Montagne, uomini e idee – 2

Montagne, uomini e idee – 2 (2-4)
di Carlo Battista Mazzoleni
(tesi di laurea in storia, Bologna, 2013)

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4.3 Il CAI in guerra
Se la guerra, e i suoi accessori, anche di natura ideologica, sono stati dalle genti di montagna accettati – pur con le significative eccezioni – in modo da un lato quasi succube, dall’altro di resistenza passiva, tentando di mantenere, pur nel periodo di crisi, le attività e i punti di riferimento della dura vita nell’alpe, seguendo ancora il saggio di Alessandro Pastore possiamo capire come fosse percepita la situazione negli ambienti dell’associazionismo alpinistico. Ambienti che, come si è visto, sono rappresentanti di un pensiero tipicamente “cittadino”, anche quando situati nei capoluoghi di vallate montane, in quanto rappresentanti dell’alta società, istruita, conoscitrice, e imitatrice, degli stili di vita e di pensiero propri dei circoli della borghesia urbana.

1922: l’alpinista “nobile” disdegna le nuove tecniche di arrampicata che prevedono l’uso-abuso del chiodo.

Se da un lato quindi i soci del Club parteciperanno attivamente alle iniziative belliche in modo numericamente significativo – anche se non tutti nell’esercito italiano, vedi la metà dei 1400 combattenti della SAT che si sono schierati, per convinzione o costrizione, nell’esercito austroungarico[1] -, dall’altro sia a livello centrale, sia sezionale, ci sarà un grande impegno del CAI a sostenere la causa nazionale nelle difficoltà della guerra. Per quanto riguarda i numeri, si parla di 3000 combattenti attivi sui circa 9000 soci del 1915, per lo più arruolati come sottoufficiali e ufficiali nel corpo degli Alpini[2]. La spinta all’azione del sodalizio in quanto tale viene data direttamente dall’allora presidente del CAI Lorenzo Camerano, ad auspicare un lavoro di supporto e di sostegno ai combattenti da parte delle sezioni, principalmente inserendole nel sistema della propaganda, e a fornire i necessari supporti logistici e informativi alle forze armate. ‹‹Nel nome della Patria affermiamo altamente che in ogni occasione il CAI farà il suo dovere. Negli anni della guerra il CAI fu chiamato dal comando supremo a compiti di consulenza nell’ambito dell’addestramento alpinistico delle truppe, o a fornire mappe, guide, studi topografici. Ma anche a sostenere nella società italiana dell’epoca le ragioni politiche e militari del conflitto››[3]. Per giustificare una tale presa di posizione, Pastore rileva: ‹‹si scorge l’intento non solo di rafforzare la memoria storica dell’istituzione [il CAI], ma anche di consolidare il rapporto di continuità con l’esperienza risorgimentale dalla quale molti fondatori del Club erano partiti. Un ulteriore e più largo obiettivo consiste invece nel contribuire all’opera di unione patriottica e nazionale che si riteneva necessario alimentare››[4]. Per fare questo il CAI, Club privato ma che nella sua storia nasce come costola delle istituzioni, e cresce animato da uomini dello stato, si unisce al coro dei bellicisti, perseguendo ogni voce di disfattismo che poteva crearsi al suo interno.

Complementarmente, a livello periferico, le sezioni dimostrano sensibilità al tema della guerra in arrivo: pur rimanendo appoggiati a quell’ideale di fraternità e pacificazione che lo spirito di chi frequenta la montagna è naturalmente portato ad aspirare, se non altro per poter, in periodo di prosperità, godere delle migliori condizioni per svolgere spensieratamente la propria attività, le sezioni appoggiano la linea bellicista del consiglio centrale, e intraprendono iniziative legate al proprio territorio. Con i fondi sociali si finanziano aiuti alle famiglie delle guide e dei portatori chiamati alle armi, si acquistano e si distribuiscono solennemente alla truppa gagliardetti richiamanti il valore del combattente in montagna, si compilano guide delle zone montuose riservate agli ufficiali in comando nei teatri bellici montani: Aldo Bonacossa, nel 1915 terminerà la stesura e darà alla stampa la Guida del gruppo Ortles-Cevedale, importante fronte tra Valtellina, Trentino e Südtirol, distribuendolo esclusivamente all’esercito italiano per evitare che preziose informazioni potessero venir utilizzate dal nemico. Importante anche l’opera quasi agiografica che le sezioni compilano a proposito delle valorose azioni di guerra compiute dai propri soci e nei propri territori: il legame diretto con i teatri di guerra favorirà quest’opera di cronaca propagandistica, che vedrà una significativa espressione nella già citata Guida alle Dolomiti orientali firmata da Antonio Berti.

Al termine della guerra l’esperienza del combattimento montano avrà un impatto molto diverso rispetto a quello portato dai reduci dei fronti di pianura, nord-occidentali e orientali. La glorificazione del martirio in montagna è simile a quella dell’alpinista caduto nella “lotta con l’alpe”, l’ambiente attribuisce dignità alla morte che sfugge dalla massificazione annientatrice che distrugge ogni retorica positiva, come accadde negli altri teatri europei. Viene innalzata a livello eroico la figura del combattente montanaro, ne è esaltata l’individualità necessaria ad affrontare il doppio nemico, naturale ed umano, e sarà indicato quale modello per l’intera gioventù italiana. Resta però il dramma delle migliaia di uomini che furono tolti alle proprie disagevoli vite, condotte in valli chiuse e rigorose, e mandati a combattere in un ambiente fortemente ostile, esposti alle difficilissime condizioni climatiche e del terreno. Il più alto fronte d’Europa si è attestato sulle creste del gruppo dell’Ortles, con postazioni stabili situate a quote fino a 3900 m, presidiate anche nei mesi invernali, con accessi estremamente complicati e pericolosi, su ghiacciai ed esposte pareti. Ancora oggi rimangono le testimonianze delle precarie costruzioni adibite al controllo dell’inaccessibile frontiera, ricoveri, camminamenti e scale, che lasciano allibiti i numerosi alpinisti che vi si imbattono.

La parete nord del Civetta, il primo sesto grado al mondo aperto da Emil Solleder e Gustav Lettenbauer.

5. TENDENZE DELL’ALPINISMO ALL’INIZIO DEL XX SECOLO
5.1 Il periodo aureo
Con la fine del XIX secolo si può dire che tutte le cime rilevanti dell’arco alpino siano state calcate dal piede dell’uomo. Dagli Écrins al Badile, dall’Ortles alla cima Piccola di Lavaredo, nel giro di poco più di un secolo di storia dell’alpinismo gli scalatori avevano conquistato ogni vetta di cui valeva la pena vantare la prima ascensione. Esaurita quindi necessariamente la spinta esplorativa e di mera conquista che aveva animato i primi decenni dell’alpinismo, si andavano cercando nuovi traguardi, che non fossero soltanto ripetizioni in successione di imprese già compiute. L’alpinismo cominciava ad avanzare con una doppia marcia, distinguendosi tra turistico e innovativo. A tal proposito rileva Marco Armiero, circa la scoperta degli italiani delle loro montagne: ‹‹[…] within the CAI two different practices of alpinism coexisted: a heroic one made for and by exceptional people and a domesticated version for everyone else. Of course, the two versions were not in opposition; the extraordinary acts of expert climbers popularized the general interest in mountains while the construction of tourist infrastructures […]››[5].

