Mes plus belles hivernales

Robert Flematti (il nome originale è Umberto) nasce nel 1942 in Italia, a Torre Santa Maria (SO). A sei anni, nel 1948, tenendo la mano della madre, oltrepassa clandestinamente il confine italo-francese con 300 km di marcia a piedi per raggiungere il padre emigrato che lavora nei Pirenei come operaio nella costruzione di una diga. Nel marzo 1949 diventa cittadino di Arrens, al fondo della Val d’Azun (Hautes-Pyrénées). Ben presto comincia ad arrampicare: fa la sua prima via nuova a 15 anni, molto travagliata, tornandone pieno di ferite e piccoli congelamenti: “Je m’étais frotté au risque et ça m’avait tellement plu que je n’attendais qu’une chose : recommencer”. Poi fa l’operaio e il maestro di sci a La Mongie. Con l’aiuto del sindaco e del presidente del locale club di sci di fondo, frequenta un corso guida dell’École nationale d’alpinisme a Gavarnie, sotto la direzione tecnica di Armand Charlet, diventando così aspirante guida.
Continua la sua esperienza alpinistica sul Balaïtous, la montagna dei pireneisti: Toujours avec Charlot, nous avons enchaîné l’arête du Castérioux et l’arête du Diable, où nous fûmes sur le point de prendre la foudre, après avoir entendu les abeilles.
Divenuto guida nel 1966, Flematti entra nell’EMHM (École militaire de haute montagne) e tra l’altro partecipa al famoso soccorso sul Petit Dru di quell’anno. Ed è lì che conosce René Desmaison, con il quale in settembre, assieme al cliente Lucien Carcassès, scala uno dopo l’altro lo sperone nord dell’Aiguille de Labassa e il Petit Balaïtous. In seguito, con Desmaison, Flematti entra nella leggenda.
Ritiratosi nel 2002, il 20 ottobre 2005 subisce la grave disgrazia di perdere il figlio Grégory all’Annapurna, sotto una valanga. Con questo peso, la vita continua nella sua baita sotto al Col du Soulor: “Nous habitons avec nos morts”.

Lettura: spessore-weight(1), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Introduzione di Gian Piero Motti (GPM 080)
(pubblicato su Scandere 1979)

Il nome di Robert Flematti è già comparso sulle pagine di questo Scandere, nella monografia dei Piloni del Frêney. Non vogliamo quindi riproporre una presentazione già effettuata. Semplicemente ci preme sottolineare che Flematti, come forse molti credono, non è stato soltanto la spalla di Desmaison nelle ben note imprese invernali. È uno dei migliori alpinisti francesi del momento e lo ha ampiamente dimostrato realizzando altre prime invernali (in stile alpino) di estrema difficoltà e di particolare impegno psicologico. In quest’articolo Robert ricorda i momenti più intensi e significativi di alcune di queste invernali. È un articolo che fa riflettere. Non solo per la dimostrazione di tenacia e di volontà che emerge da queste imprese. E neanche soltanto per l’amore che traspare dal racconto di Flematti: un amore profondo per la montagna invernale, cruda e un po’ feroce ma certamente pura e selvaggia come oggi non la si trova più durante l’estate. Ma è davanti ai 4000 gradini e ai tredici giorni trascorsi sul Linceul delle Jorasses che si deve riflettere. La stessa via è stata recentemente percorsa in solitaria in meno di tre ore. Certo, Boivin è un alpinista eccezionale, ma neanche Desmaison e Flematti erano dei pivelli. E allora? C’è il trucco, come nei giochi di prestigio che lasciano le platee a bocca aperta? È veramente progredito l’uomo, oppure il trucco sta nei nuovi attrezzi da ghiaccio e nella relativa tecnica piolet-traction? Ai posteri l’ardua sentenza…

Robert Flematti

Mes plus belles hivernales
di Robert Flematti
(pubblicato su Scandere 1979)

Il Pilone Centrale del Frêney
Son già passati dodici anni dall’invernale del Pilone Centrale del Frêney. La mia più bella salita invernale, sicuramente. E, malgrado il tempo trascorso che mi separa da quegli istanti privilegiati, più che le parole, che vanno a cadere anonimamente su queste pagine, come piccoli punti di riferimento su una parete, ancora mi resta il ricordo di sensazioni incomparabili. È il ricordo di gioie e di sofferenze per la conquista dell’inutile, della pienezza fisica che scaturisce dalla pace dello spirito e, forse, di un assoluto eterno intuito non foss’altro che per qualche secondo… Tutto ha inizio infatti martedì 8 febbraio 1967.

