Massimo Mila, trent’anni dopo – 2

Massimo Mila alpinista e scrittore di montagna
(un ricordo a dieci anni dalla scomparsa)
di Roberto Aruga
(pubblicato su Scandere 1997-1999)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(2)

Un ricordo a dieci anni dalla scomparsa dovrebbe dare per conosciuto, in buona misura, quanto era stato detto nell’immediato, in occasione della scomparsa medesima, e volgersi di preferenza al “dopo”, ai ripensamenti più meditati, alle eventuali modifiche di prospettiva apportate dal tempo all’immagine della persona.

Da questo punto di vista, tuttavia, il discorso relativo a Massimo Mila alpinista e scrittore di montagna presenta delle caratteristiche sue particolari. Più precisamente, ho avuto talvolta la sensazione che queste sue attività ed esperienze (eccezion fatta per la lodevole pubblicazione degli Scritti di montagna) non sempre abbiano trovato, in questo decennio, lo spazio e la considerazione dovuti.

Questo può derivare dal fatto che l’alpinismo è spesso considerato, forse non del tutto a torto, un’attività per pochi, e, tutto sommato, di interesse non proprio generale.

In secondo luogo, è stata espressa almeno una volta in questi anni l’opinione secondo cui la sua attività di alpinista rappresentò soltanto un fatto amatoriale e non legato a interessi, diciamo così, professionali, quale fu, per esempio, l’attività di storico e critico della musica. Da un lato, una tale opinione può essere giudicata discutibile, tenendo conto che nel caso di un uomo per il quale ogni attività fu innanzitutto dettata dalla passione per lo studio e per il sapere, a distanza da strette implicazioni di carriera o di potere, una distinzione tra ciò che è professionale e ciò che è amatoriale appare alquanto sottile e non molto significativa. Dall’altro lato, tuttavia, anche l’opinione suddetta esprime pur sempre un punto di vista, che, oltretutto, potrebbe essere abbastanza diffuso.

Può essere questa, dunque, l’occasione per ribadire a chiare lettere che le esperienze legate all’alpinismo e alla montagna hanno giocato un ruolo fondamentale nell’esistenza di Massimo Mila. Le note che vengono qui di seguito si propongono pertanto di contribuire a mostrare la sostanziale verità di questa affermazione, esaminando, più dettagliatamente di quanto sia stato fatto finora, le caratteristiche e il significato delle sue attività connesse con la montagna.

Parlando di Mila alpinista, un primo punto fondamentale che occorre chiarire è

quello della collocazione del suo alpinismo nel contesto della evoluzione storica di questa disciplina. Per arrivare a una qualche conclusione significativa sarà quindi necessario gettare uno sguardo, il più sintetico possibile, alle varie fasi che via via si succedettero nei decenni immediatamente precedenti e contemporanei alla sua attività in questo campo. È indubbio che l’alpinismo, inteso in senso moderno, prese le mosse da quel vasto movimento di esplorazione sistematica delle Alpi che, almeno nelle nostre regioni, iniziò nella seconda metà dell’Ottocento. Questo alpinismo era pienamente figlio del suo secolo. Vi si può scorgere infatti una componente positivistica, che poneva in primo piano il concetto di esplorazione e conoscenza, soprattutto scientifica. E accanto ad essa era altrettanto viva una seconda componente, di taglio nettamente storicistico. Ogni impresa veniva inquadrata in prospettiva storica e diveniva, essa stessa, oggetto di descrizione per futura memoria.

Una terza componente, quella propriamente romantica, invocata da alcuni nei riguardi di questo periodo, appare in verità più distante e non sostanziale. Si può tutt’al più parlare di romanticismo per le prime peregrinazioni tra i monti, di inizio Ottocento (ma qui si va a finire soprattutto nella tradizione del Grand Tour), oppure di un romanticismo dai tratti più cupi, legato alla concezione dell’individuo che lotta contro le forze della natura, ma questo si limita a delle apparizioni, soprattutto nella tradizione alpinistica tedesca. C’è l’idea generica di comunione con la natura, che è implicita nell’andare in montagna, certamente, ma ciò non basta a fare di questa componente un pilastro portante dell’alpinismo di quell’epoca.

Su questa base iniziale, con l’entrata e il progressivo inoltrarsi nel Novecento, si svilupparono nell’alpinismo due robuste direzioni di evoluzione. Una prima evoluzione la potremmo definire sociale, nel senso che l’alpinismo cominciò ad attingere progressivamente a un sempre più vasto panorama proprio sotto questo aspetto. Il concetto di élite, intimamente connaturato all’alpinismo ottocentesco, si accingeva a perdere il significato angustamente di classe o di censo che poteva avere in passato, aprendosi a nuovi ambiti. Il momento storico cruciale, quello che diede una poderosa spinta in questa direzione, fu senza ombra di dubbio la Grande Guerra, che portò, se pure per motivi non precisamente di diporto, ampi strati prevalentemente popolari a contatto con i monti.

La seconda direzione di evoluzione la si potrebbe chiamare ideologica. Essa portò progressivamente un cambiamento profondo nell’idea stessa e nel modo di andare in montagna. Con il nuovo secolo infatti iniziò un lento ma innegabile processo di erosione dell’aspetto culturale legato all’alpinismo, mentre, parallelamente allo svilupparsi dello sport moderno e agonistico, cominciò a entrare in gioco il concetto di impresa sportiva e atletica. L’idea di esplorazione e di conquista cominciò a perdere terreno, a vantaggio dell’idea di superamento della difficoltà, inteso come fine in se stesso. Questo processo, dapprima lento e graduale, subì una svolta vigorosa, quella forse definitiva, negli anni intorno al 1970. Dal fenomeno con una forte connotazione culturale e libresca, dal fenomeno riflesso e studiato, si passò al fenomeno prevalentemente ludico, spontaneo, sicuramente più distante da coinvolgimenti culturali. Dall’alpinismo (che comunque continuò nel suo sviluppo e accolse in modo generalmente giudizioso ed equilibrato una buona parte di questa evoluzione) nacque in tal modo il fenomeno indipendente dell’arrampicata sportiva, con regole e organizzazioni proprie.

Cosa pensava, e, soprattutto, come agì Massimo Mila nella sua attività di alpinista, di fronte ai profondi cambiamenti che abbiamo appena delineato, e dei quali fu, almeno in parte, testimone diretto sull’arco di tempo di un sessantennio?

