Montagna e filosofia

Montagna e filosofia
(relazione di Alessandro Gogna al convegno Montagna e filosofia, Lecco, 19 dicembre 2004)

Lettura: spessore-weight(3), impegno-effort(3), disimpegno-entertainment(2)

Con questo incontro Montagna e filosofia parliamo di quella che è stata la motivazione di più di duecento anni di alpinismo, cioè proprio di quella spinta che possiamo dire certamente filosofica, che ha portato gli alpinisti a fare quello che hanno fatto. E’ chiaro anche che il mio approccio personale è quello dell’alpinista.

Siamo qui per fare “anima” dell’alpinismo, per cercare di capire che cosa è questo alpinismo forse da un punto di vista un po’ teorico, ma neppure più di tanto. Tanti anni fa ho scritto un libro intitolato Un alpinismo di ricerca. A distanza di tanti anni devo chiedermi ancora adesso: “Ricerca di che cosa?”. Perché alla fin fine nel libro questo non viene detto. In questo libro racconto tante avventure, tante cose più o meno interessanti, più o meno ben scritte, ma questo è sicuro: io non ho detto che cosa ricercavo.

E la motivazione è molto semplice: perché probabilmente ancora non lo sapevo, sentivo soltanto vagamente che c’era qualcosa da cercare, che il mio alpinismo era improntato alla ricerca, ma che cosa fosse poi l’oggetto da ricercare non ne avevo la più pallida idea.

Filosofia

Poi mi sono fatto anche un po’ di domande.
Per esempio filosofia: filosofia è una parola abbastanza precisa, che vuol dire un po’ di cose. Certamente come tutte le parole ha avuto uno scadimento: nei nostri discorsi di tutti i giorni tutti noi abbiamo sentito ad esempio la frase “Bisogna prenderla con filosofia”, qualunque cosa succeda. Se dovessi sostituire la parola filosofia con un’altra parola in questa accezione direi “rassegnazione”. Quindi dobbiamo dire “Bisogna prenderla con rassegnazione”. Ma è questo il significato che la parola filosofia ha acquisito in tutti questi anni, dai Greci fino a noi? Certamente no! Dunque la parola ha tuttora un suo significato. Cosa vuol dire? Vuol dire amore per la scienza, amore per il sapere, la sapienza, tutto ciò che riguarda quelle cose che un uomo o una donna dovrebbero, alla fine della propria vita, sapere prima di morire serenamente. Quindi eliminiamo il significato filosofia-rassegnazione. Filosofia è una cosa attiva, non è una cosa passiva.

Poi voglio spiegare perché ho voluto chiamare questo mio intervento La montagna romantica, montagna e romanticismo. Romanticismo è un’altra parola che ha avuto grossi decadimenti. Se chiedete così, in generale, che cosa significa romantico, alla maggior parte delle persone viene in mente quell’atteggiamento un po’ sdolcinato, un po’ sentimentale, per cui c’è la passeggiata romantica al chiaro di luna, c’è l’animo romantico, c’è il sentire romantico, la musica che improvvisamente ti fa sentire delle cose è definita romantica. Ma quello che proprio prende più di tutto è la passeggiata romantica, sotto il chiaro di luna.

Bene: il romanticismo è tutt’altra cosa. E’ un modo di pensare in cui si è trovato l’uomo moderno, dopo tutta una serie di epoche precedenti, accanto o subito dopo un periodo che è stato definito illuministico, quindi con molta attenzione a quello che era la ragione, a quello che era la scienza, la scienza che nasceva, la scienza che caratterizza ancora oggi tutto il nostro mondo, tutta la nostra civiltà.

Sentimentalismo non è Romanticismo

Guarda caso, proprio in quel periodo nasceva l’alpinismo, proprio in quegli anni in cui filosofi, poeti e artisti, tra fine Settecento e inizio Ottocento, cominciavano a interessarsi alla montagna.

