Manolo secondo Gobetti – 1

Manolo secondo Gobetti – 1 (1-2)

Letture: spessore-weight**, impegno-effort**, disimpegno-entertainment**

Nel cuore del mistero
di Andrea Gobetti
(da Rivista della Montagna n. 123 (Roc), ottobre 1990)



«Voglio creare. Saper arrampicare è un conto, esprimere un altro, io voglio esprimermi con l’arrampicata. Senza scrivere, senza fare del cinema, è possibile esprimersi? È possibile farlo su una parete? Se è possibile (e io so che lo è, anche se non tutti l’accettano), lo voglio fare per dire che io voglio creare, io arrampico per creare. Lo dico quando arrampico e anche quando non arrampico, quando non faccio le gare». Manolo parla lentamente, il registratore ronza, siamo appoggiati a un muro che il sole comincia a riscaldare. Un muro di case.

Con parole goffe gli chiedo dell’arte, l’arte d’arrampicare. «L’arte, quella vera, si fa per se stessi. Quello che si fa per il pubblico è solo un riflesso. L’arte d’arrampicare nasce da un bisogno inferiore profondo, misterioso, da una sfida con se stessi. Mai da un bisogno di pubblico…».

Manolo su Malvaziya (8b+), Dvigrad. Foto: A. Bertinelli

Comincia così, controcorrente, questo Roc ’90 dedicato all’arte, alla creazione artistica, anche se è l’anno dei Mondiali di calcio, delle folle in delirio (quelle stesse folle un tempo odiate e ora addirittura richieste dai top climber). C’è arte nel gioco del football? Io credo di sì. Credo che fra i milioni di mestieranti d’ogni epoca, qualche artista sia riuscito a esprimersi, a rendere in poesia i misteri della percussione sulla palla rotonda, a differenza di tutti gli altri che si sono accontentati di battere il portiere, di far battere il record d’incasso, di battere la testa contro il muro quando il “padrone del vapore” ha deciso di cambiare la tua faccia con un’altra sull’album delle figurine.

Così con questo clima di festa (o di festa finita), non ho dubbi, io, il vile scribacchino assetato di pubblico, a incoraggiare Manolo a dar fiato alla voce sottile della concezione artistica.

«Non ho mai sentito il bisogno di andare a “firmare” con una mia via le pareti d’un tempio, come la Marmolada, che tutti conoscono. Quello che cerco è il cuore del mistero. Il rapporto fra l’uomo e la roccia. La proposta degli appigli, il vedere il tuo corpo conformarsi alla roccia. Saperlo difendere, situare sulla roccia. Ma questo non può avvenire dappertutto».
«Sì, amo i posti solitari. M’è capitato più volte, camminando, di vedere una montagna e di arrampicare, così com’ero, in scarpe da ginnastica e senza corda. Lo facevo perché una linea mi tentava, una serie di probabili appigli mi invitava… salvo poi beffarmi, trasformarsi in prese insufficienti quando li toccavo. Mi sono messo più d’una volta nei guai per aver dato retta a quei traditori. È in quei momenti, quando ti ritrovi solo, sospeso sopra un bosco, che scorre la vera adrenalina».

Manolo su La Grigliata (7a/b), Dvigrad. Archivio: Maurizio Zanolla

Adrenalina. Ormone prodotto dal midollo delle ghiandole surrenali. Difficilmente il cervello può scordare gli attimi in cui la saporita sostanza viene prodotta. Istruita dal chimico in laboratorio, la mente può riprodurla per far beneficiare di pompate sanguigne i bisognosi e gli afflitti dal bronco rattrappito. Da parte nostra invece, un po’ tutti, gente di parete, prima o poi l’abbiamo provata o ne abbiamo sentito parlare. Come d’una droga prodotta in paesi dell’anima lontani e misteriosi.

