Niente. Tutto

Niente. Tutto
di Lorenzo Merlo
(scritto il 26 settembre 2011 – rivisto il 20 marzo 2017)

Il binomio è contraddittorio: è di noi tutti tanto anelare alla pace, quanto essere intolleranti. È ragion sufficiente per sospettare che la pace permanente sia una incongrua aspirazione, oppure, per creare processi autoeducativi per scoprire come abortire gli embrioni di ogni conflitto? Processi umanamente possibili o cacciati a forza dalla presuntuosa ragione entro i limitati confini delle nostre identità? Dunque buoni per prendere coscienza che la concezione meccanicistica dell’uomo non può essere estesa ad ogni sua circostanza? Se realizzeremo la rivoluzione individuale, per vivere le relazioni nel rispetto, ci avvieremo a esprimere pace senza bisogno di appellarci al diritto razionale? Avremo a quel punto realizzato il progetto del Cristo e dell’anarchia? Per intenzioni e sospetti di questa portata, incertezze di questo peso e lotte di questo valore, anche il nichilismo offre la sua spinta evolutiva.

Premessa
Sente la potenza trascendente nichilista chi vede il permanente affanno degli uomini protrarsi fino alla sopraffazione dell’altro pur di affermare sé; chi vede che anche dopo quelle affermazioni ancora la serenità non sopraggiunge; chi sente che la livella nichilista è una modalità occidentale per accedere a dimensioni umane altrimenti lasciate al fango dei giorni.

… In questo senso il nichilismo, come negazione di un mondo vero, di un essere, potrebbe risultare un modo di pensare divino (Friedrich Nietzsche, La teologia a partire da Kant. )”. Dall’introduzione di Maurizio Guerri.

Un niente per il tutto
Ipotizzando che lo spirito del nichilismo abbia pari diritto di ogni altro, potremmo condividerne il messaggio, l’essenza, il valore utili al nostro equilibrio, al riconoscimento del nostro profondo sé.

Diversamente da quanto ci sussurra con insistenza il luogo comune – qualcosa di nefasto dal quale prendere le distanze – il nichilismo non è privo di orpelli nobili. Non c’è in lui alcuna contiguità con l’indifferenza e l’apatia, nessun prodromo della depressione, non è in lui appiattire a niente ciò che ci appare come ente, come qualcosa che abbia valore.

Né ha a che vedere con l’accidia, arida mortificazione più spirituale che pigrizia materiale, che rimanda ad una inesprimibile richiesta di amore.

Piuttosto, gli è proprio farci presente che elevare qualcosa al di sopra di altro, preclude allo scaturire della profonda coscienza di sé, sempre nascosta dietro le più radicate ed egocentriche convinzioni.

Una volta consapevoli di noi stessi, non possiamo che riconoscere la permanente arbitrarietà delle nostre affermazioni. Non possiamo che convenire che viviamo solo entro il nostro discorso (1), che non abbiamo altro territorio vitale oltre alla mente (2) nella quale siamo immersi.

Nel nichilismo si può quindi riconoscere un risultato evolutivo. Esso scaturisce dalla consapevolezza che tutti gli affanni sono di pari valore, che farne graduatorie – tutte egoistiche – ci può anche portare in cima, ma su vette di carta.

(1) Michel Foucault
(2) Gregory Bateson 

Individualismo del secondo tipo
Secondo lui – il nichilismo – ogni arbitrio è arrogante, inopportuno, privo di sostanza duratura e ragione universale. Per lui, ogni arbitrio necessita ed esprime forza sopraffattrice che, per implicita natura, si realizza nel sopprimerne altre. Ogni arbitrio fa l’occhiolino alla meschinità e alla disonestà. Condotte che sciamano in noi a rotazione, secondo il disegno delle circostanze della vita.
Condizioni che mortificano le nostre migliori potenzialità di realizzare vite private, relazionali e sociali via via più idonee alla bellezza.
Nessuno dovrebbe esonerarsi dal mettere in moto la propria evoluzione olistica, tutti possiamo riconoscere che se ogni foglia dedicasse a se stessa tutte e energie, prima il ramo e poi l’albero ne soffrirebbero.
Tutti dovrebbero secondo misura personale farsi foglia di albero.

