Pacific Crest Trail

Il PCT, il sentiero lungo 4200 km dal Messico al Canada, attraverso le montagne di California, Oregon e Washington: primo percorso integrale di un italiano.
Il Pacific Crest Trail attraversa sette parchi nazionali e 41 zone protette (aree wilderness e foreste nazionali). L’altitudine dei percorso è estremamente variabile: il sentiero tocca il punto più basso nei 70 m dei Bridge of the Gods, il Ponte degli Dei, sul confine tra Oregon e Washington, ma si spinge sino ai 4421 metri del Mount Withney, nella High Sierra (California centrale), la cima più alta degli States se si esdudono Alaska e Hawaii. La maggior parte del sentiero sta sopra i 2000 metri e per circa 15 giorni si sviluppa ancora più in alto, tra i 3000 e i 4000 metri.

Pacific Crest Trail
a piedi sulle montagne del Far West
di Lorenzo Barbiè

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

2 maggio 2008. Campo è un piccolo villaggio a due km dal confine col Messico, settanta km a est di San Diego. Da Campo un breve tratto di strada si inerpica tra ondulazioni semidesertiche cosparse di yucca e di sassi con qualche quercia isolata. Sulla cima di un dosso si trova il Monument, nient’altro che un cippo dove sono impressi il simbolo del Pacific Crest Trail e la scritta “Mexico to Canada 2627 miles”: è il punto meridionale del lungo percorso che mi accingo a compiere. Un cippo analogo lo troverò il 23 settembre sul confine USA-Canada dopo 4 mesi e 21 giorni di cammino e dopo 4287 km: pensieri ed emozioni saranno molto diversi da questo momento iniziale. Nel frattempo avrò acquisito un bagaglio di esperienze, incontri, visioni, memorie, assolutamente esagerato, intenso, incredibile… immenso quanto gli spazi attraversati.

Il Pacific Crest Trail, o nella sua accezione completa Pacific Crest National Scenic Trail, assegnatogli con il National Trails System Act, approvato dal Congresso il 2 ottobre 1968 per rimarcare l’importanza che esso riveste come opera naturale e naturalistica, è uno dei 3 grandi percorsi che attraversano gli States da sud a nord o viceversa; gli altri sono l’Appalachian Trail negli stati dell’Est e il CDT (Continental Divide Trail), che attraversa le Rocky Mountains. Contrariamente alla barriera di confine che separa due stati, il PCT è un lungo serpentone che unisce simbolicamente e fisicamente tutto ciò che attraversa, un filo sottile che annoda i 3 stati dell’Ovest: California, Oregon e Washington. Allinea la grande spina dorsale montagnosa divisoria delle acque che scendono al Pacifico da quelle che si perdono nei grandi deserti dell’Ovest.

Il filo raccorda le catene meridionali californiane (Laguna, San Jacinto, San Gorgonio, San Bernardino, San Gabriel, Sawmills e altre minori) con i due deserti che a loro si intercalano, l’Anza Borrego ed il Mojave; continua con l’imponente Sierra Nevada, sicuramente la più nota, con il suo tratto centrale, l’Alta Sierra, immortalata dal grande John Muir, da alpinisti, esploratori e fotografi. Il filo allaccia successivamente le Cascade, la catena dei grandi vulcani; le abbandona per compiere un arco verso occidente lungo i numerosi gruppi montuosi che compongono la Klamath Range. Riprende le Cascade all’inizio dell’Oregon e lungo queste si attraversa tutto lo stato. Si prosegue fino al cuore dello stato di Washington, dominato dall’imponente Mount Rainier, rivestito di ghiacciai su ogni versante. Allo Snoqualmie Pass iniziano le North Cascade, spettacolare connubio di picchi, laghi, foreste e ghiacciai dove la wilderness è imperante. Poco oltre il confine Usa-Canada il PCT termina la sua lunga cavalcata a Manning Park, 170 km a est di Vancouver, in British Columbia. E termina un sogno ormai avverato.