Sulla scorta del motto post-unitario “fatta l’Italia, ora bisogna fare gli Italiani”, il CAI e il Touring Club Italiano cominciarono subito dopo la loro fondazione – rispettivamente nel 1863 e nel 1894 – un intenso lavoro per far sì che gli italiani potessero conoscere, e così conquistare e rendere proprio definitivamente, il territorio del neonato stato. L’appropriazione dello spazio sarebbe avvenuta, grazie anche all’opera delle due associazioni, per mano di un nuovo turismo nazionale. Tre erano i mezzi che vennero impiegati per lo scopo: la stampa e la distribuzione in tutto il territorio nazionale dei periodici sociali e delle guide[6], l’organizzazione del tempo libero dei soci, con gite e incontri culturali, e il favorire la realizzazione di quelle infrastrutture, come strade e strutture ricettive, che potessero rendere accessibili a un turismo di massa le montagne nazionali[7]. Antonio Stoppani (1824-1891), oltre che luminare scienziato e fervente patriota, fu appassionato alpinista, fondatore e primo presidente della sezione CAI di Milano. Il suo pensiero rispecchia quello di una grande parte di alpinisti di fine ‘800, e forse anche odierni: pur amando incondizionatamente la montagna pura e incontaminata, luogo di libertà dalle costrizioni sociali e dagli abbruttimenti della città, intravvide egli stesso nel turismo una grande risorsa per portare il progresso tra i monti, confidando in una sintesi che sappia conciliare la conservazione delle peculiarità della “wilderness” alpina con le esigenze di un turismo di massa, prendendo a modello le internazionalmente frequentate vallate svizzere, esempio del turismo montano per eccellenza già nel XIX secolo. Questa nuova stagione delle montagne italiane portò l’alpinismo a divenire un’attività diffusa come non lo fu mai, in un certo senso “alla moda” presso la gioventù borghese italiana ed europea. Le “vie normali” sulle montagne più importanti delle Alpi erano ormai state ripetute molte volte, le guide locali le conoscevano alla perfezione, e le avevano attrezzate con quegli espedienti artificiali che potevano semplificarne la salita: la stagione dell’alpinismo commerciale poteva considerarsi avviata. È Piaz, che pur trae il suo sostentamento economico proprio dal turismo, in qualità di guida alpina e albergatore, a compiere un’efficace analisi del fenomeno: ‹‹Siamo già arrivati ad una chiara svolta dell’alpinismo, che si allontana gaiamente dalla via maestra. Non è più l’interesse scientifico, né il godimento della natura la molla che mette in moto lo scalatore: l’ambizione, lo spirito d’emulazione, la tendenza ad esagerare, la gara: l’alpinismo è diventato sport››[8]. Al proposito cita le vette del Cervino, del Grépon, delle Torri del Vajolet, della Piccola di Lavaredo come ‹‹montagne catalogate con un epiteto decorativo, che servì da rèclame luminosa››. La gara in questione è sempre rapportata ai concorrenti che vi partecipano: l’alpinismo commerciale diviene un gioco diffuso nei salotti cittadini, dove i soci CAI più facoltosi aggiungono vette sui propri diari; l’organizzazione di una salita alpinistica e l’ingaggio di una guida rimangono spese non per tutte le tasche, vantare molte ascensioni era anche dimostrazione di affermazione sociale.

Il modello svizzero è sempre stato d’esempio per la promozione turistica sulle Alpi. La frequentazione turistica della montagna l’ha dotata nel tempo delle strutture e delle figure necessarie anche allo sviluppo dell’alpinismo. Nell’immagine il treno a puro scopo turistico che nel 1906 venne inaugurato in Engadina.

Nello stesso tempo l’alpinismo di punta sapeva reinventarsi e porsi nuovi ambiziosi obiettivi. Terminate le salite per la via più semplice e “a tutti i costi”, gli scalatori cominciarono a ricercare vie di salita alternative, che premiassero l’audacia, la prestanza atletica, fossero grandiose ed eleganti, su creste o pareti particolarmente impressionanti; uno scalatore di oggi in una parola le definirebbe “divertenti”. Per poter compiere questo passo l’alpinismo conobbe un nuovo livello di consapevolezza, sia a livello di tecniche ed evoluzione nei materiali, sia nell’etica del loro utilizzo. La progressione su roccia conobbe l’utilizzo ragionato e sistematico della corda e dei chiodi, al fine di operare una relativa sicurezza su tutta la salita, solo quando lo scalatore austriaco Otto Herzog, a cavallo tra ‘800 e ‘900 introdusse l’uso in arrampicata del moschettone. Per la progressione su ghiaccio nel 1909 furono forgiati dal fabbro Henry Grivel di Courmayeur i primi ramponi, da affiancare alle piccozze già in uso da più di un secolo. Come già accennato parlando del romantico Paul Preuss, il dibattito circa l’utilizzo dei mezzi artificiali nelle salite compiute da alpinisti di alto livello fu molto acceso, specialmente nelle zone a influenza tedesca e austriaca. Nelle Dolomiti si formarono fronti contrapposti, principalmente intorno alle figure di Preuss, Piaz e Dülfer. Paul Preuss, viennese, fu forse il più prolifico rocciatore della storia: nella sua breve carriera compì 1200 ascensioni, di cui 150 prime assolute. A meno di compiere un’interpretazione psicanalitica a posteriori – opera che Motti tenta con risultati alterni, talvolta estremamente efficaci, talvolta vistosamente forzati – è difficile comprendere le motivazioni dell’avversione di Preuss per corda e moschettoni: egli prediligeva scalare completamente slegato, oppure utilizzava la fune per la sola sicurezza del compagno. Secondo Piaz egli ‹‹soggiogava la materia allo spirito››[9], credendo nell’assoluta parità di mezzi tra l’uomo “nudo” e la montagna. Sul numero dell’agosto 1911 del Deutsche Alpenzeitung[10] Preuss, in un articolo in cui esplicava in maniera radicale i propri princìpi, iniziava il fecondo dibattito epistolare con Tita Piaz, il quale, pur riconoscendo la validità degli argomenti del viennese, e lodandone l’audacia e l’abilità necessarie al perseguimento di un simile stile, considerato un ideale lontano dall’aspirazione dell’uomo, usa gli argomenti pragmatici del professionista per dimostrare la liceità dell’uso di mezzi artificiali, limitati alla sicurezza personale, e mai adoperati per la progressione. ‹‹Io voglio ammettere senz’altro che il valore di una scalata senza mezzi artificiali sia infinitamente superiore a quello di una scalata artificiale, ma non concedo che questo aumento di valore avvenga a spese della sicurezza personale, poiché penso che la vita non ha equivalenti››. Piaz fa pure riferimento a un tema caro agli alpinisti quale il valore della libertà: ‹‹Si va in montagna per essere liberi, per scuotere dalle spalle tutte le catene che la convivenza sociale ci impone, per non inciampare ogni due passi in imposizioni e proibizioni meticolose. […] Se due chiodi non bastano, concediamone quattro, per conto mio, purché, chi in montagna trova il suo piccolo Paradiso terrestre, non le volga disgustato la schiena causa nuove “Tavole di Legge”››[11]. Il tedesco Hans Dülfer (1892-1915) fu meno prolifico letterariamente, ma, oltre a essere un eccezionale scalatore, seppe giovarsi delle innovazioni tecniche importate in Dolomiti dagli austriaci per mettere a punto quelle manovre di corda innovative, come la traversata alla Dülfer e la calata a corda doppia, che hanno dato il via allo sviluppo di un filone di alpinismo artificiale inteso come superamento delle difficoltà interamente affidato a mezzi tecnici  e manovre di corda, di cui Emilio Comici sarà iniziatore e maestro. È interessante notare come in questi tempi ancora “primitivi” dell’alpinismo la tensione verso un uso parsimonioso e “leale” dei mezzi artificiali sia maggiormente diffusa, anche tra chi non lo disdegna per principio, piuttosto che in seguito, quando gli stratagemmi tecnici saranno, in alcuni periodi più che in altri, utilizzati senza preoccupazione di sorta[12].