Da otto giorni siamo discesi a valle, da otto giorni attendiamo vanamente che il cielo si liberi dalle nubi. Ma questa mattina, qualcosa sembra promettere un cambiamento. Lunghi squarci azzurri cominciano a dividere le nubi. Potrebbe essere buon segno… Nel cielo ben presto il vento del nord scatena la sua battaglia e il blu non tarda a farsi strada. Ed è allora che René ritorna dall’ufficio della “meteo” e mi dice che possiamo contare su quattro o cinque giorni di bello sicuro. Pensavamo allora che potessero bastare…

Questa volta il sacco mi sembrava più leggero. Era solo la gioia, certamente. Ci affrettiamo per prendere la cabina delle tredici. Che avventura! Non cederei il mio posto per nulla al mondo. D’altronde chi vorrebbe sostituirmi…? Dopo, può darsi. Ma ora… Ma “dopo”, sarà quando? e dove? Ci sarà soltanto un “dopo”? Io spero che ci sarà. Alle 18, riscopro con lo sguardo il Bivacco della Fourche. Una notte profonda avviluppa il massiccio. Temperatura meno 15°.

La parete nord-est delle Grandes Jorasses con il ben riconoscibile Linceul

L’alba del mercoledì 9 è bluastra. Buon segno. Davanti a noi tutti i grandi itinerari del Monte Bianco, che fuma al vento come un vulcano di neve. E noi siamo soli, in questo mondo. La lunga marcia d’approccio fino al Col Peutérey ci spacca in due. Quando il passamontagna non ricopre interamente il viso, il riverbero cuoce la nostra faccia e l’aria glaciale la frusta ferocemente.

La vita, così fragile e così resistente allo stesso tempo, per me ora non è che un insieme di bianco e di blu. Vado avanti… La crepaccia terminale sarà la nostra sala da tè, fatto con neve fusa. Ogni sorsata di calore mi ridà la vita. Ma dobbiamo fare in fretta. Molto in fretta. Sentiamo di non essere più molto lontani dal colle. Sul finire del pomeriggio, raggiungiamo la nostra meta. Il pilone è sempre là, sempre così bello. Ma ora è irriconoscibile.

Una corazza di neve e di ghiaccio l’ha reso ancor più gigantesco. Dovremo combattere una lotta ancor più dura del previsto…

Giovedì mattina, un freddo mordente ci risveglia. Ma il freddo è compagno del bel tempo. Allora… Dopo il tè all’acqua di neve con i biscotti, ghiacciati ancor prima di averli inghiottiti, la partenza avviene non senza qualche difficoltà. Dopo la terminale, ci troviamo direttamente ai piedi della parete. Ed è là che ci prepariamo ad attaccare, prevedendo un impiego notevole di chiodi, a causa del ghiaccio che ostruisce le fessure. Infine, si comincia. René passa in testa. Sale molto lentamente. Comprendiamo immediatamente che la parete non si lascerà vincere tanto facilmente, io resto là, immobilizzato dal gelo. Attendo. Gli occhi fissano la corda rossa che sale dolcemente. Per ora il morale tiene bene, non filtra alcuna debolezza. Sono chiuso nei miei pensieri, ma cerco dì non evadere troppo lontano. «Robert, sono arrivato!». Due parole. Può sembrare idiota, ma su questa parete due parole contano… «Vengo!».