In prima approssimazione – avremo modo di ritornare più compiutamente su questo aspetto – possiamo dire che l’alpinismo di Mila fece proprie e si mantenne costantemente fedele alle grandi istanze culturali classiche, di alpinismo come conoscenza – non più soltanto scientifica, ma aperta in altre direzioni – e come oggetto di studio e di storia. Più articolato, seppur sempre netto, fu invece il suo atteggiamento verso gli aspetti più propriamente tecnico-sportivi. Per ora possiamo limitarci ad affermare che, se da un lato accettò la componente sportiva, come testimoniano diverse sue salite, egli disapprovò sempre ogni eccesso di tecnicismo, che, secondo lui, rischiava di immiserire il fenomeno dell’alpinismo e di soffocarne altre componenti essenziali.

Infine – e qui siamo al nocciolo del suo alpinismo – ancora più distante fu la posizione di Mila da ogni idea puramente ludica dell’arrampicata. È fuori di dubbio che, su questa sua posizione, i motivi legati a una certa generazione e alla sensibilità che ne conseguiva giocarono un ruolo determinante. La conquista della vetta, la meta geograficamente determinata e storicamente inquadrata in modo rigoroso, quella che compare nella letteratura specializzata con tutto il suo bagaglio di salite e di tentativi precedenti, furono per Mila il punto di partenza irrinunciabile, il motore essenziale – anche se non unico – dell’azione in montagna.

Ma il collegamento tra azione (intesa in quest’ottica) e storia è reciproco. A sua volta, infatti, l’azione in montagna, documentata con precisione e pubblicata, sarà il punto di riferimento per azioni successive, secondo un preciso meccanismo dialettico. È questo meccanismo che ti permette di aggiungere la tua tessera personale a quel grande e mirabile mosaico che è la storia dell’esplorazione delle Alpi, che ti accoglie tra gli artefici di questa opera, e che permette, un passo dopo l’altro, di portarla a compimento. E con questo l’anello si è chiuso, facendoci tornare a quell’idea di alpinismo classico di cui si parlava poco sopra, quello che, almeno per certi aspetti, vive nell’alveo della grande tradizione ottocentesca. Del resto, non si può non rilevare la somiglianza stretta tra questa complessa costruzione di azione e di conoscenza sistematica legata all’alpinismo e le analoghe grandi architetture del pensiero nel campo delle scienze, della storia, della filologia, che l’Ottocento positivista e storicista ci ha lasciato.

A questo punto si può passare a un esame più articolato delle idee di Massimo Mila nei riguardi del fenomeno dell’alpinismo. Abbiamo detto che per lui questa attività era, oltre che azione, anche – e non secondariamente – conoscenza e cultura: “Natura teorica, quindi, dell’alpinismo. Ma – e qui sta il suo fascino -l’alpinismo è una delle attività umane dove meglio si manifesta quella idealità di conoscere e fare che Galileo aveva postulata per le matematiche e il Vico per le scienze storiche e che, a detta di quei due valentuomini, nella sua pienezza rende l’uomo simile a un dio. C’è un modo di conoscere che è puramente mentale, una faccenda dell’intelligenza; e c’è un modo di conoscere con i propri muscoli, con la propria carne, con la propria esperienza” annotava nel 1946 su Il Ponte, in uno scritto in memoria di Giusto Gervasutti. Nessun altro sport, in effetti, ha mai suscitato tante e tanto accorate considerazioni (e anche polemiche) di carattere spirituale o filosofico. “Che l’alpinismo sia di più che uno sport è provato… soprattutto dalla capacità che l’alpinismo possiede di diventare oggetto di storia e di cultura. Chi potrebbe immaginarsela, una storia dei cento metri piani o del lancio del giavellotto? Che altro potrebbe essere se non una statistica di tempi e di misure? Invece la storia dell’alpinismo si è inserita rigogliosa in quel filone culturale che è il sentimento della natura aperto dal pensiero di Rousseau”. E ancora, con intonazione quasi cartesiana: “Paradossalmente, anche coloro che più si affannano e restringere l’alpinismo dentro l’angusta dimensione sportiva, ne provano involontariamente la sostanza culturale con la sottigliezza di pensiero che in quest’opera impiegano“. Svariate, ma sostanzialmente concordi, le definizioni che egli dà dell’alpinismo, che si possono compendiare in una “conoscenza approfondita, a misura di microscopio, della crosta terrestre su cui ci tocca vivere“, o in una sorta di “geografia attiva”. In effetti Mila, nel corso delle sue ascensioni, mostrava costantemente una forte sensibilità e attenzione agli aspetti morfologici, alle linee e forme dei monti, al congiungersi delle creste, al loro ripartire una vallata dall’altra. Chi ha effettuato una qualche salita insieme a lui, sa bene quanto fossero frequenti le sue osservazioni di carattere tipicamente orografico. Era una sensibilità in cui si univano una componente estetica, di ammirazione della purezza o della potenza delle linee di un monte, e una componente più schiettamente alpinistica, propria del consumato percorritore dell’alpe, istintivamente portato a valutare ogni linea, ogni displuviale, ogni nervatura come porta di accesso, più o meno logica, che può dischiudere la conquista del punto culminante. Il senso della conquista della vetta, che in lui era vivo come in pochi altri, si sostanziava, prima di ogni altra cosa, in un’idea di conoscenza graduale e paziente, millimetrica, di forme e strutture fisiche. Del resto, a conferma di tutto questo, si può semplicemente osservare come i racconti di ascensioni di Mila siano molto spesso preceduti da una lucida esposizione di carattere orografico-morfologico.

Deriva verosimilmente da questa sensibilità il suo manifesto apprezzamento per l’alpinismo che rispetta e segue le linee naturali della montagna, siano esse le creste (spesso le più belle perché ariose ed esili, oppure eleganti nel loro svilupparsi verso la vetta) o gli spigoli, o altre particolarità morfologiche. Ed era anche per questo motivo che Mila apprezzava senza riserve l’alpinismo, per esempio, di un Gabriele Boccalatte: seguire le linee naturali della montagna significa capirne la struttura ed immedesimarvisi, quasi entrarvi in simbiosi, o “sposare” la montagna, come si espresse lui stesso. Al contrario, le cosiddette vie “a goccia d’acqua”, aperte con mezzi tecnici che ti permettono di avanzare praticamente dappertutto ebbero ripetutamente la sua riprovazione: tali vie ignorano le linee naturali, vincono la montagna con la forza. E vincere con la forza è ben diverso dal superare con la comprensione intelligente, con la guida del senso estetico.