Io considero quello in questione il vero periodo aureo dell’alpinismo, in cui le capacità e le forze umane erano ancora coerenti con le difficoltà che si andavano ad affrontare, esisteva un senso del limite da parte degli alpinisti, dettato per lo più dalla coscienza nelle possibilità dell’uomo, e si poteva ancora immaginare una salita armoniosa, pura e leale, alla Preuss, accoppiata a un ideale di leggerezza e libertà – e sicurezza – alla Piaz. Questa capacità di critica e dialogo interno denota una definitiva maturità dell’alpinismo, diventato una disciplina indipendente e autoregolata, capace di animare un produttivo dibattito interno.

La piramide umana, uno dei metodi per superare i più difficili passaggi su roccia. Piaz definirà questa tecnica – riferendosi all’estremizzazione delle difficoltà e le conseguenti innovazioni stilistiche non sempre “eleganti” – una ‹‹crocefissione alla roccia››.

I primi anni del XX secolo sono anche quelli in cui si verifica un significativo progresso nelle difficoltà dell’arrampicata su roccia. I notevoli passi avanti compiuti nelle tecniche di assicurazione, di salita in artificiale, e l’introduzione di metodi di salita “sportivi” finalmente efficaci – ad esempio il metodo Dülfer per la risalita delle fessure strapiombanti -, oltre che la nascita di una nuova classe di rocciatori d’elezione, personaggi che per la prima volta facevano dell’arrampicata un’attività primaria, dedicandole un allenamento specifico, permisero di raggiungere quello che oggi chiamiamo il “sesto grado”. Dico oggi perché la gradazione delle difficoltà secondo una scala immutabile e condivisa venne introdotta da Willo Welzenbach solo nel 1926. Gli scalatori di allora non si rapportavano a una salita in modo accorto come i successori, ma giudicavano in base alle impressioni personali, tanto che spesso una via veniva valutata dall’apritore “limite estremo delle possibilità umane” quando in realtà poco tempo dopo sarebbe stata superata da altre realizzazioni ancora più repulsive. Il sesto grado rappresenta una cesura importante nella crescita costante delle difficoltà in arrampicata, anche se oggi è stato ampiamente superato, e sono molti gli scalatori che lo affrontano ormai senza problemi. All’inizio del ‘900 bisogna però rapportare la storia delle salite precedenti e la scarsa qualità dei materiali da alpinismo con la difficoltà psicologica implicita nell’alzare il coefficiente di complessità e pericolosità di una salita. Recita la scala Welzenbach a proposito del sesto grado: ‹‹Sono presenti appigli e/o appoggi minimi e molto distanziati. Richiede un allenamento sofisticato con particolare sviluppo della forza delle dita, delle doti di equilibrio e delle tecniche di aderenza››[13]; nessuno prima di allora, nemmeno il grande rocciatore Paul Preuss, si era azzardato ad andare oltre il limite che il corpo e la mente umana pongono come di relativa sicurezza. Oltre questo limite c’è lo strapiombo, gli appigli troppo distanti e infinitamente piccoli, la pura esposizione nel vuoto. Il primo scalatore a poter osare oltre, senza esserne fino in fondo consapevole per la già nota mancanza di un termine di paragone univoco tra le salite, fu Hans Dülfer, non a caso colui che più di tutti seppe utilizzare appieno le possibilità che chiodi e corda potevano offrire, sebbene cavallerescamente ancor soltanto nel campo della sicurezza[14]. Con lui si presentò sulla scena dolomitica quel gruppo di scalatori tedeschi, noti come “la scuola di Monaco”, che anche dopo la Grande Guerra e la morte in battaglia di Dülfer seppero compiere le migliori imprese sulle Alpi, a partire dalla catena tirolese del Kaisergebirge, rampa di lancio per gli alpinisti tedeschi e austriaci verso le imprese sui calcari italiani. Sulla scena come innovatori delle tecniche e conquistatori dell’impossibile (utilizzando il giudizio del tempo) comparvero l’antesignano degli artificialisti Hans Fiechtl, perfezionatore del chiodo da roccia, e il già citato Otto Herzog, che seppe applicare in alpinismo l’uso del moschettone; le loro grandi imprese segnarono la definitiva apertura dell’alpinismo al sesto grado, subito dopo la fine della guerra, grazie a Dülfer che ruppe il ghiaccio poco prima di perdere la vita sul campo di battaglia di Arras nel 1915.

5.1 Le conseguenze della Grande Guerra sull’alpinismo
Gian Piero Motti, nella narrazione della sua Storia dell’Alpinismo, categorizza così l’alpinismo in chiave nazionale al termine del conflitto del 1914-18: ‹‹Vi furono infatti nazioni perdenti come l’Austria e la Germania dove, proprio nell’immediato dopoguerra, l’alpinismo avrà un impulso straordinario, con chiari intenti di rivincita e di affermazione; d’altro canto vi furono nazioni vincenti e soddisfatte, come la Francia, che nel dopoguerra si affacciarono prepotentemente alla ribalta sulle Alpi occidentali, con quel carattere di certa simpatica superiorità e di distacco che ha sempre distinto l’alpinismo francese. Ancora, vi furono nazioni vincenti ma insoddisfatte della vittoria ottenuta, come l’Italia, e proprio l’Italia alpinisticamente dovrà subire l’iniziativa tedesca sulle Alpi orientali e quella francese sulle Alpi Occidentali prima di entrare in competizione e, nell’ambito dell’atmosfera culturale fascista, dare un colore spiccatamente nazionalistico e polemico alle proprie imprese alpinistiche […]››[15]. Così come traccia profili psicologici degli alpinisti, l’autore torinese ci prova anche con le nazioni, non senza cogliere elementi significativi riscontrabili sia in politica interna ed estera sia in alpinismo. Così come in politica e in società, anche nell’andar per monti si distingueranno i caratteri nazionali nel periodo tra le due guerre; se i Tedeschi accentueranno la componente nichilista e romantica, facendo dell’immolazione in montagna un vero e proprio punto d’onore in caso di sconfitta nel tentativo di conquista di una vetta (vedi il caso della parete nord dell’Eiger), i Francesi, con toni patriottici appena più smorzati, daranno il via a una nuova fase aurea sulle Alpi occidentali in modo “serio e ragionato”, mentre gli Italiani, dopo essere stati a guardare i membri della “scuola di Monaco” che assaltavano ogni problema delle Dolomiti, iniziavano, sulla spinta di un entusiasmo tutto fascista, la riscossa, giungendo negli anni ’30 a essere campioni in alpinismo e in retorica nazionalista, tra di loro sempre accoppiati.