Robert Flematti sulla crestina che precede la Chandelle

A mano a mano che salgo, mi tocca il compito ingrato di disfare la trama che il mio compagno ha così faticosamente tessuto. Mi impongo di non lasciar nulla in parete. Ormai tutto è divenuto troppo prezioso… Mi ferisco leggermente alle mani, ma il calore lentamente ritorna nel mio corpo dopo l’immobilità assiderante. Passiamo tutta la notte seduti su una piccola cengia, la posizione ci rende le gambe insensibili. Non dormo molto. Tuttavia, all’alba, una gioia indicibile mi pervade. Tutto il mattino se ne va nel superamento di alcuni muri, che, facili in estate, divengono pressoché insormontabili con la neve e il ghiaccio. Saremo saliti soltanto di 40 metri. René decide allora di spostarsi più a destra. Lo strapiombo evidentemente è sgombro dalla neve e dal ghiaccio. Ma la mancanza di materiale adatto ci ritarda considerevolmente. Alle 17, il mio compagno raggiunge un buon punto di fermata. È perfetto come punto di bivacco, io lo raggiungerò molto più tardi; il mio compito è quello di ricuperare il materiale in parete. Il buio mi sorprende in piena azione, ma la lampada frontale è giù al fondo del sacco. Tanto peggio. Piombo nell’oscurità totale e raddoppio le energie per non subire l’angoscia data dal passaggio impressionante che sto superando. Cotto, sono completamente cotto!

L’indomani, al mattino, diamo inizio al nostro terzo giorno di scalata. La base della Chandelle non è che a 150 metri.

Altrove, sarebbe niente. Ma qui, il tratto sembra veramente insuperabile. I primi trenta metri se ne vanno in fretta. Ma dopo, i famosi 150 metri mi sembrano allungarsi come un elastico. In certi tratti, passeremo delle ore a martellare la roccia per liberarla dalla neve e dal ghiaccio. Infine, tocca a me. Salgo lentamente sui gradini insidiosi, attento a ogni trappola. Arrampico senza provare la sensazione vertiginosa di vivere in verticale… E poi la Chandelle è là, davanti a me. Non ci resta che percorrere un’affilata crestina di neve che ci condurrà ai suoi piedi. Ci vorranno due ore per venire a capo di questo passaggio aereo e senza assicurazione… Sul momento non riesco a immaginarmi la traiettoria di un’eventuale caduta…

È in quel momento che un elicottero comincia a volteggiare intorno a noi. Quando scompare, portandosi via quel rumore metallico che tuttavia aveva portato calore ai nostri cuori, mi sembra che la terra intera ci abbia dimenticati tutto d’un colpo. E devo confessare che mi son venute le lacrime agli occhi.

Ma il cielo si va velando sempre di più. Per guadagnare tempo, decidiamo di salire anche di notte. Sfortunatamente le nostre lampade frontali si esauriscono e il progetto finisce già alla prima lunghezza di corda. Ritorniamo al punto di sosta. Per un istante pensiamo seriamente a una ritirata. Ma riflettendo bene, tenendo conto delle condizioni metereologiche del momento, una ritirata sarebbe suicida. Siamo ormai giunti al punto dal quale non si ritorna. La vetta non è lontana. Ora la neve cade, lentamente e dolcemente. La notte, meno fredda, è quieta. Tuttavia stiamo subendo una sorta di annientamento fisico e morale. Domenica mattina, una schiarita miracolosa, ci lascia intravvedere la Chandelle. Attorno ad essa le nubi si formano e svaniscono sotto la sferza del vento del nord, che ricomincia a frustarci la faccia. Siamo veramente provati. Ora il vento ha completamente spazzato la parete, che si offre ai nostri occhi completamente sgombra dalla neve. Verticale, rossastra, resta nondimeno molto impressionante.

Cerco di concentrarmi al massimo, per reagire alla fatica che mi annebbia. Ma l’eccitazione si impadronisce di me di mano in mano che le difficoltà vanno attenuandosi. A parte i colpi del martello, non vi è un rumore che non sia il monotono lamento del vento. La notte comincia a cadere. Sento che sto per sfinirmi, ma voglio tener duro. Per l’ennesima volta, devo cambiarmi i guanti. Le mie dita, quando vengono a contatto con la roccia, mi fanno soffrire. E poi, tutto d’un colpo: «Robert, la vetta!… Sbrigati, che qui si gela!».