«La necessità di trovare una soluzione…» continua Manolo. «Trovando la soluzione impossibile, in posti dove non si può cadere, lì ho affinato al massimo le mie capacità d’arrampicare». Un lungo silenzio accompagna l’evocazione. Dopo un po’ rompo gli indugi: «Poi hai cominciato ad aprire dall’alto. Sei andato alla ricerca dell’appiglio più piccolo del mondo», dico io. «Salendo dal basso l’avventura era più completa» risponde, «c’era la visione degli appoggi su cui giudicavi di poterti fermare e proteggerti. Quando i conti erano fatti senza l’oste, lo stimolo a salvarsi spingeva nella direzione giusta, a inventare gesti che mai altrimenti si sarebbero osati. L’apertura dall’alto ha rallentato questa capacità, anche se forse mi ha salvato la vita. E mi ha aperto un microcosmo, sconosciuto, perché da lontano tutto sembrava impossibile. Potendosi avvicinare, potendo toccare la roccia “impossibile”, si scoprono i suoi inviti più segreti, si aprono relazioni insospettate».

Dove in Istria: un suggerimento di Manolo da non trascurare. Si chiama Dvigrad, ed è la più recente scoperta istriana di Manolo. Ecco la sequenza delle vie: 1 – La grigliata, 7a/b; 2 – Il clandestino, 7b/c; 3 – Malvaziya, 8b+; 4 – La fessura, 6b; 5 – La fattura, 7a; 6 – Il ritmo parlante, 7b/c; 7 – Falsa partenza, 7c; 8 – Dovevi pensarci prima, 7b/c.

Stai parlando dell’intelligenza motoria?
«È qualcosa che va più in là dell’intelligenza. Quella l’ho coltivata cercando l’appiglio più piccolo del mondo. Ora invece cerco il più bello. Voglio creare. Gesti. Per questo serve avere l’esatta percezione del corpo sulla parete. La coscienza di sé sugli appigli. I movimenti che loro propongono. Per arrivarci, la forza serve a poco, e ripetere i passaggi a memoria ancora meno. Per questa coscienza, più che superare il passaggio perché si è trovato un appiglio di cui prima non ci si è resi conto, serve mettersi nei guai e riuscire a recuperare, riuscire a togliersi di lì, continuando ad arrampicare. E sottoponendo di continuo, sempre, continuamente, il corpo a nuovi problemi, ecco che nasce la capacità, la velocità di sintesi dei gesti».

Da segnare sul taccuino: l’accesso alla falesia di Dvigrad. Dalla statale E27 (Capodistria-Pola), al bivio di Brajkovici si prende per Kanfanar (7 km) e, poco prima di un passaggio a livello, si seguono le indicazioni per Dvigrad (5 km). Dvigrad è la denominazione della località in cui si trovano le rovine di un vecchio castello: di qui si continua ancora per 1 km, seguendo sulla destra le indicazioni per Korenici. Poco dopo la strada asfaltata finisce: a un bivio si prende ancora a destra e poi, dopo 500 m, facendo un po’ di attenzione, si nota a destra una mulattiera comoda e pianeggiante. Seguendola, in poco più di 5 minuti si è alla falesia.

A lungo ho riflettuto su queste parole che il mio registratore, beffato dal magnetismo del mago, o dalla mia ignoranza, o dalla vecchiaia, non è riuscito a riprodurre; parole e frasi che ho cavato dai geroglifici della memoria, aiutato dall’impressione che fecero prendendo posto fra i suoi banchi.

L’intelligenza non è la mèta ultima dell’uomo, non tutto ciò che è complicato ha maggior valore del semplice. Oggi si vede spesso l’arrampicata come un’equazione difficile. Così la vedono gli arrampicatori intelligenti, che per altri è solo una questione di forza, esattamente come si crede che la vita sia una questione di soldi. Ma a quest’equazione di pesi e di vettori sfugge qualcosa dell’arrampicatore; come a scuola, tra tanti libri, sfuggiva il senso della vita che pur s’ingarbugliava in eccesso lungo le strade adiacenti all’edificio.