Per dire cos’era il romanticismo prendiamo l’esatto opposto: l’uomo primitivo che era un tutt’uno con la natura che lo circondava. Se arrivava un fulmine era comunque una manifestazione del divino, divino che era intorno a lui e in lui; non faceva una grande distinzione tra ciò che era in lui e ciò che era fuori di lui, c’era Dio che unificava tutto. E questo è l’uomo non romantico, semplificando molto.

Alla fine del Settecento le cose sono cambiate: personaggi come Kant, come Hegel, come Goethe, come Foscolo, come Heidegger – che sono tra i più grandi che la nostra civiltà possa vantare – hanno sentito una improvvisa, fortissima, enormemente forte, divisione tra quello che è il nostro essere, che possiamo chiamare “io”, e tutto quello che non è “io”, che è al di fuori dell’io. Certamente il mondo che c’è attorno a noi, tra cui anche la montagna, la natura, il mare… tutta questa manifestazione del creato e di quello che ci circonda.

Ma in un secondo tempo – circa un secolo dopo – nel “non-io” si è compresa anche tutta quella parte di me che non può più rispondere al nome di “io”, perché è una parte che noi non conosciamo: cui è stato dato anche il nome di inconscio.

Tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento si è creato un antagonismo tra quello che è il nostro “io”, la nostra coscienza, e tutto quello che è il mondo naturale: io contro natura, io versus natura. Si è cominciato a parlare, a vedere artisticamente, a pensare in questi termini – e filosoficamente a pensare in questi termini – nel momento in cui nasceva l’alpinismo.

Ma perché? Perché la montagna offre la contrapposizione come ambiente naturale, stupendo, meraviglioso e, nello stesso tempo, anche pauroso, perché la montagna può essere tanto bella, quanto in un altro momento può essere paurosa, che stiamo a guardare con il sole o con la bufera, modi diversi di manifestarsi della montagna. Non parliamo se addirittura uno di noi decide di andare a salirla, perché allora è chiaro che si presenta a noi in tante maniere diverse, fino ad arrivare al limite opposto, alla montagna bella, serena, accondiscendente ai tuoi voleri di conquista e, al contrario, la montagna cattiva, arcigna, che ti terrorizza, che ti incute timore: è esattamente l’opposto.

Romanticismo: l’uomo conquista la vetta

Ora il romanticismo vive di questa contrapposizione tra l’io e la natura.
Già in Goethe possiamo leggere alcune cose che potevano giustificare l’alpinismo nascente, cioè il fatto che si andasse a salire la vetta delle montagne, cosa che prima non era mai stata fatta, nessuno aveva mai pensato in termini di conquista di arrivare in cima a una montagna. Possiamo fare l’esempio di Petrarca o l’esempio della salita al Mont Aiguille in Francia: ma non sono esempi romantici, non sono esempi di contrapposizione tra io e la natura, sono altre cose. L’alpinismo vive di questa contrapposizione, senza questa contrapposizione non può esserci alpinismo. Questa contrapposizione tra “io” e “non-io”, tra io e natura, è una contrapposizione che conduce la nostra esperienza in montagna in maniera precisa e la fa continuamente barcamenare, ondeggiare, tra l’amore e l’odio: quello che io vorrei assumere come natura dentro di me e ciò che, invece, mi fa paura e vorrei stesse distante da me. Questa contrapposizione ancor di più si sente nel momento della conquista, nel momento in cui si riesce ad arrivare in cima a una montagna. Tante volte si è letto, tanti alpinisti lo hanno detto, di provare questa sensazione di vuoto, una sensazione a volte di estrema felicità, a volte anche proprio di vuoto, come se si capisse che, tutto sommato, questa cosa che si è appena vissuta non è poi, alla fin fine, quello che noi esattamente cercavamo, perché è – ed era – una finzione che ci eravamo creati.