Strappiamo la vittoria al buio della notte. Siamo talmente presi dall’ansia di andare avanti che il “momento di gioia” non ci sarà per questa volta. Ora non vi è assolutamente tempo per vivere il nostro premio di eternità. Ma è impossibile bivaccare. Non vi è posto per sistemarsi e la vetta, esposta ai quattro venti, non permette certo di fissare la tendina. Piazziamo pertanto una corda doppia per attraversare fino alla breccia sottostante, che ci offrirà un riparo più sicuro. René scende per primo, io resto da solo con i due sacchi. Comincio questa corda doppia in condizioni spaventose. Un sacco davanti e uno dietro, discendo annientato dal carico e sballottato dal vento. Avanzo nel buio più profondo della notte, come un fantoccio senza vita, sbattuto qua e là.

Robert Flematti di ritorno dalla prima invernale del Pilone Centrale del Frêney, febbraio 1967

Mi chiedo veramente cosa ci sto a fare qui… Infine, arrivo. Il fondo della breccia non è certo migliore. Ma, ad ogni modo, la fatica non ci permette di andar più lontano.

A stento riusciamo a fermare il telo della tendina sotto le nostre cosce e poi a tirarlo sulla testa, bloccandolo dietro la schiena. Per tutta la notte rimarremo aggrappati alla sicurezza data dalla protezione dell’esile telo. Soprattutto, cercare di non dormire, per evitare che la bufera ci strappi il nostro fragile riparo. E come contorno finale, nulla, neanche una caramella, nulla da mangiare. E non ci resta neanche il coraggio per parlare. Lunedì mattina il vento soffia sempre. Temperatura meno 30°. Sarà uno dei risvegli più crudeli della mia vita. Tuttavia non possiamo restare là. Il freddo ci esaurisce. Decidiamo di alleggerirci abbandonando chiodi, corde, martelli e caschi. Ed è in queste condizioni che raggiungeremo la Cresta di Brouillard che più tardi ci condurrà alla vetta del Bianco…

Il Lenzuolo della sofferenza
Il Linceul (“sudario”) delle Grandes Jorasses ha veramente un nome appropriato. Quando l’anno seguente, nel 1968, René Desmaison ed io ci lanciammo in tredici giorni e tredici notti alla conquista di questo grande telo di ghiaccio, avemmo l’occasione per prenderne pienamente coscienza… Il Linceul è innanzi tutto una parete di ghiaccio vertiginosa: alcuni dicono che essa è inclinata a 70°. È poi il fondo di un immenso imbuto nel quale vengono a scaricarsi altri imbuti secondari. Il pericolo è dato dal fatto che questi imbuti convogliano tutte le valanghe di ghiaccio e le scariche di sassi del pendio. Il Linceul, infine, nel 1968, è l’immagine della tecnica necessaria per venirne a capo. O piuttosto dell’assenza di tecnica. Poiché, in undici anni, le cose sono molto cambiate. Basti pensare che noi cominciammo col tagliare 4000, dico 4000 gradini in questa cascata di ghiaccio! Il che significa giorni e giorni di pazienza senza alcuna certezza di portare a termine la nostra impresa. E come soprappiù, il cattivo tempo che non mancò certamente di angosciarci. Poiché cattivo tempo, significa rinuncia.

All’inizio della salita, ci trovammo a soggiornare nella nostra tendina da bivacco, a causa delle nevicate che cadevano sulla valle e su di noi… per tre giorni completi. Tuttavia riusciamo anche ad arrampicare un po’. Ma sono giornate brevissime e glaciali. Qualche volta ci capita anche d’arrampicare al buio, quando ormai si è già fatto notte. Con l’aiuto delle pile, cerchiamo di trovare una nicchia che ci possa servire da bivacco. E qualche volta ci è capitato pure di non trovare nulla… e di trascorrere delle notti a meno trenta, in pieno pendio, appesi alle corde. I sentimenti, le parole, la vita stessa assumevano allora una nuova dimensione, una pienezza fisica inesprimibile. Tredici giorni e tredici notti…

