Niente più coccole per Bonellino

Niente più coccole per Bonellino. E’ il nome di una via da lui aperta tanti anni fa in Valle dell’Orco. Sabato 10 settembre 2016 ci ha lasciati un uomo tormentato che però non chiedeva aiuto e difficilmente ti faceva sentire a disagio anche quando lasciava trapelare la sua umanità dannata.

Ti salutava con voce atona, monocorde: sfidava ogni momento della sua vita la fuoriuscita di sentimenti forse troppo grandi per lui. Ma, essendo di un’intelligenza ben superiore alla media, quando si accorgeva che il gioco andava oltre, ecco che improvvisamente la sua voce cambiava di tono e, sottolineata da un immancabile “dio fa”, emergeva la battuta che riportava il dialogo, o meglio lo scambio di emozioni, a livelli normali e godibili.

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Un amico che mi sta mancando con la stessa forza di un macigno nell’anima. Un pessimista scherzoso, un attore della recita negativa a tutti i costi, di una sensibilità però assai rara. Come dice il comune amico Luca Mozzati, “Il vuoto che ci lascia un personaggio così “negativo” è indice di quanto i “giudizi” che si esprimono sulle persone siano assolutamente inadeguati a restituire la ricchezza e la complessità dei rapporti umani”.

Roberto Bonelli, nato a Cuneo il 17 aprile 1954, è caduto a 62 anni dalle placche della Draye, una parete d’arrampicata nella valle d’Ailefroide, nel gruppo francese degli Écrins, Alpi del Delfinato. Con i due compagni Paolo Astengo e Giorgio Franza, aveva appena salito senza problemi la via Spit on cup, un itinerario ben al di sotto delle sue possibilità. Nella discesa, al momento di attrezzare l’ultima calata in doppia, Bonelli è scivolato da una facile cengia ed è caduto per una trentina di metri. Per lui non c’è stato nulla da fare.
Bonelli aveva cominciato ad arrampicare nei primi anni ’70, legandosi fin da subito con i giovani elementi che stavano rompendo la tradizione dell’alpinismo classico, in coincidenza con le premature ceneri del Sessantotto e le emergenti idee del Nuovo Mattino. Il livello è stato alto fin da subito, portandolo a essere considerato uno dei più rappresentativi arrampicatori italiani degli anni Settanta. Come tutti gli appartenenti a quel gruppo, in seguito schedati come i massimi esponenti del Nuovo Mattino stesso, aveva le sue idee personali, per nulla accostabili a quelle dei suoi compagni. Stiamo parlando di personaggi del calibro di Andrea Gobetti, Massimo Demichela, Danilo Galante, Gabriele Beuchod. Non gli andava neppure di essere “protagonista” dell’epopea del Mucchio selvaggio e considerava con molta distanza le idee di Gian Piero Motti. Di certo gli piaceva, come a tutti loro, sovvertire le regole dell’arrampicata e alzare l’asticella delle difficoltà.

Fessura della Disperazione (Sergent), 1a ascensione. In testa Danilo Galante, assicurato da Roberto Bonelli e Piero Lenzi. Sulla sin, Gian Piero Motti e Piero Pessa sulla Cannabis (2a asc.). Foto: Giuse Locana
Fessura della Disperazione (Sergent), 1a ascensione. In testa danilo Galante, assicurato da Roberto Bonelli. Sulla sin, Gian Piero Motti e Piero Pessa sulla Cannabis (2a asc.). Foto: Giuse Locana

 

E’ tra i primi in Italia a calzare le prime scarpette con la suola di gomma flessibile e liscia, cosa che lo favorisce nell’apprendere le tecniche di progressione su placca in aderenza e in fessura a incastro. Nel 1974, assieme a Danilo Galante e Piero Lenzi, sale la Fessura della Disperazione sul Sergent, nella valle dell’Orco. E poco distante nel 1978 riesce a ripetere l’impossibile fessura già salita dallo scozzese Mike Kosterlitz sull’omonimo masso, una spaccatura verticale di nemmeno dieci metri che taglia in due un sasso cubico sul bordo della strada e che aveva messo alla prova i migliori arrampicatori dell’epoca. Appassionato di speleologia, si distingue nell’esplorazione di molte importanti grotte, ma è anche in prima fila in alcune operazioni di soccorso. Tanto che nel 1984 firma con Giovanni Badino la guida Gli abissi italiani (Zanichelli).
E’ stato poi mio compagno in moltissime scalate, da Finale Ligure alla Provenza, dalla Valle di Susa alla Valle dell’Orco. Mi ha seguito nelle estenuanti peregrinazioni per compilare i miei Cento nuovi mattini, Rock Story e, soprattutto, Mezzogiorno di Pietra.

