Mystic Train, il treno dello Scarason

Alice Arata, Gabriele Canu e Pietro Godani, il 5 e 6 gennaio 2020 hanno aperto un nuovo itinerario di misto sulla sezione all’estrema destra della parete nord-est dello Scarason (Alpi Liguri).
Riportiamo qui di seguito le impressioni dei tre protagonisti, dando la precedenza ad Alice Arata e Pietro Godani e facendo seguire il cosiddetto “racconto GAP” di Gabriele Canu.

Il racconto di Alice Arata
Stanca dai giorni precedenti passati a fare cascate e poco convinta, arrivo in macchina al villaggio Ardua. Prima grande delusione: la strada è chiusa, dovrò partire a piedi da qui anziché da Pian delle Gorre. Seconda delusione: lo zaino pesa comunque più del dovuto.
Con non poche perplessità arrivo finalmente al Gias Sottano. La fontana non è ghiacciata e posso dissetarmi. Appoggio il piede sul bordo della vasca senza accorgermi del fine strato di verglas che lo riveste. Pluff, mi finisce tutta la Gamba a bagno.

Verso la parete nord-est dello Scarason

Sconsolata mi rimetto in marcia e a fatica arrivo sotto lo Scarason. Mi accolgono Gabriele e Pietro, quest’ultimo animato da un entusiasmo per la salita che fatichiamo a comprendere. Quanto meno vengo servita e riverita e mi infilo subito nel sacco a pelo a smangiucchiare senza curarmi di nessuna mansione.
Terza delusione della giornata: Pietro con spirito nazi sancisce la sveglia alle cinque in punto.

Al centro della foto, la linea di Mystic Train

Al risveglio il mio contributo rimane minimo fino alla partenza. Vista la mia totale inutilità fino a questo punto, all’unanimità si decide che tocca a me fare i primi due tiri del giorno (due lunghezze erano state attrezzate dai compagni il giorno precedente, NdR). Su L3 salgo con dignità, su L4 parto spavalda in total dry con un passo di gran classe, dopodiché mi impano (da “impanarsi”, dal francese panne, NdR) nel pendio sottostante. Riparto subito più cautamente e raggiungo un buon punto di sosta. Posso così tornare nelle retrovie per un po’.
Ritorno in testa per il facile canale finale che nasconde però discrete insidie. Un bel muro verticale di neve bella ma per sciarci, sbarra l’accesso a un grande e apparentemente comodo antro. Quando arrivo al termine della neve mi trovo su una crestina sospesa su un orrido pozzo; altro che comodo antro!
Attrezzata la sosta scendiamo in doppia. Tutto fila liscio e posso ritornare a farmi servire nel mio sacco a pelo!
E’ stata una grande avventura e sono felice di averla vissuta con Pietro e Gabriele.

Verso la parete nord-est dello Scarason

Il racconto di Pietro Godani
Negli ultimi anni qualche volta ho visto la neve disegnare una linea improbabile a destra della Tana del drago (via nel settore destro della parete nord-est dello Scarason, NdR).
Approfittando delle condizioni particolari di questo strano inverno ho voluto vedere da vicino sperando che non si trattasse di una chimera.
Dopo aver vinto la perplessità dei soci, tramite l’utilizzo di toni epici nel descrivere la bellezza della linea, ci siamo decisi a partire.
Il 5 gennaio io e Ga abbiamo salito le prime due lunghezze e abbiamo messo una corda fissa. In serata ci ha raggiunto Alice e dopo un fresco ma comodo bivacco siamo ripartiti.

Sempre più vicini all’attacco

Metro dopo metro, accompagnati dall’incertezza, ci siamo fatti strada in questo ambiente repulsivo e misterioso.
Ormai di notte siamo arrivati pochi metri sotto la cresta sommitale e visti i grandi funghi di neve presenti in uscita, abbiamo preferito scendere in doppia.
E’ stato un grande viaggio vissuto in sintonia e trovando il giusto lungo.
Il Marguareis invernale offre sempre grandi avventure e disagio!