Ma questa mentalità del ricorso a qualunque mezzo pur di passare, fonte, secondo Mila, di tante conseguenze negative per l’alpinismo, da dove poteva trarre la sua origine? La risposta a questo quesito segue un filo alquanto complesso. Essa deve partire considerando una certa componente culturale derivata dal pensiero di Nietzsche e legata alla sua concezione del superuomo. Questa idea si trasferì nell’alpinismo di lingua tedesca soprattutto per opera di Lammer, e poi raggiunse certe componenti dell’alpinismo nostrano, in particolare nell’ambiente “orientale”, cioè dolomitico. Negli ambienti dei dolomitisti queste istanze si sono strettamente saldate con un culto esaltato del sesto grado – culto che Mila definisce “feticistico” e “ossessivo” – per opera soprattutto di un Domenico Rudatis, di un Pino Prati e, a livello puramente giornalistico, di Vittorio Varale. E a questo punto, secondo Mila, che il culto del sesto grado si salda con la mentalità del tecnicismo esasperato: “E’ la mentalità del sesto grado che genera il ricorso a qualsiasi mezzo, pur di passare“. Per poi aggiungere, poco tempo dopo: “… Guido Eugenio Lammer, che siamo tutti d’accordo a non poter sopportare“. E con Lammer è tutta una concezione retorica dell’alpinismo come fatto eroico, o cupa, dell’alpinismo come lotta contro la montagna e le forze della natura, di lontana derivazione romantica, che viene respinta in modo netto. Mila va in montagna con animo sereno, ama sostanzialmente la vita. In occasione di una ormai lontana polemica con Dino Buzzati, nel 1949, concludeva: “Ogni alpinista interroghi lealmente se stesso: la sua personale esperienza gli risponderà che la montagna è un signore che si serve in letizia. Niente di pessimistico e di negativo s’introduce nella nostra concezione della montagna e nella nostra pratica dell’alpinismo. Non si nega che siano esistiti ed esistano alpinisti dall’umor nero e catastrofico, primo e più significativo fra tutti il Lammer. Ma obbediscono ad una concezione dell’alpinismo che è una perniciosa deviazione psicologica e che reintroduce dalla finestra “tutte quelle forme di generico e dilettantesco misticismo, di intemperanza nietzschane e simili”, che si era d’accordo col Buzzati di cacciare per la porta”. Appena un anno dopo, ritornava sull’argomento in modo altrettanto esplicito: “Per mio conto, amo l’alpinismo in compagnia di amici solidi, dalla testa sul collo e i piedi sulla terra. E se mi guardo intorno, e richiamo alla memoria le figure amate dei più grandi alpinisti che ho conosciuto, da Boccalatte a Gervasutti, da André Roch a Soldà, non riesco a scorgervi, per quanti sforzi faccia, nessun tipo di “ipotèso psichico” il quale cerchi nell’alpinismo la guarigione al disgusto della vita o addirittura la profilassi al suicidio“.

Egli era anche per la semplicità. Una semplicità come atteggiamento di fondo, di chiara matrice generazionale, che rifiutava, spesso con sottile ironia, quelle più o meno gratuite complicazioni intellettuali che tanto piacevano all’ultima generazione di alpinisti: “E come ragionano questi atleti, sull’alpinismo, ragione della loro vita! Sottili, cavillosi, complicati come tanti doctores subtiles”. Le righe precedenti ci hanno portati a sfiorare per un attimo il problema della rivalità tra alpinismo occidentale e orientale, tra granito e dolomia e i diversi stili che ne derivano, fonte per lunghi anni (ormai, fortunatamente, lontani) di polemiche accorate e talvolta acri, in cui argomenti puramente tecnici si mescolavano non di rado a componenti più personali e animose.

La polemica tra chi prediligeva “la solidità robusta dell’occidentale, temprata agli sforzi prolungati delle grandi corse dell’alta montagna con bivacchi, tormente, condizioni variabili ed impreviste della roccia e del ghiaccio” e chi invece ammirava “l’agilità mentale, l’intraprendenza tecnica del dolomitista” ebbe un ritorno di fiamma nel corso di un inverno dei primi anni Sessanta, quando sulle prime pagine dei quotidiani si fronteggiarono tre bavaresi sulla Nord della Grande di Lavaredo e Bonatti sulla Nord delle Grandes Jorasses. Al di là delle sue equilibrate argomentazioni a proposito di questo confronto tra Bonatti e i bavaresi, Mila, con la sua istintiva predilezione per le solitudini delle grandi montagne, con la sua tranquilla resistenza sui lunghi percorsi, fu indubbiamente più vicino allo spirito dell’alpinismo occidentale. L’alpinismo di Mila fu prevalentemente legato a determinati luoghi, oppure tendeva a spaziare su zone ampie, e possibilmente sempre nuove? La risposta ci viene data da lui stesso: “E noto che ci sono due maniere d’intendere e praticare l’alpinismo: in profondità e in estensione. La prima è la maniera del montanaro, della guida, che magari per tutta la vita non esce dalla sua valle, ma di quella conosce ogni anfratto, ogni piega, ogni scalino. La seconda è quella del turista all’inglese, che trascorre da una valle all’altra, ogni gruppo sfiorando rapidamente e spilluzzicando appena le mete più celebrate. Eterna e insolubile questione quale dei due modi sia il migliore. A me, una naturale sete insaziabile di conoscenza, e la circostanza d’essermi un giorno stretto in sodalizio con un amico impareggiabile come Alberto Poma, fornito di un’automobile, mi sospinsero sulla seconda strada, e le Alpi intere non furono teatro sufficiente alle mie modestissime imprese“. Se dal punto di vista qualitativo le sue imprese in montagna possono in generale essere definite “di stampo classico”, da questa sua attività instancabile venne fuori, per contro, un insieme di salite quantitativamente vastissimo, tale da far parlare, non a torto, di un alpinismo da collezionista. La sua costanza nel collezionare vette era diventata quasi proverbiale. Ricordo una salita, un’estate di tanti anni fa, alla Rocca Bissort in Valle Stretta, con lui e Cesare Poma. Dopo aver percorso la via Ramazzotti in tranquilla arrampicata e aver sostato in vetta, sarebbe stato opportuno affrettarsi a scendere, considerata l’ora piuttosto tarda. Ma nelle vicinanze faceva capolino la mole del Dente della Bissort: questa vetta, se pure di poco, apparteneva alla categoria dei “tremila” e Mila non l’aveva mai salita. Non ci fu verso di iniziare la discesa. Percorremmo dunque la via normale al Dente – peraltro di interesse alquanto scarso – fino alla sua sommità, lanciandoci poi in una rapida discesa giù per pendii di rocce sfasciate, tallonati dalle ombre calanti della sera. Si parlava all’inizio di altre attività connesse all’alpinismo. Tra esse va sicuramente menzionato lo scialpinismo, che Mila praticò per lunghi anni con vera passione, mietendo, anche qui, una abbondantissima messe di salite. Lo scialpinismo era considerato da lui, come da tanti alpinisti, un mezzo piacevole e divertente per percorrere la montagna e raggiungere vette alpine anche nel corso della stagione invernale e primaverile, quando la pratica dell’alpinismo può diventare problematica. Abbiamo accennato poco sopra al rifiuto netto di Mila di qualunque atteggiamento di esaltazione o di retorica. Come reagiva a quel particolare atteggiamento del “sentirsi più vicini a Dio”, che ritornava frequentemente, soprattutto in anni meno recenti, in certi ambienti alpinistici di matrice confessionale? Qui la sua reazione era nettamente più bonaria, quasi sorridente, e originava talvolta delle osservazioni di indubbio umorismo, come quando lui scriveva: “L’alpinista sulle vette si sente più vicino a Dio. Cosi suona il detto di anime candide e simpatiche, purtroppo usurpato spesso da fìor di cannibali che amano gozzovigliare in cima al Musiné o al Rocciamelone, estraendo bottiglie e manicaretti da enormi sacchi, e poi tornano giù a raccontare che là si sentivano vicini a Dio“.