Robert Flematti e René Desmaison

Alla fine dell’ottavo giorno di lotta, non ne potevamo più. Ed ecco il tempo guastarsi di nuovo! Il nono giorno se ne va. Al decimo abbiamo finito la roba da mangiare. Non ci resta che un panettino di burro gelato a meno 30°. Lo rosicchiamo con parsimonia. La solitudine è ovunque, impassibile e bianca. La nebbia non fa che appesantirla. Nel più profondo di me stesso, ancora una volta mi chiedo perché mai son venuto a ficcarmi qui… Dal silenzio del punto di sosta al silenzio del successivo, la nostra arrampicata continua. La fatica mi ha completamente distrutto, il freddo mi ha congelato.

E poi, finalmente è il grido tanto atteso. Di gioia. Riesco appena a distinguerlo, ma credo proprio che sia gioia, la si riconosce anche da poco… Un vento infernale si è alzato all’approssimarsi della Cresta des Hirondelles. Ci schiaccia contro la parete mentre le corde si sollevano, creano dei vortici strani e poi ricadono pesantemente. La bufera sembra volerci strappare via. Raggiungo René con la sensazione di essere alle porte dell’inferno. Subito la nebbia ci avvolge nel suo mistero. Guardo René con emozione. Che prova! Ma il Linceul è là. Nostro. Vinto.

Sconfitta al Fou
Dodici anni fa, nel sole bruciante di luglio, quattro alpinisti americani uscivano trionfanti dalla parete sud del Fou. Le due cordate erano condotte da Gary Hemming e John Harlin. All’epoca questi primattori della scuola americana collezionavano successi a catena e direttissime. In quei dodici anni, ogni inverno, una decina d’alpinisti ha tentato la prima invernale della Sud del Fou. Stanco forse della sua solitudine, finalmente ci lasciò passare. Il Fou culmina a 3501 metri. La sua parete sud sarebbe di poco interesse se questo grande triangolo monolitico di granito rossastro non fosse perfettamente liscio e strapiombante. Ciò giustifica l’interesse per questi 300 metri di parete, un dislivello abbastanza insignificante in questa zona del Bianco. L’inverno del 1975 giunge puntuale.

Dopo molti mesi di inattività, dopo lunghe settimane senza avventure, sognavo di salirla, quella parete sud del Fou. Sostando alla “salle a manger” della Vallée Blanche, sovente l’avevo lungamente osservata, maestosa nel suo mantello rosso. Come una sfida. A mano a mano che l’autunno ricopre i sentieri di un dorato mantello di aghi di pino, che le creste, e poi il sottobosco e infine le valli si vestono di un candido manto, io la immagino là dietro, in pieno sole, forse ancor più bella e più pura che in estate. Più selvaggia, anche.

Michel Berruex sulla Sud del Fou

Decido dapprima di partire in quattro. Ma più si è e più si diviene lenti: me ne rendo conto ben presto durante la salita. Raggiungiamo la prima lunghezza di corda della diagonale. Ma appena il P.S.H.M. di Chamonix ci annuncia l’arrivo del cattivo tempo, ci ritiriamo dopo aver schiodato completamente la via. A ciascuno il suo stile… 

Febbraio ’75 – La salita vittoriosa
Di ritorno a Chamonix, ci rendiamo subito conto che i candidati sono numerosi. Fortunatamente, il cattivo tempo li terrà tutti lontani dalla parete. Li terrà così lontani che, attendendo l’arrivo del bel tempo, ho la possibilità di realizzare la prima invernale della parete nord del Pain de Sucre, che culmina a 3607 metri. Venerdì 7 febbraio, le previsioni sono ottimiste per almeno tre giorni. È esattamente quel che ci occorre per raggiungere il passaggio chiave della salita: la diagonale. Questa volta parto con Michel Berruex. Alle 8 prendiamo la funivia per l’Aiguille du Midi. La discesa lungo la Vallée Blanche è straordinaria per la leggerezza e la facilità della neve. Ci concediamo solo una breve sosta al rifugio del Requin per mettere le pelli di foca. Ogni gesto è volto al risparmio del tempo.