Per gli amanti del genere il sommo regista, scrittore, videomaker, nonché eccelso fotografo Gabriele Canu ha annunciato un probabile racconto GAP (GAP è l’acronimo di “Go aid a pitch”: digitare in “cerca” quest’espressione per recuperare altri racconti del genere, tutti di Gabriele Canu, NdR).

Bivacco

Un treno chiamato Scarason
(racconto GAP sui deliri di una notte di mezzo inverno)
di Gabriele Canu

Ga, ci sarebbe una cosa, lì, una linea, su quella parete là, la linea a destra della Tana…
– Bene, dai! Divertitevi e poi fammi sapere come è andata!
– Sì, grazie, no, beh, nel senso, dicevo che… dico, beh… se per caso la prossima settimana non sapessi che fare…
– Ma sì Pietrone, tranquillo, che qualcosa da fare pur di non venire lì lo trovo!

E qui finisce la parte divertente del racconto, in quanto sviluppatasi davanti ad un caminetto e una birra fresca.

Sulla prima lunghezza di Mystic Train

Però in effetti Ga era in un periodo decisamente difficile e aveva bisogno di azzerare l’uso del cervello per qualche attimo. Quale miglior modo che passare un paio di tranquille giornate, divertendosi sull’ameno e solare Scarason, godendosi l’inverno, su una facile linea nuova, con la forma d’allenamento al top, e con la piacevole compagnia di Piè e Ali?

Su Mystic Train

Dozzine di ossimori da manuale buttati a casaccio in un solo pensiero avrebbero dovuto far prendere a Ga l’unica decisione saggia e ragionevole ma, ahimè, la somma riflessione malauguratamente avvenne quando il suddetto si trovò ormai rinchiuso nel furgone di Pietrone, blindato e impossibilitato anche solo a buttarsi dal finestrino per porre fine allo strazio che si andava configurando.

(NdA: ad onor del vero ci sentiamo in dovere di riferire che la storia non racconta, in realtà, quanto di ciò che accadde nel seguito avvenne davvero a sua insaputa e quanto no…).

La ripresa mattutina delle ostilità

Ma veniamo al dunque.
Alla buon’ora delle due e mezza, finalmente sotto la parete (dopo comode 4 ore di avvicinamento con in spalla il materiale per salire l’Eiger, d’inverno, di notte, sotto una nevicata e con lo zero termico a -200 metri) Ga parte sul primo tiro. Con l’allenamento al fiato e alla paura pari a quello di un posacenere in disuso, stanco di vedere creature fosforescenti, dopo 30 metri giunge con un micropile in bocca nell’unico punto dove mettere una protezione degna di tal nome, poi si fa prendere dall’entusiasmo, ne piazza altre due e sente risuonare nella valle il triplice fischio finale: decretata la prima sosta.

Alice Arata in azione

Pietrone giunge e riparte garrulo per i successivi trenta metri, che in breve porta a casa. E sarebbe bello se fosse la casa dove tornare, a scaldarsi e a godersi l’era moderna. Invece, quest’oggi “casa” sarà un quanto mai ameno anfratto a mezzora di distanza, presente sul web sotto il nome di “Hotel Scarason”: cercocasa.it propone in zona Marguareis, all’interno di una riserva naturale immersa nel verde di 120000 mq, un attico di 3 mq con terrazza di 3 mq integrata e condivisa. Vista mare nelle giornate di cielo terso, l’appartamento è composto da un ampio openspace: ingresso/soggiorno/camera da letto. Angolo cucina piccolo e dipendente dalle condizioni meteo, bagno en plein air vista mare a 50 km e pendio a 45° sotto i piedi per un rapido smaltimento ecogreen delle sostanze organiche. Recentemente rimesso a nuovo con capiente portaoggetti, nevaio di sicurezza, infissi in calcare anodizzato, condizionatore sempre acceso, pavimento bianco immacolato, appendiabiti in kevlar, impianti a norma. Piscina disponibile a breve distanza nel periodo estivo. Zero spese condominiali, posto auto, termoautonomo.

