tesi, scatti la mannaia della censura, allora non ci può essere confronto, perché appena ci si esprime, da parte vostra sorgono solo rimostranze. Come potete constatare, non sono l’unico che trova disdicevole una montagna affollata, consumistica e soprattitta “plebeicizzata” (non è un concetto economico, ma ideologico). Buon weekend a tutti!

  4. 66
    Riva Guido says:

    A me il Gramellini mi fa piangere.

  5. 65
    Roberto Pasini says:

    Qui non si deride nessuno, non si fa la guerra e non si vuole impedire a nessuno di parlare. Si invoca solo quel rispetto che si reclama per se’ anche per gli altri: polli, cannibali, merenderos, tapascioni e altro, che sono spesso delle brave persone e che non meritano di essere considerate dei mentecatti perché non fanno quelli che altri ritengono giusto e puro (a loro parere). So che a qualcuno fa venire l’orticaria ma oggi c’è un bel pezzo di Gramellini sul Corriere: sarebbe ora che maggioranze e minoranze la smettessero di urlare la loro superiorità e accettassero la diversità come un fatto tranquillo uscendo così anche da un certo provincialismo. lui si riferisce ad altro ma può andar bene anche per le nostre cose.

  6. 64
    Fabio Bertoncelli says:

    Aquile e polli, fate la pace. Non la guerra (cit. John Lennon?).
     

  7. 63
    Matteo says:

    Felice, guarda che a partire all’attacco sono stati i “tradizionalisti” (ma io non li chiamerei così, perché ho rispetto per le tradizioni anche se non per gli -ismi) e a essere derisi sono i polli da chi si pensa come un’aquila

  8. 62
    Felice Pozzo says:

    Ogni giorno leggo gli articoli, non sempre i commenti, non mi interessa partecipare, ma oggi segnalo che neppure io approvo la deriva contro le idee tradizionali. Lasciate che liberamente si possano dire cose anche se non piacciono ai giovani o ai più giovani. Senza essere assaliti o derisi come aquile o cose del genere.

  9. 61
    Roberto Pasini says:

    L’aquila degli uomini è da sempre un simbolo imperiale. L’aquila di mare simbolo dell’impero oggi dominante è in realtà un pessimo cacciatore e si nutre prevalentemente di cadaveri: anche qui una certa ironia forse🦅

  10. 60
    Matteo says:

    …che poi l’aquila è un animale piuttosto stupido: è solo grossa.
    Anzi, essendo diventata un po’ troppo grossa tendenzialmente è piuttosto indolente e si adatta bene alla cattività.
    Ci vedo una certa ironia

  11. 59
    Roberto Pasini says:

    Frequentando la montagna è facile pensare di essere aquile. La storia dell’alpinismo è piena di esempi di questo genere e penso che ognuno, nel suo piccolo, qualche volta abbia provato questa sensazione andando in alto e guardando il mondo sotto di lui. Quando poi i casi della vita o l’incedere inesorabile del tempo ti fanno venire qualche dubbio sulla natura delle tue piume puoi essere portato a difenderti e ognuno consapevolmente o inconsapevolmente adotta un suo schema difensivo: chi imparando ad amare il pollo, chi aggredendolo e disprezzandolo, chi rimpiangendo le illusioni del volo, chi rivestendo il suo pollaio di immagini di sogno, chi isolandosi, chi mettendosi un costumino da aquila….tutto umano e legittimo…io penso (opinione del tutto personale) che qualunque soluzione si adotti sia più utile per se e per gli altri mantenere comunque il senso della misura e della realtà: l“esageruma nen” dei miei conterranei, appunto. Purtroppo la forma blog semplifica e tende ad estremizzare e a dare un aspetto a volte quasi “caricaturale” alle diverse posizioni, compresa la mia, un po’ come accade nei talk show. Tuttavia lavorando sul linguaggio qualcosa si può fare anche in questo ambiente.

  12. 58
    gullich says:

    tra l’altro si continua a parlare dei polli in modo dispregiativo, mentre sono animali assai intelligenti (fanno le fusa come i gatti) e, come essere viventi che noi condanniamo a sofferenze inaudite in allevamenti folli (che ci si ritorcono contro sotto il profilo ambientale e salutare) meriterebbro esattamente lo stesso rispetto delle aquile (o dei maiali, animali assai più intelligenti e sensibili dei cani).  
     
    Solo che chi si crede aquila e di idee coraggiose perché proclama scemenze da terza media che crede siano di rottura, non si rende conto di essere a propria volta stritolato in un meccanismo di consumo in cui è tanto numero quanto gli altri. 
     
    infine, visto che epr tutti la terza media è passata da un pò, al sostenitore dello sci dritto, che ammorba ogni post con le sue tirate da feldmaresciallo, direi semplicmente di piantarla con andate di qui o di là, fatevi il vostro blog, etc.
     
    Si chiama confronto, che di volta in volta può essere declinato con ironia, sarcasmo, durezza o cazzeggio.
     
    Leggo, perchè trovo spunti interessanti, insieme a cose di una noia mortale ed altre di una pochezza imbarazzante (che in ultimo mi paiono prevalere, relegando il piacere di leggere ai minimi)  e fa parte del normale scambio che esiste in qualunque platea reale o virtuale.
    Anche se mi rendo conto che chi si proclama di razza superiore non possa comprendere i concetti di confronto e scambio
    Se non temessi che il nick crovella appartenga davvero ad un soggetto reale, giurerei che sia un troll per le modalità interattive e flagellanti che adotta. ma tant’è, quello che scrive direi che è sufficiente a qualificarlo.  
     
    Si può anche non essere a favore  di inclusione e di montagna aperta a tutti (due faccende che condivido meno dello sciatore obsoleto) senza necessariamente definire gli altri degli imbecilli sottosviluppati , problema che – con toni  e modi diversi – sconta anche il pezzo di Gasparini   
     
    Viva il carving.   
     