Il nostro rifugiarci nella montagna è di tutti i giorni, perché chi è che va in montagna? Quelli che trovano che la nostra civiltà non offra poi tutto quel benessere, tutto quello star bene che ci si aspetta. Allora ecco che la montagna offre un benessere spirituale che va certamente al di là delle nostre lotte quotidiane, perché noi lottiamo quotidianamente per i soldi, per gli affetti, per tutta una serie di cose. In montagna tanti dicono “Io lì mi riposo”, “Io lì mi trovo bene”, “Vorrei starci sempre”. La montagna è considerata un rifugio perché si vede in questa espressione della natura una possibilità di connubio, finalmente, con la natura, una possibilità di completamento del nostro essere, che sentiamo che ci manca.

Questo è l’aspetto più importante dell’alpinismo, quello che è al di là di tutte queste motivazioni filosofiche che ci sono e che sono estremamente importanti, ma che si traducono in questa semplice attesa, ma nello stesso tempo anche in questa semplice azione: attesa e azione in montagna.

Ci sono le persone che decidono di limitare il proprio intervento percorrendo un sentiero e quelli che fanno le spedizioni in Himalaya tra le più importanti, se vogliamo anche più rischiose o più difficili. C’è tutto un raggio in cui si può agire, ma la motivazione è poi alla fine sempre la stessa. Si va da un alpinismo contemplativo, che è quello iniziale, che alla fine diceva che le montagne sono belle e che il mondo della natura è bello, cosa che nessuno aveva mai detto prima. Poi è arrivata questa “cosa romantica” di dividere tra me e la montagna, tra me e la natura: e quindi aggressione, lotta, conquista, esplorazione, scienza, conoscenza della montagna. Fino a che cosa?

E continua a farlo anche oggi

Ancora non è finita. Noi, oggi, siamo ancora in piena epoca romantica: perché la contrapposizione tra noi e la montagna non è ancora risolta. Lo vediamo tutti i giorni: l’alpinismo continua. Abbiamo d’altra parte sviluppato un altro tipo di alpinismo, estremamente importante, che forse non è ancora stato indagato pienamente: l’alpinismo sportivo, l’arrampicata sportiva, dove l’aggressione alla montagna, e quindi il volerla sempre più estromettere da quello che è l’io, è sempre più evidente. Con lo sport abbiamo modificato il rapporto non belligerante tra il nostro “io” e la montagna. Vogliamo modificarlo nel senso che vogliamo togliere alla montagna tutta la parte paurosa, tutta la parte orrifica. Come? Intanto non andando a ottomila metri e non facendo certe cose, poi arrampicando mettendo determinati strumenti di sicurezza di tutti i generi (via ferrata, spit, telefonino per chiamare i soccorsi), che mutano quella che dovrebbe essere la non-aggressione alla montagna. La montagna così è fortemente aggredita, a spese della montagna si crea il nostro “io” che cresce sempre di più. Ci allontaniamo in questo modo da quella che dovrebbe essere l’esperienza conclusiva, quello che Hegel diceva il rapporto di tesi, antitesi e sintesi.

Una sintesi ancora io non la vedo né in me, né in tanti altri, dal punto di vista alpinistico. Ci stiamo lavorando, l’alpinismo di ricerca continua.

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Montagna e filosofia ultima modifica: 2018-08-18T05:49:08+01:00 da GognaBlog

13 pensieri su “Montagna e filosofia”

  1. 13
    Andrea Rossi says:

    Marcello il tuo nome rimbalzava già sulla carta patinata delle riviste di montagna, quando io sebbene già abbastanza adulto muovevo I primi passi in montagna, secondo me questo porta automaticamente ad una sorta di tacito rispetto, il fatto che oggi possa conversare con persone del tuo calibro mi mette a disagio perché ai tempi si poteva solo osservare da lontano I mostri sacri, il mio intervento è scaturito solo dall’esigenza di capire razionalmente e personalmente cosa mi succedeva quando, in un’alba radiosa attraversando una forcella mi sentivo così vicino al creato, per non dire a Dio, (io non sono praticante religioso, quindi mi sembra una forzatura dire Dio) ma in effetti in certe giornate ti sentivi davvero così.  L’articolo di Alessandro mi ha colpito perché ha analizzato con distacco (ma neppure troppo) queste mie sensazioni, la voglia di confrontarmi è stata immediata, e quel tassello mancante che io posso aver definito erroneamente Amore, è presente da sempre nel mio modo di fare montagna, e sono d’accordo con te che esso può rappresentare una “valvola di sfogo”‎ , come in tutte le umane attività, non c’è bisogno a mio avviso di avere particolari problemi, di valvole di sfogo ne abbiamo bisogno tutti credo, l’importante credo ed hai fatto bene a sottolinearlo è avere rispetto per tutto, se poi moriremo speriamo di poterlo fare con serenità , convinti di aver vissuto una giusta Vita. Io credo che se lo scritto di Alessandro e stato capace di farci tirare fuori tutto questo, vuol dire che I cambiamenti nella vita esistono ed I rapporti possono essere risolti. Con stima. 

  2. 12
    lorenzo merlo says:

    È interessante non aver tralasciato il concetto di dipendenza.

    Mette in luce lo squilibrio interiore; la vulnerabilità psicofisica e morale.

    Argomenti spesso taciuti.

    Bravo Alberto.

  3. 11
    Alberto Benassi says:

    Paolo , io ho cercato di spiegare cosa è per me l’amore per i monti. Che poi come tutti i sentimenti, spesso ti trascinano, ma non lo sai fino in fondo perchè.

    ma è anche bello farsi trascinare…

    Per te lo saprai te.

  4. 10
    paolo panzeri says:

    Chi sa spiegare cosa sia la vita?
    So che la mia è solo mia, so che è diversa da qualsiasi altra.
    E so che “l’andare per monti” è una bellissima parte della mia.
    Se ci penso bene, di me so poco, mi scopro sempre con nuovi pensieri. 🙂

  5. 9
    beppe guzzeloni says:

    Vero!

     

     

  6. 8
    Alberto Benassi says:

    Si è vero Beppe, tutto questo si può trasformare in dipendenza. In un rapporto malato. Ma di malato , non c’è solo quello verso la montagna. C’è anche quello con il lavoro, quando nella tua vita non  vedi altro che lavorare per accumulare soldi. Oppure anche verso una persona, verso una donna amata.

  7. 7
    beppe guzzeloni says:

    Condivido in pieno ciò che esprime Benassi. Ma attenzione a non confondere l’amore/passione per la montagna con la dipendenza, con il rapporto assoluto con essa.

     

  8. 6
    Alberto Benassi says:

    l’amore per la montagna va al di là del fare grandi cose.

    passione per  arrampicata per l’alpinismo uguale amore per la montagna. Secondo me è un parallelo che non esiste. Si può benissimo essere ottimi/grandi arrampicatori e alpinisti e fregarsene assai della montagna. Lo si vede benissimo da certi comportamenti di totale mancanza di rispetto della roccia, della parete, della montagna. Comportamenti che tendono solamente a mettere in primo piano il solo soddisfacimento del personale divertimento.

    Amore per la montagna che si manifesta anche con la pratica alpinistica è immedesimarsi con questo ambiente, sentirsene parte, starci bene anche nell situazioni serie. Sentire che quando non sei in montagna ti manca. Come ti manca una persona che ami quando non ci sei insieme.

    Ma non ti manca solamente la scalata, ti mancano: i fiori, le albe, i profili dei monti, il rapporto con il tuo compagno di scalata, un bivacco, la sensazione che ti da roccia sotto le dita, la bellezza di un alpeggio, il gusto della scoperta, il senso di vuoto che ti da una aerea cresta.

  9. 5
    Vinicio Vatteroni says:

     

    E’ indubbio che la montagna si presti molto alla riflessione filosofica.