Dal mio libro La Pietra dei Sogni: “Era già un’impresa arrivare alla piana del Golgo, aveva momentaneamente smesso di piovere ma le sterrate erano in condizioni penose. Grazie alle cartine militari riuscii a stabilire, senza chiedere a nessuno, da che parte era la Cala Goloritzé. Ero però anche interessato a capire fino a che punto si poteva arrivare con i mezzi lungo la Còdula Sisine. Scendemmo a Ololbizzi, poi ci avventurammo ancora più a nord verso il mare invisibile. Sembrava che il Supramonte ci volesse respingere, presto ci trovammo in un guado e stupidamente proseguimmo. Eravamo in cinque sul furgone di Bonelli, che purtroppo si stava eccitando all’odore della battaglia. Dopo qualche centinaio di metri ci arrendemmo, inoltre stava ricominciando a piovere. Il tempo di fare dietro-front e tornare al guado… e scoprimmo che con molta probabilità ci eravamo fregati da soli. L’acqua scendeva rovinosamente, non si capiva neppure in quale punto eravamo passati prima. Roberto diede due sgasate all’acceleratore e poi, con uno sguardo di pura follia, si lanciò come un pazzo nel guado. Tutti noi urlavamo di terrore all’idea di ribaltarci.
Beh, era bravo a guidare, d’accordo. Però per me ha avuto anche fortuna. Ci ritrovammo dall’altra parte, decisi a rimontare al più presto il rimanente percorso pericoloso. La sera Roberto e Manolo discussero animatamente, l’uno rinfacciava assenza di soste e protezioni in arrampicata, l’altro giudicava follia pura quel modo di guidare”.

Roberto Bonelli sulla fessura superficiale della Piastra al Sole, Rocca dell’Aia, Loano
Roberto Bonelli sulla fessura superficiale della Piastra al Sole, Rocca dell'Aia, Loano

In quegli anni Bonelli viveva di espedienti, in bilico tra la soglia di povertà e momenti di opulenza. Lui, nobile d’animo e snob di natura, era “prigioniero” di una casa popolare a Torino, in via Airasca 4, con il cesso in comune con altre famiglie. Parecchie volte mi ha ospitato. Affetto, come diceva lui, da sindrome della sincerità, ultimamente mi ricordava come quasi da tutti io fossi visto come una persona antipatica. Invece lui trovava che la mia quasi perenne incazzatura fosse in realtà il mio valore aggiunto, perché capiva che io quando ero con loro avevo a che fare “con una banda di giovani stolti, illetterati e semianalfabeti”. Il suo snobismo raggiungeva vette inaudite quando si trattava di sardi. “Hai notato il grande spazio tra il naso e il labbro superiore? Lì una volta c’erano le zanne…”, diceva.

Valle di Susa, Parete di Catteissard, via del Risveglio, 19 luglio 1980, Roberto Bonelli sulla 3a L
Valle di Susa, Parete di Catteissard, via del Risveglio, 19.7.1980, Roberto Bonelli sulla 3a L

A questa carriera velocissima e adrenalinica segue un lungo periodo in cui abbandona la montagna, come ricorda un altro suo compagno di cordata, Piero Pessa: “Abbiamo cominciato assieme e assieme abbiamo smesso di arrampicare. Poi si è ricominciato e di nuovo abbiamo fatto tante vie. Conosco il luogo dove mi hanno detto che è caduto, anch’io ho fatto quella via e in effetti la discesa è complessa. Ma che Roberto sia caduto mi sembra incredibile“. E Giulio Beuchod, anche lui compagno di quel periodo ormai lontano e un po’ folle, oggi guida alpina, si meraviglia che Bonelli possa aver sbagliato qualcosa: “Era prudentissimo, quasi maniacale nel piazzare rinvii e sicure. Come invece quarant’anni fa rischiava sempre e comunque. E’ stato un grande arrampicatore, uno che ha lasciato il segno“.
In quel periodo di non-arrampicata si dedica parecchio alla canoa, diventandone anche apprezzato istruttore. E’ stato tra i primi a “inventare” il torrentismo, la discesa di ripidi corsi d’acqua oggi più conosciuta con il nome di canyoning. Con Paolo Oliaro si appassiona alle discipline d’acqua selvaggia, assieme scendono per la prima volta l’orrido di Foresto, quello di Oulx, e si lanciano in torrenti impetuosi con l’hydrospeed e il kayak.