La parete sud dell’Aiguille du Fou

La risalita del canale che porta all’attacco del “mostro” si rivela particolarmente pericolosa, a causa delle recenti (e importanti…) nevicate. Dopo aver evitato alcuni tratti insidiosi, alle 14 ci lanciamo all’assalto del muro che precede il “tetto a 7”. Il “tetto a 7” non è altro che uno strapiombo fessurato cosi battezzato da Hemming e Harlin a ragione della sua somiglianza con la famosa cifra… Alle 17.30 ridiscendiamo alla base del muro per bivaccare. Quella notte, osservando le stelle, sogneremo di berci la Via Lattea… All’alba attacchiamo di gran fretta. Tutto procede bene. Troppo bene, infatti schiodando il “tetto a 7”, rompo il manico del mio martello. Non me ne do pace! Subito mi sento avvilito e demoralizzato. Disperato. Come se tutto sprofondasse con il rumore secco di questa frattura. Fortunatamente, son riuscito ad afferrare la testa del martello, come per miracolo. Un riflesso istintivo. Dopo qualche attimo di riflessione, decidiamo di continuare con il materiale che ci resta. Senza neanche saper bene il perché, conservo il mio mezzo martello. Intuito salvatore perché… il secondo martello ci scappa di mano e naturalmente si lascia risucchiare dal vuoto più profondo. Non ci resta che proseguire usando il mio mezzo martello. Ed è precisamente in queste condizioni che superiamo la celebre diagonale… La prima lunghezza sopra lo strapiombo è zeppa di ghiaccio. Le mie dita si gonfiano a forza di battere. Comincio a sentir dolore nello stringere le mani. La seconda lunghezza, più asciutta, ci ridà un po’ di coraggio. Dopo ore di sforzi, la diagonale è vinta. Ridiscendiamo alla sua base per trascorrere la notte. Sfortunatamente non è possibile distendere le amache come avremmo desiderato. Non dormiremo molto. Tuttavia, il bilancio della giornata è piuttosto incoraggiante. E il mattino della domenica, alle 6, il sole viene a tenerci compagnia. Ma è necessario non perdere di vista la realtà della nostra situazione. Se mai perdessimo la sola testa di martello che ci rimane… Impegnati nella diagonale senza corde fisse alle nostre spalle, non ci resta che una soluzione: uscire verso la vetta! Ogni ritirata era impossibile. Armand Charlet, d’altronde, un giorno mi disse: «Quando avrai bisogno di attrezzare le nostre montagne con delle corde fisse, è perché tu sarai completamente cotto. Allora sarà meglio per te restartene a casa!». Questo giudizio, senza possibilità d’appello, sull’etica alpinistica, aveva fatto di me un purista. Ci sono delle situazioni in cui la vita cessa di essere una scelta e si impone come un’evidenza. Proseguiamo in un diedro magnifico. Ma il ghiaccio nelle fessure rende estremamente difficile la chiodatura. E, dalla parte alta del diedro, riusciamo finalmente a scorgere la vetta. Teniamo bene il passo. Ma la lunghezza seguente sarà per me la più sofferta di tutta la salita. Mancino, maldestro con questo embrione di martello, eccomi a picchiare gagliardamente sulle mie dita. Il dolore è lancinante. Sanguino terribilmente. Ma presto il sogno diverrà realtà. È lunedì. Sono le 16. Finalmente è la vetta. Questa volta è fatta. E allora tutto assume un’altra dimensione. Anche il tempo… Ci vorranno due giorni per ritornare a valle. Per me “valle” ormai significa soltanto “minestra fumante” e “calore”. Dopo i gelidi connubi delle nostre mani con la roccia, il ghiaccio e il metallo, dopo la bellezza rude del granito e l’esatta dimensione umana del gesto compiuto, tutto ciò è molto naturale…

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Mes plus belles hivernales ultima modifica: 2018-11-11T05:54:33+01:00 da GognaBlog

19 pensieri su “Mes plus belles hivernales”

  1. 19
    paolo panzeri says:

    Alberto, hai visto anche tu: spesso la “storia ufficiale” ultimamente è a dir poco “strana” (manipolata) …. molto spesso, troppo per le mie idee, e … mi fermo perché altrove ho provato a far dubitare e sono stato insultato.
    Ma appena posso provo sempre a instillare dei dubbi. 🙂

  2. 18
    Alberto Benassi says:

    Paolo sto leggendo il Libro/Diario di Oggioni.