Un punto importante, rivelatore della personalità di Mila, riguarda i suoi rapporti con le associazioni collegate all’attività alpinistica, come, tanto per fare un esempio, il Club Alpino Italiano o lo Ski Club Torino. Nei loro riguardi il suo atteggiamento fu chiaro: le frequentò come semplice socio, ma praticamente mai si lasciò tentare da coinvolgimenti di natura “dirigenziale”. I motivi di questo fatto discendono in maniera abbastanza naturale dal suo carattere e dai suoi convincimenti. Anche se, per la verità, parlare di potere, poniamo, per un presidente di sezione può far sorridere, va comunque ribadito in modo netto che Mila fu uomo di studi e mai uomo di potere. Va inoltre messo nel conto il suo individualismo spiccato, talvolta quasi anarchico, che inevitabilmente lo allontanava da un certo tipo di vita associativa, dove il reclutamento indiscriminato, il “più siamo meglio è”, rappresentava quasi un obbligo, un costume di vita. Gli andava bene il piccolo gruppo di amici affiatati, questo è indubbio, ma quel generico cameratismo che porta al grosso gruppo vociante e livellante sulle individualità, il programma stampato sul bollettino dell’associazione, che ti obbliga ad andare in quel certo luogo prestabilito, ebbene, tutto questo non si poteva conciliare con la sua indole.

Opposto è invece il discorso riguardo al Club Alpino Accademico. Qui siamo di fronte a un’associazione essenzialmente elitaria, in cui si entra sulla base dì meriti particolari, minuziosamente soppesati nel rispettivo regolamento. In primo luogo, sulla base del livello qualitativo e dell’estensione temporale del proprio curriculum alpinistico. A proposito della sua ammissione nell’Accademico, Mila per primo evitò sempre ogni ambiguità, come quando affermava, con lodevole e fino un po’ brusca modestia: “Sono entrato a far parte degli accademici più per meriti letterari e culturali che per meriti alpinistici“.

Il discorso dei rapporti tra Mila e le associazioni di montagna richiama per analogia il problema dei suoi rapporti con le idee e i movimenti ambientalisti. Qualche tempo fa, nel corso di una relazione presentata in suo ricordo, venne fuori a un certo punto l’espressione “Mila ambientalista”. Questa poteva derivare, presumo, da una deduzione del tipo: Mila amante della natura, dunque Mila ambientalista. Ebbene, una tale equazione si fonda su una semplificazione così grossolana da portare a una conclusione sostanzialmente errata. Mila non fu mai ambientalista nel senso oggigiorno corrente del termine.

Per impostare il discorso in modo corretto si deve cominciare con il distinguere tra una certa idea e tutto quel bagaglio di strutture, movimenti più o meno organizzati, manifestazioni, che quell’idea, con il tempo, può costruire dietro di se’. Mila amava profondamente la natura alpina, su questo non c’è dubbio. Ma la amava a modo suo, un modo tanto riservato e discreto quanto distante da certe manifestazioni e comportamenti che sull’idea di difesa della natura si erano progressivamente sviluppati, fossero essi assembramenti di piazza, o certi atteggiamenti massimalisti, o, ancora, il generico cicaleccio salottiero e superficiale. Naturalmente sappiamo bene (e io per primo ne sono profondamente convinto) che l’ambientalismo – quello più consapevole e raziocinante – non si immedesima certo in questi aspetti, ma erano proprio questi aspetti che in Mila facevano scattare la molla di un malcelato fastidio. Oltre a questo discorso di natura personale, ne viene fuori subito un altro, di natura generazionale. Mila appartiene alla generazione che crede ottimisticamente e positivisticamente nel futuro e nel progresso, anche in quello tecnologico. Quella generazione che, di fronte agli attuali degradi, vuole credere in un possibile compromesso tra progresso e natura. Il credente vi parlerà di Provvidenza, il laico invocherà l’ingegno e l’intelligenza dell’uomo, ma la fiducia in un possibile compromesso è la medesima. A questo proposito si deve riconoscere che la storia, nel senso particolare di storia tecnologica, fu generosa con quella generazione di uomini. Da un lato essa offriva loro (o iniziava a offrire) i mezzi tecnici per affrancarsi da antiche fatiche fisiche, in particolare per raggiungere con facilità i luoghi più disparati, mentre, dall’altro lato, li teneva ancora sostanzialmente fuori dalle problematiche ambientali che sarebbero derivate proprio dall’uso vasto e generalizzato di quegli stessi mezzi tecnici. Quelle problematiche e quelle angosce ambientali che di lì a poco, verso la fine del Novecento, si sarebbero pesantemente riversate sulla generazione successiva. Fu dunque un momento critico privilegiato e forse irripetibile di questo sviluppo storico, quello in cui si trovò a vivere la generazione in questione.

Naturalmente non si deve neppure dimenticare, da un punto di vista più propriamente alpinistico, che la generazione di Mila è quella che, almeno in gioventù, aveva ancora toccato con mano lo scarsissimo sviluppo delle carrozzabili in montagna e la altrettanto scarsa diffusione dell’automobile. È quella generazione, tanto per intenderci, che nelle sue giovanili scorribande, poniamo, alla testata di una Valpelline, aveva ancora dovuto servirsi dei muli, sobbarcandosi chilometri e chilometri di piano o di lievi saliscendi fino a Place Moulin – proprio dove oggi si trova un comodo parcheggio per le auto – e ancora oltre. È dunque comprensibile un certo atteggiamento polemico e un po’ insofferente verso chi vorrebbe toglierti, o per lo meno limitarti l’uso in montagna di un mezzo come l’automobile, proprio sul più bello, quando ti eri ormai abituato alla sua comodità. I temi ambientali sollecitano in Mila una gamma di toni quanto mai ampia. Si va dall’abituale ironia: “… l’automobile, che oggi è il coefficiente indispensabile (almeno là dove l’ecologia ti permette di adoperarla)“, a toni insolitamente aspri e difficilmente condivisibili, ma intensamente rivelatori del suo pensiero, come quando interviene nella polemica sorta sui confini del Parco del Gran Paradiso: “Ho trascorso tutta la vita in stretto contatto con la natura, ma in modo diverso dal bieco fanatismo ecologico. La mia totale solidarietà va agli abitanti della Valle d’Aosta in genere, che essendo laboriosi hanno bisogno di caterpillar e di strade, portatrici di civiltà e del progresso, e di quanto altro serve a potenziare il lavoro dell’uomo, e non sono disposti a vegetare arcadicamente nei loro boschi selvaggi per il maggior piacere degli ecologi”. Fino agli accenti di affettuosa riconoscenza per la Fiat Millecento di Alberto Poma, quasi mitizzata. Quella che si arrampicava “su per mulattiere e pascoli, fino a raggiungere la neve o le rocce, in luoghi che dalle origini della creazione non avevano mai visto l’ombra d’un veicolo a quattro ruote“.

