Maggio 2068

Maggio 2068
di Andrea Gobetti
(pubblicato su Rivista della Montagna n. 101, ottobre 1988)

Lettura: spessore-weight(1), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(4)

Tu vorresti che io ricordassi di allora?… Ah! Tu mi paghi se ricordo di allora: detta così suona meglio, te lo assicuro caro giovanotto… Vuoi anche farmi le foto? Devo tirare fuori l’eskimo o t’accontenti dell’imbrago rosso e nero? Preferirei, col caldo che fa. Anzi, vorrei che tu andassi a comprare delle birre e poi sparissi per un po’ e me le lasciassi bere in pace senza tormentarmi con il passato.

Non lo farai, vero? Non ci speravo, voi giornalisti siete tutti uguali. Cosa volete da me? Abbiamo tentato una rivolta, ci è andata male, chi ha dato ha dato, chi ha avuto… Non ti interessano le ortensie che coltiva Milena? No? Va bene, mi preparo a ricordare, però tu vai a prendere le birre. Bravo, lascia pure qui il registratore, tanto mica te lo ruba nessuno… Fresche di cantina le voglio, non gelate, sono uno all’antica, io.

Tutto cominciò, come sempre, da una roba da niente, poteva capitare in qualsiasi altra parte del mondo, ma successe proprio nella mia classe, la II A del Liceo classico Riccardo Cassin. Era l’ora di “Happy Artif”, l’appigliativa artificiale, la materia che insegnava come porre esteticamente gli appigli, oltre che a fabbricarli e ad attaccartici. «Lei dice così perché non ha mai visto una roccia» fece Paolo al professore. L’altro gli scrisse “4” sul registro e rialzò lo sguardo: «Come?» domandò a Paolo. «Voglio dire che qualsiasi cretino che sia stato anche solo una volta in roccia, invece di farsi marcire il cervello su un muro d’acciaio per tutta la vita, non andrebbe mai a cercare gli appigli dove li mette lei. Voglio dire che è un onore non riuscire ad assumere le posizioni sguaiate che lei propone come eleganti con i suoi appigli di plastica». Il prof scrisse “2” al posto del quattro e chiese: «Altre considerazioni?». Ci squadrò tutti, poi i suoi occhi tornarono su Paolo: «Lei è espulso. La scuola è fatta per studiare arrampicata, per creare i dirigenti in roccia di domani, non per perdere tempo».

Allora Paolo si alzò, soppesando nella destra un blocco di vetroresina a buchi multipli. Paolo era sceso dalla sua valle per imparare arrampicata in città: erano tre anni che viveva in collegio, tre anni che vedeva solo appigli di plastica, e non ne poteva più. «Ora – disse calmo guardando in faccia il professore – tu questo lo mangi». E quando l’altro, dopo una breve lotta, chiuse vigorosamente la bocca, Paolo gli ruppe tutti i denti per cacciarglielo dentro.

Un caso da niente, ti ripeto. Sarebbe finito con un’espulsione a vita da tutte le falesie del Regno per Paolo e un articoletto contro la violenza nelle scuole in ultima pagina, se l’atmosfera in città non fosse stata quella che era. All’istituto Tita Piaz gli artificialisti non ne potevano più della soia. Anche quelli, per la maggior parte, venivano dai monti. E non reggevano più gli stuzzichini di soia e tahini, soia e lievito di birra, soia e basta… C’era un tizio gigantesco al Piaz, si chiamava Vasco: quando seppe della rissa capitata al Cassin si fece coraggio. Sì, era successo un casino da noi: bidelli, assistenti e colleghi del prof s’erano gettati su Paolo e noi su di loro. Ci avevano sospeso, nel senso che invece di dormire nell’amaca da roccia, dovevamo passare un mese di notti appesi ai cliff hanger… Beh, insomma, Vasco andò dal preside con un blocco scuro e raffermo di pane integrale supergerminato e gli gridò sul muso: «Mio nonno ha fatto la guerra per darmi da mangiare pane bianco! Come la mettiamo, bastardo?!».

Credettero di spaventarlo togliendogli il patentino da gare e condannandolo a piantare, senza trapano elettrico, mille spit. Lui piombò in sala professori chiudendo la porta all’interno e piazzò con estrema cura i primi quattro spit sulla lavagna, poi guardò il preside e gli disse: «Mo’ ti crocefiggo». Era così deciso che ci vollero sedici professori di spittaggio per dissuaderlo. Tutti però cominciammo a capire che i nostri muscoli potevano anche far paura e non solo bella figura agli allenatori.

Al Catherine Destivelle c’era una professoressa di danza-scalata che era uno strazio. Una vigliacca entrata a scuola a sei anni e che da scuola non s’era più mossa, fino ai sessanta. Insomma, quarant’anni di vigliaccheria nascosti dietro il titolo di insegnante. Quando voleva «esprimere la libertà» con qualche movimento sembrava la statua di New York in piedi su una sedia per paura di un topo.