Emilio Comici in arrampicata

6. TRA LE DUE GUERRE
6.1 L’evoluzione dell’alpinismo e il ritorno degli italiani
Aperta la strada del sesto grado, le Dolomiti divennero il terreno d’azione per schiere di alpinisti desiderosi di puntare sempre più in alto nella scala delle difficoltà. Se dopo una stupefacente ascensione si era convinti si essere giunti al limite delle possibilità umane, c’era subito qualcuno che tentava di superare quel limite, ora grazie anche alle tecniche di progressione artificiale introdotte dai tedeschi. I primi esponenti della “scuola di Monaco” che agirono dopo la guerra seppero tenere alto il livello delle salite, paragonabili alle imprese di Preuss e Dülfer, ma con la discriminante della conquistata consapevolezza delle difficoltà e delle tecniche di assicurazione e progressione; scalatori come Roland Rossi e Felix Simon, tra i migliori alpinisti del Kaiser, vincitori della parete nord del Pelmo, alta 850 m e rappresentativa scalata di V e VI grado continui, erano indubbi fuoriclasse, ma ancora fermi sui principi “possibilisti” di prima della guerra. Le loro vie erano forse più difficili di quelle dei predecessori, ma non più complicate dal punto di vista dell’impegno globale. Ad alzare decisamente l’asticella fu il bavarese Emil Solleder (1899-1931); ‹‹[…] Solleder incarnava alla perfezione la tipologia dell’alpinista tedesco di quell’epoca: romantico, solitario, individualista, probabilmente nell’alpinismo trovava un mondo mistico tutto suo, una grandezza ed una fuga dalle miserie che affliggevano la Germania nel dopoguerra››[16]. Già nella presentazione si vede l’immagine dell’alpinista tedesco totalmente assorbito, individualmente, nella montagna, legato ad essa nella vita e nella morte. Era necessaria una tempra psicologica fuori dal comune per compiere l’ascensione che proiettò Solleder nell’Olimpo dell’alpinismo; la salita diretta della parete nord-ovest del Civetta, compiuta dal bavarese in cordata con Gustav Lettenbauer, con i suoi 1000 metri di dislivello è tra le più alte e imponenti delle Alpi, venne realizzata nell’agosto del 1925. Oggi è considerata la prima ascensione di sesto grado puro, se affrontata sempre in arrampicata libera – senza cioè ricorrere ai mezzi artificiali per facilitare la progressione -, e si sa, a tal proposito, che gli apritori utilizzarono soltanto quindici chiodi nella prima scalata dell’immensa parete.

La superiorità dell’alpinismo tedesco e austriaco degli anni ’20 del XX secolo è indubbia; la loro forza veniva da un lato dalla conoscenza delle tecniche del chiodo e della corda, dall’altro da una condizione psicologica portata al superamento della difficoltà alpinistica. Gli esponenti della “scuola di Monaco” avevano potuto giungere a questo grado di preparazione riconsiderando l’importanza di un allenamento specifico; furono loro a introdurre la preparazione sulle palestre di roccia del fondovalle, attirandosi le ironie di alpinisti più “conservatori”, ma dimostrando la superiorità che deriva da un sistematico e meditato allenamento delle tecniche di salita e dell’atletismo su roccia. In ogni caso i tedeschi in questo periodo non erano soltanto rocciatori di prim’ordine, ma seppero tenere testa alla concorrenza anche sul terreno ghiacciato delle Alpi occidentali: Willo Welzenbach (1899-1934), il già conosciuto ideatore della scala di difficoltà, divenne sul ghiaccio ciò che Solleder fu per la roccia: le sue realizzazioni compiute sulle gelate pareti nord delle Alpi, dall’austriaco Grosse Weissbachhorn alla francese Aiguille des Grands Charmoz sono di una difficoltà mai tentata in tempi precedenti, per la pendenza degli scivoli ghiacciati e per la severità dell’ambiente in cui si svolge la salita. La sicurezza è di un livello inferiore rispetto a quella che si cominciava ad avere sulle vie di roccia: sebbene i ramponi fossero ormai già perfezionati, si utilizzava una sola piccozza, e i chiodi da ghiaccio erano molto più insicuri di quelli da roccia, dato che non erano ancora state introdotte in alpinismo le viti filettate[17].

Vittorio Ratti, Riccardo Cassin e Gino Esposito dopo l’impresa sul pizzo Badile.

Sul versante dell’alpinismo italiano, il momento in cui Solleder conquistava la parete più ambita del regno di Savoia coincide con quello di massima crisi e sfiducia. Non si vedevano personaggi capaci di scalfire il predominio tedesco e austriaco in montagna, mancavano soprattutto le risorse intellettuali per giungere al livello superiore, fatto non solo di ripetizioni. Il primo italiano a spingersi, almeno con il pensiero, ma non solo, sul piano di tedeschi e austriaci fu Domenico Rudatis (1898-1994). Veneziano infervorato di quelle dottrine che animavano l’alpinismo tedesco, spingeva il suo alpinismo fondendo il pensiero nietzschiano e la filosofia orientale[18]. Un pensiero che considerava l’alpinismo il mezzo per elevare l’uomo al di fuori, e al di sopra, della propria misera condizione, e spingendo le proprie possibilità al limite l’arrampicatore poteva aspirare a conoscere la vera libertà e le forze del cosmo. Scrive Rudatis nelle sue memorie: ‹‹Ogni movente nobile od ignobile è pur sempre obbedienza, la causalità è una catena che sulla montagna si apprende a scuotere e poi a rompere. Echi nostalgici di assolute libertà risveglia il mondo delle rupi. “Come sono belle, come sono pure queste libere forze non ancora macchiate di spirito!” ebbe a scrivere Friedrich Nietzsche in gioventù, dopo essere ritornato dalla montagna in tempesta; intendendo però come spirito i sentimenti e le passioni umane››[19]. E’ da considerarsi come lo stesso Nietzsche fosse un appassionato frequentatore della montagna, aveva la sua base in una villetta in alta Engadina, da dove intraprendeva le sue escursioni “liberatorie”. E’ quindi agile – e condivisibile – per lo scalatore appoggiarsi a un tale pensiero per interpretare l’alpinismo come evasione e innalzamento rispetto ai drammi sociali. Oltre a questo impianto “visionario”, Rudatis studiò approfonditamente le tecniche di salita e di assicurazione dei tedeschi, introducendo in Italia i fondamenti dell’alpinismo moderno; venne per questi suoi principi tacciato di tedescofilia dagli ambienti più conservatori del panorama alpinistico italiano. In ogni caso fu uno scalatore di prima qualità, affermandosi pure lui sul Civetta che già aveva segnato il limite con Solleder; la sua via sullo spigolo della Busazza del 1929 fu il primo episodio in cui un italiano seppe avvicinare le imprese di Solleder e dei monacensi, senza però eguagliarle o superarle.