Manolo ha finito la scuola, non lo riguarda il fatto che il 9a sia nel programma di questo o del prossimo anno. Arrampica sul filo del suo limite di capacità, perché è così che fa ogni arrampicatore, a tutte le età, per provar piacere, gustare il succo del frutto maturo. Quel che racconta non è una circolare riservata ai capoclasse. Manolo non vuol essere il migliore degli Italiani, degli ottentotti, di tutti i bipedi del mondo.

Manolo, viaggio in Italia
di Andrea Gobetti
(da Rivista della Montagna n. 134 (Roc), ottobre 1991)
Foto di Dario Ferro

Prologo
Sto mettendo le stelle agli alberi di Natale del Comune; sono tra i rami, quando squilla il telefono: è la RAI. (Coro del pubblico: Anch’io vorrei esser bravo come te, se la RAI cerca di me, mi ritrova sul bidè).

Mi propongono un giro d’Italia ad arrampicare sui monumenti, uno alla settimana, per tutto l’inverno. Popolano l’Italia di apparizioni verticali, marmo, mattoni, blocchi d’arenaria in foggia classica, romanica, liberty.

«Uhm, ci devo pensare». «Hai mezz’ora», mi dicono. Mezz’ora, in televisione, è quanto ci pensa il presidente degli Stati Uniti prima di sganciare le bombe. Vuoi comparire davanti a un pubblico così grande da snobbare persino la “P” maiuscola? L’umile pubblico della televisione che schiaccia tutti gli altri pubblici come un’anguria che traballa in un piattino di piselli? Vuoi che ti vedano arrampicare? «Hai mezz’ora per pensarci. Avrai per palcoscenico le torri dei re, le chiese e i campanili dell’arte italiana (nel senso di “Ma che voi de più, er Cremlino?”). Hai ventinove minuti per pensarci». Li perdo tutti telefonando da sotto l’albero di Natale ai numeri che m’hanno dato: tut… tut… tut. «Accetto».

Storia
Ogni volta che di Manolo racconto una storiella, mi si dice che non sono fedele, che m’invento pensieri nella sua testa e parole nella sua bocca. Stavolta, a guardia della verità, ci saranno le virgolette e le didascalie, tutte fotocopiate dalla sua voce. Il resto invece l’ho fotocopiato da un’altra parte, ma pensando a lui.

lo gli sento dire: «folletto» e lo vedo folletto, con le gambe da rana, invidia di tutti i coboldi dello stagno. Basta vederlo un attimo così perché il resto sbiadisca e scompaia: i crucci, le diete, gli sponsor. Gli acciacchi no, quelli son cicatrici che guidano anche i folletti nel mare dei ricordi; se li procurano, specie prima del duecentosessantesimo anno d’età, imparando ad arrampicare le fiamme del focolare.

Manolo a Serralunga d’Alba

Arrampica l’edera, arrampicano i fagioli, lo fanno i ragni, i gatti e gli scoiattoli. Taluno impara anche dalle formiche, anche se di solito il coboldo non ama arrampicare in fila; più fascinose sono le lucertole dai begli occhi di pietre dure e i camaleonti.

S’impara molto dai camaleonti, s’impara ad assomigliare. A far credere d’essere un’ombra, un sasso, un asino o un uomo, a seconda di chi ci guarda per valutarci commestibili. Ma, dopo un po’, ti contagiano di timidezza, i camaleonti. E allora ti avvicini ai loro nemici, i serpenti. Sempre sorridenti, enigmatici, spudorati. «Senza mani» t’irridono arrampicando, «meglio di Coppi».