     

    La Oppio al Crozz dell’altissimo tutta lui da primo. Bonatti dietro. Anche la via suggeritagli da Detassis alle Cime di Campiglio, tutta lui da primo. Bonatti sempre dietro.

    Del Drù c’è rimasto male. Pur riconoscendo l’ enorme valore della salita in solitaria dell’ amico . Era mareggiato perchè ai tentativi aveva partecipato anche lui e a quella salita ci teneva. Penso si sia sentito un pò tradito dall’amico.

  3. 17
    Alberto Benassi says:

    paolo panzeri says:
    13 novembre 2018 alle 18:15
    Qualche anno fa hanno pubblicato i suoi scritti, il suo diario, forse è questo, ma io non l’ho. Per me è stata una sorpresa molto illuminante!
    Le pagine del diario sono riportate in copia anastatica.

    Titolo: Le mani sulla roccia. Diario Alpinistico

    Autore: Andrea OggioniCollana “I Licheni” n°105Vivalda Editori, 2012280 pagine + 16 tavole fuori testo b/n
    paolo panzeri says:
    12 novembre 2018 alle 19:08
    Alberto, non so darti una risposta sicura per Flematti (Desmaison, acquistavo a Chamonix delle EB, mi aveva detto che era molto bravo e si alternavano), per Oggioni ti consiglio di leggere il suo diario, ne scopri delle belle, spesso diverse da ciò che si tramanda (Bonatti mi aveva detto una volta in Cornagera che su roccia andava davanti più spesso Oggioni)

    Paolo sto leggendo questo libro/diario  di Oggioni.

    La Oppio al Croz dell’Altissimo se lè tirata tutta lui da primo!!! Bonatti dietro.

    Del Dru c’è rimasto male. Contento della grande impresa in solitaria di Bonatti. Ne riconosce la grandezza della salita. Ma allo stesso tempo amareggiato perchè ai primi tentativi c’era anche lui e avrebbe voluto esserci, ci teneva.  Penso si sia sentito un  pò tradito…dall’amico?

  4. 16
    Alberto Benassi says:

    No Paolo , sono due libri diversi.

     

  5. 15
    paolo panzeri says:

    Qualche anno fa hanno pubblicato i suoi scritti, il suo diario, forse è questo, ma io non l’ho. Per me è stata una sorpresa molto illuminante!
    Le pagine del diario sono riportate in copia anastatica.

    Titolo: Le mani sulla roccia. Diario Alpinistico

    Autore: Andrea OggioniCollana “I Licheni” n°105Vivalda Editori, 2012280 pagine + 16 tavole fuori testo b/n

  6. 14
    Alberto Benassi says:

    Paolo, su Oggioni ho il libro di Alessandro Giorgetta:

    “Andrea Oggioni La vita dello spirito nel ritmo delle cose”

  7. 13
    paolo panzeri says:

    Alberto, non so darti una risposta sicura per Flematti (Desmaison, acquistavo a Chamonix delle EB, mi aveva detto che era molto bravo e si alternavano), per Oggioni ti consiglio di leggere il suo diario, ne scopri delle belle, spesso diverse da ciò che si tramanda (Bonatti mi aveva detto una volta in Cornagera che su roccia andava davanti più spesso Oggioni) e poi … ma io non posso scriverlo, sono un vecchio brontolone strarompi: bisogna leggere curiosando, incontrarli tutti non si riesce più, ma forse qualcuno omologato lo scriverà bene.

    Però stanno morendo tutti, son passati troppi anni e la storia si è fissata in un certo modo. Non capisco perché certi lombardi di antiche storie non scrivano, forse perché sono ultra ottantenni e appena funzionano un poco, vanno subito  in giro per monti.