Il 1929 fu comunque l’anno in cui l’alpinismo italiano diveniva per la prima volta davvero competitivo in ambito internazionale. Oltre l’impresa di Rudatis si registrano infatti l’incredibile salita di Luigi Micheluzzi sul Pilastro sud della Marmolada, che supera in modo inequivocabile le difficoltà della Solleder-Lettenbauer sul Civetta, e la comparsa di Emilio Comici sulla scena dolomitica, che apre, qualche tempo prima di Micheluzzi, il primo sesto grado italiano riconosciuto sulla Sorella di Mezzo del Sorapis. Furono personaggi molto meno romantici dei tedeschi e sicuramente meno “teorizzatori” di Rudatis quelli che all’inizio degli anni ’30 diedero all’alpinismo italiano un posto davvero competitivo in ambito internazionale, passando da un fenomeno di exploit a una conquista sistematica dei problemi più ambiti delle Alpi. Sempre in Dolomiti si resero protagonisti giovani agordini e bellunesi, più ginnasti che alpinisti, ma capaci di compiere imprese memorabili. L’esempio più notevole è quello di Attilio Tissi (1900-1959)[20]: cominciando ad arrampicare più che trentenne per una scommessa tra amici, divenne in breve tra i più forti rocciatori delle Alpi orientali, miscelando, lui e i suoi compagni di cordata, una prorompente potenza fisica a una sorta di temibile imprudenza che spingeva l’arrampicata libera al limite della caduta. Piuttosto che ricorrere alla staffa o all’appoggio sul chiodo, Tissi – o un suo compagno – preferivano superare di slancio il passaggio chiave confidando, invece che sulla sicurezza della corda, sulla propria capacità atletica. Fu questa nuova concezione del movimento sportivo a dotare l’alpinismo di quella componente estetica che richiedeva l’eleganza e l’armonia nei movimenti dello scalatore, capace di controllare alla perfezione ogni sforzo e di dimostrare sicurezza e fermezza in ogni momento. ‹‹Before Tissi’s climbs, foreign alpinists had been to the fore in the Dolomites. But Tissi and Andrich, in climbing the huge soaring face of the Solleder route, showed a bravura and disinvoltura (a word roughly translatable as ‘nonchalance’) which captured Italian imaginations. After their achievement, no foreigner could reasonably question the daring or skill of Italian climbers››[21]. E’ lo spirito di questi arrampicatori che li differenzia dal resto degli scalatori dell’epoca: sono valligiani, e per questo spogliano l’alpinismo della sovrastruttura ideologica e filosofica che invece il cittadino gli impone; avendo sott’occhio quotidianamente il monte essi lo considerano in modo molto meno serioso, ma più familiare. L’alpinismo italiano sarà negli anni Trenta condotto su un doppio binario, nella divisione tra “artificialisti” e “liberisti”. Se i secondi si attestarono sulla purezza dello stile e l’eleganza dei movimenti, come Tissi e Alvise Andrich – che sposterà il limite dell’arrampicata libera ancora oltre i Solleder e i Micheluzzi -, i secondi, con in testa Comici, puntarono alla sensazionalità dell’ascensione, dell’imponenza della parete, per dirla con Messner, “ricercano il giallo”[22]. Questi due movimenti avranno entrambi seguaci di prim’ordine che faranno la fortuna dell’alpinismo italiano precedente e successivo la seconda guerra mondiale.

Giusto Gervasutti sale una fessura con la tecnica Dülfer.

6.2 Comici, Cassin, Gervasutti, gli italiani protagonisti
Fu negli anni ’30 che gli italiani si aggiudicarono indiscutibilmente il palcoscenico dell’alpinismo europeo. Fu merito principalmente di pochi fuoriclasse, con tratti caratteristici fortemente diversi tra di loro, nello stile e nel rapporto con la montagna e l’alpinismo, ma che nel loro campo seppero arrivare dove nessun collega europeo era riuscito a giungere. Furono personaggi che lasciarono per sempre un’impronta indelebile nella storia, per la capacità di risolvere ambitissimi problemi e per la possibilità di beneficiare della benevolenza e della pubblicizzazione del regime fascista, che li erse a eroi nazionali. Dimostrarono inoltre come una formazione da rocciatori “orientalisti” fosse una preparazione completa, avendo la capacità di trasportare il proprio genio dalle assolate pareti orientali alle ghiacciate vette occidentali, divenendo la prima generazione di alpinismo “totale”, orientato su tutto l’arco alpino.

Il triestino Emilio Comici (1901-1940) fu il primo italiano a investire una seria preparazione atletica nella pratica dell’alpinismo: sulle falesie della val Rosandra affinò la tecnica, imparò l’uso di corda e chiodi, sviluppò una potenza fisica che gli permise di raggiungere quello stile nell’arrampicata per cui divenne famoso[23]. Per primo elaborò una tecnica efficace e sistematica nelle manovre di corda e nella progressione puramente artificiale. Queste capacità gli permisero di superare problemi irrisolti, e di ambire a traguardi impensati, ma gli attirarono le critiche dell’ala tradizionalista degli arrampicatori liberi. La sua più notevole realizzazione, che ebbe echi in tutta Europa, dato che era un obiettivo tentato da tutti i più forti rocciatori europei, fu la salita nel 1933 della parete nord della cima Grande di Lavaredo, forse non insuperata da altre realizzazioni di Comici, ma sicuramente la più spettacolare, in virtù del valore simbolico della montagna. L’impresa diede adito ad ammirazione e critiche, per il grande numero di chiodi utilizzati nella parte bassa della parete[24]. In ogni caso Comici è il primo scalatore per cui si parla di “arte arrampicatoria”, per la sua devozione allo stile di salita, all’eleganza della linea e del movimento, fattori importanti quasi più del raggiungimento della vetta stessa. Comici tramandò il proprio credo stilistico, oltre che fondando una scuola d’arrampicata attiva ancor oggi e che porta il suo nome, anche con un ciclo di conferenze-lezioni sull’arrampicata, in cui espone le tecniche fisiche e psicologiche per affrontare ogni grado dell’arrampicata, indifferentemente dal primo al sesto. In aggiunta al grande valore delle realizzazioni, ciò che fece divampare la fama di Comici fu l’idealizzazione che ne venne fatta dalla propaganda fascista, che lo fece divenire simbolo della “superiorità atletica della razza latina”; ebbe amici, come il giornalista Vittorio Varale, che ne seppero descrivere le doti e le imprese in un modo del tutto confacente alle esigenze del regime. Da parte sua, Comici non si impegnò mai direttamente nella spettacolarizzazione delle sue imprese, per la sua personalità individualista e introspettiva, ma dal suo scritto Alpinismo eroico traspare la tensione a superare i limiti in chiave nazionalista, alla riappropriazione territoriale, di un atleta cresciuto in ambienti di spirito irredentista e patriottico come erano quelli sportivi di Trieste[25]. La sua personalità complessa viene descritta dal solito “psicanalista degli alpinisti” Gian Piero Motti: ‹‹[…] il triestino rappresenta alla perfezione il caso dell’alpinista un po’ triste e malinconico, romantico e solitario, dal carattere introverso e soggetto a rapide mutazioni d’umore, in un’altalena di esaltazioni e depressioni che portano inevitabilmente alla realizzazione di imprese sempre autosuperanti, in una corsa fatale verso il traguardo della morte in montagna [che si verificherà puntuale nel 1940 n.d.A.]. […]. Cercava nell’arrampicata qualcosa di diverso, qualcosa che va più in là della semplice vittoria sulla montagna e su sé stessi››[26].