     

  13. 57
    antonio massettini says:

    leggo ogni giorno anche se intervengo molto poco per scelta. io approvo che ci sia spazio per le osservazioni critiche verso il pensiero dominante. quindi che si sia spazio anche per i numerosi Crovella, molti leggono ma non scrivono, ma leggono. invece quelli tutti buoni e vogliamoci bene e baci e abbracci e cose del genere non mi piacciono. se c’è spazio per questi, ci sia  anche per gli altri

  14. 56
    Roberto Pasini says:

    Nel giorno di San Valentino consiglio la visione questa sera di un grande film del 2000 “Chicken run” (galline in fuga) : pieno d’amore per la libertà e di speranza, sentimenti che vivono anche nel pollaio, perché siamo tutti polli, anche se ogni tanto vorremmo essere aquile e questo è teneramente umano, molto umano,  a volte anche troppo 😃🌸

  15. 55
    Simone Di Natale says:

    Dormito benissimo.
    Svegliato un po’ in ritardo rispetto al solito…recupererò!!
    Grazie per la gentile intercessione verso l’amministratore.

  16. 54
    David says:

    Quoto Simone. Caro Crovella il tuo modo di porti e di ribadire lo stesso concetto all’infinito è diventato davvero fastidioso.

  17. 53
    Carlo Crovella says:

    Spiego. Sommessamente e con il dovuto rispetto (come direbbe Pasini), faccio notare che molte proteste, circa la pesantezza e l’obsolescenza di alcune idee espresse nel blog, sono rivolte anche ad altri commentatori. Anzi si protesta perché il blog “puzza” di stantio”. Come se fosse legittimo esprimere esclusivamente visioni “moderne”, “illuminate”, “progressiste” e chi invece si situa sull’altro lato delle questione fosse, per definizione, iniquo e indegno. Io riconosco a tutti il diritto di partecipare, ma tutti devono disporre dello stesso diritto, anche i “vecchi” di idee. Pasini e altri (gullich & C) minacciano ripetutamente di non voler più leggere, adducendo presenza di “vecchiume”, come se di montagna possa parlare solo chi ha una visione illuminata e non già chi è esponente di altre idee. Bisogna però avere il coraggio di dire le cose in modo oggettivo, anche con prese di posizioni un po’ “ciniche”. Nella fattispecie i polli da allevamento (alias popolo bue, alias cannibali) non sono educabili, come si illude Pasini (e, con lui, molti di voi) per due motivi: 1) perché la loro natura è quella e non è modificabile; 2) perché, anche se fossero “educabili”, il sistema consumistico impedirebbe la loro evoluzione, altrimenti non sarebbero più… “polli da spennare”. Se avere queste convinzioni è da vecchi, riconosco di essere vecchissimo (ideologicamente parlando), ma, ciò nonostante, queste analisi, fredde e ciniche, sono molto più oggettive di affermazioni quali “tutti hanno diritto di andare in montagna” oppure “impegniamoci a farli crescere” e compagnia bella. Queste ultime sono pie illusioni da boy scout senza nessun collegamento con la realtà. Viva lo Stem Christiania!

  18. 52
    Fabio Bertoncelli says:

    Buongiorno, Simone! Dormito bene? 😊😊😊
    Svegliato male? 😂😂😂
    … … ..
    Alessandro, ti prego, non censurare la battuta: è venuta cosí bene!
     
    Buongiorno anche al povero Crovella, al quale in questi giorni fischieranno le orecchie in continuazione.
     
    E buongiorno a tutti gli altri. Ieri sera vi siete ricordati di affilare le armi per i prossimi duelli?
     

  19. 51
    Simone Di Natale says:

    Crovella sei sempre più pesante e, al contrario di quanto vai dicendo, continui a voler accentrare sempre tutto intorno al tuo smisurato ego, anche quando gli altri usano toni più che pacati, cercando un dialogo e non uno scontro. Invece di invitare gli altri ad andarsene perchè non lasci un po’ in pace tu questo blog?

  20. 50
    Roberto Bozzo says:

    …L’unica libertà rimasta è salire con le proprie gambe e godersi gli spazi lontani dagli impianti.

    Molto interessante, davvero. Pero’ vogliamo completare aggiungendo che tutti gli impianti di risalita vengono pesantemente finanziati con soldi pubblici? Buona serata.

  21. 49
    Carlo Crovella says:

    Anche io mi riferisco alla specifica definizioni di polli usata nell’articolo. I polli da allevamento non sono governabili nel senso eletto, cioè educabili come si illude Pasini. I polli sono popolo bue che viene sospinto in montagna dal sistema consumistico per spennarlo. Non aggiugono alla montagna nessun valore umano, nessun valore etico, nessun valore emotivo. Per chi ha una visione severa e profonda della montagna (e, attraverso la montagna della vita) “includere” a tutti i costi non è un valore ma addirittura un disvalore. Molto meglio meno gente (in pista, al Tor, sul Cervino). Dunque viva lo slowski di Gasparini, viva lo stem christiania!

  22. 48
    Roberto Pasini says:

    Getto la spugna. Io non ho detto “sbagliate” “indegne” “fastidiose” cerco di governare, o almeno mi sforzo, di stare attento alle parole , proprio perchè le ritengo specchio dell’anima:  ho detto “nella mia esperienza personale sono poco efficaci”, nessuna connotazione morale o valoriale e una dichiarata soggettività e inoltre mi riferivo esplicitamente alla definizione”polli” usata in questo articolo da Gasparini, ma vedo che non funziona. Pazienza. “Dixit et salvavi animam meam”

  23. 47
    Carlo Crovella says:

    Io invece sono arciconvinto che i polli (da allevamento) sono polli a prescindere dal loro numero. È irrilevante che siano 4 milioni, anzi semmai è un’aggravante: se le piste non battute (norme legislative permettendo) servissero a sfoltire questo esercito di polli… beh sarebbe musica per le mie orecchie. Per l’altra questione… valutate se farvi un vostro blog, così parlate fra di voi “riformisti” e noi vecchi scarponi non vi infastidiamo. Non si capisce perché le vostre idee devono per definizione essere illuminate e quelle più “restrittive” invece sbagliate e indegne d fastidiose.

  24. 46
    Roberto Pasini says:

    Veramente io non parlavo di cambiare le convinzioni di nessuno ma del fatto che usare la categoria “pollo” per definire circa 4 milioni di persone è un po’ esagerato e non porta molto lontano se uno si pone il problema di costruire soluzioni e offerte diverse da quelle proposte dall’industria turistica mainstream e  che la categoria implicita opposta di aquila, legata alle proprie preferenze di stile nella discesa (qui non si parlava di scialpinismo o di altre forme dell’andare in montagna)  è altrettanto esagerata visto ciò di cui si parla. Porsi al di sopra degli altri e/o considerare gli altri dei mentecatti nella mia esperienza non è un modello mentale efficace per perseguire il cambiamento quando sono in ballo grandi numeri. Si possono avere idee diverse su questo punto ma non ci si dovrebbe sentire sempre attaccati personalmente se uno ricava da “scuole di vita” magari simili approcci diversi. Condivido comunque quello che dice in un’altra discussione gullich. Anch’io comincio a sentire la fatica di tentare un dialogo sul punto e non sulle emozioni.
     