Era poliedrico – ricorda Oliaro – e curioso. Gli era piaciuto moltissimo scoprire l’arrampicata in Africa, siamo scesi assieme nell’Hoggar e in Camerun. Ma non posso credere che sia morto per un’imprudenza. Era l’uomo più attento che io abbia mai conosciuto. Mi buttava via le corde quando gli sembrava che fossero vecchie“.

Roberto Bonelli nella 2a salita della Fessura Kosterlitz, valle dell’Orco (1978)
Roberto Bonelli fa la 2a salita della Fessura Kosterlitz, valle dell'Orco,

Così Andrea Giorda lo ricorda su Planetmountain.com:
Roberto Bonelli era una persona colta a suo modo, intelligente antidivo per eccellenza. Insieme a Danilo Galante ha composto nei primi anni ’70 una cordata dirompente, innovativa nel modo di arrampicare, che prevedeva la libera al limite anche dove non si poteva chiodare.
La Fessura della Disperazione al Sergent è il loro capolavoro. Una fessura off width, protetta malamente con dei cunei di legno artigianali. Danilo Galante l’aveva adocchiata seguendo Gian Carlo Grassi che apriva la Cannabis in artificiale, in modo tradizionale, due visioni a confronto.
Roberto e Danilo sono stati sovversivi per il loro modo di porsi anche verso i senatori del Nuovo Mattino, Ugo Manera e Gian Piero Motti che già avevano tanti meriti per aver scoperto il meraviglioso terreno della Valle dell’Orco. Erano amati odiati per il loro modo di porsi dissacrante, Manera racconta di palle colossali su scalate dichiarate dai due per il puro gusto di scompigliare le carte di un mondo, quello dell’alpinismo, ossequioso, riverente e omertoso come una chiesa.

Roberto Bonelli sulla 1a L della via Piccioni alla Placca del Frate (Sa Tellaia de su Para), Garibaldi, maggio 1981
R. Bonelli su1a L via Piccioni alla Placca del Frate (Sa Tellaia de su Para), Garibaldi, 05.1981

Quando nel 1975 Danilo Galante morì sul Gran Mantì, Bonelli ricompose la cordata con un giovanissimo Gabriele Beuchod. Io li conobbi in quegli anni e ricordo l’inconfondibile look di Bonelli con zazzera e basettoni, la copia del cantante dei Mungo Jerry, quelli che cantavano il tormentone ” In the summertime when the weather is hot”.
La scalata di Bonelli era quasi casuale, non certo frutto di allenamenti, impensabile per gli amanti del pannello di oggi. Sulla guida della Valle di Susa di Gian Carlo Grassi sono elencate varie vie nell’orrido di Foresto scalate in solitaria! La libera spesso si concepiva con la solitaria.
A vent’anni gli incidenti in montagna delle persone che conosci ti scivolano addosso, ti senti invincibile, a quasi sessanta, l’età di Bonelli, sento il peso di una disgrazia e la responsabilità di ricordare un personaggio schivo, che è stato fondamentale non solo nella mia formazione, ma per tutti i giovani di allora e la sua eredità la viviamo ancora oggi.

Roberto Bonelli sulla 2a L del Collo dell’Ortelli, 1a ripetizione alla Parete di Luna (Capo Testa), 25 maggio 1981
R. Bonelli sulla 2a L del Collo dell'Ortelli, 1a RP alla Parete di Luna (Capo Testa). 25.05.1981

Bonelli era l’antitesi dell’arrampicata sportiva e il suo periodo d’oro finì con l’imporsi dello spit negli anni ’80. Ci siamo rivisti dopo tantissimi anni nel 2012, perché non parlava con nessuno volentieri del passato, diceva che spesso veniva travisato come nel film Cannabis Rock, e con me, vecchio commilitone, fece una eccezione. Lo incontrai nel suo negozio a Torino di robe usate in Corso Francia, girava tra cianfrusaglie, aveva un cappellino di lana alla Lucio Dalla in testa, si schernì e capì il mio stupore nel vederlo pelato come una boccia, ridemmo dei suoi antichi famosi capelli, ma non mi lasciò nemmeno fare una foto, non lo forzai, capii che l’immagine che ci voleva lasciare era quella in zazzera e basettoni“.

