Lontano da che?

Andare a vivere in montagna: chi è abituato ad “avere tutte le comodità vicino”, fatica a comprendere una scelta tanto poco pratica…
Il cosiddetto isolamento è però relativo. Specie quando la civiltà dista soltanto venti chilometri da tutto. Parola di creativo cebano cosmopolita.

Lontano da che?
di Sandro Bozzolo
(per gentile concessione di Alpidoc n. 100, www.alpidoc.it)

Lettura: spessore-weight(3), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

Mezzogiorno meno dieci, suonano alla porta. È la signora del Folletto, l’aspirapolvere per antonomasia: perfetto per pavimenti, per tappeti, per tutto. Converso amabilmente con lei un paio di minuti, giusto il tempo per non rubarle energia lavorativa e non essere scortese. Presto le è chiaro che casa mia la pulisco alla vecchia maniera, ramazze stracci e aspirapolvere proletari, e la signora del Folletto si arrende: il suo attrezzo non mi serve. A un certo punto, però, prima di andarsene, chiede: «E quando torna in città?».

L’alta Valle Tanaro proiettata verso il mare. Foto: Enrica Raviola.

È una domanda strana, come strana alle sue orecchie deve essere suonata la mia risposta. Vivo qui da sette anni, dove per “qui” intendo una normale casa in pietra inserita in un nucleo abitato raggiungibile con qualsiasi automezzo in qualsiasi stagione o momento dell’anno. Questa, insomma, non è una seconda casa né un rifugio per le vacanze. È il luogo in cui vivo, ereditato peraltro; così come lì di fronte vivono i miei vicini. Quella più in basso, in effetti, è una seconda casa, mentre le altre là in fondo sono case disabitate.

Abito, insomma, “in montagna”. A pensarci bene si tratta di una borgata ubicata a soli 800 metri di altitudine, ma per un insieme di fattori (si trova alla testata della valle; ci si arriva dopo tre chilometri di curve strette; si chiama La Riva; vi alligna una certa resistenza agro-pastorale) è da considerarsi a tutti gli effetti “montagna”. Eppure mi ritrovo a venti chilometri da un casello dell’autostrada, a venti da una stazione ferroviaria, a venti da un ospedale mutilato ma ancora funzionante, a venti da una scuola superiore con liceo e a venti da un circolo culturale fresco di apertura. Orologio alla mano, sono venti minuti di macchina all’incirca, che diventano mezz’ora quando in inverno nevica. Più o meno lo stesso tempo che trascorrerebbe su un autobus un cittadino medio dell’immediata cintura periferica di Genova, o di Torino, per raggiungere uno qualsiasi dei posti suddetti.

Sandro Bozzolo. Foto: Irene Occhiato.

Eppure, questa è montagna. Lo sa bene il caro Enzo, autorità culturale della valle, che da anni si preoccupa per la posizione relativamente isolata di casa sua. L’abbozzo di alluvione del novembre 2016 ha interrotto il pezzo di strada che lo collegava con il paese, e due anni più tardi, nonostante la buona volontà e tutti gli sforzi del giovane sindaco di Lisio, il cratere è ancora lì. Lo sappiamo bene noi tutti, abitanti di Viola Castello, che vediamo peggiorare, di anno in anno, di mese in mese, di pioggia in pioggia, le condizioni della strada che sopra le nostre teste svalica verso la Val Tanaro. Un colle a 1000 metri che, a causa dello stato dell’asfalto, ricorda ben altre quote. Un’altra via di comunicazione (a proposito: qui Eolo prende; il ripetitore è lì davanti) che scricchiola in attesa dell’intervento di una mano terza (la Società dell’Eolico, la Compagnia del Gas, la Provincia, la Regione, l’Europa) per sistemare la situazione. Quella descritta con efficacia su Internazionale numero 1270 (24 agosto 2018), in un articolo a firma di David Broder: l’Italia spende, per la propria rete viaria, meno della metà di quanto non facciano Francia o Germania. Dal 2007 al 2018 – mentre in Val Susa, per favorire la Città Metropolitana a scapito del “buono pulito e giusto”, si continuava a schierare contro altri valligiani un esercito armato – il budget nazionale destinato alla manutenzione delle strade è sceso del 40%.