1937, il recupero delle salme di Molteni e Valsecchi sul pizzo Badile.

Come Comici, anche Riccardo Cassin (1909-2009) divenne scalatore di primissimo piano grazie all’allenamento in “palestra”, se così si può definire l’attività dei rocciatori lecchesi sui muri delle Grigne. Le pareti di tipo dolomitico di queste montagne lombarde avevano già conosciuto un’interessante esplorazione da parte di scalatori milanesi all’inizio del secolo, ma erano rimaste lontane dalle scoperte tecniche che più a oriente lanciavano l’arrampicata oltre il sesto grado, relegandole a salite domenicali di scarsa eco. Incombenti immediatamente sopra la città di Lecco, le pareti della Grigna sono immediatamente presenti nell’immaginario di ogni lecchese, e divennero, subito dopo la prima guerra mondiale, il luogo di evasione della gioventù operaia della zona. Dal gruppo Sempre al verde, che poi divennero i famosi Ragni di Lecco, uscirono i migliori alpinisti di quegli anni, ragazzi semplici, in fuga dalla realtà alienante dell’industriosa città lariana. Tra gli altri spiccano Gigi Vitali, Vittorio Ratti, Ercole Esposito, Mario Dell’Oro e, soprattutto, Cassin. Quando allo spirito giovanile e all’arditezza di questi ragazzi si aggiunse la consapevolezza tecnica portata nel 1933 da Emilio Comici in trasferta sulle pareti lariane, non ci fu più limite che Cassin e compagni non ardissero superare. Personalità più semplice e distaccata rispetto a quella del triestino, Cassin incarna la fusione tra metodo e dedizione dell’operaio cittadino e determinazione e passione del montanaro, in una città sospesa tra pianura, fabbriche, montagne e pareti: ‹‹Cassin ha la tempra del lottatore, è l’uomo che non vuole arrendersi mai, che costantemente vuole restare nella realtà, che vive soprattutto di “pratica” e forse detesta la teoria. […] più che perdersi in giri metafisici, egli ama agire, ama dar concretezza ai suo sogni. […] Cassin è sempre riuscito ad inserire l’alpinismo nel suo contesto esistenziale, ed è per questo che forse egli dà ad ogni persona l’impressione di essere un uomo sereno e allegro. Non per nulla Cassin ha sempre ripudiato forme di alpinismo troppo rischiose (come quello solitario) o altre che forse vanno alla ricerca della lotta sofferente (come l’alpinismo invernale)››[27]. Da questa descrizione emerge un personaggio profondamente diverso da Comici, che infatti compirà imprese di simile arditezza, ma saprà coniugarle in ogni ambito dell’alpinismo in ogni zona delle Alpi, divenendo il primo alpinista veramente completo. Anche il rapporto con il regime rifletteva questa essenzialità: i lecchesi erano ragazzi che non avevano altro interesse che l’andare in montagna, non portati alla considerazione politica e nazionalista della loro attività; godevano dell’appoggio del regime, che li valorizzava come uomini e come sportivi, ma non prendevano posizioni di principio. Anzi, quando sarà il tempo delle scelte necessarie e inequivocabili, Cassin e compagni si schierarono contro quel regime che pure li aveva a lungo supportati, rimettendoci qualcuno (Ratti) la vita stessa[28].

Come detto l’attività di Cassin spaziò su tutto l’arco alpino, ma, iniziata sul calcare delle Grigne, divenne famosa sul calcare dolomitico protagonista dell’evoluzione alpinistica dei decenni precedenti. I lecchesi volsero l’attenzione, durante i viaggi in Dolomiti che li vedevano protagonisti sulle più difficili vie del tempo, sull’ultimo problema delle Alpi Orientali, la parete nord della cima Ovest di Lavaredo. Numerosi erano già stati i tentativi di salita da parte dei migliori scalatori italiani e stranieri, Comici compreso, ma fu proprio Riccardo Cassin, nell’agosto 1935 a vincerla, oltretutto per la sfrontatezza nel superare i passaggi del “non ritorno”, oltrepassati i quali l’unica prospettiva è la vetta, grazie a una forza di volontà rara persino nel mondo dell’alpinismo d’élite. L’interesse di Cassin si spostò quindi a occidente, verso quel gruppo del Masino-Bregaglia il cui versante sud era stato facile terreno di conquista per esploratori, perlopiù inglesi, della seconda metà dell’Ottocento, ma con pareti altissime e spettacolari sul lato settentrionale, repulsive al solo pensiero di avventurarvisi. La parete nord-est del pizzo Badile, la più elegante e logica del gruppo, venne scalata da Cassin, Ratti e Gino Esposito – la cordata per eccellenza dell’alpinismo lecchese – nel 1937, vincendo l’ignoto di un tipo di roccia, il granito, che i lariani non conoscevano, e condizioni climatiche di una violenza inusuale nelle Alpi orientali; i rivali, e poi compagni, comaschi Mario Molteni e Giuseppe Valsecchi perirono di sfinimento dopo essersi aggregati all’impresa, e dotarono l’avventura dell’alone tragico che la rese ben più famosa delle altre realizzazioni di quello stesso anno in zona, non meno ardite di quella di Cassin e compagni, come la via Bramani-Castiglioni sulla Nord-ovest del Badile e la Gaiser-Lehmann sulla parete nord dell’adiacente pizzo Cengalo, ma con meno possibilità di essere esaltate dalla sempre desta propaganda di regime. Ma l’impresa più difficile, la più grande che in quel tempo si potesse immaginare sulle Alpi, e che rimase insuperata fino agli anni ’60, fu il superamento dello sperone Walker sulla parete nord delle Grandes Jorasses, nel gruppo del monte Bianco, nel 1938. Qui Cassin, sempre con compagni lecchesi, Gino Esposito e Ugo Tizzoni, mise all’opera il lato più risoluto della propria personalità, e salì i 1200 m dello sperone superando difficoltà mai affrontate da nessuno su granito, in un ambiente estremamente severo[29].

Il versante nord-est del Pizzo Badile: oltre alla parete con la via Cassin, in evidenza, sulla destra, lo spigolo salito il 4 agosto 1923 da Alfred Zürcher e Walter Risch divenuto simbolo dell’arrampicata di quarto grado su granito, tra le vie più ambite dagli alpinisti di ogni tempo.