     

  25. 45
    Carlo Crovella says:

    Per Roberto (Pasini): circa relativa “leggerezza” dei temi di montagna, io dissento profondamente, perché sono stato educato fin dalla culla che la “montagna è scuola di vita”. Vedi articolo su questo blog, pubblicato (se non ricordo male) il 31 maggio 2019. Per me i temi della montagna sono temi di rilevante importanza ideologico-esistrnziale. “Come” si va in montagna, secondo la mia visione, è sintomatico di “come” si vive a 360 gradi. Quindi non sono chiacchiere da bar, ma sono cose pesanti e importanti.

    Circa l’aggettivo viscido è riferito al fatto che se vuoi polemizzare con me, fallo apertamente e preferibilmente nei commenti di un articolo scritto da me. Trovo non adeguato che si facciano riferimenti al seguito di articoli di altri autori. Dopodiché io veleggio per i 60 anni (in realtà manca ancora un po’) e  a questo punto, l’impostazione ideologico  che mi è stata data da mio padre non potrebbe certo cambiare adesso…solo perché non piace a tizio o a caio. Tiro dritto, come ho sempre fatto da che sono nato. Ciao!
     

  26. 44
    andrea dolci says:

    Ah, i bei tempi quando si andava in carrozza o meglio, quando gli sciuri andavano in carrozza, niente auto, niente smog e tutto fluiva lento e placido.
    Bella la località negli USA ma è ovvio che al di là di come tengono le piste, chiedere 90 $ di giornaliero per una sola seggiovia automaticamente ti seleziona la clientela.

  27. 43
    luigi says:

    si stava  meglio quando si stava  peggio. signora  mia, che tempi…. 🙂
     

  28. 42
    Paolo Gallese says:

    Matteo, rifletto e sono d’accordo.

  29. 41
    Roberto Pasini says:

    Crovella, hai equivocato, come putroppo a volte accade in internet non potendo esserci un dialogo diretto. Io sono al 50% piemontese e al 50% camuno. Il riferimento a “esageruma nen” era relativo al fatto che spesso mi sembra che si tenda a dare un peso valoriale eccessivo a problematiche che in fondo riguardano attività nobile e formative come quelle relative all’andare in montagna, in questo caso lo sci da discesa, ma che rientrano comunque nel novero delle “ricreazioni umane”.  Il  richiamo era dunque a quel realismo e a quello stare con i piedi per terra e a quella discrezione che caratterizza una certa cultura piemontese alla quale per una parte mi sento di appartenere e alla luce della quale definire polli quelli che sciano in modo diverso mi sembrava una vera esagerazione, anche un pò di cattivo gusto. Devo dire che in questi tre mesi di blog ho imparato un sacco: del viscido proprio non mi era mai capitato di riceverlo. Ciao

  30. 40
    Carlo Crovella says:

    Pasini, guarda che le le tue considerazioni sono improprie, visto che i costanti riferimenti alla “torinesità” costituiscono insinuazioni nei miei confronti, ma la cosa non c’entra con l’articolo di Gasparini.

    Non ti piace la mia personale “filosofia”? Ci può stare, ma anche tu fattene una ragione: se sono arrivato a questa filosofia dopo decenni di vita, non la getto alle ortiche solo perché non piace a tizio o a caio.

    Però lascia fuori gli altri autori. Strumentalizzare i commenti agli articoli di altri  articoli per polemizzare (in modo indiretto e anche  un po’ viscido*) con me, è profondamente scorretto verso gli autori, in questo caso Gasparini.

    * viscido perché emerge che ti riferisci a me, ma non hai la franchezza di dirlo esplicitamente.

  31. 39
    Roberto Pasini says:

    “La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia:anche la ghigliotina” figurati un paio di vecchi sci. “Vecchio scarpone, fai rivivere tu la mia gioventù.”
    Non riesco a capire come qualcuno possa sentirsi parte di un’elite di giusti per aver sviluppato e praticato delle abilità psicomotorie sostanzialmente di relativa utilità per il benessere e il progresso della specie umana. Almeno Rolando può dire di aver suscitato con le sue abilità di far rotolare una sfera di cuoio in uno stadio forti emozioni in milioni di persone. Anche se francamente non so se si sente parte dalla parte dei “giusti” o si limita, come sarebbe giusto e legittimo, a godersi i suoi milioni e la sua Giorgina per i servigi resi al divertimento di una parte della specie umana. “Esageruma nen” dicono nel piemonte sabaudo, “scuola di vita”.

  32. 38
    Matteo says:

    Sono completamente in disaccordo col tono dell’articolo. Il contenuto, per quanto mi sembri un filo patetico (senza offesa), mi sembra sacrosanto.Mi spiego: mi sembra sacrosanto constatare che le cose sono cambiate e, rispetto al proprio punto di vista, constatare che sono cambiate in peggio. E quindi avere nostalgia di un periodo in cui ci si riconosceva in una certa comunità che frequentava dei posti cui era legata per certi motivi.
    Da qui a dare una connotazione morale (negativa) su quanto crea questo scostamento sentimentale rispetto al presente, senza neanche un accenno di un serio tentativo di analisi mi sembra davvero patetico e che si meriti semplicemente un bel “e sti cazzi” di risposta.
    E’ sbagliato che uno che lavora voglia portare la famiglia a sciare per godersi da turista (e quindi non da vero appassionato della montagna – e lo dico senza sarcasmo) la montagna. Assolutamente no. Se poi uno ha avuto la fortuna di vivere in un periodo in cui questa cosa non era fastidiosa, beato lui. Ma pretendere di elevare quel momento a paradigma solo perchè fa comodo…bah. 
    Certo che la montagna è elitaria, ma in questo senso anche la vita/salute è elitaria, ma non mi sembra che nessuno dia contro alla medicina perchè ostacola la selezione naturale…Quindi liberi tutti? Assolutamente no. Sono assolutamente convinto che un certo tipo di esperienza di montagna e di alpinismo, questo sì più elitario, vada salvaguardato, per motivi storici ma soprattutto perchè, per chi ha voglia di mettercisi, porta e mette in luce valori che reputo arricchenti per il singolo e quindi per una società.
    Sarei il primo a dare un rene per avere piste non battute o per far sparire certi impianti, ma farlo con aria di superiorità e con l’arroganza di essere i “giusti” (cosa che non nego che alcune situazioni può essere vera), argomentando con “ai miei tempi si stava meglio” mi sembra una cavolata.
    Diverso è un dibattito nel merito per provare a far convivere queste due anime diverse e spesso difficilmente conciliabili della montagna.
    Buona giornata