Parlare di Mila alpinista significa necessariamente parlare di Mila studioso e scrittore di montagna. Le due attività, come abbiamo già avuto modo di dire, si sostanziarono sempre in modo reciproco. La scalata (per lo meno quella di un certo respiro) veniva dopo uno studio che la inquadrava storicamente, così come, dopo la sua effettuazione, molto spesso essa diveniva relazione scritta. Tra i vari tipi di componimento, al di là della relazione puramente tecnica, egli era solito distinguere tra lo scritto che aspira alle alte vette, letterariamente parlando, che tende all’arte – parola che quasi non vuole pronunciare – e il classico racconto d’ascensione: “Se il racconto di ascensione è la “via solita ” della letteratura di montagna, quest’altro modo ne è invece la difficilissima parete nord“. Si potrebbe anche considerare un terzo tipo di scritto, quello in cui si sviluppano considerazioni ragionate di ordine generale, come, per esempio, sulle motivazioni o le varie concezioni dell’alpinismo. Lo scritto, si potrebbe dire, scomodando anche qui la parola grossa, che tende alla filosofia. Anche in questo ambito egli si cimentò alcune volte, per lo più in risposta a scritti di altri. Per quanto riguarda la lunghezza del componimento – libro oppure articolo – le sue simpatie andavano nettamente al secondo, più immediato e vero, mentre il primo gli ricordava troppo certe opere monografiche di ispirazione universitaria, in cui spesso prevaleva un lavoro di “forbici e colla”, come ebbe a esprimersi, su opere precedenti. A eccezione di alcuni scritti che solo in un secondo tempo vennero pubblicati come opera a se stante, l’unica monografia di montagna che produsse fu il breve saggio Gli eroi del Chomolungma, del 1954. Egli scrisse sia su quotidiani, come L’Unità dapprima e La Stampa in seguito, sia, soprattutto, su svariati periodici di carattere alpinistico. I primi furono i preferiti per articoli di interesse più generale, ma furono i secondi, letti da un pubblico competente in materia, a raccogliere la vena del Mila più genuino e brillante. Il recit d’ascension fu di gran lunga il suo componimento prediletto: “Un buon racconto d’ascensione alpina è infinitamente più dilettevole e proficuo che tutte le dispute sui motivi che spingono l’uomo alla montagna“.

Considerando in particolare questo tipo di componimento, vediamo dunque di evidenziare i caratteri salienti del suo scrivere.

Per quanto riguarda l’intonazione generale, si è parlato ripetutamente di understatement come del tratto più tipico e caratterizzante, riferendosi principalmente, come termine di paragone, agli alpinisti-scrittori britannici d’Ottocento, il grande Mummery in prima fila. Questo è sostanzialmente giusto, ma richiede qualche osservazione aggiuntiva. L’understatement, poniamo, di un Mummery, si riferisce alla grossa impresa, quella che è destinata a rimanere nella storia dell’alpinismo (e anche dell’esplorazione tour court), impresa che poi è oggetto di voluta “attenuazione” nel successivo racconto del protagonista. In Mila è un po’ diverso. È lui stesso a dirci in modo esplicito che non ha compiuto la grossa impresa. Per Mila, più che riprendere il suddetto termine inglese – che rischia di apparire un po’ scontato e convenzionale – è forse più appropriato parlare di un sensato e sorridente equilibrio, di una autoironia come giustamente è anche stato detto, che lo pone al riparo – ecco il punto – dal rischio di gonfiare delle semplici salite in montagna. Lo stesso Mila chiarisce questo concetto di autoironia, parlandoci di “quell’umorismo che agli alpinisti serve per velare l’immodestia di parlar di se’“. E ancora, parlando dei suoi racconti di ascensione: “lo sono rimasto affezionato a quei vecchi racconti di montagna umoristici… ma si capisce, io dovevo far scusare la scarsissima validità alpinistica delle mie imprese“. Per capire meglio questo atteggiamento, come dire, di giustificazione e di cautela, è necessario considerare, fra le altre cose, la tradizionale discrezione e ritrosia tipica degli ambienti alpinistici. Come se questa generale discrezione non bastasse (si parla naturalmente dei tempi precedenti agli sponsor), si sommava ad essa, in questo caso, l’ulteriore contributo più specificamente legato all’ambiente piemontese. Ce n’era dunque abbastanza per giustificare questo mettere le mani avanti, questo ricorrente timore di apparire immodesto.

Tornando al nostro discorso, qualcuno potrebbe rimarcare nello scrivere di Mila, al di là dell’autoironia, quella abilità che sa adattare il linguaggio, con flessibilità e naturalezza, a ogni piega del pensiero. Volendo andare un po’ più in là, si può vedere in questo una sintesi – non molto frequente, bisogna dire, nella letteratura di montagna – di precisione nel riportare i fatti e la via seguita da un lato, e di pacata e scorrevole piacevolezza nel narrare le sensazioni provate dall’altro lato.

Quest’idea di “naturalezza” che abbiamo appena richiamato, ci permette di passare da un esame dell’intonazione generale del suo scrivere a un esame su scala più ridotta, della struttura stessa del discorso. È lui stesso, in occasione di una recensione del 1956 di un’opera di letteratura alpina, a chiarire che cosa intenda per naturalezza dello scrivere, parlandoci di una “misurata scelta e disposizione dei vocaboli”. Il suo discorso si riferisce specificamente, in questo caso, alla letteratura di montagna che coltiva velleità d’arte, ma esso rimane valido anche da un punto di vista più generale. Taluni, osserva Mila, si cimentano su quell’ardua via dell’arte calata nello scritto di montagna “nella maniera ingenua e sprovveduta di chi crede che la poesia, l’arte, consista semplicemente nel parlar difficile, servendosi di vocaboli rari e costrutti ricercati, che nessuno si sognerebbe di usare nel parlare ordinario. E questa una tendenza assai diffusa fra coloro che si piccano di fare della letteratura alpina: e accade spesso di trovarsi di fronte a pagine, magari dovute a scrittori di buon sangue subalpino, che non si possono intendere senza l’aiuto d’un dizionario toscano-italiano, tanti sono i vocaboli disusati, i vezzi, i riboboli e le smancerie linguistiche di cui sono infarcite… Come se la poesia non fosse nelle cose stesse e nella maniera più piana e più chiara per dirle“.