Scogliera Cala Fuili-Grotta del Bue Marino, Roberto Bonelli sulla traversatina a corda della via Dalla Luce alle Tenebre, 14 gennaio 1981
Scogliera Cala Fuili-Grotta del Bue Marino, R. Bonelli sulla traversatina a corda della via Dalla Luce alle Tenebre. 14.01.1981

Qui di seguito l’unica intervista rilasciata da Bonelli, quella ad Andrea Giorda, per la rivista UP di Versantesud (2012).

Animali di roccia: due chiacchiere con Roberto Bonelli
Torino – 21 novembre 2012
di Andrea Giorda (accademico del CAI)
Lotto per tenere la parola, ma una simpatica vecchietta dal fare puntuto mi ruba l’attenzione di Roberto Bonelli, per tirare sul prezzo di un forno a micro onde usato che troneggia nello scaffale.
Così, simpaticamente in piedi appoggiato al bancone incontro Roberto Bonelli nel suo negozio di roba usata. Il suo rapporto con i clienti è schietto, non indora la pillola, direi che questo è il suo stile anche quando parla di sé e delle sue antiche imprese, non indulge in sentimentalismi.
Meglio così, siamo subito d’accordo, quando si tocca il tasto del Nuovo Mattino spesso si sfora nella retorica e in voli pindarici che nulla hanno a che vedere con la realtà dell’accaduto.
Quale migliore occasione dunque per andare subito sui fatti.
Una domanda d’obbligo per iniziare, nel 1978 sei passato alla storia per essere il primo ripetitore della fessura Kosterlitz sul masso di Ceresole, come è andata?
In realtà, a differenza di quello che si crede, ho risolto il passaggio la prima volta che mi hanno portato, al primo tentativo.
Nel 1974, da maggio ad ottobre hai contribuito ad aprire due capolavori in valle dell’Orco : la Fessura della Disperazione e il Diedro Nanchez, quale ti ha impegnato di più?
Senza dubbio il Diedro Nanchez, lungo, continuo e difficile fino in cima. La Fessura invece ha difficoltà brevi e concentrate, anche se molto psicologiche.
Il Nanchez lo ricordo anche perché avevo imprestato l’imbragatura, scalavo senza e Motti me ne diceva di tutti i colori. Siamo usciti che nevicava e io avevo un abbigliamento ridicolo
.

Roberto Bonelli sulla via dell’Unicorno alla parete di Donneneittu, 27 aprile 1981
R. Bonelli sulla via dell'Unicorno alla parete di Donneneittu, 27.04.1981
Come hai iniziato a scalare?
Nel 1973 andavo in grotta con il GSP (Gruppo speleologico Piemontese). Ero fisicamente molto forte e allenato e avevo chiesto ad Angelo Piana, uno scalatore in vista, di portarmi con lui. Non mi considerò e per caso conobbi Gian Carlo Grassi in una grotta in Toscana, forse l’unica che fece per seguire una ragazza. Dopo una settimana, in autunno ero già a scalare con lui. Andammo alle Paretine di Marmo di Foresto, in breve divenni bravo e scalavo slegato molte delle vie di allora. Salire slegato mi piaceva, negli anni successivi andai poi anche sulla Parete dei Militi a Bardonecchia.
Come hai conosciuto Danilo Galante?
Tramite Grassi. Danilo era di Bussoleno in Val di Susa dove aveva anche i nonni.
Che tipo era? Che rapporto avevate?
Eravamo due “animali da roccia” e supplivamo alla tecnica con la forza fisica. Lui era più bravo, io più audace, spericolato. Avevamo un “rapporto di corda”, non di stretta amicizia, molto operativo e determinato, nessuno dei due comandava.
Danilo era un tipo semplice, leggeva Tex Willer, io più impegnato, ho sempre avuto una passione per i libri, come quelli di fantascienza di Philip José Farmer.
Io sono per il catastrofico, rifuggo i sentimentalismi, anche qualche anno dopo quando scalavo con Gabriele Beuchod, lui era romantico e alle vie dava nomi come
Nocciolina Prigioniera io preferivo Il Crollo dell’impero nero.
In che rapporti eravate con Gian Piero Motti e Gian Carlo Grassi?
Erano i fratelli maggiori, più esperti, sempre pronti a dirti di mettere un chiodo in più quando non ci curavamo del pericolo. Motti era quello che scopriva i posti nuovi e ci portava a scalare in Verdon o nelle Calanques, noi eravamo bestie e avevamo una sudditanza verso Gian Piero.
Come è nata l’idea di scalare la Fessura della Disperazione?
Fu una idea di Danilo che aveva aperto la Cannabis al Sergent con Grassi e aveva notato questa enorme spaccatura. Io non ero mai stato prima in Valle dell’Orco e la Fessura della Disperazione fu la mia prima scalata su granito.

