Mughi a guardia di rocce perlomeno riservate

Attorno al 1960, Armando Da Roit e Georges Livanos avevano attaccato la rossastra parete sud-sud-ovest della Seconda Pala di San Lucano (1400 m di disli­vello), ma si erano spinti troppo in alto nel Boràl di S. Lucano, cercando di gua­dagnare quota. Così furono fermati da grandi strapiombi.

Il 31 maggio 1970 alle 3 del mattino Leo Cerruti ed io lasciamo l’auto alla Chiesetta e attacchiamo alle 4 la Sud-sud-ovest della Seconda Pala. Siamo carichi di un bidoncino da 5 litri d’acqua e Meritene, oltre che dei normali equipaggiamento ed attrezzatura. La bassa quota della montagna e l’esposizione meridionale ne fanno una parete torrida, dove occorre adottare sistemi californiani, anche se da noi nessuno li conosceva ancora.

Seconda Pala di San Lucano, parete sud-sud-ovest

Seconda Pala di San Lucano, parete sud-sud-ovest, 1a ascensione, Alessandro Gogna sulla 48a lunghezza. 2 giugno 1970

Dapprima uno zoccolo di IV e V continuo cede il passo ad un tratto più appigliato, in un grande anfiteatro, a circa 450 metri da terra. Poi la parete si drizza e la risaliamo per una vaga e difficilissima rampa a sinistra, per altri 550 metri. Alla fine è una bella cengia ghiaiosa con erba che sorregge l’ultima parete rossa di 400 metri. Nessuna via d’uscita laterale. Riusciamo a superare la parete con un altro bivacco e al mattino presto del 2 giugno, dopo 50 lunghezze di corda (con corde da 45 metri) e uso limitato di chiodi, arriviamo in cima. Traver­siamo quindi al Monte S. Lu­cano e di lì scendiamo direttamente per il versante N, innevato ancora, com­mettendo perciò un errore. Alle 13,45 siamo a Cencenighe.

2a ascensione: estate 1973, 1 bivacco, Hermann Sendlinger e Manfred Nunn;
3a ascensione: estate 1974, 1 bivacco in vetta, Peter Mueseler ed Eugen Loerke;
4a ascensione: estate 1975: 1 bivacco in vetta, Diego Dalla Rosa e Roberto De Bortoli;
5a ascensione: 24-26 maggio 1977, Luigino e Franco De Nardin.

Nei giorni 26, 27 e 28 dicembre 2016 quattro amici, inseguendo la tradizione, salgono la storica via aperta da me e Leo Cerruti sulla parete sud-sud-ovest della Seconda Pala di San Lucano. Si tratta della sesta ascensione, a quasi quarant’anni dall’ultima salita effettuata dai fratelli De Nardin, nonché della prima invernale. Quello che segue è il racconto della scalata.

Primi brividi invernali sulla Gogna-Cerruti
di Denis Tonello e Luciano Alessandro

Alessandro Gogna, in una sua recente opera, così definisce le Pale di San Lucano: “grandiosa e selvaggia architettura dolomitica, di dimensioni così ciclopiche come è raro trovare altrove (Gogna, Alessandro: Pale di San Lucano. Lo Yosemite delle Dolomiti, Nuovi Sentieri, 2008)”.

Noi le definiremmo anche immense e repulsive, capaci di intrappolarti e di respingerti, infestate da orde di mughi a guardia di rocce perlomeno riservate. Anche Il Messaggero, tra le sue pagine quotidiane, le racconta come “pareti rimaste meno celebrate di altre, ma in cui vi si può praticare ancora un alpinismo di avventura, di ricerca, di sacrificio e di amore”.

Beppe Tararan, si prepara a partire. A terra 5 centimetri di brina

Questo è l’alpinismo che noi prediligiamo, un alpinismo che è ancora avventura: partire tra dubbi e incognite, nell’incertezza di arrivare in cima e di quando fare ritorno a casa.