Il suo esame prosegue elencando in modo minuzioso i singoli casi di inversioni innaturali tra i vocaboli nel testo recensito. Quest’ultima osservazione ci permette di restringere ulteriormente la nostra analisi, dandoci conferma che, secondo lui, è proprio una successione dei vocaboli in accordo con la semplice logica quotidiana il punto forse cruciale nel generare la naturalezza dello scrivere. A conclusione di questo punto si deve citare l’importante relazione intitolata Cento anni di alpinismo italiano, la cui stesura gli venne affidata in occasione del centenario del Club Alpino Italiano, nel 1963. Essa apre il volume pubblicato per celebrare quella ricorrenza. Mila considerava questa relazione come “un telaio, un’ossatura schematica, valida soltanto come proposta di lavoro ulteriore”. Ho la sensazione che forse mai egli si trovò così vicino all’idea di scrivere un libro importante nel campo della montagna (contrariamente alle sue tendenze, come si diceva sopra), e di metter mano a quell’ipotizzato “lavoro ulteriore” sull’alpinismo italiano.

Le righe finali di quello scritto appaiono esemplari nella loro intensità: “E a ripercorrere d’un solo ampio sguardo retrospettivo e circolare tutta la lunga catena, la ghirlanda degli italiani che hanno faticato, sbuffato, sudato sulle Alpi e sulle altre montagne del mondo, che ci si sono fiaccati le ossa, che vi hanno lasciato brandelli di pelle e qualche volta la vita, così, per un’affermazione della propria volontà, per l’esplicazione di energie irrefrenabili, per il piacere d’intensificare la vita nella fatica e nel rischio disinteressato, è una galleria meravigliosa di tipi fuori serie quella che ci viene incontro, nella varietà innumerevole, e sì, anche nell’opposizione polemica delle sfumature individuali: una forza della nazione e – diciamolo piano, che gli altri non ci sentano, ma diciamolo – una categoria di uomini privilegiati, che dalla vita hanno spremuto qualcosa, in fatto di gioie, di ebbrezze, di soddisfazioni interiori, che a nessun altro è dato conoscere. Gente che, sotto qualunque latitudine e in qualunque paese del mondo, si riconoscono istintivamente, da qualche segno misterioso, sia il colore della pelle, siano le rughe del volto, sia il modo di camminare, sia l’espressione dell’occhio abituato a scrutare i segreti della roccia o del ghiaccio; e, riconoscendosi, si salutano con un sorriso d’intesa e una strizzatina d’occhi, come dicono che facessero gli auguri romani quando si incontravano per strada“.

Per concludere questo ricordo di Mila alpinista, è giusto dare qualche cenno schematico sulle sue salite in montagna. Si potrà riportare solo una minima parte del suo carnet de course, che fu di vastità inusitata: 54 Quattromila (62 con le ripetizioni); oltre 350 Tremila; alcune vette extraeuropee oltre i cinquemila metri. Nell’ambito dello scialpinismo gli fu assegnato il distintivo d’oro della FISI per i 55.900 metri di dislivello superati nella stagione 1959-60. Sono le montagne della Val Sangone a vedere le prime uscite escursionistiche estive del giovanissimo Mila, per lo più in compagnia della madre. Tra il 1925 e il ’28 (era nato il 14 agosto 1910) inizia la sua attività alpinistica in senso proprio. Il suo primo maestro, in montagna, può essere considerato Renato Chabod. Personaggio multiforme, questi era portatore nell’alpinismo “di una concezione più da montanaro che da sportivo, fondata sulla necessità di ‘capire’ la montagna, più che sulla pretesa di vincerla perentoriamente“. Da queste parole di Mila e da quanto abbiamo detto in precedenza, si può desumere l’importanza di Chabod nella sua formazione alpinistica. Dopo Chabod va subito ricordato Vittorio Franzinetti, che è il vero compagno e amico di Mila in questo primo periodo di attività in montagna. Fin dai primissimi anni di attività si può osservare in lui la percezione netta, in prima persona, del fascino della “via nuova”, della sua ricerca paziente e a volte caparbia. Anche nel caso dell’alpinismo, dunque, si deve rimarcare quella “precocità” di Mila già ripetutamente evidenziata in altri ambiti della sua personalità.

Le salite di questi anni si concentrano soprattutto tra i monti valdostani. Scegliendo qua e là: Grivola, cresta sud e, in un secondo tempo, cresta nord; Becca di Moncorvé, cresta sud e parete sud-est; cresta di Tiefenmatten alla Dent d’Hérens; traversata delle Petites Murailles; Aiguille Noire du Peutérey (via normale); Monte Bianco per la Cresta di Peutérey (Mila salì al Bianco per quattro vie differenti); traversata della Aiguille de Bionnassay; Punte Whymper e Walker delle Grandes Jorasses per la via normale. Sono suoi compagni di cordata, fra gli altri, anche Guido De Rege, Corrado Alberico e Giusto Gervasutti. Legato a quest’ultimo compie alcune salite nelle Dolomiti, nel 1933. Per quanto riguarda le salite scialpinistiche, al di là di svariate vette soprattutto tra le Cozie e le vicine Alpi francesi, si può ricordare l’ascensione del Breithorn Occidentale, nella primavera del 1927, a soli sedici anni di età. La primavera del ’34 lo vedrà ancora su diverse vette del gruppo del Rosa, dalla Pyramide Vincent al Naso del Lyskamm. Questo periodo giovanile si chiude in modo brusco con l’arresto per motivi politici nel ’35 e la successiva detenzione dal giugno del ’35 al marzo del ’40. La montagna, per lui, vive soltanto più nelle lettere che invia alla madre da Regina Coeli.

In seguito, sorvegliato speciale a Torino, può tornare tra le sue montagne. Il 1° aprile 1940, pochi giorni dopo essere tornato a casa dal carcere, è già sui monti della Val Chisone, al Col Basset, in compagnia di Franzinetti. Ma dura poco: arriva l’8 settembre e poi i venti mesi di resistenza partigiana con la VI Divisione G.L. sui monti del Canavese: “Siamo agli sgoccioli. Sulle montagne si spara. In un luminoso mattino di febbraio 1944 mi capita di salire con gli sci sul Monte Soglio. Ma lo scopo della salita non è più sportivo, e sul pendio poco innevato spuntano qua e là i tragici resti della prima battaglia sostenuta dai partigiani delle Alpette pochi mesi prima“.