Roberto Bonelli sulla Fessura di Odisseo, Massi del Caporal, valle dell’Orco
Roberto Bonelli sulla Fessura di Odisseo, Massi del Caporal, valle dell'Orco,
Certo un bell’inizio! E tra l’altro non era neanche un anno che scalavi.
Sì, ma ero forte fisicamente, la grotta ti tempra.
Raccontami la scalata, come si è svolta?
Una settimana prima Danilo era andato al Sergent, non so con chi, e aveva salito il primo tiro della Fessura, mettendo alcuni chiodi in artificiale per raggiungere la prima sosta e si era calato lasciando una corda fissa.
La settimana successiva siamo tornati in due cordate, lui con Paolo Lenzi, un suo amico di Bussoleno, io con Antonio Sacco.
Galante ha risalito la corda e ha raggiunto la prima sosta schiodando il tiro. Io alla mia maniera temeraria ho fatto tutto il primo tiro senza nulla e sono arrivato in sosta. A quel punto Antonio Sacco, da secondo, avrebbe dovuto scalare per trenta metri in traverso con la certezza, se cascava, di arrivare a terra e non se l’è sentita. Giocoforza mi sono unito a Galante e Lenzi e abbiamo proseguito la scalata insieme.

Che materiali avete utilizzato?
Danilo si era fatto fare da un falegname di Bussoleno degli enormi cunei di legno. Hanno resistito, nell’estate del ’79 l’ho ripetuta e un grande cuneo era ancora perfettamente incastrato, era un po’ marcio con un chiodo messo tra la roccia e il legno e collegato con un cordino. Sì, era un nostro metodo, l’avevamo lasciato noi.
Ricordi se furono messi chiodi a pressione?
Mettere i chiodi a pressione era faticosissimo, bisognava fare per mezz’ora il buco a mano e poi tenevano pochissimo. Cercavamo quindi di evitarlo, ma uno probabilmente Danilo l’ha messo, mi sembra per far sosta, il punto esatto non lo ricordo. I nut e gli hexentric non li avevamo, erano ancora da venire, c’erano già però i bong.
Come scarpette usavamo le P.A. (Pierre Allain) rosse e nere, le compravamo in Francia perché in Italia nessuno le vendeva. Le tenevamo sempre nei piedi anche per andare all’attacco, erano comode!
Qual era la vostra etica di scalata?
Non facevamo grandi ragionamenti, l’artificiale era per noi noioso e faticoso e per questo cercavamo di evitarlo. Per l’artificiale c’era Motti, era un maestro a mettere i chiodi.

Rocca Parey (TO), 13 dicembre 1982, Roberto Bonelli sullo Spigolo Centrale
Rocca Parey (TO), 13.12.1982, R. Bonelli sullo Spigolo Centrale
Chi c’era alla base mentre scalavate a farvi le foto?
Ricordo Motti con una comitiva di escursionisti e mi sembra Alberto Rosso della Rivista della Montagna.
Senti, due parole sul vostro look me le devi dire, sui tuoi capelli ricci con basettoni e sui Ray Ban scuri sempre incollati sul naso di Danilo.
Scalavamo con il peggio che si aveva in casa, roba frusta, anche un po’ in contrapposizione con gli alpinisti classici, impeccabili nei loro pantaloni alla zuava. Quanto ai miei ricci e ai basettoni non ci sono più, come vedi, e Danilo non poteva fare a meno degli occhiali perché erano da vista. Ecco svelato il mistero.
Eravamo forti, lo sapevamo ed eravamo volutamente anche un po’ anarchici e antipatici per rimarcarlo, per farlo pesare.