Non senza qualche presunzione considero questo sentiero come un’opera immensa, paragonabile alla Grande Muraglia Cinese, un’opera che migliaia di uomini nel corso del tempo e della storia hanno contribuito a realizzare, siano essi i nativi delle tribù indiane, siano i pionieri del Far West, i minatori della “Febbre dell’Oro” o l’esercito di volontari che hanno raccordato i sentieri preesistenti convogliandoli in un’unica identità che solo nel giugno del 1993 ha definitivamente preso forma. Il grande valore del PCT è l’unione, quella tra l’uomo e la natura e quella tra gli uomini stessi che condividono l’esperienza di percorrerlo e di viverlo.  

Subito alle spalle del punto d’inizio corre la lunga barriera che segna la linea di confine col Messico. Il vento soffia forte sollevando turbini di polvere, ma smorza il caldo del deserto. A malapena riesco a scrivere alcune frasi sul quaderno-registro posto in un contenitore del cippo stesso. Le pagine svolazzano come le bionde chiome di Rubin e la criniera di Brigitte, la sua cavalla, intente a intraprendere una parte del percorso. Il luogo si anima ulteriormente con l’arrivo di Spiff e Sixtoes, due ragazze di Seattle, dalla tranquilla apparenza di gitanti domenicali: si riveleranno delle infaticabili camminatrici, decise e determinate. Ben presto le perderò di vista, ma le ritroverò molte settimane dopo. Gli incontri e i reincontri con i thru-hiker (i camminatori che effettuano percorsi di oltre 500 miglia, circa 800 km) sarà una costante nel corso del lungo trail.

Fosse dipeso dai primi tre giorni di cammino probabilmente non sarei mai arrivato alla meta. Il peso dello zaino era sproporzionato, mi costringeva ad andare pianissimo e a sostare spesso; ad ogni sosta era un dramma rimettersi lo zaino sulle spalle. Più male che bene sono arrivato a Laguna Pass dove c’è un piccolo ufficio postale. Lì ho fatto una selezione spietata e imballato in scatole di cartone le eccedenze: viveri, ricambi, scarpe, mappe, libri e tutto ciò che non fosse strettamente essenziale per la tratta da percorrere. Di tratta in tratta mi spedivo i pacchi fermo-posta con la soddisfazione di vedermeli sempre recapitati e di viaggiare con lo zaino più leggero; leggero è un eufemismo, perché in media c’erano sempre 20 kg. Miglio dopo miglio a tutto ci si abitua: allo zaino, al cibo, alla sete, alla fatica. Una sensazione mi sgomentava: voltarmi e guardare la strada percorsa, mi impressionavano le incredibili distanze, le difficoltà e le fatiche che avevo vissuto. Ciò che si parava innanzi mi ricaricava, mi entusiasmava; la vastità degli spazi scatenava la voglia della scoperta, della ricerca, di aprire nuovi orizzonti.

A camminare per lo più si è soli, ciò non significa che non facevo incontri, tutt’altro. C’erano hiker che facevano il mio stesso percorso, il northbound, verso il nord, il senso di marcia che, per ragioni logistiche meteorologiche e stagionali, è il più logico. Ogni incontro era un pretesto per chiacchierare, informarsi, poi si prendeva il proprio passo, il ritmo ed eccomi nuovamente con me stesso, con la testa affollata da miriadi di pensieri e di ricordi oppure muta e attonita dinnanzi alla natura nella quale mi immergevo.  Più spesso con gli hiker ci si trova in posti strategici: sorgenti, post-office o villaggi, che si raggiungono per fare rifornimenti e rilassarsi. Nel tempo si è formata una hikers-community, sfilacciata e scomposta, nella quale c’era e c’è sempre stata la consapevolezza del piacere del rivedersi, di essere tra amici. Questo è stato un fattore molto importante per il prosieguo lungo il trail; ha dato una grande forza e una notevole determinazione a spingersi sempre più avanti, sempre più a nord.