Ciò che sta al di là dei nostri concetti è del tutto inconoscibile (Friedrich Nietzsche, La teologia a partire da Kant)”.

“… la misura della forza è ora costituita dal punto sino al quale noi possiamo ammettere, senza rammarico, l’illusorietà, la necessità della menzogna. In questo senso il nichilismo, come negazione di un mondo vero, di un essere, potrebbe risultare un modo di “pensare divino”. Nichilismo dunque non come fine del pensiero ma come liberazione dalle “superstizioni” della metafisica della rappresentazione, della causa e dello scopo, e , contemporaneamente, liberazione di quel pensare che nega l’”essere” e il “mondo vero” ma che non cessa di agire e di comprendere nutrendosi della tensione tragica tra il riconoscimento dell’infinito della natura e l’insuperabilità della frammentarietà della forma, ovvero, della “divinizzazione dell’apparenza (3)“.

(3) Friedrich Nietzsche, La teologia a partire da Kant. Dall’introduzione di Maurizio Guerri.

… ci cattura sempre
Dal cospetto della nostra ricerca – qualunque essa sia – c’è difficoltà ad evitare il pungente compagno di viaggio detto nichilismo. Non di rado è acuto. Spesso riesce a sciogliere nel suo acido anche le architetture più solide e belle.

Non ha riguardo per niente, ma ci si può fidare, non mente mai. Merita rispetto. Uno dei suoi trucchi – ma la realtà è maschera, quindi non è un inganno – sta nel portarci a traguardare le cose, il mondo, da un punto di vista utile alla sua causa.

È ammaliante. Si estende su una rete sottile, che non vediamo se non quando ci prende. E sa attendere, quindi ci cattura sempre.

Apparenza
Tuttavia ci sono momenti in cui sembra di essere riusciti a seminarlo, il nichilismo. Accade quando capita di essere nel qui ed ora, dentro il presente, identificati con le nostre concezioni. Ma anche quando liberi dal brigantaggio che l’ego compie su noi stessi, ci orrifichiamo dei nostri stessi giudizi sul mondo. In ambo i casi si tratta di contesti nei quali non possiamo più dire “io”.

Ma anche lì l’epistemologia che guidava il nostro pensiero e il nostro scrivere era quella di una realtà oggettiva indipendente dall’osservatore (Humberto Maturana e Francisco Varela, Autopoiesi e cognizione)”.

Dici “io” e sei orgoglioso di questa parola. Ma più grande è, anche se non vorrai crederci, il tuo corpo e la sua grande ragione: questa non dice “io”, ma agisce da io […] C’è più assennatezza nel tuo corpo che nella tua più assennata saggezza. E chi può dire a quale scopo il tuo corpo ha bisogno proprio di questa saggezza così assennata? (4)“.

Senza “io”, si è in una condizione nelle quale non si avverte più la separazione delle cose, semmai la loro contiguità e necessarietà. La loro imprescindibile relazione. Uno stato nel quale non si fa arte, la si è; non facciamo niente, siamo tutto. Un ritorno all’Uno, alla condizione primigenia, astorica, che non è e non può essere permanente.

(4) Friedrich Nietzsche, Divieni ciò che sei 

Tutto è dialettica
Così, senza fretta e senza accorgerci, ci si ritrova a riconoscere che qualunque questione intellettuale, speculativa, analitica e globale, non contiene né conduce ad alcuna verità che non sia creata dalla sua stessa dialettica. Ogni questione è ambitale, autopoieutica (5), si crea mentre la si pronuncia, e la si pronuncia in modo da poterla creare ed alimentare e in modo sia confacente a noi stessi. Tira acqua al proprio mulino. La questione, fuori dall’invisibile e spesso inconsapevole recinto dell’ambito, non dice più nulla, non ha più ragione d’essere.

Fierissimo europeo del XIX secolo, che corri come un folle! Il tuo sapere non perfeziona la natura, si limita unicamente ad annientare la tua (Friedrich Nietzsche, Divieni ciò che sei)”.