In azione su Mystic Train

Giunti all’hotel ormai a notte, riposati come dopo un bagno turco in Nuova Zelanda in giornata da Savona, restiamo in attesa del nostro uomo di punta, Alice, con la speranza di potersi infilare presto nei sacchipiuma per tentare di sopravvivere alle gelide notti liguri d’altura. Per inciso duole precisare che la balda fanciulla non si poteva definire esattamente entusiasta all’idea di questa salita, ma alla frase di Pietrone una manciata di ore prima: “… ma quando ti ricapita, un’occasione così?! Guarda che questo è un treno che passa una volta sola…”, non aveva potuto che capitolare e decidere anche lei di prendere un biglietto, con l’unico dubbio di risparmiare due lire e prendere il sola andata, visto il luogo non esattamente ospitale.

Alice Arata in azione

Partita tardi (evitandosi la presenza dei due cialtroni per una bella dozzina d’ore, uno dei migliori affari dell’anno) e arrivata altrettanto tardi per i ben noti problemi delle ferrovie italiane, il mattino dopo fresca come una rosa parte alla conquista di uno sciocco muro a 80° di erba, roccette infide e neve impalpabile, volteggiando leggiadra nel suo paese delle meraviglie. Non molto differentemente dal tiro successivo, dove però decide di variare un po’ sul tema e provare per una volta la sensazione di mettere i friend a caso, disunendosi poco dopo e saltando per sbaglio, con friend annessi, sul treno che andava nel verso opposto a quello di salita. Impanatasi sulle rotaie sottostanti la sosta e dopo un lungo battibecco con il controllore (“è pericoloso sporgersi!”, continuava a redarguirla il piccolo omino con il cappello verde), riparte come nulla fosse, farcendo la fessura come un kebab e mangiandosela in un sol boccone.

Il canale finale di Mystic Train

Segue una breve ravattata (“ravattare” è un’espressione tipicamente ligure che significa “trafficare nei rifiuti alla ricerca di qualcosa”, NdR) su per vispi mughi e neve di qualità variabile dal meraviglioso all’infame, e arriviamo sotto un simpatico diedrino che, vista la nostra fastidiosa e chiassosa presenza, si trasforma in breve in un angoscioso diedro-camino particolarmente antipatico e indisponente. Fortuna che la roccia rasenta spesso il limite minimo di tal definizione, così Pietrone non ha di che annoiarsi e da rimproverare al suo pazientissimo karma. Quando annuncia “qui sembra spianare”, è chiaro a tutti che sia l’inizio della fine. Giunto in sosta, con l’ultimo paio di neuroni rimasti prova a formulare un pensiero di senso compiuto ed esclama magno cum gaudio: “Due tirelli non difficili e siamo fuori!”. Naturale conseguenza di parole a caso in preda al picco ipoglicemico, ecco servito su un piatto d’argento (dopo un eccellente traverso su polvere bianca gentilmente allestito da Lapo) l’unico passo di A0 della via appena prima di superare il quale, vista l’ora non certo presta, ecco arrivare il dibattito sul “che fare”. Tratta la conclusione che in due su tre votavano per la saggia soluzione della discesa ed essendo raggiunta sia la maggioranza relativa che quella assoluta, egli esclamò “Forse avete ragione…”. Trenta millisecondi dopo, ai suoi discepoli monouso: “… Datemi corda, che vado!”.

Bivacco alla base. Pietro Godani e Alice Arata

E mentre salivamo l’ultimo tiro, cadde la notte sullo Scarason. Ma non ci fece troppo male, così ignorammo e decidemmo di rimanere sul treno che, tanto per cambiare, aveva accumulato un ritardo al limite dell’imbarazzante. Ga, capita l’antifona, con i pezzi di dita rimasti comincia a ravattare su booking.com alla ricerca dell’hotel Scarason, e mentre Alice supera un muro di 4 metri di farina 00 a 85° che chiude in bellezza (…) le ostilità, si affretta a prenotare l’ultima stanza disponibile strisciando la carta di credito di Pietrone, principale causa di questa balorda situazione.