Viola Castello vista dal finestrino di un aereo. Foto: Giuseppe Carta. 

Ma al di là di questo, da dove viene la domanda della signora del Folletto? Perché sta diventando normale stupirsi del fatto che un trentaduenne italiano – laurea, dottorato, eccetera – decida di vivere in un luogo qualsiasi e non codificato? Perché il fatto di abitare in mezzo al verde, a venti chilometri da autostrada e ferrovia, sta diventando qualcosa che necessita di una giustificazione?

Nei primi decenni del XX secolo, un essere umano su cinque abitava in un’area urbana (fonte The New Wild). Cento anni più tardi, la prospettiva si è capovolta. Quattro europei su cinque oggi abitano in un’area metropolitana. E il dato è ovviamente destinato a crescere. È un’informazione neutra, un dato di fatto che non deve essere per forza negativo o positivo, se si vuole tralasciare ogni considerazione circa la sostenibilità ambientale della vita urbana. Ma è comunque inquietante la naturalezza con cui il processo avviene: si abita in città, certo, così come si mandano i figli a scuola e si lavora per guadagnarsi la pagnotta. Nessuno (o meglio, ben pochi) mette in dubbio l’assioma “esisto-dunque-vivo in città”. Se si cerca una casa in affitto la si cerca vicina ai servizi, alla scuola per i figli, al posto in cui fare la spesa, e così via. Ci sono persone la cui ambizione è quella di farsi una casa di campagna – con l’orto, ampi spazi, eccetera eccetera – in città. Il principio di “vicinanza” (e il suo naturale opposto, quello di lontananza) non viene nemmeno messo in discussione: meglio essere vicini, il più vicini possibile, sempre vicini gli uni agli altri.

Torino, gioco di specchi: il cielo ingabbiato in scatole di cemento, vetro e acciaio. Foto: Enrica Raviola.

(Nei giorni immediatamente successivi al crollo del ponte di Genova un telegiornale ha trasmesso un servizio in cui un anziano spiegava come, a causa dell’improvviso silenzio dell’autostrada sopra la sua testa, non riuscisse più a dormire.)

La questione è riassumibile nella solita domanda dei frequenti ospiti, conosciuti qua e là per il mondo, che di tanto in tanto compaiono a Viola Castello d’estate: «È così bello qui. Ma come fai?». Nessuno coglie l’assurdità della domanda. A nessuno viene in mente che vivere circondati dalla bellezza contribuisce a risolvere una buona fetta dei problemi. Ma non tutti i punti di vista coincidono. Penso all’amica che è venuta a trovarmi a Viola una sera e che è stata colta dall’ansia: i venti minuti di buio, di nero, di strada lungo il fiume con il telefonino che in alcuni punti non prende diventano improvvisamente consistenti, decisamente più consistenti dei venti minuti che separano, per esempio, Mondovì da Cuneo.

È un processo di mutazione antropologica quello che si sta verificando in questi anni, in quest’epoca. Si abbandona la visione panottica – lo sguardo che si posa sull’intera realtà, o sull’insieme infinito delle possibilità – per rassegnarsi a un orizzonte lineare, sicuro, vicino. Un porto tranquillo in cui ci si rifugia quando si cammina per strada («Aspetta, guardo su Google Maps dove dobbiamo andare»), così come quando si decide di fare un viaggio («Ho prenotato il volo su Skyscanner, ho affittato casa su Airbnb, ho scelto il ristorante su TripAdvisor). Ed è normale, quindi, che aumentino gli psicofarmaci, i consulenti per ogni cosa e gli attacchi di panico: le reazioni speculari sono i ciliegi che stanno morendo a cinquanta metri da casa mia, l’abbandono degli orti tenuti insieme dai nonni e l’incapacità di leggere il territorio come il frutto di molteplici processi interconnessi tra loro.

Dal sentiero che da Cascine, sopra Ormea, sale all’Antoroto, gioco di contrasti ed emozioni: libero respiro in libera montagna. Foto: Enrica Raviola.

Non comprerò il Folletto per una mera questione di soldi, non di principio. Ma, anziché ripensare all’inattesa domanda della rappresentante, mi torneranno in mente le parole di Simone, l’altra mattina, mentre si preparava per andare a pulire i castagneti: «Oggi come oggi, chi se lo può permettere ha un balcone. I più fortunati hanno un giardino. Noi abbiamo una valle».