Questa distinzione è possibile sulla base dell’assunto che “le nozioni che hanno origine nel [nostro] dominio di descrizione non riguardano la organizzazione costitutiva dell’unità (fenomeno) che deve essere spiegata (6)“.
Tanto più un’esposizione – qualunque sia il suo oggetto – è opportuna all’interlocutore tanto più gli sembrerà accreditabile, vera. Viceversa, se è inadeguata a coniugarsi con la biografia alla quale è destinata, tanto più – anche l’oggetto apparentemente più esclusivo, sacro e bello – avrà tutte le chances per non essere comunicato, riconosciuto, valorizzato. Anzi, per non essere proprio.

(5) Sistema di autocreazione di se stessi. Termine coniato da Humberto Maturana.
(6) Humberto Maturana e Francisco Varela, Autopoiesi e cognizione

Un solo perno
Non solo. Tutti i nostri argomenti ruoteranno intorno ad un solo perno.
Non si pensi tanto al vanesio intento proselitistico delle nostre affermazioni. Piuttosto, al nostro equilibrio. Nessuna cosa sarà da noi sostenuta se questa spinge il nostro baricentro identitario fuori dalla sua base d’appoggio, sola superficie della nostra sopravvivenza, della nostra identità, della nostra evoluzione.

Tuttavia, quanto accogliamo da altri, quanto aggiungiamo alle nostre affermazioni, quanto utilizziamo per aggiornare il nostro riflettere, ha in sé il necessario per ruotare ancora intorno a quel medesimo perno. In pratica, possiamo accettare ciò che conforta e rinforza l’equilibrio, ciò che si coordina alle schiere di idee che lo proteggono. Diversamente rifiutiamo.

Ogni terreno non può che franarle sistematicamente sotto i piedi. Niente può corrispondere alla sua esigenza perché solo il niente, che non è, è il fondamento logico dell’ente (Rocco Ronchi, Il canone minore)“.

Esempio
Come la democrazia. Dopo averla concepita nella sua sicura e rassicurante purezza, siamo rimasti ancorati ai suoi bei proclami, nonostante le dimostrazioni quotidiane di quanto si siano abbrutiti e allontanati dalla propria origine, nonostante siano stati mostruosamente deformati dalla burocrazia, nonostante le stanze dei suoi palazzi siano tutte androni della corruzione, non riusciamo né a ricucire gli strappi fatti alla sua bandiera, né a rinunciarvi (7). Così, per quanto pare abbia espresso l’ultimo e apparentemente migliore risultato della storia, per quanto sia oggi profondamente e radicalmente criticabile, si stenta a separarsene: ce ne siamo identificati; le alternative ci appaiono inaccettabili, tutte annichilirebbero quel perno essenziale a noi stessi.

(7) È di oggi, 14 marzo 2017, uno dei record della democrazia, uno dei segnali che anche senza essere razionalizzati dall’uomo comune, ribadiscono la traccia che conduce ad abbandonare quella forma di governo che era sembrata senza rivali. Un giudice della Corte d’Appello ha dovuto prosciogliere un violentatore di una bimba di sette anni – già condannato in primo grado a 12 anni – perché troppo tempo è trascorso dai fatti, 20 anni.

Così, pur potendo immaginare quanto sarebbe bello vivere in uno stato agile e veloce, non siamo nelle condizioni di realizzarlo se non uccidendola, la democrazia. Se non tornando ad aspirare e vedere il bello – solo per alcuni – dei pugni di ferro. Se non si può ancora dire che ce lo siamo voluto, si può però dire che ce lo stiamo volendo.

Non è apologia dell’assolutismo. Quella democrazia che sognavamo e volevamo ardentemente, che avevamo idealizzato a nostra migliore immagine e somiglianza, ora ci appare vestita della sua concreta, rattoppata storicità. Ora sembra accettabile, giusto, voler cambiare vestito, rinunciarvi.

L’invasiva malpolitica e certamente tanto altro stanno riuscendo ad allontanarci dal desiderio di democrazia. È la storia che ci segnala quanto sia funzionale la martellante difficoltà quotidiana al sempre più diffuso auspicio di vederla risolta in tempi brevi, senza più i lunghi lacci che tessono la democrazia.

Quelli che, abbracciati al liberismo economico e morale, l’avevano creata. Mentre vediamo il suo lato oscuro, scorgiamo i vantaggi di un ordine che sappiamo facilmente abbinare a governi più rigidi.