    A Nietzsche balenò l’idea di Così parlò Zarathustra  in Engadina, nel mese di agosto del 1881, «6000 piedi al di là dell’uomo e del tempo». 

  10. 4
    LUIGI GALLY says:

    “La via verso il basso e la via verso l’alto sono una sola via. Dei visitatori inaspettati trovarono Eraclito che si stava riscaldando vicino al camino, egli disse loro anche qui sono gli Dei”

    Ad ognuno la sua montagna in ogni luogo sono gli Dei. Ho vissuto in montagna sino a diciannove anni, andavo sulle vette come attività ludica normale. Poi venni in città a lavorare e mi accorsi della montagna che era in me.

    Oggi che non lavoro piu’, sono tornato definitivamente alla montagna, ma ora non sento piu’ il bisogno di fare grandi cose, ci sono cio’ mi basta.

    LUIGI

  11. 3
    beppe guzzeloni says:

    Per me alpinismo e’ un modo per vivere la montagna, un modo per sentirsi parte di quell’ambiente. Questo richiede tempo, costanza, conoscenza, esperienze e rispetto.

     

  12. 2

    Andrea, scusa l’intromissione, ma quello che tu definisci come amore per la montagna, secondo me fa solo parte di chi la vede come alternativa alla vita in pianura e in città. La famosa valvola di sfogo che personalmente ho sempre associato a chi ha dei problemi di relazione. Nello scritto di Alessandro, io vedo l’analisi di un rapporto alla pari che tende (ricercandola perennemente) all’armonia. Sottolineare l’amore per la montagna mi fa pensare a qualcuno che non sta bene dov’è. Per il montanaro amare e odiare la montagna è la stessa cosa. Un giorno la ami perché le cose ti vanno dritte è un altro la odi perché hai i coglioni girati, ma se ci vivi non può rappresentare mai quello che arriva a rappresentare per chi non ci vive. Non la idealizzi, la vivi perché lí stai. Sia che tu faccia il pastore che l’alpinista.

    Il direttore della banca dove ho il conto é un alpinista e nei fine settimana spesso lo incontro che scala. Se lo vedo in settimana nel suo ufficio, parliamo di vie, cime e valli con una naturalezza e una leggerezza che non mi sogno neppure di sfiorare se ne parlo con un cliente (faccio la guida) che magari vive a Milano o Roma…

    Il direttore é nato in un maso piuttosto remoto e vede e vive le montagne da sempre, come vedo che succede ai miei figli (io sono nato in città), con estrema rassegnazione o filosofia, in questo caso. Perché l’autunno é lungo e buio e se vuoi andare al cinema ti scappa la voglia perché devi fare ore di curve in macchina. Alessandro é genovese di nascita come me e a Genova diciamo che “sciusciâ e sciurbî nu se pê”, ovvero che soffiare e aspirare insieme non si può e questo racchiude in sé (quasi) tutta la filosofia applicabile alla montagna come alla vita in generale. Poi ognuno ricerchi quello che vuole condividendolo o tenendoselo per sé. L’importante é divertirsi e rispettare il prossimo, poi si muore.

  13. 1
    Andrea Rossi says:

    Un alpinismo di ricerca: l’avro  letto almeno tre o quattro volte, Alessandro mi piace quando scrivi di montagna vissuta, ma anche quando è la montagna che racconta te. Nel senso che Quando ne parli un po’ sveli anche Qual’è il tuo modo (eccezionale) di approcciarti alla Montagna. Io credo la tua analisi sia stata mirabile, anche se però a mio modo di vedere mi manca un tassello; l’Amore per la Montagna.
    Ad un certo punto la motivazione, anche di molti giovani che inconsapevolmente e senza coscienza della storia dell’alpinismo, si trovano a effettuare passeggiate in montagna, arrampicate o anche imprese importanti solo per Amore per la Montagna. Questo “Amore” sarebbe per te ancora una proiezione “romantica” od un nuovo cambiamento? Con tanta ammirazione e rispetto. Ciao

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