Nel mito del Nuovo Mattino si vocifera di vino, cannabis e discussioni politiche.
Niente di tutto questo, Danilo era astemio, io non fumavo. Danilo giocava a fare il fascistello più per posa che per convinzione, aveva vent’anni. Ma la politica vera non è mai entrata.
Sei mai tornato a rifare la fessura?
Sì, in occasione del film Cannabis Rock. Ma mi sono incupito, c’era un sacco di gente che voleva essere protagonista e al tempo non si era mai vista. Degli usurpatori.
Visto che sei un grande e colto lettore, definiscimi con un solo aggettivo la tua scalata, il tuo sentire ai tempi della Fessura della Disperazione.
Eravamo inconsapevoli. Sì, inconsapevole è l’aggettivo giusto.
Mi arrendo alle insistenze della vecchietta del micro onde e ci lasciamo con una mezza promessa di scalare un giorno insieme.

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Niente più coccole per Bonellino ultima modifica: 2016-09-15T05:31:46+01:00 da GognaBlog

8 pensieri su “Niente più coccole per Bonellino”

  1. 8
    Giacomo Abate says:

    Ho conosciuto Roberto circa vent’anni fa. Quindici anni fa abbiamo iniziato a frequentarci in maniera sempre più assidua . Il mio rapporto con lui all’ inizio ha avuto a che fare con il mito . Con quello che era e quello che era stato . Poi ho conosciuto il suo mondo , alcuni suoi amici , la sua compagna . ho iniziato a conoscere molte delle sue sfaccettature. La sua ironia e soprattutto la sua visione del mondo . Artistica , unica e spesso senza sconti . Né per se stesso , Né per gli altri . Dal mito ho conosciuto così , prima un amico , poi l ‘ uomo , poi un fratello, poi una guida paterna . Ben inteso avrebbe preferito di gran lunga , ed avrebbe trovato molto più divertente , sentire qualche amico fraterno , parlare , oggi , malissimo di Lui . Ma io proprio non posso farlo . Come gli dissi non molto tempo fa , in una delle nostre classiche discussioni lavorative : non ci si può arrabbiare con chi ti ha salvato la vita , con chi ha creduto in te senza mezzi termini e senza compromessi .
    Abbiamo frequentato la montagna insieme . Li era Bonelli . Ma Per me era anche e soprattutto Roberto . Un uomo complesso , carismatico , dissacrante , con il quale ho capito perché alcune cose sono belle e nobili ed altre stucchevoli , inutili e povere . Questa consapevolezza mi aiuta ogni momento nel valutare e vedere oggetti d’ antiquariato, di decorazione, opere d’ arte . Attivita che abbiamo condiviso insieme , e che continuerò a fare , purtroppo senza il confronto con lui.
    Sabato scorso Claudia mi ha scritto per dirmi cosa era successo . La sera nella mia mente si é materializzata un’ immagine stupenda : Roberto con passo sicuro, sguardo sereno ed impassibile , saliva verso una parete . Un suo amico , scomparso tanti anni fa , lo aspettava per affrontare una salita . Altri suoi amici, anch’ essi scomparsi da molti anni e di cui sporadicamente mi aveva raccontato , osservavano . Insomma stava tornando nel mito . Perché molte volte , stando al suo fianco , si assaporava qualcosa di epico . Anche quando non succedeva niente. Il suo spirito andava al di là del bene e del male . Chi l’ ha capito sa di cosa parlo.
    Ciao Bonelli. Ti ringrazio nel modo più profondo e sincero che sento nei meandri della mia anima .