È tanto più difficile abbandonare l’idea della democrazia quanto più ce ne eravamo identificati. La separazione che possiamo accettare può avvenire per gradi contigui, non improvvisamente.

Era facile essere presi nel proprio ego, ma se si riusciva ad ottenere almeno qualche grado di libertà da esso, si cominciava ad ascoltare e il linguaggio cominciava a cambiare; e allora, ma solo allora, si potevano dire cose nuove (Humberto Maturana e Francisco Varela, Autopoiesi e cognizione)“.

Diversamente, sarebbe come compiere un gesto maldestro che ci fa uscire il baricentro dalla nostra base d’appoggio. Come per partire, cioè lasciarsi alle spalle routine e domini, sarebbe come morire. È un processo che avviene per qualunque idea, scelta, ambito. Necessario per salvaguardare l’identità, la sopravvivenza. Ogni compromesso che consideriamo accettabile, ogni passo esplorativo che consideriamo idoneo a noi stessi sottostà a questa legge.

La morale che interessa qui, è che le cose si muovono, che la forma che meglio esprime il tempo è quella del pendolo. La sola permanenza è l’oscillazione. Il nichilismo ne è una modesta constatazione. La morale è che scoprire i lati oscuri delle nostre fedi che credevamo cristalline non è che una rispettabile premessa per riconoscere che ogni oggetto della nostra attenzione è potenzialmente soggetto della medesima sorte. È lì che può farsi in noi la consapevolezza del nichilismo, è lì la sua ragione d’essere. È lì che la ragione anarchica e critica trovano il terreno adatto al loro basamento. Non più accumulo e sopraffazione ma assunzione di responsabilità di tutto, amore.

Come in alto così in basso
Dunque la qualità spirituale del nichilismo non è semplicisticamente negativa e sconveniente, come un becero luogo comune vorrebbe, è semmai, e prioritariamente, la sola, in grado di farci presente quanto non potremo che perpetuare la storia mentre urliamo, tutti, di volerla cambiare, migliorare, trasformare (magari affidandoci alla tecnologia).

Nichilismo perciò come una sorta di El Dorado. Vetta accessibile a chi non si perde lungo la parete, attratto ora da una, ora dall’altra tra le molte linee che non portano in cima.

Nella sua Introduzione alla metafisica del 1935, Martin Heidegger qualificava la domanda metafisica come la domanda “di più vasta portata”. Essa, infatti, corrode inesorabilmente ogni ente, lo insegue e lo stana lasciandolo in un’inquietudine senza rimedio circa il suo essere. Non c’è ambito dell’esperienza che possa essere risparmiato alla “furia” di un tale domandare. Non c’è ente che non sia affetto da una definitiva precarietà ontologica. Anche Dio, nella misura in cui è un ente, è fatto vacillare dalla domanda della metafisica che giustamente è stata detta la domanda-guida (Leitfrage). L’iperbole di tale “furia del dileguare”, prodotta dalla domanda metafisica fondamentale, è rappresentata dall’ipotesi cartesiana del Dio ingannatore […] in forza della quale anche le verità logiche e matematiche, le verità analitiche di cui si predica l’incondizionata necessità, sono sospese all’arbitrio di una potenza di non essere. Ma la domanda metafisica è detta da Heidegger anche “la più profonda” perché essa, nella sua ricerca di un fondamento, procede per crolli successivi, per sprofondamenti continui. Essa va sempre più a fondo fino a (non) toccare il non-fondamento (Un-grund). Ogni terreno non può che franarle sistematicamente sotto i piedi. Niente può corrispondere alla sua esigenza perché solo il niente, che non è, è il fondamento logico dell’ente (8)“.

(8) Rocco Ronchi, Il canone minore.

Basterà l’autoironia o sarà necessario deintellettualizzare la cultura per essere felici…

V per Verità?
Ecco. O è una questione dialettica, e se non lo è, se è proprio di Verità che si sta credendo di parlare, come fa ad essere il nichilismo una questione più meritevole delle sue antagoniste? La risposta è di quel genere che appare semplice, contenuta nella stessa domanda.

È proprio dalla consapevolezza di quella insolubile contesa, da quella velleitaria e narcisistica graduatoria delle cose del mondo, che la prospettiva del nichilismo si genera in noi, che prende il valore che spetta ad ogni cartina di tornasole.