Però bocciava e bocciava, macinava giudizi negativi, selezionava le più codarde e le mandava a fare spettacoli in giro, mentre le altre erano quasi alla fame. Milena frequentava il Destivelle e sapeva bene che, per punire quella razza di arpia, l’unico modo era di colpirla nel punto debole, cioè nel suo polveroso amore iconografico per Patrick Edlinger. Te lo ricordi, giornalista, il biondo del Nuovo Allenamento? Proprio lui. Allora c’erano sue statuette di gesso, in foothook e in spaccata, in tutte le aule, proprio sopra la cattedra. Milena e le sue socie le staccarono dal muro e le fecero a pezzi. La professoressa, quella stessa notte, si suicidò per la disperazione infilando la testa in un sacchetto della magnesite. I giornali ne fecero un caso strappalacrime: la poveretta di qua, le delinquenti assatanate dall’altra.

Al Cassin erano diventate le nostre eroine, decidemmo di andarle a trovare… Già, il problema era che non conoscevamo nessuno della gente del giro, a parte i compagni di classe. Quando eri in palestra mica stavi a guardare chi arrampicava vicino a te, se qualcuno ci provava prima o poi risuonava una vocetta fetente: «Professore, c’è tizio che copia» ed erano punizioni. Oltretutto non ci eravamo resi conto che gli altri erano importanti. Gli altri, prima del Duemilasessantotto, rappresentavano una noia, una seccatura: più erano forti e più fatica, più lezioni, più allenamento dovevi fare per batterli. Tutta qui, la nostra opinione sugli altri…

Ma era arrivato il Duemilasessantotto. Al Gianni Battimelli (un istituto malfamato, pieno di coattoni, di zingari, di poveracci che stavano in tre o quattro sulla stessa amaca quando non ci tenevano pure le galline per avere il sacco piuma da invernali), proclamarono che non avrebbero più fatto gare, che l’unico degno avversario era Newton e la sua legge. Poi cominciarono i cortei. Ragazzi cresciuti alla sbarra abbandonarono aule e palestre e scesero in piazza: basta con l’arrampicata in quel modo, 42 ore alla settimana. Secondo me, della scuola di allora, c’era l’a vista da salvare, e poco altro.

Comunque, avevamo capito che si poteva arrampicare anche fuori dai banchi, senza maestri, tra di noi. I cortei ci diedero una grande forza, ci ubriacammo di facce nuove e d’altro, che non si trovava in nessuna dieta regolamentare…

Poi decidemmo di riversarci tutti su Finale, di occupare a oltranza la massima accademia arrampicatoria italiana. Beh, si rimase incerti per un po’ tra la Liguria e Arco, ma vinse la prima perché lì ci avrebbero potuto raggiungere più facilmente gli insorti del Verdon, di Montserrat, di Buoux. Arrivammo in mila-mila: c’eravamo dati la proibizione di pronunciare qualsiasi numero finché durava la rivolta, qualsiasi cifra. Ci arroccammo, arrampicammo, bivaccammo, parlammo per due settimane.

 

Ne passarono altre due, maggio stava finendo, quando si scorsero i primi segni che anche la rivolta era al suo termine: un secolo di solitudine e di motivazioni non si cancella tanto semplicemente. La gente, alla chetichella, rientrava nelle sue palestre, riprendeva un «discorso politico con gli sponsor», «valutava la controparte» e preparava «rivendicazioni ragionevoli». Seppi allora che era la fine. Il ragionevole ci avrebbe fatto a pezzi. «Non abbiamo scampo» mi disse Milena mentre tornavamo alla nostra tenda sotto il Monte Cucco, dopo un seminario su Una competizione dal volto umano. «Forse possiamo scappare in Sardegna» suggerì. «C’è tempo per scappare» le rispose duro Vasco. «Anch’io penso che siamo agli sgoccioli, però possiamo fare ancora una cosa…». E ci rese edotti del suo piano.

Attaccammo la fabbrica di magnesite a Feglino, ne rubammo camionate intere. La spargemmo a terra, sotto le pareti. Bianca, ecologica, color mattone… Sembrava un deserto multicolore con dune altissime di polvere impalpabile. I pazzi balzarono su quelle soffici onde dalle pareti su cui stavano arrampicando, saltarono giù gridando «facciamo l’amore, non le gare» e cominciarono a farlo davvero, simili a gnocchi giganti e infarinati. La luna era piena, naturalmente. Cercavo Milena per buttarmi anch’io nel mucchio. Li avessi visti, giornalista: cento-cento, mila-mila posizioni da 7-8-9 abc, accoppiate insieme. Altro che danza-scalata, gli “a vista”, il “lavorato”! Quella sì che era libera! Finalmente mi rendevo conto che arrampicare serviva pure a qualcosa. Senza Milena, però, non serviva a niente. E lei apparve, vestita di magnesite. Un anno prima mi sarebbe bastato un bacio, cinquant’anni dopo un suo sorriso per spedirmi dritto in paradiso… Ma quella notte, caro giovanotto, era la notte della rivoluzione.

 

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Maggio 2068 ultima modifica: 2018-04-27T05:42:41+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Maggio 2068”

  1. 3
    Mariana says:

    Bellissimo!!

  2. 2
    Gianni Battimelli says:

    Sono sempre stato molto orgoglione che la scuola di coattoni a me intitolata sia stata una delle protagoniste della grande, irripetibile e dimenticata rivoluzione.

  3. 1
    Matteo says:

    sono rimasto senza parole, semplicemente geniale!

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