È con questi presupposti che decidiamo di tentare la semidimenticata “Gogna-Cerruti” alla parete sud-sud-ovest della Seconda Pala di San Lucano: una via che conta pochissime ripetizioni (l’ultima certa risale al maggio 1977 da parte dei forti fratelli Franco e Luigino De Nardin), ben relazionata nel libro-monumento dedicato a questo gruppo di cime dall’esperto alpinista cencenighese Ettore De Biasio, il miglior conoscitore di queste montagne “diverse”: Pale di San Lucano, Luca Visentini, 2011, 2a ed.

Claudio Moretto in contemplazione dell’Agner

Primo bivacco

Questa via risale l’immensa parete meridionale della Seconda Pala (1400 metri di dislivello dalla base alla cima) e venne salita per la prima volta da Alessandro Gogna e Leo Cerruti tra il 31 maggio e il 2 giugno del 1970. I due dichiararono difficoltà fino al VI e A1, ripartite in 50 lunghezze di corda, zoccolo compreso (va ricordato che Gogna e Cerruti utilizzarono corde da 45 metri). Così viene descritto l’itinerario nel citato libro di De Biasio: “grande storica via sull’assolata muraglia che incombe sulla Valle di San Lucano, alle spalle dell’omonima chiesetta. Conta poche ripetizioni e tutte risalenti a oltre trent’anni fa, a conferma che il notevole dislivello e le difficoltà d’ambiente unite a quelle tecniche, tengono lontani i rari alpinisti da questi itinerari di grande impegno”. Si tratta, peraltro, della prima via che ha violato l’enorme parete sud-sud-ovest della Seconda Pala, che per dimensioni risulta il triplo della sua parete orientale.

Luciano Alessandro, in sosta su mughi

Denis Tonello pensieroso

Beppe, già nelle settimane precedenti, era convinto che sarebbero stati necessari due bivacchi; l’ottimista Claudio, con alle spalle salite solitarie e invernali di grande impegno, riteneva invece che si sarebbe potuto rientrare al lavoro già il mattino del 28 dicembre, prevedendo un unico bivacco…

Tant’è che la nostra avventura inizia a Bassano del Grappa il 26 dicembre alle 6.00 del mattino, con destinazione Agordo: qui ci attende il rituale di una buona colazione, senza l’abituale fretta. Ore 8.30: chiesetta di San Lucano, finalmente al cospetto delle grandi muraglie.

Claudio Moretto e Luciano Alessandro, dopo la doppia che porta all’attacco della seconda parte della via

Iniziamo a risalire il dantesco Boràl di San Lucano, profondo canalone compreso tra la Seconda e la Terza Pala. Ci facciamo strada tra i mughi, su terreno particolarmente ripido, in cui spesso si è costretti ad afferrare esili ciuffi d’erba per riuscire a proseguire. Il morale è alto e la giornata calda fa quasi dubitare che sia già inverno. Il percorso, privo di tracce e indicazioni, si lascia scoprire palmo a palmo, ma sembra comunque indicarci la via più facile per raggiungere l’attacco della via. Percorriamo slegati gran parte dello zoccolo, circa 400 metri di dislivello, spesso “molleggiando” in equilibrio sopra a rami di mugo che in alcuni punti creano grandi terrazze dalle trame inestricabili. Finalmente, dove le pareti si impennano, ci leghiamo. Da subito, la roccia si presenta delicata e fragile e di conseguenza la progressione risulta lenta e attenta. Spesso riflettiamo, stupendoci di come questa pietra, da quasi quarant’anni, non riceva alcuna carezza umana. Seguiamo la relazione originale dei primi salitori, che naturalmente si rivela preziosa, fugando dubbi e incertezze sul percorso da seguire. Lungo la via incontriamo alcune soste di calata, isolate tracce di probabili ritirate. Dopo una giornata di fatiche e tensioni, alle 17.00 raggiungiamo una grande cengia mugosa. Ormai con l’oscurità che ci rincorre, decidiamo di non indugiare oltre e approntiamo il primo bivacco. L’abbondanza di mughi tuttavia non favorisce un comodo giaciglio. Con noi abbiamo mezzo chilo di tortellini secchi che si riveleranno il nostro pranzo, la nostra cena e… anche la colazione! Quattro chiacchiere tra di noi e, intorno alle ore 20.00, ci rifugiamo dentro ai nostri sacchi piuma, verso un bivacco che scorrerà inevitabilmente lento.