Nel dopoguerra, tra i compagni di cordata spuntano i nomi di Giorgio Codri, Paolo Silvestrini, Leo Ravelli, Toni Ortelli, Firmino Palozzi, Emanuele Andreis, Oscar Soravito e altri ancora. In particolare l’amicizia con Soravito, residente a Udine ed esponente dell’alpinismo “orientale”, costituisce un esempio di quella che si può definire una felice collaborazione alpinistica tra due mondi geograficamente distanti. Le reciproche visite, dell’uno tra monti per lui inconsueti, ma che sono quelli “di casa” per l’altro, continuano per lunghi anni.

Ma è soprattutto il biellese Alberto Poma, di sei anni più giovane di Mila, il prediletto, fidato compagno di ascensioni in questi anni.

Mount Kenya, Massimo Mila verso la vetta della Punta Lenana, 3 gennaio 1973

Le salite si susseguono fitte. Citiamo solo qualche esempio: Aiguille de Talèfre, via Cunningham; traversata dei Drus; Punta Isabella, via Preuss-Vallepiana; Monte Bianco (Rochers e sperone della Brenva); via von Kuffner al Maudit; Aiguille Verte, aréte du Moine; Aiguille du Chardonnet, cresta Forbes; Ciamarella, parete nord; canalone di Lourousa; Corno Stella, spigolo sud-est; traversata della Meije; Monviso, parete nord; Eiger per la Mittelegi; traversata del Weisshorn (creste est e nord); via Gervasutti alla Cima Per; Piccolissima di Lavaredo, via Preuss; Marmolada, parete sud. In questo periodo, e particolarmente negli anni Cinquanta, l’attività alpinistica viene affiancata, e probabilmente superata per quanto riguarda la ricerca personale e originale di itinerari, dall’attività scialpinistica. Quella attività che – a dire il vero – era rimasta su livelli alquanto limitati nel periodo giovanile. Appare dunque opportuno esaminare un po’ più dettagliatamente le principali salite sciistiche di questi anni. Una prima avvisaglia l’abbiamo già nell’aprile del 1942, con la bella traversata del Colle Sud dell’Herbetet, dodici anni dopo la prima traversata sciistica di Pietro Ravelli e compagni. Nel ’50, dopo la salita della Punta Bassac Nord in prima invernale e sciistica, è la volta di un “grosso calibro”, il Grand Combin, nel mese di giugno. Nella stagione ’51-52, tra numerose altre salite, si può evidenziare l’interessante ascensione allo Château des Dames dal Breuil, mentre nella stagione successiva egli mette insieme cinque Tremila in pochi giorni nel gruppo del Cevedale, in compagnia di Silvestrini.

Nella tarda estate del ’54, il 29 agosto, sale la Punta Dufour: Renzo Muggia si ferma al Dufoursattel e lui prosegue da solo lungo la cresta ovest fino alla sommità. In questo stesso anno, un’inconsueta scelta del periodo autunnale (18 ottobre) caratterizza la interessante e ardita salita alla Pointe de Charbonnel, nella Maurienne, in compagnia di Muggia. È la probabile seconda salita in sci, dopo quella del 1937, di questa impegnativa sommità. Seguono altre prime sciistiche (o prime invernali) soprattutto sulle montagne della Valle d’Aosta: la Grande Traversière nel dicembre del ’56, il Monte Faroma nel febbraio del ’58, e successivamente il Corno Bussola nella Valle d’Ayas. Si deve rilevare, in occasione delle prime valdostane, la frequente compagnia di Toni Ortelli, il più smaliziato conoscitore dei segreti della Vallée in quegli anni, e probabile ispiratore, almeno in certi casi, delle suddette ascensioni. Con la stagione ’54-55 si ritorna ai grandi e impegnativi Quattromila: questa volta si tratta del Finsteraarhorn, nell’Oberland Bernese, seguito dall’Aletschhorn alcuni anni dopo.

