L’ordinario eroismo dei difensori dell’Ambiente

L’ordinario eroismo dei difensori dell’Ambiente
di Marica Di Pierri (giornalista, attivista di A Sud e presidente del CDCA – Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali)
(pubblicato il 9 agosto 2016 su http://www.huffingtonpost.it)

Marica Di Pierri
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Se, nell’accezione estensiva ormai unanimemente accettata, eroe è chi “dà prova di grande valore affrontando pericoli e compiendo azioni straordinarie”, come non includervi i tanti che, in controtendenza rispetto al dilagante individualismo, impegnano ogni energia nella difesa del territorio e dei diritti di chi vi abita? Distratti dalle ricostruzioni al microscopio operate continuamente da media e analisti di vario genere, stretti tra cronaca politica, quotazioni finanziarie e instabilità internazionali, è sempre più facile perdere di vista la realtà macroscopica delle cose: siamo tutti, nessuno escluso, abitanti di un pianeta al collasso, da esso dipendiamo e per tanto avremmo il dovere, o se non altro la necessità, di preservarlo. Per sopravvivere.

Chi vuol essere sfollato o privato dei propri mezzi di sussistenza? Chi vorrebbe vivere esposto ai veleni industriali o abitare accanto a una centrale altamente inquinante? Eppure gli attivisti ambientali che contro queste ingiustizie lottano (mettendo in discussione i meccanismi stessi di sfruttamento e produzione) non s’impongono, come parrebbe naturale, all’ammirazione di tutti: sono piuttosto vittime di tentativi di mistificazione, repressione, criminalizzazione, con gradi di violenza diversi a seconda delle zone del mondo e delle fasi storiche. E il prezzo che pagano per questo impegno è spesso troppo alto.

Ken Saro-Wiwa
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Ken Saro-Wiwa è uno dei simboli della lotta per la giustizia ambientale e per la sovranità dei popoli sul proprio territorio. Poeta e scrittore, figlio di una terra maledetta dall’estrazione petrolifera come la Nigeria, fu il carismatico leader del Mosop, il Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni, che all’inizio degli anni ’90 capeggiò una grande mobilitazione popolare contro la distruzione del Delta del Niger e per la redistribuzione della ricchezza prodotta dal petrolio.

Saro-Wiwa fu impiccato nel 1995 dal governo nigeriano assieme ad altri otto attivisti; prima di morire disse: “…Tutti noi siamo di fronte alla Storia. Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra […] Così ho dedicato tutte le mie risorse materiali e intellettuali a una causa nella quale credo totalmente, sulla quale non posso essere zittito. Non ho dubbi sul fatto che, alla fine, la nostra causa vincerà e non importa quanti processi, quante tribolazioni io e coloro che credono con me in questa causa potremo incontrare nel corso del nostro cammino“.

Chico Mendes
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Qualche anno prima, nel 1988, dall’altro lato dell’Atlantico, un altro eroe moderno veniva assassinato: Chico Mendez. Sindacalista e attivista brasiliano, Mendez era stato protagonista dalla metà degli anni ’70 della battaglia dei contadini raccoglitori di caucciù contro il disboscamento della Foresta Amazzonica. Più volte incarcerato e torturato durante le dure repressioni ai danni dei lavoratori rurali, ma mai domo, Chico Mendez fu assassinato dai latifondisti cui aveva contribuito a far espropriare i terreni. La sua figura resta, a quasi trent’anni di distanza, esempio di integrità, passione, impegno, coraggio.

Rischiare la vita per il proprio impegno in difesa del bene collettivo non è però circostanza confinata nei decenni scorsi. L’Ong Global Witness ha diffuso nel 2014 i dati raccolti nei precedenti 10 anni sugli attivisti ambientali uccisi: 908 persone in 35 stati, con un altissimo grado di impunità. La stessa Ong ha da poco diffuso il Report relativo all’anno 2015. I numeri sono impressionanti. Rispetto all’anno precedente, gli omicidi di attivisti ambientali sono aumentati del 60%: 185 le persone assassinate perché si battevano per i diritti della loro terra, tre ogni settimana, senza considerare che le stime sono da considerarsi al ribasso, molti omicidi avvengono in zone remote e dunque risultano difficilmente documentabili. Brasile (207), Honduras (109) Colombia (105) e Filippine (88) i paesi peggiori.

Proprio l’Honduras ci consegna una delle storie più drammatiche degli ultimi anni, la storia di Berta Cáceres, leader del popolo indigeno Lenca, in prima linea da anni nella battaglia per salvare il fiume sacro Gualcarque dalla costruzione di una mega diga ad opera del colosso cinese Sinohydro (in joint venture con l’honduregna Desa). Dopo aver vinto nel 2015 il Goldman Environmental Prize – il nobel alternativo per l’ambiente – e dopo anni di intimidazioni, Berta è stata uccisa durante un agguato nella sua casa nel marzo di quest’anno.

Berta Cáceres
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Le storie di attivisti uccisi, soprattutto in America Latina, sono purtroppo centinaia, ma se è vero che altrove nel mondo gli attivisti per la giustizia ambientale pagano a volte con la vita il proprio impegno, in Italia le forme di stigmatizzazione e criminalizzazioni sono più striscianti, ma non meno frequenti.