Claudio Moretto, lungo i primi tiri della terza parte della via

La successiva mattinata del 27 dicembre ci sorprende ventosa, ma un piccolo fuoco ci riscalda. Dopo aver ripulito con cura la cengia che ci ha ospitato, prepariamo gli zaini e verso le 8.30 riprendiamo la salita. Ora a sovrastarci è un pilastro liscio come il vetro. Dopo un’attenta ricerca e il relativo conciliabolo, anche grazie alla relazione riportata nel libro di De Biasio, escogitiamo la soluzione: una breve calata di circa 10 metri e un traverso verso sinistra, ci permettono di entrare in un canale che rapidamente conduce sulla prima grande cengia. La speranza è che la seconda parte della via ci possa regalare un’arrampicata su roccia salda e compatta. L’aspettativa vanificata, oltre all’impegno dato dalle continue difficoltà tecniche, ci obbligherà invece a mantenere il livello di concentrazione sempre al massimo. Come il giorno prima, le ore passano inesorabilmente veloci: siamo ormai agli ultimi tiri e tanta è la speranza di uscire dalla parete e di raggiungere la quiete della malga Malgonera prima del buio. Tra i pensieri di Luciano, stanco del peso del suo zaino, inizia a maturare l’idea di disfarsi dell’enorme sacco a pelo (quasi due chili). Non facciamo a tempo di ricordargli che c’è il rischio d’effettuare un secondo bivacco, quando udiamo il sordo tonfo del sacco che si disintegra tra le rocce, 500 metri sotto di noi. Nella fantasia, immaginiamo un’enorme nuvola di piume rivelarsi a qualche cacciatore che, scorgendola, si chiederà a quale particolare specie di uccello abbiano puntato i suoi compari d’arte venatoria.

Pronti per una fredda notte senza sacco a pelo?

La precarietà dell’ultimo tiro riporta ineluttabilmente alle tensioni della scalata: sembra d’arrampicare su un muro di mattoni dall’incerto equilibrio, senza un filo di malta a tenerli uniti. Claudio e Beppe si muovono leggeri, evitando di far cadere questo castello di carte che pare quasi stanco di reggere il peso del tempo. E per intanto, in un lampo, è già giunto l’imbrunire.

Dopo questi ultimi incredibili metri, superiamo la fitta barriera difensiva formata da coriacei mughi posti appena sotto la vetta, che diverranno il nostro materasso anche per la notte. Beppe, a riprova dell’avvedutezza e della generosità che lo contraddistinguono, dispone di un sacco da bivacco d’emergenza per Luciano, che lo proteggerà dal congelamento durante l’interminabile nottataccia (l’acqua nelle bottiglie ghiaccerà).

All’alba del 28 dicembre lasciamo alle spalle il nostro secondo bivacco con un vento gelido che ci sferza con tutta la sua potenza; del resto, quel mattino, anche la stessa pianura risentì di forti correnti d’origine polare. Dopo tre calate a corda doppia, transitiamo per forcella Gardès e raggiungiamo malga Malgonera, dove ci confortano Martina e Sabrina, salite cariche di viveri nella speranza di riuscire a rifocillare il manipolo di avventurieri, oltre allo stesso Ettore De Biasio, informato della nostra presenza in parete. Da lì, scendiamo verso Col di Prà e la sua favolosa Valle dei Sogni.

«Più che una scalata, una grande avventura», queste le riassuntive parole di Claudio. Infatti, è stata sicuramente una grande avventura tra amici prima, e affiatati compagni di cordata poi, immersi in una parete enorme, alta quasi un chilometro e mezzo: un’esperienza che rimarrà sicuramente nei nostri ricordi e nel nostro cuore.

Di parole, in questi tre giorni di scalata, ne sono state pronunciate davvero poche; il primo giorno non ci siamo nemmeno augurati la buonanotte, tanta era la concentrazione richiesta per questo viaggio verticale. Ma con gli occhi e lo spirito abbiamo sognato; sognato come fanno i bambini quando si spingono per la prima volta nell’ignoto, alla ricerca di un tesoro nascosto, tra paure e speranze. Chissà di cosa avranno fantasticato durante i loro bivacchi, in quella tarda primavera del 1970, Alessandro e Leo.