Intorno alle sei e mezza, con tutta calma: “… Tanto ormai notte lo è già”, in condizioni di totale devastazione psicofisica cominciamo le calate, immersi in una notte non ancora troppo notte, lontani dal mondo.

Bivacco alla base

Si sarebbe potuto continuare su questa falsariga e farne un racconto romantico, al limite del poetico. Ma forse, per noi che romantici un po’ lo siamo, meglio chiuderla così, con gli ultimi ricordi dell’arrivo all’hotel a notte fonda, i sorrisi, gli abbracci, la carne alla brace e le verdure grigliate con il tomino fuso e ancora rovente, la doccia cal… Ah, no, il freddo porco, il cibo liofilizzato, le litigate coniugali, le ossa a pezzi, i neuroni abbrustoliti, il tè condito con saliva di Pietro, un’altra notte sotto questa parete così orrenda e così fantastica, il cielo pieno di stelle, la gioia, gli amici.

Il treno è passato, e ci ha portati lontano.
“Sì, CI è passato. SOPRA (cit.)”.

Il mattino dopo, da sinistra, Pietro Godani, Alice Arata e Gabriele Canu

Relazione
Accesso
Dal Villaggio d’Ardua (Chiusa di Pesio, CN ) si raggiuge il Pian delle Gorre, quindi si segue il sentiero per rifugio Garelli fino al Gias Sottano di Sestrera. Si segue la diramazione verso destra che porta nel vallone del Marguareis. Ad un certo punto si punta direttamente alla parete passando a destra di un contrafforte roccioso. E’ necessaria neve assolutamente sicura e portante; i pendii che si risalgono sono frequentemente soggetti a valanghe.
In generale comunque se la neve non è trasformata sull’avvicinamento difficilmente lo sarà in parete.
La via risale l’evidente spaccatura che incide il settore destro della parete, a destra della via Nella tana del drago. Si risale il ripido conoide (120 m, 45°-50°) e si raggiunge un comodo antro sulla sinistra dove ci si può preparare comodamente. 3h – 3h 30’ con neve portante.

Note tecniche
Il settore destro della parete nord-est dello Scarason presenta tre evidenti spaccature parallele oblique da sinistra verso destra. La spaccatura di sinistra è stata salita da Fulvio Scotto e Gabriele Canu con la via Nella tana del Drago.
Quella centrale sembrava interessante non tanto per una salita estiva vista la roccia scadente e l’erba abbondante (anche per lo standard Scarason…) quanto per una salita in condizioni invernali.
Mystic Train è una via di misto moderno che segue una linea logica in una parete decisamente ripida e repulsiva. Abbiamo usato in tutto 7 fix da 10 mm inox solamente alle soste e lasciato 3 chiodi su L7.
La via offre una bella scalata in alcuni tiri anche se non mancano tratti piuttosto scabrosi e difficili da proteggere. Nel complesso per la continuità delle difficoltà dovrebbe essere la via di misto più impegnativa del gruppo fino ad ora. Una cordata molto preparata può completare la salita in giornata.
Abbiamo concluso la nostra salita una decina di metri sotto la cresta sommitale per la presenza di grandi funghi nevosi all’apparenza poco stabili e siamo scesi in doppia.
Sviluppo: 240 m
Dislivello: 180 m
Difficoltà: ED, M6+, 1 p.A0
Impegno globale: III
Materiale: friend 0,1-4 (doppi da 0,5 a 3), nut, 7-8 chiodi misti, 1-2 ice hook o wartog, 1 vite da ghiaccio corta, corde da 60 m.