L’indole esplorativa e curiosa di Mila non rimane inattiva neppure di fronte alle traversate sciistiche più classiche e collaudate. Ad esempio, la Bardonecchia-Modane che effettua da solo per due volte nella stagione ’56-57, la modifica una prima volta arrampicandosi fino in vetta al Picco del Tabor, mentre la seconda volta egli traversa molto originalmente la dimenticata Cima del Gran Vallone, scendendo poi lungo la comba di Sainte-Anne. Il capitolo “traversate” annovera anche alcune imprese che, per i dislivelli fuori dalla norma o per i terreni quanto mai aspri, rappresentano delle autentiche rarità nella storia dello scialpinismo. Basti citare, come esempio, la salita nella stagione ’59-60 dalla Valle di Champdepraz al Monte Barbeston, con il successivo inabissamento, tra fitte boscaglie, fino ai cinquecento metri della città di Châtillon. Non mancano, naturalmente, numerose puntate con gli sci su altri gruppi montuosi delle Alpi e in particolare sui monti del Delfinato. Qui tuttavia (a parte la Barre des Écrins del ’64) l’attività di esplorazione o di cimento sulle grandi vette si appanna lievemente, sostituita da una attività qualitativamente più modesta rivolta essenzialmente alle grandi classiche. Siamo ormai entrati nell’ultimo periodo dell’attività di Mila tra i monti, circa tra la seconda metà degli anni Sessanta e i Settanta. Nel ’63 compie ancora qualche salita notevole, come la via Lochmatter all’Aiguille du Pian e alcune altre. Pure con gli sci ai piedi egli si mostra ancora battagliero, con la inconsueta salita al Grand Tournalin, che gli chiude la stagione ’65-66, o con il Mont Dolent, nel giugno 1969. Ma la sua attività si volge ora, ancor più che in precedenza, all’esplorazione di quelle ristrette zone rimaste pressoché dimenticate tra le maglie sempre più fìtte di quanto è già stato percorso e descritto. Il grande mosaico dell’esplorazione alpina, di cui si parlava all’inizio, attende ormai le ultime, minuscole tessere. È un’attività che assume le connotazioni di una ricognizione puntuale, quasi, si potrebbe dire, di una rifinitura. Accanto all’attività estiva, in questo periodo viene ad assumere un ruolo quantitativamente crescente, e forse anche prevalente, la pratica dello scialpinismo. La sua attività prosegue a ritmi sostenuti, insieme ai soliti Silvestrini, Muggia, Fubini e ad altri amici dello Ski Club Torino, come Dino Barattieri, Guido Sisto, Cesare Poma. Vengono privilegiate le vallate del Cuneese e le Alpi francesi meridionali, dal Brançonnais al Queyras e ancora più giù. Solo all’ultimo – quasi un ritorno alle origini – la sua attività si incentra in particolare sulla Valle d’Aosta, dove la casa di Derby, nell’alta Valdigne, gli offre un comodo e appartato punto d’appoggio. Sono questi gli anni in cui si concentra la maggior parte dei miei ricordi di Mila in montagna. L’aprire qualche rapido spiraglio su questi ricordi, come mi propongo di fare nelle poche righe che chiuderanno queste note, comporta tuttavia un rischio. Proprio perché relative ai suoi ultimi anni di montagna, queste impressioni personali potrebbero lasciare di lui un’immagine un po’ riduttiva, un’immagine, insomma, legata al declino. Io penso, invece, che ben altra debba essere la lettura dei ricordi di questi anni. Quest’ultimo periodo, forse ancor più di quello giovanile, mise in evidenza l’entusiasmo intatto di Mila, quella sua ansia puntigliosa – qualcuno potrebbe chiamarla ostinazione – a volersi misurare con vette e pendii che potevano serbare ancora il senso del nuovo, quel suo voler far luce in ogni più riposto anfratto alpino. Il non volersi rassegnare alla sensazione che l’ignoto – stimolo primario alla sua azione – se ne stesse andando via per sempre dalle sue montagne. Tutte quelle cose, insomma, che costituirono il segno distintivo più vero del suo alpinismo e nei riguardi delle quali gli anni e il declino fisico non poterono nulla. Nessuna impresa particolare segna più quegli anni, l’abbiamo detto, ma questo, in fondo, poco importa. Si può ricordare di quel periodo – un semplice esempio fra i tanti – una salita in sci alla Tête de Vautisse. Una vetta isolata, nella lontana periferia del Delfinato. Ben milleottocento metri di dislivello (allora la carrozzabile terminava a bassa quota), in pieno dicembre, con la traccia da battere nella neve fresca. Mila, in un primo tempo, non intendeva unirsi al piccolo gruppo di amici: itinerario troppo lungo e faticoso, temeva di non farcela. Poi si lasciò convincere e venne con noi. Si arrivò in vetta piuttosto provati, a ora tarda, con il maltempo che calava e lentamente avvolgeva ogni cosa. “Scendiamo senza perdere tempo. Mila lo incontreremo durante la discesa“. Proprio in quell’istante la figura di Mila, un Mila stanchissimo (e, questo va detto, ormai ultrasessantenne), seminascosto nella nebbia, batteva il suo bastoncino sull’ometto di pietre della sommità. La sua espressione era di incredulità per essere giunto fin lì, proprio a quel segnale a 3156 metri indicato sulla carta. Poi, dopo una lunga discesa e con le prime ombre della sera, si arrivò finalmente nel salotto del piccolo albergo che ci ospitava. In un attimo, insieme a un Mila raggiante per la salita portata a termine e quasi tornato indietro negli anni, ci trovammo tutti a brindare in allegria. “Fra l’altro – aggiunse lui tra il serio e lo scherzoso, ma pur sempre in consonanza con il personaggio, che prima di ogni salita va a leggersi la storia precedente – quella di oggi è stata, quasi sicuramente, la prima sciistica invernale alla Tête de Vautisse“. Negli ultimi anni della sua attività, Mila accentuò ancora la sua tendenza ad andare in montagna da solo. Ora lo faceva in primo luogo per non essere di impaccio a quelli più veloci di lui. Mi capitò di incontrarlo alcune volte, per puro caso, nel corso di escursioni con gli sci. La sua figura, vestita sobriamente di scuro come d’abitudine – quasi un non voler apparire, anche nell’abbigliamento – si avvicinava a noi, sul pendio innevato. Un saluto, una stretta di mano: “Voi continuate pure, non preoccupatevi per me. Scenderò più tardi da solo“.

Mount Kenya, 3 gennaio 1973, Massimo Mila in vetta alla Punta Lenana 4985 m.

Un giorno d’estate, qualche tempo dopo, ricevetti una telefonata: “Mila è caduto durante una salita, in Valle d’Aosta. Nulla di grave, per fortuna. Ora è a casa sua“. Il pomeriggio stesso ero da lui. Le sue parole furono semplici e pacate. Aveva osservato, qualche tempo prima, una cresta di un monte in Valgrisanche, in uno di quegli angoli che solo lui sapeva scovare.

Quella cresta, secondo le sue parole, pareva interessante e non risultava ancora salita da alcuno. Era dunque partito, da solo, con l’idea di percorrerla. Il giorno successivo, lungo quel filo di roccia che si inoltrava nell’ignoto, la caduta, per diversi metri. Poi la penosa e lunga discesa, trascinandosi fino all’auto, e le prime cure alle ferite.

Lo osservavo durante il racconto, adagiato in poltrona. Ascoltavo, silenzioso, la sua voce un po’ affaticata. Al di là dell’episodio della caduta, da mettere nell’imponderabile, c’era tutto il Mila alpinista in quel racconto. Fu, quella, l’ultima volta che lo vidi.

(Massimo Mila muore a Torino il 26 dicembre 1988, NdR).

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Massimo Mila, trent’anni dopo – 2 ultima modifica: 2019-06-09T05:08:57+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Massimo Mila, trent’anni dopo – 2”

  1. 2
    Roberto Bianco says:

    Bello ed interessante questo articolo di Aruga ! Ben analizzata la ricca e complessa figura di Massimo Mila . Compaiono anche i nomi di Renato Chabod, Guido Derege ed Ettore Sisto. Nei primi anni ottanta ebbi la fortuna di conoscerli ed apprezzarli soprattutto per i loro bellissimi interventi ,per lo spirito che li animava, per i curiosi episodi alpinistici che raccontavano.  Alpinisti….

  2. 1
    Carlo Crovella says:

    Innegabile l’influsso ideologico di Mila nella mia formazione alpinistica, anche se non ci siamo mai frequentati di persona (anche per ifferenze generazionali abbastanza evidenti). Leggendomi dentro mi accorgo che Mila mi ha lasciato un segno profondo. “L’alpinismo é una delle poche attività umane in cui si fondono pensiero e azione”. Questa sua sintetica affermazione spiega il suo approccio, ma anche il mio. L’analisi di Roberto Aruga descrive a puntino l’intero personaggio, ma in particolare questo risvolto. A tavolino si consultano carte, libri, relazioni. Si inquadra l’uscita. Poi la si realizza e, nel mentre, l’occhio corre a catturare altri spunti per azioni successive: una cresta, un vallone, un diedro. Tornati a casa, magari stendendo appunti o relazioni sulla gita appena realizzata, ci si informa circa i nuovi “spunti” e, così facendo, li si inquadra e li si prepara per successive uscite. É un motore inesuaribile, capace di alimentare da solo anche un’intera esistenza. Per me é la vera essenza dell’andar in montagna.

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