Claudio Moretto e Beppe Tararan, primi di cordata lungo l’infinita muraglia della Seconda Pala di S. Lucano

NOTE TECNICHE
La via riveste un assoluto interesse storico, è avventurosa e consigliata a un pubblico che deve essere bene a conoscenza di cosa va incontro. Le difficoltà tecniche, seppur elevate, non rappresentano la parte esclusiva dell’impegno richiesto. La roccia è friabile lungo tutto il percorso.

La via si divide in tre parti. Nella prima si affronta uno zoccolo impegnativo, su zolle erbose con forte pendenza e nel fitto della vegetazione. La seconda parte raggiunge la prima spalla di mughi, dalla quale calandosi a sinistra e risalendo brevemente, si raggiunge la cengia mediana, che va percorsa in salita verso destra. La terza e ultima frazione, delimitata ai lati dai grandi diedri, permette di raggiungere la cima lungo un camino con massi instabili.

Sono stati effettuati 26 tiri di corda, individuate 4 soste di calata nella parte centrale e 6 chiodi di via.
Materiale necessario: 8 rinvii, martello e assortimento di chiodi, qualche friend.
Tempo effettivo di scalata: 15 ore.
Difficoltà riscontrate: fino al VI, con un tratto di VI + (concentrate nella parte alta della via).

Prima ripetizione invernale: 26-27-28 dicembre 2016 (2 bivacchi), Giuseppe Tararan (CAAI Gr. Orientale), Claudio Moretto (CAAI Gr. Orientale), Denis Tonello (CAI Sez. Cittadella), Luciano Alessandro (CAI Sez. Cittadella).

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Mughi a guardia di rocce perlomeno riservate ultima modifica: 2017-07-04T05:27:58+02:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Mughi a guardia di rocce perlomeno riservate”

  1. 4
    Fabio Bertoncelli says:

    Bravo Alberto! È proprio cosí! Stai incominciando a conoscermi.

    Vedete, io mi sono plasmato sui libri del vecchio Gaston Rébuffat, quelli delle “100 piú belle ascensioni”. Poi vennero “Gli orizzonti conquistati”, un titolo che è una poesia. E ancora: “Ghiaccio Neve Roccia”, uno dei miei primi acquisti. Su quelle pagine, durante l’adolescenza, ho sognato a occhi aperti. Che bello!
    E ora, dato che in questo periodo sono in vena di confidenze, e visto che siamo in argomento, permettetemi di confidarmi ancora con due brani di miei ricordi (dopo quello di ieri sera su Gianni Comino). Si riferiscono a due momenti per me molto importanti: il primo è il mio esordio su un quattromila (1975), quando solo a sentir parlare di Monte Bianco il cuore mi batteva piú forte; il secondo parla delle mie emozioni quando sono ritornato per la prima volta in montagna (2013) dopo una grave malattia. Fu uno dei giorni piú commoventi che io abbia mai vissuto. E voi, che come me respirate la stessa aria di montagna e vivete gli stessi sogni di montagna, sapete già il perché.

    —– Andar sui monti —–
    “Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per confrontarmi soltanto con le cose essenziali della vita, e per vedere se ero capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto.”
    Nel 1845 il filosofo e naturalista americano Henry David Thoreau si costruí una capanna nei boschi vicino alle rive solitarie del Lago di Walden. Lí visse per un paio di anni. Poi ne spiegò le ragioni con poche parole, quelle che avete appena letto.
    … … …
    Il mio primo quattromila fu il Monte Bianco. Era il luglio 1975 e non avevo ancora vent’anni. Il cuore bruciava di passione per l’alta montagna.
    Di tanto in tanto la mente ritorna a quei giorni lontani. Rammento gli amici di allora. Ricordo le nostre tende in Val Veny, le morene del Miage e le cime ardite all’intorno. Mi rivedo al rifugio Gonella, avamposto sperduto fra i ghiacci, senza nemmeno il custode. Sono ore di attesa in posti selvaggi. Mi abbronzo al sole che cala pian piano. Respiro l’atmosfera delle grandi vigilie. Mi sto concentrando su quel che mi aspetta. I nervi sono tesi e fatico a dormire. Poi arriva l’ora di alzarsi, ma da un pezzo sono già sveglio. Il chiaro di luna ha dipinto il ghiacciaio di tinte argentate. Un ponte di neve sospeso sul buio regala qualche altra emozione. Ascolto il silenzio di notte in mezzo ai crepacci, poi ammiro i colori dell’alba sul versante francese. Cammino leggero sul filo di cresta. È tutto come nel libro del “vecchio” Gastone. La vetta attende vicina. Mi godo quegli ultimi passi.
    … … …
    Andai sui monti per la loro bellezza.
    Ci andai pure per imparare le cose che contano davvero al mondo. Nel mio mondo. Forse non tutte le cose, ma qualcuna certamente sí.
    Andai sui monti per vivere giorni pieni di vita. E per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto.