Cattiva fama hanno i serpenti, perché fra loro c’è il meglio e il peggio, il più saggio e il più pericoloso. Sanno che prima o poi il gioco andrà male; che, a torto o a ragione, da serpenti si finisce ammazzati, e non han mani per lavorare e invece possiedono una bocca larga come tutto quanto il corpo. Il loro modo di arrampicare non si limita a strisciare, avvinghiare. I serpenti sanno lanciarsi, frustarsi via dall’appiglio per andare ad avvolgerne un altro. Hanno tanta grinta perché un tempo erano le code degli uomini, le spire fra le gambe che ispiravano i pensieri peggiori. L’intelligenza motoria della propria coda era indice di prestigio sociale, nella libertina società dell’epoca, finché, un brutto giorno, al vecchio re non si paralizzò la coda e lui, per invidia, ordinò che tutte le code fossero tagliate.

A quella notizia tutti furon colti da grande dolore ma, mentre i folletti scappavano sulle montagne, gli uomini piansero e si lamentarono a lungo accarezzando le amate code. Ma quelle – le code – si offesero ugualmente moltissimo e dissero tutte assieme: «Voi tanto piangete perché ci lascerete tagliare per la bella faccia del vostro re? Che imbecilli!». E, con una gran contrazione, si staccarono dalla schiena degli uomini, come sputando una mela azzannata per sbaglio, e fuggirono via, per i fossi e le selve, serpeggiando.

Queste storie si ascoltano dai corvi che veleggiano vicino a chi arrampica. I pennuti ridono, sono pettegoli, bisbetici, e non sembra mai che le loro chiacchiere possano avere importanza per altri se non per chi le racconta. E i folletti stanno ad ascoltarli, anche quando parlano di cose che non c’entrano con l’arrampicata, con le cobolde, i coboldini e le case da coboldi. Sentono che deve accader loro qualcosa per cui i loro viaggi partono e arrivano in quel punto. Dopo ancora che accadrà, sol più avanti si saprà…

Manolo: «Queste pietre hanno un’anima, non sono un inutile riempimento di spazio. Ci sono passato sopra senza lasciar segni, come un folletto. C’erano difficoltà come in montagna, problemi stimolanti da risolvere. È rimasta, qua e là, qualche ditata di magnesite».

Dario Ferro, il fotografo della troupe: «I primi giorni ci prendevano per matti, ma alla fine ho visto il benzinaio che fermava Manolo per chiedergli l’autografo. Ogni volta, sotto i monumenti, il pubblico era numeroso: parlava, discuteva, rideva; era curioso e apprezzava. Credo che questa storia abbia rappresentato per l’arrampicata un veicolo pubblicitario molto forte, anche se probabilmente Manolo non ha perso quell’aura di mistero che l’avvolge».

Il Mago e i suoi equilibrismi sul campanile di San Nicola a Pisa

Di nuovo Manolo: «Ho semplicemente accettato un lavoro di guida e ho fatto della libera pulita, senza spit né chiodi, e ho dato l’idea di cosa sia l’arrampicata. L’inverno era freddo, ma non potevo coprirmi troppo: sarei sembrato goffo. E invece volevo far bene. Per tutto il tempo ho pensato solo a far bene...». E ancora: «C’è gente che se la prende con me perché non gli piace che io faccia sempre il contrario di tutti. Il problema è che non voglio che si dica sempre che io sono il migliore. Di chi o di che cosa? Non ha nessun senso fare paragoni…».

In spaccata sui miri interni del Castello dei conti Guidi a Poppi, Casentino

Dario Ferro: «Poteva sembrare un gioco, ma il rischio c’era lo stesso: non tutti i monumenti erano in buone condizioni, e Manolo si sobbarcava molte ripetizioni ogni volta. L’ottica di non piantar chiodi l’ha rispettata. Diranno che si è venduto agli sponsor, ma non so chi altri avrebbe potuto arrampicare in quella maniera…».

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Manolo secondo Gobetti – 1 ultima modifica: 2017-10-19T05:34:09+02:00 da GognaBlog

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