Una valle intera, ed è per questo che non scendiamo in città.                     

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Lontano da che? ultima modifica: 2019-06-20T05:25:50+02:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Lontano da che?”

  1. 5
    Carlo Crovella says:

    Sono sempre stato cittadino, tra l’altro”sabaudo”, il che non è irrilevante. Fin dai tempi dell’accampamento romano, Torino è città squadrata, con vie assolutamente perpendicolari: un figlio Excel ante litteram. Lo è stata anche nella visione della vita, almeno fino alle generazioni come la mia. Rigore e serietà prima anche del divertimento. Non è più così, almeno a livello umano. Come città è oggi più bella, meno grigia, più pulita. Ma è anche più caotica, meno sabauda, più globalizzata.  Non mi piace più la città, la vita cittadina. Non solo di Torino, penso proverei lo stesso in tutte le metropoli e anche nelle città di medie dimensioni. Però ho sempre avuto la “valvola di sfogo” dell’andare in montagna nei week end. A volte anche per gite infrasettimanali. Mi piace molto andare in montagna, ma non ho ai neppure preso in considerazione l’idea di vivere in montagna. Ogni volta che sono partito per una gita, sapevo dentro di me che potevo rientrare, che casa mia era l’alloggio cittadino. Ora mi dico che finché i figli non sono sistemati con una loro autonomia economica, professionale e magari familiare, è inutile che vagheggi sogni di vivere lontano dalla città. Rinvio. Ma sarà vero? Oppure è una scusa psicologica per prendere tempo? Bah… vedremo.

  2. 4
    Alberto Benassi says:

    Sono nato e cresciuto in campagna a due passi dal mare,  in mezzo a campi coltivati, alberi da frutta, pioppete e fossi pieni di ranocchi
    Poi dal 1989 a un paio di anni fa ho abitato a Levigliani un paesino in Apuane a 800 metri sotto il monte Corchia. Per il lavoro facevo su e giù effettivamente un pò scomodo, ma alla sera, ritornato, mi facvo il giro del Corchia. Una bellezza.
    Da un paio di anni sono ritornato ad abitare in campagna, tra le bisce e le bodde…i ranocchi, purtroppo, non ci sono più come una volta, ma qualcuno si ricomincia  a vederlo.
    La città non è per me. Troppo casino, troppo traffico, troppa gente, troppo cemento armato, troppo poco orizzonte.

  3. 3
    Paolo Panzeri says:

    Son sempre vissuto bello comodo in città dove ho sempre potuto trovare quello che volevo, da qualche anno ho la regola del “solo se necessario e sufficiente”.
    Vado in montagna, ho amici che ci vivono e li frequento, li aiuto nei rifugi, nei boschi, a casa loro, mangio, bevo, mi lavo e dormo qua e là, anche da loro.
    Son cittadino, per me la montagna è conoscenza vagabonda della natura e dell’uomo, ma comincio ad amare i pochi luoghi degli amici e ci torno molto spesso.
    Forse il mio desiderio di conoscere non mi permette di fare scelte.

  4. 2

    Fin da piccolo detestavo vivere in città. Sono nato a Genova ma ho avuto la fortuna, grazie al lavoro nomade di mio padre, di vivere in tanti posti che città non erano. Tornare in città mi sembrava ogni volta rientrare in cella dopo l’ora d’aria. Vivo anch’io in una frazione di 23 abitanti in una valle delle Dolomiti e ci sto da dio, anche se l’autostrada dista 80 km, così come la ferrovia. L’ospedale solo 35. Non ho mai capito perché la gente di ammassi nelle città o addirittura in paesi rumorosi di qualche migliaio di abitanti. Se vivi nel posto che ti appaga esteticamente neppure hai bisogno di andare in vacanza. Chi deve combattere l’insicurezza almeno lo faccia da un bel posto è quello che mi sento di dire a chi vive tormentato in condominio tra i condominii. 

  5. 1
    Paolo Gallese says:

    Ci sto provando. Lo sa il cielo quanto ci stia provando anche io. Costa… Costa tanto per una persona normale che non guadagni moltissimo. Ma ce la farò 🙂

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