Né studio né lavoro: la generazione neet

Né studio né lavoro: la generazione neet
di Mario Bozzi Sentieri
(pubblicato su destra.it il 9 dicembre 2019)

Vita, il mensile del Terzo settore e del mondo non profit, pubblica, sull’ultimo numero, un’ampia inchiesta dedicata ai cosiddetti Neet, i giovani che non studiano e non lavorano. Di che cosa si tratta? Il termine Neet è un’invenzione piuttosto recente. Acronimo di Not in Education, Employment or Training è stato utilizzato per la prima volta nel 1999 in un documento del governo britannico. Oggi si usa comunemente per indicare chi non è impegnato nello studio, né nel lavoro e neanche nella formazione.

La fotografia offerta da Vita è inquietante: nel 2018, in Italia, i Neet nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 29 anni sono pari a 2.116.000 e rappresentano il 23,4% del totale dei giovani della stessa età presenti sul territorio. Nel 47% dei casi i ragazzi hanno tra i 25 e i 29 anni, nel 38% i ragazzi hanno tra i 20 e i 24 anni e il restante 15% è nella forchetta 15-19 anni. L’Italia è la prima tra i Paesi europei per presenza di Neet, dove la media attuale è del 12,9%.

Il problema è oggettivamente complesso. E non può essere assimilato alla vecchia condizione del “disoccupato”. Qui ad essere rilevanti sono fattori di carattere psicologico-esistenziale, che vanno ben al di là del puro e semplice dato occupazionale. I Neet sono dei veri e propri “inghiottiti dalla rete”, poiché spesso nella loro auto-reclusione, l’unico contatto con il mondo rimane quello virtuale, che passa per il web: così la loro seconda esistenza, tra chat, social newtork e giochi di ruolo online diventa prioritaria rispetto a quella reale. La mancanza di contatto sociale e la prolungata solitudine determinano nei ragazzi una perdita delle competenze sociali e comunicative.

Ad alimentare questa condizione ci sono disuguaglianze sociali, che riducono le possibilità di rompere i meccanismi della povertà e dell’esclusione, e pure contesti familiari, culturali, economici, sociali che non investono adeguatamente sulle potenzialità dei giovani e sul loro futuro, assieme ad una generale sfiducia verso le istituzioni e il mondo del lavoro, sentiti come estranei e lontani.

Famiglie, istituzioni, mondo del lavoro: è il fallimento di un Sistema, un fallimento rispetto al quale i fondi dedicati alla formazione e l’estensione del diritto allo studio appaiono come i classici “pannicelli caldi”. Il problema è infatti “strutturale” e tocca la “percezione” che i giovani hanno del loro rapporto con la realtà, a cominciare dal primo ambito familiare.

Alla base l’idea che lo studio sia inutile (anche se il 49% dei giovani Neet ha conseguito il diploma di scuola secondaria superiore e l’11% risulta essere laureato), che la mobilità appaia bloccata (favorendo chi è già socialmente garantito), che la meritocrazia non esista (in un mondo in cui a vincere sono sempre i soliti “furbi”), che il futuro sia già predeterminato (e quindi sia inutile mettersi in gioco per costruirsene uno proprio).

La percezione è di una netta cesura tra i giovani e il sistema Paese, con conseguenze che – in prospettiva – rischiano di aumentare le fasce degli esclusi, degli “inghiottiti” dall’inedia, a causa di un corpo sociale sempre più debole e sfilacciato, visti la perdita di ruolo e di certezze autentiche offerte dalle famiglie (con una lunga e paradossale dipendenza dei figli adulti dai genitori), l’avanzare dei processi di disintermediazione, a seguito del depotenziamento dei corpi intermedi (e il sostanziale isolamento sociale), la precarietà (resa palese dal lavoro in nero).

“Vince” la Rete, ma in realtà – come abbiamo visto – avanza l’autoesclusione e l’autoreclusione: un’autentica emergenza che priva le giovani generazioni di una possibilità di futuro e il Paese di potere contare su quelle risorse culturali e spirituali, ancor prima che socio-economiche, rappresentate dai giovani. All’inverno demografico rischia insomma di seguire una sorta di glaciazione generazionale, con conseguenze disastrose per tutti, giovani e meno giovani. Esserne consapevoli è il primo passo. Alla politica, al mondo della cultura e del lavoro di mettere in campo le doverose contromisure. In gioco, assieme a quelli dei giovani, ci sono i più ampi destini nazionali.

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Né studio né lavoro: la generazione neet ultima modifica: 2020-05-12T04:08:19+02:00 da Totem&Tabù

5 pensieri su “Né studio né lavoro: la generazione neet”

  1. 5
    Paolo Panzeri says:

    Grazia, devo ammettere con tristezza che l’avevamo studiata bene, io ero quasi marginale, mi occupavo di trovare errori nelle realizzazioni che seguivano.
    Per risolvere il problema ci vorrebbe una “concentrazione di intelligenza” che non interessa più a nessuno formare.
    Penso si debba aspettare un nuovo step creativo, ma dubito che possa esserci prima di un grosso decadimento intellettivo delle masse e di grosse difficoltà economiche.
    Alla maggioranza va ancora bene così e chi la comanda di vive molto bene.
    Ho scritto queste cose varie volte da varie parti, ma chi si lamenta per ora vede sempre e solo gli effetti.

  2. 4
    grazia says:

    Più che di colpe dei genitori preferirei parlare di responsabilità.
    E non trovo appropriato dire che ai ragazzi viene lasciata più autonomia poiché il risultato è l’esatto contrario: individui dipendenti dai genitori, incapaci di trovare la propria strada e di affrontare la vita pratica. 
    I genitori, loro stessi, sono spesso imprigionati in ritmi intensi che non lasciano spazio per essere e per occuparsi della famiglia in modo adeguato; loro stessi imbrigliati in centinaia di rapporti virtuali che non hanno collegamento con la realtà.
     
    Per rimediare bisognerebbe, prima di tutto, prendere coscienza che si tratta di un problema, e in seguito prendere le distanze dal mondo virtuale riducendo il tempo passato sui social, a giocare, a chattare. 

  3. 3
    Paolo Panzeri says:

    Devo dire che nelle discussioni sullo sviluppo dei personal computer queste possibilità erano state previste e utilizzate in parte per la commercializzazione e la crescita del business, oltre al piacere di creare qualcosa per tutti di completamente nuovo.
    E queste possibilità insieme a tante altre hanno fatto guadagnare soldi, ma anche fatto felici molte persone e aperto nuove visioni del mondo alla parte isolata delle popolazioni.
    A quanto pare si era tenuto conto bene della possibilità di una dipendenza e di un controllo della gente, ma non si era ragionato a sufficienza sulla degradazione intellettuale e sociale.
    Non so cosa si possa fare per rimediare.

  4. 2
    Stefano Elli says:

    La colpa è sempre dei genitori!
    Però secondo me la causa risiede, invece, nella poca libertà e autonomia e nel troppo controllo, nelle attività “confezionate” da altri e nella tecnologia che divora lo spazio vitale dei ragazzi.

  5. 1
    Andrea Parmeggiani says:

    La colpa di questa situazione è dei loro genitori. Troppa libertà e autonomia ai ragazzi di oggi, troppo poco controllo.
    E quando si arriva a questo, è troppo tardi.

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