  33. 37
    Carlo Crovella says:

    Interessante il commento 36. Tuttavia va sottolineato che gli sproliloqui dei vecchi  “inaciditi” innescano normalmente un vivo dibattito. Segno che i temi sono di attualità e di interesse trasversale, anche per chi la pensa in modo diverso rispetto al contenuto del singoli articoli. Buona serata!

  34. 36
    Vg says:

    Leggo questo articolo e sorrido. Anche io in fondo la penso cosi’, adorerei che tutte le stazioni non battessero le piste, visto che io da 50 anni scio solo fuoripista, con sci e snow e pelli. Ma allo stesso tempo, sono abbastanza realista da capire che senza le piste battute, la montagna sarebbe morta e sepolta, visto che la frequentazione e’ al 98% da persone che sciano in pista. Giusto? Sbagliato? non lo so, ma questo e’ quello che il 98% dei frequentatori della montagna richiede.Esattamente come chi scala che vuole gli accessi alle palestre, vuole le chiodature, esattamente come chi va’ con le ciaspole vuole smarthphone che gli indichino dove andare. Si chiama evoluzione, evoluzione dello sport.
    Altrimenti ok, lasciamo le piste non battute ( e io ne sarei solo che felice), cerchiamo soci per gli impianti (mi scappa gia’ da ridere) ma non sciamo come 50 anni fa, in maglione e pant alla zuava, con scarponi in cuoio e bastoni in bambu’, magari solo telemark ma non con NTN ma obbligatoriamente i lacci e bastone.Vedo nella foto che l’ autore e’ guida o maestro (con la sua bella giacca in Gore).Questa sua professione, deve portarlo ad INSEGNARE si’ le tecniche dello sci, ma sopratutto il modo di andare in montagna, di come viverla rispettandola, non facendo proloqui contro impianti e ogni forma di necessaria evoluzione della specie.

  35. 35

    Appena mi muovo da casa in auto devo attraversare come minimo uno di questi passi dolomitici: Pordoi, Campolongo e/o Falzarego. Non parlo da “esperto” ma da normale utente della strada. Fino a qualche anno fa quando c’era pericolo di valanghe su una di queste strade si trovava un cartello che indicava “strada chiusa per pericolo valanghe, transito a proprio rischio”. A lato del cartello c’era tutto lo spazio per passare in auto. In quasi quarant’anni di vita in quei paraggi ricordo forse di un paio di auto travolte da valanghe con anche qualche morto, ma parliamo di parecchi passaggi di automobili a fronte di veramente pochi incidenti.
    Oggi sulle stesse strade, nonostante siano state costruite opere in cemento armato, eretti patetici paravalanghe in  legno di larice molto belli ma che sono già crollati sulla strada dopo copiose nevicate (era meglio non farli), ci sono due robuste sbarre in acciaio che vengono chiuse ai primi fiocchi di neve e il cartello che le sovrasta è un bel divieto di transito. Punto. 
    Agli occhi dell’utente medio, che è un benpensante decerebrato che esegue le istruzioni per sentirsi protetto, tutto questo è più sicuro di quando la strada si poteva percorrere a proprio rischio. Personalmente vedo in questo una deresponsabilizzazione dell’individuo altamente pericolosa. 
    Vallo a far capire al legislatore.

  36. 34
    paolo says:

    Un esempio, la Regione Lombardia (politica) ha costruito un secondo grattacielo e continua ad occupare il primo, assume gente (conoscenti, amici, amanti, raccomandati,…) che fa leggi, regolamenti e inventa ruoli (diventano specialisti in arzigogoli!), sopratutto vuol identificare le responsabilità di tutto negli altri e loro che dicono cosa fare, spesso senza competenza alcuna, non sono mai responsabili di nulla e la società si impantana, mentre qualcuno speranzoso fugge all’estero.
    D’altronde l’80% della gente non ha capacità costruttive e qualcosa bisogna darle da fare, cercando che non si faccia del male mentre obbedisce, e se per caso si fa male, subito si dice che è un esperto o è un eroe.
    Costa parecchio, anche in corruttele, ma purtroppo sembra che vada bene a tutti dappertutto, basta che si possa dire la propria fugace idea.

  37. 33
    Carlo Crovella says:

    Commento 30: interessante ed opportuna annotazione, ma la conclusione è che viviamo in una dittatura. La dittatura della sicurezza. Se ci pensate, neppure lo scialpinismo ne è del tutto indenne: per legge è obbligatorio il kit sicurezza, in teoria i forestali (oggi carabinieri forestali) potrebbero chiederlo a qualsiasi scialpinista in gita privata. Fra un po’ la Mamma Stato ci imporrà di sciare in un certo modo, con certi materiali e non con altri. Idem per arrampicare, camminare, correre… insomma “vivere”, in tutte le sue declinazioni, sarà precisamente codificato e non si potrà sgarrare! Le uniche “leggi” che dovremmo accettare sono quelle della natura: se tagli un pendio sottovento finisci sotto una valanga. Invece lo Stato si preoccupa se ci sono le reti, le segnalazioni, le piste chiuse, le pietre… ma anche questa impostazione è funzionale a generare polli (d’allevamento) che sono stupidi consumatori (di skipass, di materiale, di hot dog sulle piste…), annebbiando ogni capacità autonoma di valutazione e decisioni.

  38. 32
    lorenzo merlo says:

    «Un problema non banale da discutere. Figuriamoci da risolvere».
    Ringraziare i reggenti dello status quo, il loro buon senso, la loro competenza, il loro essere nel giusto, il loro sostegno al sistema, la loro democrazia.

