Niente è vero, tutto è possibile

Niente è vero, tutto è possibile
di Adriano Segatori
(pubblicato su ariannaeditrice.it il 17 gennaio 2019)
Fonte: Italicum

È questo il titolo di un saggio di Peter Pomerantsev sulla Russia attuale di Putin, che non c’entra con gli argomenti trattati, ma rende perfettamente l’idea dell’irrealtà nella quale sono inseriti.
Questa nostra epoca è caratterizzata dall’assoluta mancanza di ragione, intesa nel senso più ampio di facoltà, capacità, competenza cognitive di discernere il vero dal falso, il giusto dall’errore, il bene dal male, di attenersi alla logica e di esprimere dei giudizi.
È un momento che non ha nulla di storico, quale caratteristica di riunione con il proprio passato, riadattandolo al presente per proiettarlo in una visione futura, ma è solo una costruzione confusa e contraddittoria di momenti in rapida trasformazione.


Pensiamo alla comunicazione. Che si parta da Erodoto, quello sì riconosciuto come “il padre della Storia”, si passi da Marco Polo con il resoconto dei suoi viaggi ne Il Milione, aggiungiamoci pure Dante Alighieri, con il suo itinerario fantastico nell’oltretomba (e potremmo aggiungere migliaia di esperienze simili di resoconti, biografie, esperienze e immaginazioni): sono tutte sotto il segno della narrazione. Comunicazioni orali o scritte che prevedevano l’ascolto, l’attenzione, la concentrazione, il silenzio, il tempo di elaborazione. Oggi no, niente di tutto ciò. Oggi prevale l’informazione, quella rapida, mutevole, predigerita, molto spesso farlocca, e comunque allergica a qualsivoglia tipo di riflessione. La realtà è costruita da annunci e da segnalazioni, rapidissimi spot dalle apparizioni rapide e altrettanto rapide scomparse. Del resto, la lettura, l’analisi logica, l’interpretazione del testo sono alcuni dei vari dispositivi assenti dalla scuola contemporanea; così come la ricerca comparativa è stata sostituita da wikipedia, con i ben noti strafalcioni inclusi.
Per non parlare di tutta la vasta produzione culturale – si fa per dire –, propagandistica e manipolativa dell’ideologia gender. Contorsioni psicosocioanalitiche per negare la realtà biologica, per sovvertire le leggi di natura, per zittire – anche con strumenti giudiziari – gli stessi impianti teorici delle scienze psy, che per quanto in eterno conflitto tra scuole, in irriducibile difesa delle particolari parrocchie di pensiero, in perenne contrapposizione tra dottrine, almeno hanno sempre mantenuto la prerogativa del confronto e del dialogo. L’ideologia gender no, non accetta la dialettica. Ogni, non dico negazione, ma semplice dubbio moderatamente espresso, o ventilata proposta di discussione, cade nella persecuzione applicata dalla psicogiustizia che si occupa dello psicoreato, con accuse di oscurantismo, di omofobia, di razzismo e altre amenità del pensiero unico. L’irrealtà di questa perversione si esprime nel cosiddetto nomadismo sessuale per arrivare all’educazione sessuale inglese che insegna come tutte le persone – uomini e donne in-differentemente – devono avere le mestruazioni. Insomma, il falso diventa un dato di verità trasmesso a confondere e a condizionare i bambini.
E l’istruzione non è da meno nella sua deformazione irrealistica e manipolata. Etimologicamente, l’educazione, che la scuola dovrebbe attivare con impegno e costanza, dovrebbe fare emergere le singole competenze, attivare le capacità individuali, animare le specifiche vocazioni e preparare i giovani al confronto con le naturali difficoltà e frustrazioni del mondo reale. L’impegno scolastico dovrebbe essere scandito dalla disciplina e dall’etica, per questo – come scrive Duccio Demetrio – “l’educazione non piace, agli spiriti pratici e grossolani” (1). E invece, proprio una operatività empirica ed una superficialità culturale sono le modalità previste da tempo nelle disposizioni ministeriali, con lo scopo di abbassare il livello generale e favorisce una devastante uguaglianza nei risultati. I risultati sono un livellamento generale delle conoscenze, una debolezza psicologica diffusa, una precarietà emotiva nell’affrontare le sfide che si troveranno nel cammino maturativo. Ma questi esiti sono accidentali? Assolutamente no. Sono strategicamente perseguiti: “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere il più possibile povera e mediocre [per] creare cervelli in serie, che si adeguino al consenso popolare” (2). La realtà è che la vita è un’impresa che ciascuno è responsabilmente chiamato a costruire secondo i propri meriti, i propri sacrifici e le proprie potenzialità; mentre viene irrealisticamente spacciata come una opzione in cui tutto è raggiungibile per caso, per raccomandazione o per irragionevole presunzione, in esenzione dal minimo sforzo.
Si potrebbe continuare a lungo nell’elencazione delle deformazioni della verità, ma concludiamo con quel sentimento diffuso e inflazionato che si chiama pacifismo.
Il tempo attuale è infarcito da questa speranza, termine che i latini traducevano dall’antico ebraico con illusio. Non c’è manifestazione pubblica che non venga addolcita da questa seducente aspettativa. Anche i conflitti bellici, nella ripulitura linguistica del politicamente corretto, sono finalizzati alla pace. Si potrebbe dire che il bipensiero orwelliano ha trovato adeguato compimento nella sua prima indicazione: “La guerra è pace”. Si invadono gli Stati per riportare la pace e abbattere le dittature; si bombardano le città in nome della pace e per importare la democrazia; si compiono incursioni sanguinarie sempre in nome della pace e per liberare le popolazioni. Insomma, più sangue scorre e più pace si espande. Salvo, poi, deprecare la Prima Guerra Mondiale come inutile massacro, esaltare i disertori del fronte e glorificare gli invasori dello sbarco di Sicilia. Il controllo della realtà, e la sua manipolazione, arriva a condividere l’Islam come religione di pace, l’invasione allogena come opportunità di pace universale, la globalizzazione come occasione di pacifica convivenza in diritti condivisi.
Niente di più falso! I diritti sono dovunque calpestati, le guerre in atto sono numerose e sempre attive, la violenza dilaga incontrollata e l’insicurezza, questa sì, è globalizzata.
La realtà è stata cinicamente trasfigurata e la menzogna regna sovrana in un mondo che non ha più coraggio di esprimere la verità e di affrontare l’angoscia della consapevolezza.

Note
1. Duccio Demetrio, L’educazione non è finita, Raffaello Cortina, Milano 2009, p. 35.
2. Enrica Perucchietti, Fake news, Arianna Editrice, Bologna 2018, p. 101.

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Niente è vero, tutto è possibile ultima modifica: 2019-12-12T04:21:29+01:00 da Totem&Tabù

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