La terza personalità che impone il suo nome nella storia dell’alpinismo prebellico è ancora una volta quella di un italiano, Giusto Gervasutti (1909-1946). Come nessun altro Gervasutti fu un alpinista completo, e si potrebbe dire, con una forzatura lessicale, pan-alpino. Friulano, si formò sportivamente e alpinisticamente sulle Dolomiti orientali, divenendo un arrampicatore. Trasferitosi  a 22 anni a Torino per iniziare gli studi universitari, Gervasutti entrò subito nel circolo degli alpinisti piemontesi più dotati, compiendo quel salto di qualità, la coniugazione tra abilità arrampicatoria orientale e grandiosità delle vette occidentali, che lo portarono a diventare uno dei più memorabili alpinisti della storia. Legandosi in cordata con gli occidentalisti più forti, il valdostano Renato Chabod e il torinese Gabriele Boccalatte tra gli altri, forte di un preciso e intenso allenamento sulle pareti piemontesi di bassa quota, di cui fu scopritore e valorizzatore, compì imprese notevoli su tutte le Alpi occidentali, dal Delfinato[30], al Bianco, con la salita dell’inviolato pilone di destra del Freney (1940), alle Grandes Jorasses, salendone la parete est nel 1932. Gervasutti sa guardare le immense pareti delle Alpi occidentali con l’occhio del rocciatore dolomitico, ne vede i punti deboli, più rari e rischiosi che sulle torri calcaree, ne ignora le difficoltà ambientali e impara come superare i tratti ghiacciati. Nessuno prima di lui aveva avuto questa capacità di traslazione, era necessario l’arrivo di un personaggio come “il Fortissimo” – così era soprannominato dagli amici – per sdoganare una certa visione dell’alpinismo occidentale. Era necessaria quella fusione tra valorizzazione assoluta della prestanza fisica e irrazionale ricerca della perfezione, derivante dall’irrequietezza di un personaggio che rifugge le regole e le finzioni sociali, annulla se stesso in montagna e trova, nel rischio della morte, il significato ultimo di un’esistenza fatta di incertezze e valori futili e transitori. Scrisse nei suoi diari, alla vigilia di una salita solitaria e invernale sul Cervino: ‹‹L’idea dell’azione vicina suscita un me sensazioni e contrastanti pensieri. Provo una grande commiserazione per i piccoli uomini, che penano rinchiusi nel recinto sociale che sono riusciti a costruirsi contro il libero cielo e che non sanno e non sentono ciò che io sono e sento in questo momento. Ieri ero come loro, tra qualche giorno ritornerò come loro. Ma oggi, oggi sono un prigioniero che ha ritrovato la sua libertà. Domani sarò un gran signore che comanderà alla vita e alla morte, alle stelle e agli elementi››[31]. Una tale consapevolezza della propria condizione era la molla che spingeva Gervasutti verso l’estremo, verso una concezione sempre più decadente del romanticismo alpinistico, che la vicina guerra neutralizzerà, rendendo l’alpinismo del dopoguerra profondamente diverso. Su un piano più razionale, l’arrivo di Gervasutti a Torino fu la scintilla che fece tornare in auge l’alpinismo occidentale, adagiato su una concezione tradizionalista che nei decenni precedenti aveva segnato il passo rispetto ai magnifici progressi che si compivano in Dolomiti. L’estrazione ancora aristocratica dell’attività, l’animo più razionale e conservatore dei piemontesi, la magnificenza delle vie classiche contrapposta alle difficoltà e ai pericoli delle nuove realizzazioni avevano frenato lo spirito di scoperta e di superamento dei limiti, almeno sul lato italiano di queste montagne. I francesi, sul loro versante, anche per l’entusiasmo patriottico conseguente alla vittoria della grande guerra, in uno spirito di competizione internazionale verso i tedeschi, osavano  imprese che tenevano il passo con le realizzazioni orientali, grazie a ghiacciatori di eccezionali bravura e audacia come la guida chamoniarda Armand Charlet o il parigino – scopritore dei blocchi di Fontainebleau come palestra d’alpinismo – Pierre Allain. Con l’arrivo di Gervasutti per un breve periodo gli italiani poterono tornare maestri sul granito occidentale. Come era già successo a Comici, non sarà una caduta in arrampicata estrema a porre fine prematuramente alla sua vita, ma un banale errore nell’esecuzione di una manovra di corda[32].

La parete nord delle Grandes Jorasses. Sullo sperone Croz (al centro) la prima via di Meier e Peters del 1935, sullo sperone Walker, a sinistra, la via di Cassin, Tizzoni ed Esposito del 1938. Anche Bonatti firmerà la parete salendo la punta Whymper, tra i due speroni.

6.3 La sfida continua in Europa
Gli anni Venti e Trenta del XX secolo furono quelli in cui l’alpinismo si esasperò definitivamente raggiungendo un livello di irrazionalità passionale prossimo al più spietato nichilismo. Già prima della guerra del ’14-’18 le riviste specializzate parlavano di “esaurimento dei problemi delle Alpi”, considerando la rapida conquista di ogni cresta, parete o canale che sembrasse accessibile, valutando anche le nuove tecniche artificiali di assicurazione e progressione. La tensione continua a voler mettere la parola fine all’alpinismo portò le nuove generazioni di scalatori a  vagliare quelle pareti che erano state fino ad allora escluse dalla portata dell’uomo non solo per le difficoltà tecniche, ma soprattutto per quei pericoli oggettivi che rendevano determinate salite una vera lotteria. Le tre grandi pareti nord, di Cervino, Grandes Jorasses ed Eiger, conquistate negli anni ’30 ad opera di eccezionali e fortunati alpinisti, segnarono il non plus ultra dell’alpinismo europeo, considerando anche la grande cesura della seconda guerra mondiale[33]. Le Alpi, a differenza di quanto avverrà nel secondo dopoguerra, erano ancora l’unico scenario di confronto dell’alpinismo, essendo l’Himalaya o le Ande ancora troppo lontani dall’immaginario, e soprattutto dalle tasche, degli scalatori europei, che ormai cronicamente “in bolletta” spesso si recavano a compiere le loro imprese attraversando le Alpi in bicicletta.

A fomentare ulteriormente il folle entusiasmo di questi nuovi alpinisti furono anche gli spiriti nazionali che pervadevano l’Europa, specie tra Italia, Austria  e Germania, alla vigilia della seconda guerra mondiale. Non solo la pretesa di preminenza nazionalistica imponeva agli scalatori di questi paesi di rivaleggiare,  e vincere a costo del “martirio”, sui colleghi delle potenze democratiche – che infatti in questo periodo passano in secondo piano, per valore delle ascensioni -, ma all’interno della nazione stessa venivano assurti come ideale di arditezza militaresca, campioni di amor patrio, eroi del popolo. Vedremo nel prossimo capitolo come si inserivano gli alpinisti nel sistema di propaganda del regime fascista, basti ora sapere che mai come in questo periodo l’alpinismo riceveva una carica di significati politici inedita, che non facevano che esasperarne gli obiettivi.

La parete nord del Cervino fu la prima della lista a cadere nel 1931 ad opera del fratelli Franz e Toni Schmid, squattrinati tedeschi, giunti a Zermatt da Monaco in bicicletta e divenuti, dopo l’impresa, campioni nazionali in una Germania non ancora nazista ma già protesa verso l’esasperazione dell’eroismo nazionale: ‹‹I giornali tedeschi si abbandonarono al delirio e attribuirono ai due fratelli i nomi più roboanti presi a prestito dagli dei del Walhalla[34]. Franz Schmid raccontò la storia in Nordwand; Hübel la riprese in Der Riese von Zermatt, e altri libri furono scritti sull’argomento. Il testo di Schmid è preciso, semplice, quasi secco; gli ammiratori invece sono stati molto meno discreti››[35].