Mystic Train e discesa

Itinerario
L1: Si sale in obliquo a destra per corti risalti di misto e fasce nevose fino a sostare sotto un breve muro verticale di erba e roccia. Si attrezza la sosta su friend sulla parete rocciosa a destra. 30 m, M3+;
L2: Si supera il muro e si continua verso sinistra su neve. Si raggiunge una bella goulotte incassata, ripida ma discretamente proteggibile a friend. Si continua fino a una nicchia dove si trova un fix di sosta, integrabile con friend. 30 m, M5;
L3: Traversare orizzontalmente a destra per pochi metri quindi salire verticalmente su terreno misto delicato e non semplice da proteggere fino a raggiungere una rampa nevosa sospesa. Seguirla verso destra fino alla base di un ripido muro di rocce fessurate. Sosta su 1 fix integrabile con friend del 4. 25 m, M5;
L4: Salire il muro con scalata delicata fino a una piccola spalla. Proseguire in lieve obliquo verso destra su terreno misto raggiungendo un nevaio, che si risale fino a sostare su un fix a destra di una fascia di mughi. 25 m, M6;
L5: Superare i mughi raggiungendo una rampa nevosa che si segue verso sinistra fino a un antro dove si trova un fix di sosta. 25 m, M2, neve 55°;
L6: Salire il diedro camino sovrastante su roccia delicata. Raggiunto un grande blocco incastrato si traversa verso destra. Proseguire quindi verticalmente per diedrini e risalti su terreno misto. Un ultimo difficile ribaltamento permette di raggiungere una nicchia dove si sosta su un fix e un friend 0,75. Tiro molto bello ma su roccia spesso delicata. Ben proteggibile nella seconda metà. 30 m, M6+;
L7: Traversare orizzontalmente a destra in grande esposizione per un’esile cengia di neve molto ripida (1 ch.) fino a superare un mugo. Appena oltre alzarsi verticalmente con un difficile passaggio su terreno misto (2 ch.) raggiugendo il canale nevoso terminale. Sosta su un fix sulla parete a destra. Tiro delicato e un po’ scabroso. 30 m, M5 e 1p. A0;
L8: Salire nel canale che presenta brevi risalti più ripidi. Superando al termine un ripidissimo muro di neve inconsistente si raggiunge un antro scosceso dove si sosta su un fix. 40 m, AI 2+, neve a 85° nel finale.
Abbiamo terminato qui la nostra salita. Per uscire in cresta bisogna superare un ultimo breve risalto caratterizzato da grandi tappi di neve apparentemente poco sicuri.
Discesa
In doppia lungo la via. (S8-S7, 40 m) (S7-S4, 55 m) (S4-S3, 25 m) (S3 dritti fino ad una sosta di calata su fix e chiodo a livello della terminale 55 m). Con un’ultima calata da questa sosta si scende agevolmente la parte più ripida del conoide. Doppie veloci e con basso rischio di incastri o di caduta di pietre. Tuttavia al momento le soste di calata sono su fix singoli con moschettone.

Altre annotazioni
Primi salitori: Alice Arata, Gabriele Canu e Pietro Godani, 5 e 6 gennaio 2020.
“Train” perché il più accanito degli apritori ha usato toni epici per convincere i soci, dicendo che questa salita in condizioni è un treno che passa una volta sola.
“Mystic” perché è stato un viaggio mistico vissuto con incertezza metro dopo metro in un ambiente tanto repulsivo quanto magico.

15
Mystic Train, il treno dello Scarason ultima modifica: 2020-02-17T05:06:22+01:00 da GognaBlog

13 pensieri su “Mystic Train, il treno dello Scarason”

  1. 13
    Fulvio Scotto says:

    Una delle più belle avventure degli ultimi anni nelle Alpi sudoccidentali!

  2. 12
    Ivo ferrari says:

    Sono forti perchè sono semplici e veri.
    Poi Alice è pure bella! 
    Ciao a tutti e tre.

  3. 11
    Alberto Benassi says:

    Roberto in Apuane non ci sono solo i “sassi della Oppio” ma anche vie di ottima roccia, molto di più di quanto si potrebbe pensare. Provare per credere.