Ogni tanto ci si imbatteva negli Angels Trail, persone, coppie o famiglie che mettono a disposizione volontariamente la loro casa e i servizi, siano essi logistici o siano doccia, letti o tenda, lavatrice, internet, servizi postali. Non si trovano spesso, ma quando capitavo era come arrivare a casa propria. Colazione e cena erano momenti comuni, in cui gli hiker, intorno ad un fuoco o ad una buona tavola, si salutano, si confrontano, si informano. Così avevo notizie dell’uno e dell’altro, chi è avanti, chi è indietro, chi ha problemi, chi abbandona. Ricordo con particolare piacere i Saufley di Agua Dulce, gli Anderson di Casa de Luna a Green Valley, gli Heitman di Old Station o i Densmore di Skikomish. Poi ci sono stati gli incontri occasionali con gente che vede nei PCT-hiker un simbolo della frontiera e della libertà, un piccolo mito che sono desiderosi di sostenere nei modi più variegati ed imprevisti.

Protagonista assoluto tuttavia è il sentiero, il PCT, la vera casa di ogni thru-hiker. Ogni volta che lo abbandonavo per raggiungere un punto di rifornimento e poi ritornavo nel punto in cui lo avevo lasciato, beh allora era come essere tornati a casa. Il sentiero ha un’anima, non sei tu che stabilisci dove andare, quale diramazione prendere, è lui che ti conduce e ti accompagna, che ti fa capire dove passare, quale direzione seguire. E’ rarissimo sbagliarsi anche se il sentiero è sepolto dalla neve, se è franato o si devono aggirare alberi abbattuti; occorre leggere le tracce che lascia. Non avevo né bussola né GPS, solo un orologio del quale utilizzavo talvolta la funzione altimetrica con buona approssimazione causa trascodifica piedi-metri. Utilizzavo molto la sveglia per via delle alzatacce mattutine: posso dire d’avere visto più albe che tramonti.

Al mattino camminavo bene, dopo la lunga notte di riposo; alla sera mi obbligavo a fermarmi solo quando trovavo un posto consono a sistemare la tenda. Il luogo del campo non era mai casuale, doveva essere congeniale e soddisfare molte condizioni: mai in terreno deteriorabile, protetto da eventuali intemperie, possibilmente panoramico, non su formicai o tane, infine era un posto nel quale sentirsi a proprio agio e godersi l’immersione nella natura. Ma nel campo e lungo tutto il percorso una regola era ed è ben chiara, una regola generalizzabile da tutti ed ovunque in ogni parte del mondo: NO LEAVE TRACE, non lasciare tracce. E di segni se ne trovavano veramente pochi e soprattutto zero immondizia. Se c’era qualcosa sul sentiero erano perlopiù cose cadute dallo zaino o dalle tasche come fazzoletti, foulard, cappelli, berretti: li si raccoglieva e, se non trovavi il proprietario, finivano nella più vicina hiker-box a disposizione di chi poteva essere interessato ad usarli. Una volta ho trovato dei documenti, mi ci sono voluti 5 giorni per rintracciare la proprietaria.

Lungo il Pacific Crest Trail ogni hiker ha vissuto una forte esperienza, ha realizzato un progetto dipanatosi per mesi e mesi in un’unica casa, quella del lungo e affascinante sentiero. Anche se camminavamo per poco tempo insieme, anche se parlavamo o ci confrontavamo per tanto o per poco tempo, ci sentivamo sempre come parte integrante di questa variegata comunità di hiker. Si sono affrontati i medesimi problemi: il caldo e il freddo, l’acqua che non c’era o la troppa acqua dei fiumi impetuosi dell’Alta Sierra e delle North Cascade, gli spazi immensi di creste e montagne a perdita d’occhio, il senso d’isolamento, le foreste di piante gigantesche e i fuochi che le bruciavano o le avevano bruciate, i deserti e i laghi, le zanzare e gli orsi, il canto degli uccelli e i silenzi talvolta pressanti, la pioggia e la neve e il sole bruciante e tante tante altre situazioni ed emozioni.

Lyl’Wrangler ha bene sintetizzato questo concetto “Una delle lezioni di vita più preziose che ho imparato durante il PCT si riferisce al concetto di amicizia”. Il tempo metabolizzerà il tutto, riordinerà i ricordi confusi. Sono arrivato a Vancouver nell’anonimato della grande città; prima ero WalkerWolf o Lorenzo o Uncle Lorenzo, come qualcuno mi chiamava, il camminatore solitario venuto dall’Italia, paese che, nonostante le sue magagne, esercita negli altri popoli un fascino notevole. Ho attraversato il ventre molle dell’America, quello più reale e meno stereotipato; l’America dell’inizio della grande crisi, l’America che avrebbe fatto la svolta con l’elezione di Obama.