  39. 31
    Paolo Gallese says:

    Cordelo!
    Hai aperto finalmente uno dei problemi cruciali dei nostri tempi attuali. La de-responsabilizzazione dell’individuo, l’abnorme regolamentazione, la quantificazione economica di qualunque evento. Lo Stato dovrebbe risolvere molti aspetti del nostro agire con un solenne “a tuo rischio e pericolo”. Un problema non banale da discutere. Figuriamoci da risolvere.

  40. 30
    Cordelo says:

    Leggo e condivido la nostalgia e la maggiore bellezza dello sci di un tempo,meno omologato. Nella discussione avete tuttavia dimenticato un dato fondamentale. Una delle ragioni per cui lo sci si è ridotto così sono gli obblighi crescenti che sentenze e normative hanno imposto al gestore. Parlo da professionista in materia di sicurezza sulle piste da sci,con decenni di lavoro come pisteur secouriste e con incarichi in direzioni di pista. Oggi una pista blu o rossa non può essere aperta non battuta. Se uno si fa male fa causa, gli danno ragione e il gestore paga. Idem per un sasso in pista. La prima ora e l’ultima sono dedicate a mettere cartelli e striscioni di incrocio, di pericolo, di strettoia, di sassi etc.al solo scopo di proteggersi dai risarcimenti.E’ un continuo mettere e togliere reti di protezione, materassi etc. Il problema è che all’individuo sciatore non viene addebitata quasi nessuna responsabilità mentre vengono scaricate sulla gestione degli impianti con costi altissimi. Il cambio cruciale è stato quando la giurisprudenza ha introdotto il contratto atipico di ski pass in luogo del contratto tipico di trasporto che esisteva prima, estendendo la responsabilità del gestore dai soli impianti di risalita alle piste di discesa. Le leggi hanno quindi imposto doveri di preparazione, manutenzione e controllo delle piste. Oggi non è legalmente pensabile l’apertura di una pista con neve a macchia di leopardo con erba e terra in mezzo come invece accadeva nelle primavere di qualche decennio fa. Una recente sentenza di Cassazione impone come criterio da applicare per la valutazione della sicurezza di una pista,per analogia, quello previsto dal decreto 81 sulla sicurezza dei luoghi di lavoro…Non occorre dire altro. La deriva attuale nasce dall’azione dei giuristi e dai contenziosi emersi nel tempo ed una seggiovia come quella citata in Italia sarebbe impossibile mantenerla: i trasporti su fune sono dati in concessione dal ministro dei trasporti con precisi requisiti tecnici imposti dalle motorizzazioni civili. Non se ne esce…L’unica libertà rimasta è salire con le proprie gambe e godersi gli spazi lontani dagli impianti.

  41. 29
    Gullich says:

    Peraltro non mi pare che Gasparini ambisca a divieti, ma dia piuttosto suggerimenti costruttivi.
    perche non provare a proseguire in quella direzione?

  42. 28
    Gullich says:

    Vietare: Che parola magica. vietiamo le piste lisce, gli sci sciancrsti, le scarpette con la mescola xgrip, le piccozze con la becca a banana, samponi con una dola punta, macchine a tre ruote, carrelli della spesa a due, teibunali senza ascensori, ospedali con solo la penicillina…
    si puo arrivare all’infinito, così.
    e alla fine resisterà solo il superuomo.
    un po niciana come visione. Ma efficace.
    resta un piccolo problema secondario: chi decide cosa vietare a chi?
    neanche i primati hanno questa visione.

  43. 27
    antonio.massettini says:

    Vietare piste piatte, obbligare a rifarle tutte di nuovo con le gobbe, basta questo per fare selezione, i polli si andrebbero a divertire altrove. chi se ne frega dei numeri, i numeri dimostrano che ci sono troppe persone (quasi 5 milioni), non possono essere tutti dei veri appassionati, molti fanno vacanze in pista, ma andrebbero lo stesso in un agriturismo. chi è invece interessato alle atmosfere, come descritte in un commento precedente, non ha timori se non puo’ vedere amici e parenti, solo perché questi non amano le gobbe delle piste: ci si vedrà altrove

  44. 26
    Roberto Pasini says:

    Quando si parla di un’attività ricreativa che coinvolge 4.5 milioni di persone, per capire cosa c’è sotto e formulare proposte di intervento sensate bisogna usare categorie un po’ più sottili che non “aquila” e “pollo”. Va poi ricordato che i “polli” sono magari amici nostri, parenti e colleghi, per la gran parte persone perbene che ogni giorno si fanno il culo al lavoro e magari affrontano anche qualche sacrificio per portare la famiglia a sciare, pensando in buona fede di garantire un’esperienza gratificante nella natura. Va poi detto che i polli mantengono un sacco di persone, in montagna e non. Quindi giusto pensare di educare, ma anche rispetto, anche perché francamente di santi senza peccato io non ne vedo tanti, anche tra gli “eletti” e i “puri”.

  45. 25
    Matteo says:

    Un plauso al buon Gullich, a dimostrare, ce ne fosse bisogno, che non c’è correlazione tra un nickname e l’intelligenza

  46. 24
    gullich says:

    alla fine sarebbe assai più utile, senza distinzioni fra eletti e polli, interrogarci semplicemente su quello che – oggi – è ancora sostenibile e ha un impatto non devastante sull’ambiente in cui viviamo  (tema già di per sè assai sfuggente e dai confini labili), ancor prima che su quello in cui vorremmo giocare.
    se l’articolo di Gasparini ha il pregio di una visione che mi pare più complessiva e meditata delle sparate crovelliane, trovo un elemento di debolezza il giudizio a propri su determinate categorie.
    Non si risolveranno i problemi delle piste e delle falesie mettendo i bravi da una parte ed i cattivi dall’altra, ma confrontandosi partendo da un sentire comune o comunque da un dato di fatto minimo che sia comune a tutti i frequentatori.  
    Anch’io non amo il popolo delle piste (ma se è per quello neanche quello delle autostrade, delle chiese, dei supermercati e dei marciapiedi) ma non mi sento a priori  di definirli dei cannibali o dei polli, non almeno quando voglio introdurre un tema serio (pur potendo convenire su alcuni aspetti denunziati da gasperini in rodine ai motivi e alle dinamiche che oggi muovono il circo dello sci). 
    Imboccare quella strada significa, poi, dare la stura ai soliti panegirici  crovelliani che – a dispetto dell’aria nobile – si fondano su  concetti di una bassezza rivoltante e del tutto infondati. 
    TAccio sull’attribuire alla montagna una nobiltà intrinseca (le montagne – di epr sè – sono semplicemente mucchi di pietre, e non l’ho detto io), mentre sostenere che oggi è assai più facile arrampicare per via dei materiali significa semplicemente non sapere di cosa si sta parlando e non conoscere l’evoluzione degli ultimi trentanni di arrampicata, mandando qualunque confronto in vacca ancor prima che inizi.  
    forse sarebbe ora di cominciare a ragionare partendo da presupposti un pò più fondati e sensati, lasciando fuori cannibali, polli, elitarismo da strapazzo e nobiltà alpine.
    La montagna è un territorio fragile (retius, la terra… ormai) e richiede attenzione e cura estrema. Una cura che riguarda le pratiche e l’approccio alla stessa, non la suddivisione dei partecipanti in caste o classi o tipi.
    L’intervento di Michelazzi mi pare interessante proprio per quello, prima che per il merito, così come apprezzo il tentativo di Pasini di accedere ad una visione un pò più ampia del fenomeno. 
    state bene 
     
     
     

  47. 23

    Personalmente piegamento e distensione li insegno ancora eccome. Provate a sciare sulla crosta ventata irregolare senza farli, per capire a cosa servono.Sempre sostenuto che se uno impara a sciare su tutti i tipi di neve, potrà sempre divertirsi.
    Lo sci di oggi dovrebbe chiamarsi sci artificiale, per distinguersi dallo sci naturale, ovvero quello che si fa su terreni non preparati. Già una distinzione di nome favorirebbe una più chiara distinzione tra un’attività ricreativa e uno sport. Gli sciatori artificiali di oggi, quando si definiscono sportivi sono come quelli che vanno a urlare allo stadio e qualche cronista li chiama “amici sportivi”. Tutta una falsità, possibile che in pochi se ne accorgano?

  48. 22
    Roberto Pasini says:

    Ad esempio ci sono una serie di considerazioni sul fatto che lo sci è vissuto da molti clienti come momento di socializzazione e di gestione degli affetti familiari in un contesto naturale ed extra-urbano che io avevo completamente trascurato concentrandomi solo sull’aspetto sportivo e tecnico, che invece sembra essere una leva importante che spinge all’acquisto di pacchetti da parte dei gruppi familiari.

  49. 21
    Roberto pasini says:

    Risposta a rf. Non mi pare. Controlla tu stesso. Se digiti su Google Sky Pass Panorama Turismo ti rimanda al sito della società di ricerche top sullo sport in montagna JFC e mettendo il tuo nome puoi scaricare il documento previsionali e quello di sintesi sull’anno scorso, molto ricchi di dati sia sociologici che economici.

  50. 20
    Paolo Gallese says:

    A me sembra solo che una volta, famiglie di ogni estrazione sociale, riempiendo una pensioncina rimessa un po’ a posto e mangiando quello che passava il convento, potevano permettersi di godersi il monte innevato, l’aria buona, un po’ di discese alla va’ o la spacca, gran grappe, gran briscole la sera, o se fuori tirava bufera. Ci si accontentava perché i luoghi e la compagnia compensavano tutto.
    Oggi assolutamente non più.
    Il “target” è elevato, i costi alti, le pensioni, se esistono ancora, costano come un 5 stelle. Le categorie di ogni estrazione sono diminuite se non scomparse.
    La montagna dello sci da pista è diventata più elitaria, più sofisticata nei gusti e nelle pretese (anche se travestiti “alla buona”, che suona falsa).
    Forse, più che alla tecnica, allo stile, all’attrezzo (il mio primo maestro, valtellinese doc chiamava gli sci così!), la vaga nostalgia che coglie molti di noi è per un’atmosfera che oggi non si trova quasi più.
    Non posso ovviamente parlare per altri. Era un pensiero in libertà.
    Per me è un po’ così.
    E sono decenni che me ne vado a zonzo lontano, nella mia tendina montata in quota o nascosta, dal tramonto all’alba.
    La slinzega nello zaino.
     

  51. 19
    rf says:

    @roberto pasini, scusa la domanda, ma si nomina anche quante giornate/uomo questi praticano? Mi spiego: tantissimi hanno degli sci in casa, ma li usano 2 volte l’anno, mentre gli sci alpinisti e i freestyler (di solito) vanno molto più frequentemente! Come è vero che (per fare un’analogia con l’arrampicata) il 90% scala sotto il 6b, ma quelli che scalano sopra l’8a scalano (o si allenano, ergo “consumano”) 4/5 volte a settimana. 

  52. 18
    Roberto Pasini says:

    A ruota dell’esempio di Michelazzi (che fa gioire il mio 50% camuno) sono anch’io convinto che, senza farsi troppe illusioni, ci sono spazi di mercato per costruire offerte con mix diversi, anche se lo sci alpino domina. I polli non sono dei poveri mentecatti e non tutti sono contenti di stare in batteria anche in vacanza. Se solo gli opertori e i loro lobbysti leggessero la loro stessa Bibbia, il rapporto previsionale 2019/2020 di Skipass Panorama Turismo ( reperibile gratuitamente in internet). A pag. 5 parla dei vari elementi che rendono iconografica la montagna invernale “ben oltre l’idealizzazione standardizzata che spesso hanno gli stessi operatori della filiera turistica” e a pg 10 di montagana invernale che si identifica per i potenziali clienti come luogo di socializzazione e di gestione degli affetti familiari che “non nè consuetudine nè quotidianità”.
    Il rapporto così stima le grandezze del sistema sportivo neve (4.089.000 praticanti, valore 10,5 miliardi circa).
    59,2% sci alpino; 13,4 % snowboard; 11,1 % ciaspole; 7,1 % sci di fondo; 3,3% Freestyle; 2,3 % scialpinismo; 3,7 % altrediscipline.  (Su questa ripartizione si può lavorare costruendo l’offerta locale)

  53. 17
    Michele Comi says:

    Con gobbe, neve vera e qualche sasso mi piacerebbe tornare a fare il maestro di sci. Per insegnare il “cristiania”  naturalmente; anche se la scuola italiana di sci lo ha tristemente eliminato dal glossario del nuovo testo tecnico per l’insegnamento, sostituendolo con un tristissimo “livello 4, abilità2″. Un nome che racchiude in se l’aridità e la noia dello sci d’oggi.
     