La parete nord dell’Eiger con la via del 1938 di Heckmair e compagni.

Per quanto riguarda le Grandes Jorasses, il loro versante nord non è una parete unica e compatta, ma presenta due attraenti speroni che hanno subito il corteggiamento di tutti i migliori alpinisti del primo ‘900. A conquistare lo sperone Croz, nel 1935, furono ancora una volta due tedeschi, Rudolf Peters e Martin Meier, che precedettero la cordata italiana Chabod-Gervasutti di pochi giorni[36]. Il motivo del successo straniero è da ricercarsi in una diversa concezione del pericolo: Peters era sopravvissuto fortunosamente l’anno precedente a una tragica ritirata sulla stessa parete, e aveva tutta l’intenzione di chiudere il conto personale con la montagna, scommettendo la vita o la morte. Renato Chabod, invece è molto più razionale, anche se non si perdona l’eccesso di prudenza che, sempre nel 1934, gli ha negato il successo sempre sulla medesima parete: ‹‹”Se fossimo sicuri che nessuno sapesse mai che abbiamo aperto quell’itinerario, tenteremmo ugualmente?” [chiedeva Chabod all’amico e compagno di cordata Gabriele Boccalatte nel 1932]. Non trovammo il coraggio di rispondere con un sì o con un no, perché da una parte c’era la nostra passione per l’alpinismo in sé, ma dall’altra, a spingerci verso quella terribile parete, c’era il nostro amor proprio, lo spirito di corpo (cioè il desiderio di precedere “gli altri” come rappresentanti dell’alpinismo occidentale italiano; […]). […] Ho espresso i miei sentimenti al momento di attaccare la parete nel 1935 scrivendo: Vi dirò che non ho alcuna voglia, perché non mi va di rischiare la mia vecchia pelle per una miserabile montagna; […]. Vittima dell’amicizia [verso Gervasutti, che pare più determinato, N.d.A.] e della sciocca ambizione di volere fare la prima››[37]. E’ evidente come questa sia la testimonianza di un uomo maturo ormai lontano dai fatti, ma lo è altrettanto la differenza di spirito rispetto ai tedeschi.

Fine seconda parte, continua

Note
[1] A. Pastore, op. cit., p. 90.
[2] Stefano Morosini intervistato da Roberto Serafin, E il CAI prese il fucile, in ‹‹La Rivista bimestrale del Club Alpino Italiano››, anno CXXXI, 2010 maggio-giugno, n° 137, p. 31.
[3] Camerano nell’assemblea annuale dei soci del 13 settembre 1914, cit. in ibidem.
[4] A. Pastore, op. cit., pp. 91-92.
[5] M. Armiero, op. cit., p. 46.
[6] collana ancora oggi ristampata e in continuo aggiornamento è la Guida ai Monti d’Italia edita congiuntamente da CAI e TCI, il cui primo volume, proprio il Dolomiti orientali del Berti, comparve nel 1908.
[7] Ivi, p. 45.
[8] T. Piaz, op. cit., p.151.
[9] T. Piaz, op. cit., p. 192.
[10] Già citato a p. 10 di questo lavoro.
[11] Ivi, pp. 169-170.
[12] G.P. Motti, op. cit., pp. 274-277.
[13] Alpinismo su ghiaccio e misto, Milano, Club Alpino Italiano, 2011, p. 592.
[14] G.P. Motti, op. cit., p. 278.
[15] Ivi, p. 286.
[16] G.P. Motti, op. cit., p. 290.
[17] Ivi, pp. 296-298.
[18] Si vedrà in seguito come quasi mezzo secolo più tardi la filosofia orientale si sposò nuovamente, ma in modo molto più prolifico, con l’alpinismo, nei movimenti californiani ed europei da essi derivati.
[19] Ivi, p. 300.
[20] Su Attilio Tissi, le sue imprese e il suo stile, fonte è l’ottimo articolo di Elinor Bevan, Attilio Tissi, 1900-1959, in ‹‹Alpine Journal››, , ed. Ed Douglas per Alpine Club vol. 102, n° 346, pp. 213-218.
[21] Ivi, p. 216.
[22]  In Dolomiti le zone di roccia color giallo sono quelle più strapiombanti e al di sotto di imponenti tetti, poco lavorate dall’azione degli agenti atmosferici, quindi con appigli più radi.
[23] In val Rosandra Comici fu tra i fondatori, nei primi anni ’30, della prima Scuola di roccia in Italia, ancor oggi esistente e a lui intitolata. Elena Marco in: Emilio Comici, Alpinismo eroico, Torino, Vivalda, 1996, p. 15.
[24] G.P. Motti, op. cit., p. 324.
[25] Analisi sul suo coinvolgimento con il regime  nell’introduzione di Elena Marco a: E. Comici, op. cit., pp. 10-11. L’unico riferimento alla retorica politica, invero piuttosto forte ed efficace, perché messo in un capoverso isolato del testo, è: ‹‹Si deve osare, il Duce ha insegnato così››, in: E. Comici, op. cit., p. 202.
[26] G.P. Motti, op. cit., pp. 320-321.
[27] Ivi, pp. 361-362.
[28] Ivi, p 363.
[29] Su Cassin e i lecchesi: G. P. Motti, op cit., pp. 359-369; il volume di Alessandro Gogna, Laura Melesi, Daniele Redaelli, Cassin: cento volti di un grande alpinista, Missaglia, Bellavite, 2008. Sull’impresa del Badile vedi anche: Matteo Serafin, E’ Percorribile, Un secolo e mezzo di avventure verticali, sul granito più famoso delle Alpi Retiche, in ‹‹Meridiani Montagne, Pizzo Badile››, Rozzano, Domus, 2006, pp. 94-108.
[30] Si ricordano particolarmente le imprese sulle pareti nord-ovest del pic d’Olan (1934), della cresta del pic Gaspard (1935) e della perete nord-ovest dell’Ailefroide (1936).
[31] Giusto Gervasutti, Il Fortissimo, Milano, Melograno, 1985, p. 234.
[32] Su Gervasutti: G.P. Motti, op. cit., pp. 423-440 e l’autobiografia-diario Scalate nelle Alpi, raccolte in Il Fortissimo.
[33] C.E. Engel, op. cit., p. 232.
[34] Mitologia squisitamente nazionale, esclusiva, ed escludente, del popolo tedesco.
[35] Ivi, p. 243.
[36] G.P. Motti, op. cit., pp. 407-410.
[37] Renato Chabod cit. in: C. E. Engel, op. cit., p. 251.

L’autore, Carlo Battista Mazzoleni
          

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Montagne, uomini e idee – 2 ultima modifica: 2017-09-18T05:50:11+02:00 da GognaBlog

1 commento su “Montagne, uomini e idee – 2”

  1. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    ERRATA CORRIGE
    La guida di Bonacossa sull’Ortles-Cevedale del 1915 faceva parte della collana Guida dei Monti d’Italia del CAI (1′ serie) ed era destinata alla normale pubblicazione.
    Furono gli alti comandi militari, e non altri, a vietarne la diffusione per motivi bellici, riservandola ai militari. Alla conclusione del conflitto il divieto decadde.

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