Ovunque sono stato bene accetto, talvolta con curiosità, ma sempre con simpatia. Con molti hiker, e non solo, si sono stretti legami, con altri più tenui fili; senza questa accettazione e condivisione, il cammino sarebbe stato molto più difficoltoso, così come è stato vitale l’appoggio di amiche e amici, dall’Italia e da altre parti del mondo, e fondamentale quello della mia famiglia. A camminare ero quasi sempre solo, ma poi, a una sosta, a una sorgente, alla sera o nei luoghi di rifornimento o al post office, ci si trovava in compagnia. Radio-hiker diffondeva le notizie: chi era avanti, chi indietro, chi era fuori, chi per qualche giorno abbandonava il trail per andare a qualche festival di musica, chi riceveva la visita di mogli, amici o genitori. C’è sempre stato un contatto reale e simbolico. Un capitolo si è chiuso, una linea è stata tracciata, un solco profondo oltre il quale non è più possibile tornare indietro.

Lorenzo Barbier al termine del PCT

Lorenzo Barbiè
Torinese, classe 1949, è autore di guide alpinistiche, scialpinistiche ed escursionistiche. Da oltre cinquant’anni è socio del CAI UGET Torino; dal 1982 è istruttore alla Scuola nazionale di alpinismo “G. Gervasutti” del CAI Torino; e da 10 anni è iscritto alla Pacific Crest Trail Association. Ha collaborato con le più importanti riviste di settore. Molto attivo in montagna, è un appassionato di grandi viaggi in totale autonomia. Tra le sue mete, l’America Latina, l’Asia (Himalaya, Turchia e Medio Oriente), ma anche l’Islanda, il Canada, gli Usa, oltre ai Paesi europei e all’Italia. Da segnalare una sua permanenza presso gli indigeni dei Quichè, in Guatemala, e la traversata in sci dell’isola di Creta e delie montagne dell’Armenia. Barbiè è stato il primo a compiere, con alcuni compagni, il periplo del San Lorenzo, la seconda cima più alta delia Patagonia. Nei 2008, poi, è stato il primo italiano a percorrere integralmente il Pacific Crest Trail. Nei 2012 ha percorso 500 km sul Colorado Trail. Nel 2014 ha effettuato un lungo percorso tra i monti di Kossovo, Montenegro e Albania. Nell’estate 2017 ha concatenato l’Alta Via dei Monti Liguri e la GEA, percorrendo a piedi 780 km di sentieri.

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Pacific Crest Trail ultima modifica: 2019-06-06T05:54:26+02:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Pacific Crest Trail”

  1. 4
    Lorenzo Barbiè says:

    Concordo e ringrazio; mi auguro solamente che possa essere uno stimolo ad inoltrasi in questa piccola avventura, piccola se rapportata alla complessità della propria vita.

  2. 3
    Giovanna says:

    Non voglio fare paragoni, e mi sento molto piccola nei confronti di un trail così impegnativo, ma nonostante il mio piccolo nel 2008 ( sono coscritta di Lorenzo) ho percoso il mio primo Cammino di Compostela e ho condiviso le sue stesse sensazioni nei confronti della natura e della condivisione con gli altri pellegrini. Ci si sente accomunati, fratelli, disposti a meglio capirsi, a tollerarsi senza fatica. Un’unica “famiglia” quella dei pellegrini,come immagino essere anche quella dei “thru-hikers”. Complimenti per come sono state espresse queste sensazioni

  3. 2
    ale says:

    a proposito di pacific crest trail vi consiglio di seguire questo account twitter degli Alpinisti Maledetti: una di loro lo sta percorrendo e inseriscono spesso resoconti interessanti; https://twitter.com/amaledetti

  4. 1
    Andrea says:

    Bello!! Complimenti … e invidia … all’autore

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