  8. 12
    Alberto Benassi says:

    Alberto, dai, il Fou è come la Marmolada: è a sud !
    Le invernali valgono qualcosa solo se fatte su pareti nord o quasi.

    Paolo questa te l’hanno suggerita i polacchi…

    Poesia, si bellissima poesia il grande alpinismo, ma non si può assolutamente dire, secondo me verrai condannato!

    Evvabbè accetterò la punizione.

    Però non mi hai risposto se Flematti secondo  te andava da secondo quando scalava con Desmaison…un pò come Oggioni quando era con Bonatti.  Eppure…

  9. 11
    paolo panzeri says:

    Alberto, dai, il Fou è come la Marmolada: è a sud ! 🙂
    Le invernali valgono qualcosa solo se fatte su pareti nord o quasi. 🙂

    Poesia, si bellissima poesia il grande alpinismo, ma non si può assolutamente dire, secondo me verrai condannato! 🙂

  10. 10
    Alberto Benassi says:

    Ma Flemmatti quando scalava con Desmaison, andava anche da primo o  semre da secondo?

    Me lo domando perchè uno che è capace di condurre la cordata sulla sud del Fou in invernale…

  11. 9
    Alberto Benassi says:

    Quello vero deve essere lotta, sofferenza, pericolo,…

    Paolo qui sei BONATTIANO…aridai con i miti.

    Leggi bene…le parole:

    “l’avevo lungamente osservata, maestosa nel suo mantello rosso. Come una sfida. A mano a mano che l’autunno ricopre i sentieri di un dorato mantello di aghi di pino, che le creste, e poi il sottobosco e infine le valli si vestono di un candido manto, io la immagino là dietro, in pieno sole, forse ancor più bella e più pura che in estate.”

    … per me è poesia.

  12. 8
    paolo panzeri says:

    Alberto, stai andando sempre peggio :).

    Dici che l’alpinismo è anche poesia!

    Quello vero deve essere lotta, sofferenza, pericolo,…

  13. 7
    Alberto Benassi says:

    Dopo molti mesi di inattività, dopo lunghe settimane senza avventure, sognavo di salirla, quella parete sud del Fou. Sostando alla “salle a manger” della Vallée Blanche, sovente l’avevo lungamente osservata, maestosa nel suo mantello rosso. Come una sfida. A mano a mano che l’autunno ricopre i sentieri di un dorato mantello di aghi di pino, che le creste, e poi il sottobosco e infine le valli si vestono di un candido manto, io la immagino là dietro, in pieno sole, forse ancor più bella e più pura che in estate. Più selvaggia, anche.

    Questa mi sembra poesia

  14. 6
    Paolo panzeri says:

    Quasi 40 anni fa, direi che si sia andati molto avanti nel documentare, usando  mezzi più evoluti e informazioni molto più diversificate.

    Cito come esempio le foto delle spedizioni del Duca degliAbruzzi: sono sempre notevoli, ma ormai sono solo cimeli storici, non servono più per fare alpinismo da quelle parti, forse solo per pensarlo grossolanamente.

    I conoscitori della storia dovrebbero dare indicazioni più aggiornate come si usa fare al BMC o al AAC o in altri club e non continuare a restare fermi nel proprio lontano passato, anche se talvolta glorioso per tanti.

  15. 5
    Marco Tatto says:

    La meticolosità e la prosa sopraffina con cui Gian Piero Motti tratteggiò la storia alpinistica dei piloni del Freney nella sua monografia del 1979 (ben venticinque pagine di ricordi personali e di ritratti di alpinisti che in varie epoche su di essi scrissero la storia dell’alpinismo) rimangono un paradigma insuperato nella pubblicistica di montagna. Senza dimenticare le bellissime foto a corredo.

  16. 4
    Fabio Bertoncelli says:

    Ammirate l’immagine di Robert al ritorno dal Pilone Centrale, a venticinque anni, «quando beltà sua splendea».

  17. 3
    paolo panzeri says:

    Le salite invernali sono avventure totalizzanti: da vivere o almeno provare!

    Per persone delicate e fragili di mente 🙂

  18. 2
    Gianni Lanza says:

    Chi non ha provato non può capire

     

  19. 1

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