    —– Ritorno sui monti —–
    In quel giorno di febbraio 2013 Pian del Falco giaceva sepolto sotto piú di un metro di neve, tutta farinosa. I rami degli abeti ne erano ancora carichi, a creare un’atmosfera da “Bianco Natale”. L’Appennino era innevato come da tanto non vedevo, come da tanto non avevo potuto vedere.
    Dalla Calvanella salutavo i miei vecchi amici: il Libro Aperto e la Cima Tauffi, lo Spigolino e il Corno alle Scale. L’atmosfera tersa ne lasciava ammirare ogni minima piega, messa in evidenza dalla calda luce del tramonto. Come ciliegina sulla torta, qualche traccia di lepre spuntava qua e là e mi aveva accompagnato lungo il cammino. Poi, dopo pochi minuti, il disco rosso del sole si era nascosto dietro il Cimone e le nevi avevano cosí incominciato a colorarsi delle sfumature violacee del crepuscolo.
    La carraia che dal Passo Serre si allontanava verso i Prati di Romània era già stata battuta da qualcun altro con le ciaspole: difficile trovare d’inverno escursionisti in un posto a un tiro di schioppo dalle orde di sciatori del Passo del Lupo. Ma la folla rimaneva là, a distanza di sicurezza, e ormai tutta in fila sulla via del rientro in città.
    Qui invece c’ero solamente io, di nuovo sul mio Appennino, e commosso fin nel profondo del cuore. E perché mai mi intenerivo su una montagnola cosí insignificante?
    … … …
    Era passato un anno e mezzo di malattia. Durante tutto quel tempo – un tempo fatto di sofferenze, di sconforto e di battaglie – non avevo saputo in quali condizioni sarei riuscito a saltarne fuori, e neppure se… Dopo tutto quel dolore e quelle pene e quell’angoscia, finalmente mi trovavo di nuovo sui monti. Dalla mia minuscola cima, della cui esistenza nei miei anni migliori non mi ero neppure accorto, contemplavo le montagne all’intorno che mi stavano dando il bentornato. Era un momento magico.
    Di sicuro mai, lassú, nessuno era stato felice come lo ero io in quegli attimi da assaporare a poco a poco. Chissà che la mia gioia non fosse la stessa del grande Kurt Diemberger, pure lui al tramonto su una vetta. Però la sua era quella del Broad Peak, un ottomila fino allora inviolato.
    E mi domandavo stupito: com’è possibile che una Calvanella qualsiasi riesca a suscitare (quasi) le stesse emozioni delle Alpi e forse persino del Karakorúm?
    … … …
    La risposta infine sta nello Spirito. Solo lo Spirito può permeare di sentimenti la carne e le piccole cose effimere di cui siamo fatti. Aleggia da qualche parte nell’aria, chissà dove, alto sopra le miserie del mondo, ma in quel giorno aveva deciso di aiutare me. A conti fatti, però, ci aveva messo lo zampino anche la dolcezza del primo timido passo di ritorno sui monti.
    Era la Calvanella? Non importa: per me in quell’istante era l’Everest.

  2. 3
    Alberto Benassi says:

    ma è l’esperienza vissuta ad essere invidiabile. Credo che sia a questo che si riferisce Fabio.

  3. 2
    luciano says:

    non essere invidioso è stato un calvario la roccia non è il massimo anzi direi tanto brutta

  4. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    Che invidia!

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