La dice lunga a proposito la recente inclusione di tre organizzazioni ambientaliste lucane, Ola – Organizzazione Lucana Ambientalista (che ha recentemente deciso di sospendere le attività), No Scorie Trisaia e Scanziamo le scorie nella Relazione del Ministero dell’Interno su sicurezza e criminalità, che ne inserisce le attività tra le questioni rilevanti in termini di ordine pubblico anziché considerarle legittime istanze di protezione di diritti costituzionalmente garantiti. Un atteggiamento ancor più inspiegabile in un momento in cui il petrolio lucano è al centro di inchieste che coinvolgono dirigenti d’azienda, faccendieri, esponenti politici e in cui le evidenze sin qui raccolte dalla magistratura darebbero ragione alle denunce presentate dalle stesse associazioni considerate “pericolose”. Pericolose per chi?

L’attenzione che il nostro paese riserva alle emergenze ambientali e il conseguente clima di repressione possono d’altro canto ricostruirsi attraverso alcune recentissime storie personali.

Roberto Mancini
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La prima ha il viso aperto di Roberto Mancini, il poliziotto campano che per primo indagò sulla Terra dei fuochi, morto nel 2014 per il tumore contratto durante lo svolgimento delle indagini. Una vita dedicata a svelare gli intrecci tra imprese, camorra e politica nella gestione delle ecomafie; le sue inchieste furono a lungo ignorate e osteggiate, prima che la vicenda campana assumesse improvvisamente interesse per le cronache nazionali.

La seconda ha la grinta e il sorriso di Silvia Ferrante, attivista del comitato No Elettrodotto Villanova – Gissi, in Abruzzo, educatrice precaria e giovane mamma.
Per lei, e per il suo impegno contro l’infrastruttura energetica e l’enorme traliccio dell’alta tensione previsto a pochi metri dalla sua casa, la Terna ha riservato un trattamento speciale, intentando 24 cause – poi ritirate anche grazie all’intensa campagna di solidarietà e all’unanime denuncia di associazioni e cittadini – con richiesta di risarcimento di ben 16 milioni di euro.

Silvia Ferrante
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Altre storie di ordinaria ingiustizia arrivano direttamente dalla Valle diventata simbolo delle lotte ambientali italiche: la Val di Susa. Diversi attivisti NoTav sono stati e sono tuttora sottoposti ad aspre misure restrittive.
Tra essi Marisa Mayer, settantuno anni, costretta a recarsi quotidianamente in caserma e apporre firma sul registro perché considerata pericolosa: era stata fermata a bordo di un furgone considerato supporto logistico per i manifestanti.

Marisa Mayer, la Nonna No-Tav
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Analoga misura era stata chiesta per Nicoletta Dosio, storica attivista valsusina. Dopo il suo rifiuto l’obbligo di firma è stato tramutato in obbligo di dimora, con il divieto di lasciare casa sua tra le 18 e le 8. La Dosio ha già annunciato che non rispetterà neppure l’ulteriore misura: “Non accetto di far atto di sudditanza con la firma quotidiana, non accetterò di trasformare i luoghi della mia vita in obbligo di residenza né la mia casa in prigione; non sarò la carceriera di me stessa. Non passerò gli ultimi anni della mia vita in ginocchio”.

Nicoletta Dosio
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Infine c’è il caso – eclatante perché apre una nuova, pericolosa breccia nel campo minato dei reati di opinione – di Roberta Chiroli, della Ca’ Foscari di Venezia, la ricercatrice condannata a due mesi di reclusione per concorso morale sulla base della tesi di dottorato da lei scritta proprio sul movimento No Tav, per raccontare i quali aveva incautamente utilizzato il pronome “noi“.

Vessati da inchieste giudiziarie o misure restrittive, stigmatizzati da media e politica e con cucita addosso ogni sorta di ingiusta etichetta, questi eroi senza armatura sono persone che ricordano ogni giorno a se stessi di essere cittadini e non sudditi. Per questo non si piegano. Eroi moderni, uniti dalla consapevolezza di non essere padroni ma parte del pianeta che ci ospita, ai quali c’è invece da essere grati perché di essi c’è disperato bisogno.

Roberta Chiroli
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L’ordinario eroismo dei difensori dell’Ambiente ultima modifica: 2016-12-04T05:37:00+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “L’ordinario eroismo dei difensori dell’Ambiente”

  1. 2
    Gianni Sartori says:

    17 dicembre 2016

    Comunicato

    Questa mattina, sabato 17 dicembre 2016, lungo la strada che dalla Riviera Berica porta a Mossano (costeggiando la Villa e il parco di Montruglio) sono state abbattute tre Querce secolari.
    In teoria erano Grandi Alberi tutelati, inseriti in una lista di piante protette. Avvisati da un solitario escursionista, sono intervenuti il sindaco e il responsabile dell’Ufficio tecnico di Mossano, ma troppo tardi, a ecocidio ormai avvenuto. E’ troppo chiedere che gli autori del gesto vandalico vengano penalmente perseguiti?
    I tre Grandi Alberi erano parte integrante di un viale alberato: le altre querce presenti lungo la strada ora vanno assolutamente protette.
    Cosa dire? Tre Grandi Alberi in meno, tanta amarezza e una domanda: ma è veramente questo il livello di civiltà del “Basso vicentino”?
    Gianni Sartori

    Si parva licet, per conoscenza, il messaggio inviato oggi a “SALVIAMO IL PAESAGGIO” per denunciare l’abbattimento delle tre Querce

    buona serata

    Gianni Sartori

  2. 1
    Gianni Sartori says:

    http://www.ecn.org/uenne/archivio/archivio2001/un40/art1916.html

    a 15 anni dalla sua scomparsa un ricordo di Barry Horne, antispecista anarchico “morto perché altri fossero liberi”

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