  4. 10
    Roberto Pasini says:

    Ottimo Alberto. Oggi ho imparato una cosa nuova con anche una valenza storica. Dicono che mantenga svegli imparare una cosa nuova ogni giorno. Le mie frequentazioni apuane sono state scarse dopo una brutta esperienza giovanile di sassi sulla Oppio/colnaghi al Pizzo dove mi trascinò un amico di Fivizzano emigrato a Milano.  Ciao

  5. 9
    Alberto Benassi says:

    sul terreno apuano, spesso fatto di muri erbosi estremamente ripidi, dove è molto difficile, se non impossibile  usare chiodi, dadi e frends, i wartogh assicurano una buona possibilità di protezione.
    Gianni Calcagno è stato tra i primi ad usarli.

  6. 8
    Roberto Pasini says:

    Grazie Alberto delle indicazioni. Pensavo di tenerli per il giardino ma Te li regalerò quando chiudo il negozio🤪

  7. 7
    Alberto Benassi says:

    Roberto ti invito a darmi del tu, grazie.
    Come dice Gullich sempre meglio vietato cadere su certi terreni. Detto questo in Apuane sono decenni che li usiamo d’inverno sul terreno e sulle zolle di paleo (erba apuana) indurite dal gelo. Certo che funzionano, spesso, assieme alle ancorine da ghiaccio, sono l’unico modo di proteggersi abbastanza decentemente. Certamente il terreno deve essere ben indurito dal gelo, altrimenti non tengono. Non è sempre facile ritoglirli e chiaramente con l’uso si danneggiano, si piegano, perchè durante l’ infissione sotto la terra oe la zolla erbosa possono trovano dei sassi o fessure.
    Oltre ai wartogh abbiamo usato anche i vecchi snarg, i chiodi da ghiaccio tubolari e filettati. Entrano e tengono ma il tubo si riempie di terra e sassolini e per essere riutilizzati devono essere svuotati e non sempre è facile. Inoltre il materiale che entra li danneggia parecchio. Quindi i wartogh sono meglio.
    Prima di  buttarli  via aspetta che te li compro io!!!

  8. 6
    roberto pasini says:

    Grazie. Anch’io vengo dalla scuola meglio non cadere. Li recupererò dalla cantina e farò qualche prova al sicuro su “ravanate”dalle mie pari, che non sono la mia passione, ma sulle quali ogni tanto mi trascinano.

  9. 5
    Gullich says:

    Pasini, funzionano eccome.
    su terreno apuano, detto turf, terra ghiacciata neve ed erba vanno alla grande. Sulle prove lascerei stare e andrei con il vecchio adagio: su ghiaccio vietato cadere 😁.
     
    pero ad un aggiornamento istruttori di qualche anno fa ricordo delle prove su ghiaccio in cui tenevano cadute da primo di cinque metri di un contrappeso da 50kg

  10. 4
    Roberto Pasini says:

    Domanda tecnica a Benassi. Ma davvero i vecchi Wartdog funzionano su terreni “schifidi” come si dice dalle mie parti ? Tengono o sono solo “psico”? Hai fatto delle prove? Pensavo fossero archeologia e come tali ne ho qualcuno in cantina. Grazie

  11. 3
    Andrea Parmeggiani says:

    Bravi, e veramente godibile il racconto!

  12. 2
    Alberto Benassi says:

    Materiale: friend 0,1-4 (doppi da 0,5 a 3), nut, 7-8 chiodi misti, 1-2 ice hook o wartog, 1 vite da ghiaccio corta, corde da 60 m.

    terreno che ricorda molto quello invernale apuano, un misto di nevaccia appiccicata, ghiaccio, roccia e zolle erbose.
    i WARTOG vecchi chiodi da ghiaccio simili a spilloni sfaccettati, che su ghiaccio non valgono una cicca ,  ma sulla terra e sulle zolle erbose gelate, qui come in Apuane, sono eccezionali !
    Bella e bravi con sempre una bella dose di ironia.

  13. 1
    Paolo Gallese says:

    Tre visioni, con tutte le sfaccettature di un diedro e una fessura dritta e piena di ghiaccio in mezzo.
    Bravi!! E simpaticissimi. Non conosco i monti liguri, ma mi vien voglia di andarci. Alle spalle, ho solo qualche scampagnata nella zona del Chiappo e dei suoi boschi. Mai arrampicato in Liguria.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.