Parlare di antagonismo di idee, scelte e comportamenti, riconoscerne la presenza anche in noi, nei nostri più amorevoli ed intenzionalmente univoci intendimenti, è uno dei modi per accorgerci che anche se credevamo di viaggiare soli, il nichilismo, era lì, zitto e fermo ad aspettarci. Pronto a dirci che non possiamo professare non di sopraffare e contemporaneamente non contraddirci nei fatti. Cadremmo in un luciferino tentativo di salvezza, sorretti solo dalla dimensione razionale, disumana se resa assoluta e universale.

Lottare per il giusto non è arbitrio diverso da qualunque altro, il più odioso incluso. Pronto a dirci che la storia si perpetua su questa inesausta ruota da criceto, sola permanente Verità dei nostri giorni.

Basterà l’autoironia o sarà necessario deintellettualizzare la cultura per essere felici del nostro nuovo compagno di viaggio?

Ammettere la non verità come condizione della vita: ciò indubbiamente significa metterci pericolosamente in contrasto con inconsueti sentimenti di valore (9)“.

(9) Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male

Bibliografia
– Amadei, Gherardo – Mindfulness – Essere consapevoli – Il Mulino
– Barcellona, Pietro – Il sapere affettivo – Diabasis
– Bateson, Gregory – Mente e natura – Adelphi
– Bateson, Gregory – Una sacra unità – Adelphi
– Bateson, Gregory – Verso un’ecologia della mente – Adelphi
– Buber, Martin – Daniel. Cinque dialoghi estatici – Giuntina
– Ceruti, Mauro – Il vincolo e la possibilità – Raffaello Cortina
– Foucault, Michel – Sorvegliare e punire – Einaudi
– Foucault, Michel – Le parole e le cose – Rizzoli
– Maturana, Humberto, Varela, Francisco – Autopoiesi e cognizione – Marsilio
– Nietzsche, Friedrich – Al di là del bene e del male – Adelphi
– Nietzsche, Friedrich – Divieni ciò che sei – Christian Marinotti ed.
– Nucara, Letizia – La filosofia di Humberto Maturana – Le Lettere
– Ronchi, Rocco – Il canone minore – Feltrinelli

Il regista Silvano Agosti affronta gli argomenti del reale e ne tocca gli orribili e meschini nervi scoperti: dalla scuola all’affettività, dalla gestione politica al mondo del lavoro, dalla preziosità della persona all’armonia della Natura, proponendo come soluzione umana e possibile ciò che l’anarchia e i suoi grandi pensatori divulgano da sempre nonostante le censure e i pregiudizi diffusi a mezzo Stato e a mezzo Chiesa. La libertà è possibile, è sufficiente volerla, ma per volerla bisogna prima conoscerla, e questa conoscenza ci viene negata ogni giorno. Ecco perché è utile leggere M. Bakunin, P.J. Proudhon, P. Kropotkin, Errico Malatesta, Emma Goldman, H.D.Thoreau, Louise Michel, Murray Bookchin, Ivan Illich, Marcello Bernardi, Lev Tolstoj, per citare solo alcuni tra i grandi pensatori anarchici. Chi pensa che sia utopia non sa invece che l’anarchia si è già realizzata ed esiste in tante parti del mondo, e non sa neppure che prima della nascita degli Stati vivevamo tutti in pace e in armonia anarchica, come potete vedere in questo link: http://italianimbecilli.blogspot.com/…

 

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Niente. Tutto ultima modifica: 2017-06-09T05:19:01+01:00 da Totem&Tabù

1 commento su “Niente. Tutto”

  1. 1
    paolo panzeri says:

    Bello, una sintesi per me molto ricca e piena di bei ricordi.
    Ora è tardi e io vedo solo l’Uomo, che vive faticosamente e separatamente la sua socialità e la sua individualità, non riesce a comprenderle e a trovare una soluzione equilibrata.
    Sono migliaia di anni che l’Uomo la cerca, ma continua a ripetere i soliti sistemi sociali, modificandoli leggermente, solo perché introduce controlli tecnologici o inventa fedi salvatrici.
    Forse questo è l’Uomo.
    Qualcuno lo definisce una specie animale giovane e ancora molto diversificata.

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