  2. 7
    Claudia Rossi says:

    Ieri pomeriggio ho lasciato libero Bonelli in un verde prato di Ailefroide. Era il posto dove amava fermarsi per schiacciare un pisolino, alla base delle pareti della Draye. Di lì potrà vedere le rocce, le stelle e sognare di arrampicare ancora. Il mio cuore resta lì, con lui, dove peraltro è sempre stato.
    Claudia

  3. 6
    Alberto Benassi says:

    ” La sua disattenzione finale, per un arrampicatore considerato sempre attento e prudente, mi ricorda l’ultimo apparentemente inspiegabile momento di Lorenzo Massarotto”

    Luca , non so se è disattenzione, oppure sfiga ( “acquattata nel buio” ) oppure tutti noi abbiamo un appuntamento…a cui non puoi mancare.

    MEZZOGIORNO DI PIETRA l’ho ritirato fuori anchio.

  4. 5
    monica says:

    E’ il Dark più solare che abbia mai conosciuto!
    Ricordo che nel viaggio in Sardegna ci contendevamo la “scarpetta finale” nella pentola della pasta e tanti altri momenti cari, sempre stuzzicati dal suo dispettoso e ironico ingegno!
    Ciao Roberto

  5. 4
    Luca Visentini says:

    Non ne sapevo nulla e l’ho scoperto purtroppo soltanto adesso. Anzi, da alcune settimane, da quando lui ha cominciato a commentare qui con brevi sferzate. Mi domandavo chi fosse, come si permetteva, e intuivo dalla non reazione degli altri che se lo poteva permettere. Ora ne so, e che importante rivelazione! La sua disattenzione finale, per un arrampicatore considerato sempre attento e prudente, mi ricorda l’ultimo apparentemente inspiegabile momento di Lorenzo Massarotto. E un lontano episodio: ero al rifugio sotto al Medale con il corso di alpinismo della SEM nel 1979 quando una cordata, di pomeriggio, ripartì per la Bonatti; sopra lo zoccolo trovò un intasamento e decise di ripiegare; chi lanciò la doppia scivolò e venne giù con le corde, schiantandosi. E’ l’uomo, è la forza di gravità, e ancora l’uomo. A me Gogna sta simpatico, anche per quella perenne incazzatura qui accennata e di cui è il primo a riderne. Per quel valore aggiunto sostenuto dallo stesso Bonelli.
    Bel post, belli anche i commenti. Cos’altro dire? Dell’analogia con la sua nascita, pure io del 1954, dell’interazione tra noi appassionati. Questo blog sta ri-legando una comunità.
    Adesso vado a riprendere dalla libreria “Mezzogiorno di Pietra” e me lo rileggerò con rinnovato interesse.
    Grazie. E ciao Roberto.

  6. 3
    Umberto Pellegrini says:

    Anche io non conoscevo Roberto Bonelli.
    E forse proprio per questo mi è ancora più vicino di quel che potessi immaginare: quando se ne va qualcuno che in qualche modo ha partecipato al cambiamento delle regole del gioco ma nel gioco non ci è mai voluto stare, allora c’è ancora speranza.
    Grazie Gogna, davvero: il tuo scritto, la tua parte, è assai toccante, un delicato e profondo collage di immagini e fette di tempo che danno un volto a chi forse non lo ha mai voluto. Nonostante tu, Gogna, non mi sia mai stato simpatico, esattamente per lo stesso motivo per cui Bonelli invece sì.
    Ma grazie ancora. Il cerchio chiude.

  7. 2
    Giuseppe says:

    Io non l’ho mai conosciuto. Fra me e lui c’erano pochi anni di differenza, ma al tempo che fu, quei pochi anni rappresentavano un divario generazionale incolmabile. D’istinto, per le cose dette e quelle non dette ho sempre provato molta simpatia per lui. Mi ha colpito molto, nella sua intervista a Giorda, il riferimento agli “usurpatori” del nuovo mattino; penso di aver compreso a chi si riferisse. Curioso invece il suo riferimento alla “invenzione letteraria” riguardo il mucchio selvaggio. Gian Carlo Grassi usò con me le stesse identiche parole.

  8. 1
    Marco Lanzavecchia says:

    È come se la sfiga fosse rimasta acquattata nel buio per un sacco di secoli. Penso che forse gli piacerebbe detto così. Boh. Delle volte, non tante, c’ero anch’io come nella foto sulla Kosterlitz. Un paio d’anni fa mi chiamò… facciamo qualcosa. Rimasi un po’ stupito. Non era il tipo che mi chiamava. Ho rimandato troppo e mi spiace.

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