    Sarà, ma quel nome evoca qualcosa in più di una semplice curva sugli sci, segna il passaggio dai primi rudimenti, dalle prime goffe discese a spazzaneve, alle meritate curve che si imprimono indelebili nella memoria, oltre che nella neve.
    Peccato aver rinunicato a quel nome familiare, facile da ricordare, persino musicale..
    Meglio “oggi ho eseguito il mio primo cristiania”? Oppure il “mio primo L4 abilità 2”?

  54. 16
    rf says:

    Non colgo il senso dell’articolo. Semplicemente i tempi cambiano. Anch’io come tanti ho sciato, ho fatto le garette, ho visto l’avvento della neve artificiale, delle seggiovie bi, tra, esaposto ad aggancio rapido, i mogul, la carving cup, gli snowpark, e dagli sci a stecca ai carving ai  freeride 115 al centro. Ogni cosa ha il suo fascino, il suo tempo, la sua era storica. Sciare in pista ormai non è (per me) minimamente interessante. Non mi diverto. Mi divertivo, si. Ma oggi no. Lo trovo culturalmente insoddisfacente. Mi spiace per Thoeni, Cotelli e Gasparini, ma non ho nostalgia di quei tempi. Me li ricordo con piacere, ma oggi, con una visione diversa delle cose, non sento l’esigenza di farli provare alle nuove generazioni. Andando avanti, complice anche il terrorismo fatto da guide e aziende sulla sicurezza mi è andato di traverso anche lo sci alpinismo, che pure tanto mi piaceva. Ma bisognava vendere per prima cosa insicurezza e arva, anzi, artva… Come Goebbles, si è inventato il nemico: la valanga.  E via un’alta stagione di libertà in nome del progresso e della sicurezza (ovvero: degli interessi di qualcuno). Che dire di questo articolo e spunto di riflessione. Che a mio avviso lo sci da discesa rappresenta un passato che va verso l’obsolescenza, ecologicamente devastante e culturalmente non appropriato. Una volta eravamo più “leggeri” e meno consci. Non voglio giudicare. Ma guardatelo oggi lo sci da discesa: rovina regioni intere, ecosistemi e sta in piedi solo con i nuovi ricchi dell’est (vicino e lontano). Lo scialpinismo ormai è più normato di una centrale nucleare, e o vai a ferragosto sul Monte Pora o ti senti dare dell’assassino/irresponsabile. Ragazzi, le valanghe si staccheranno sempre, e qualcuno ci rimarrà sotto sempre. Facciamocene una ragione: prima o poi si muore tutti. Quindi per quanto riguarda il mio rapporto con la montagna innevata, me lo tengo per me, con o senza sci, con o senza artva, sicuramente senza impianti… 

  55. 15

    Al Gaver territorio meridionale dell’Adamello condiviso dai comuni di Breno (BS) e Bagolino (BS) la scelta di optare per la slow-mountain (ormai con il termine slow si definiscono tutti quegli ambiti rifuggenti dalla foga moderna di correre non si sa verso dove…!?), proponendo lo scialpinismo e le racchette da neve è una realtà che sta evolvendo già da qualche anno ed è altamente apprezzata.
    I vecchi impianti che un tempo erano tra i più conosciuti della provincia oggi sono rimasti solo un monumento chiuso e non modernizzabile se non con ampi scempi sul territorio che i comuni non vogliono.
    Eppure qui la neve c’è, c’è sempre e quest’anno ne ha buttata tanta.
    La pista di fondo stupenda permette di sciare in una piana lunga ed affascinante e godersi anche qui la montagna in stile lento e lo confermano gli appassionati che la domenica la invadono completamente.
    Scelte, di vita, di sviluppo compatibile e non selvaggio.
    Poco distante gli impianti del Maniva che funzionano benissimo, rendono un bel servizio a chi preferisce lo sci di pista, non hanno smanie di allargamenti compulsivi e anzi è allo studio un programma di ampliamento delle strutture ricettive che sono poche, e che in passato anche qui videro edificare stupidamente per poi mai aprire…, nel rispetto dell’ambiente.
    Questo per dare la possibilità di visitare questi posti (entrambi) anche a chi non li conosce ancora ed è attratto dal frequentare una montagna veramente lontana dallo stress.Le Guide Alpine assieme al sindaco di Bagolino e ad altri appassionati del territorio, stiamo collaborando al fine di portare il Gaver ad essere un esempio fra tutti, verso un tipo di turismo montano più rispettoso e meno dannoso.Sarà una bella sfida che ci vedrà nei prossimi anni programmare non solo eventi commerciali (senza soldi non si mangia…) ma anche culturali per insegnare e condividere amore e rispetto per le montagne.

  56. 14
    sergio bella says:

    mah…
    solita storia, mi pare di sentir mio nonno…
    scio anch’io da cinquantanni con il medesimo entusiasmo (dentro e fuori le piste); spero di continuare a farlo e di non esagerare con le filippiche a figli ed eventuali nipoti…
    per curiosità, ma dove vivete? da ste parti, sopratutto fuori dalle piste, ci sono un fracco di giovani che si divertono un sacco…

  57. 13
    Carlo Crovella says:

    Ciao, ho letto questo articolo di prima mattina (prima delle 7), ma ho preferito stare a vedere l’evoluzione dei commenti, prima di intervenire. Ora in un coffe-break nella mattinata di lavoro, mi concedo due minuti.
    Ovviamente mi allineo completamente al contenuto dell’articolo.
    Preciso solo che il precedente post (quello sulla Valanga Azzurra) era esclusivamente motivato dal desiderio di elogiare gli specifici atleti (Thoeni, Gros… fino a Cotelli), con la coda del confronto fra la tecnica sciistica di allora e quella odierna, per l’evoluzione tecnologica degli attrezzi.
    Sono però contento se il mio intervento ha convinto Luca Gasperini a scrivere questo pezzo. Condivido tutto e in linea di principio anche la speranza che si possano “convertire” alcune piccole stazioni alla vecchia maniera. Il problema, qui nelle Alpi almeno, è che il riscaldamento climatico sta alzando il limite delle nevi e le piccole stazioni sono destinate a morire, “vecchia o nuova maniera” che sia, perché  spesso si trovano a quote troppo basse, incompatibili con la neve naturale (che, pare, fra un po’ troveremo solo dai 2000 m in su: sotto solo rododendri anche in inverno).
    Ovvio che condivido il concetto dei polli da allevamento: sono i cannibali declinati sulla realtà dello sci di pista. Non è il solo sci di pista che è stato invaso dai cannibali-polli, ma è fenomeno che riguarda l’insieme delle attività della montagna, estiva e invernale.
    Io sono assolutamente convinto che l’inclusione NON sia un valore, specie in montagna. Non lo è neppure nella versione più “elegante”, alla Pasini, meno che mai in versioni più da osteria. La montagna, che sia innevata o meno, è nobile, eletta, elitaria. I critero di selezione NON sono di natura economica, ma intelettual-ideologici.
    L’evoluzione tecnologica dei materiali e degli attrezzi ha purtroppo  abbassato le barriere di ingresso, cioè oggi è immensamente facile sciare, arrampicare, partecipare alle gare come il TOR e perfino andare sul Cervino, e soprattutto è molto più agevole e” preparato” sul piano logistico.  E’ cosa preparata perché, , dall’altra parte c’è il tornaconto del business di avere sterminate folle di “polli” consumatori e pagatori.
    Nello sci di pista questo fenomeno è portato all’esasperazione ma purtroppo non è il solo risvolto inquinato da questa “maledizione”.
    Viva lo Stem Christiania! Erano anni che non lo sentivo chiamare in causa!

  58. 12
    Giovanni Verzani says:

    Sempre bello leggerti Luca.
    Sei il Faro della neve e dello sci 

  59. 11
    Sebastiano Motta says:

    Come Pasini, non condivido il disprezzo per i “polli”.
    E’ giusto appellarsi alla coscienza dei singoli, ma non sarebbe meglio scagliarsi piuttosto (o anche) contro chi i polli plasma, nutre e cresce, con lo scopo di spennarli?

  60. 10
    agh says:

    Condivido praticamente tutto quel che dice Gasparini, ma purtroppo sono ragionamenti da nostalgici, e i nostalgici come noi di solito sono spazzati via dal “progresso”. Lo sci si estinguerà per motivi climatici, sperando che nessuno inventi la neve artificiale che resiste alle alte temperature. Riguardo alla Polsa, non mi pare sia come dice: lo skiliffone che serviva la Polsa è stato sostituito anni fa con una più “moderna” quadriposto, che però ha provocato il fallimento economico della società. Com’è finita? Ha comprato tutto la Provincia. E ora si favoleggia di un collegamento con Malcesine sul Garda… chiaramente finanziato da Pantalone. Riguardo il progetto La Sportiva al Rolle, è stato affossato dai politici, perché il patron Delladio è un cane sciolto e poi perché è meglio tenere le comunità locali al gancio della politica e dei contributi pubblici, in cambio di consenso.

  61. 9
    Giacomo Govi says:

    Buone intenzioni, ma rischia di fare rimpiangere Crovella. Insopportabile.

  62. 8
    Francesco Panero says:

    Leonardo Moretti, l’adrenalina credo sia relativa. Ai vostri tempi di sicuro c’era già chi trovava adrenalinica una corsa in auto, proprio come oggi. E c’era già pure chi faceva prime discese terrificanti come De Benedetti. Forse la differenza è che oggi, essendoci molte piu persone, ambienti e filosofie di vita diverse convivono piu vicine che mai e agli appartenenti all’una o all’altra categoria il diverso concetto si palesa piu facilmente di una volta. Ad esempio: il numero di scopritori dei piaceri idillici e naturali dello scialpinismo è aumentato, proprio come il numero dei polli che, vedendo alcuni mitici film di Fantozzi (Che a parer dei più sono allegoria della vita odierna) esistevano già ai vostri tempi.

  63. 7
    chiara says:

    articolo fantastico, parole sante…grazie …sapere che c´é ancora chi la pensa come te é incoraggiante oltre che emozionante …grazie d cuore….
    chiara

  64. 6
    Daniele Caielli says:

    Alla frase “anche lo sci di fondo è stato rovinato dal passo pattinato” ho chiuso la lettura e sono andato in cantina a sciolinare.

  65. 5
    paolo says:

    Mi sembra un discorso da gente con tanti soldi da spendere.
    Divertirsi è il fine (a-morale) ?

  66. 4
    Roberto Pasini says:

    Il mondo dell’intrattenimento montano nelle sue diverse forme, dall’arrampicata allo sci, segue l’andamento del resto della società, nel bene e nel male e si adegua ai gusti e ai valori dominanti in ogni epoca. Non ci sono eccezioni e per quale strano motivo ci dovrebbero essere? Poi uno può apprezzare o meno queste evoluzioni. È sempre stato così per ogni generazione. In ogni epoca è normale e legittimo che si conservino delle nicchie per chi desidera praticare attività diverse dall’orientamento dominante che sente più vicine al suo modo di intendere le cose. Io però non trovo giusto il disprezzo per chi segue l’orientamento prevalente,  i  “polli”. Persino il Papa ha detto “chi sono io per giudicare?”. Uno fa le sue proposte e da’ l’esempio, poi se ti seguono bene, altrimenti vuol dire che non sei stato convincente, ma niente ti dà diritto di sentirti un’aquila rispetto ad una massa di diseredati e mentecatti. Ps. Non pratico più lo sci di pista dall’inizio degli anni 80 perché per me c’era già troppo casino allora e appartengo a varie nicchie, ma non mi sento un’aquila ma un pollo d’altri tempi. 

  67. 3
    Leonardo Moretti says:

    Purtroppo la nostra memoria non è quella di secoli fa, ma di un passato relativamente recente , quando l’adrenalina era data dal confronto con difficoltà naturali e non da tecnologie.

  68. 2
    Michele Herwerd says:

    La progressione tecnologica ha esasperato e modificato il concetto di sci e sciatore. Attorno allo sci ci sono solo interessi economici che hanno bisogno dei polli di batteria.
    Luca Gasparini ha scritto un articolo sul tempo che fu e che non tornerà mai più. Chi può pratica lo scialpinismo o altre discipline che lo portano ancora a contatto con la natura.

  69. 1
    Fran-42 says:

    🙂 

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