Palestre e palestre

Palestre e palestre (AG 1965-002)
(dal mio diario, 1965)

Lettura: spessore-weight*, impegno-effort**, disimpegno-entertainment*

16 gennaio 1965. Per la tredicesima volta alla Pietragrande (con Bernardo De Bernardinis). Oggi non sono in buone condizioni fisiche (il raffreddore è alle porte…) e Chicco neppure. Così, tanto per non sforzarci troppo (!!!), andiamo a fare la parete nord della Pietragrande, che è stata chiodata da Euro. Giornata nera! Ho da imparare seriamente ad andare in staffe, così non va assolutamente. Va bene che i chiodi distavano due metri uno dall’altro, ma io non mi sentivo capace, ero nauseato. Giunto a metà rinuncio e scendo. Provo lo spigolo nord-est e non arrivo neppure al chiodo. I piedi mi scivolano, non so come ho fatto a non cadere. Per accontentare Chicco, lo assicuro mentre lui attacca a chiodare sulla parete sud-ovest. Nel suo piccolo (3 metri) mi insegna qualcosa di buono in fatto di tecnica. Quindi, ancora più schifato, mi cambio abiti. Pure lui lo fa, e ce ne andiamo. Il giorno dopo a letto, con un raffreddore da cavallo!

In seguito mi sono informato, presso Ravajoni, Vaccari, Gianni Ribaldone, ecc., e sono giunto a queste conclusioni: a) i chiodi, in artificiale, sono piantati alla distanza media di 110-120 cm; b) questo normalmente si fa stando fissi su quello di mezzo di una staffa a tre gradini; c) dunque è chiaro che sulla Nord della Pietragrande i chiodi sono stati piantati così distanti per mezzo di chiodi ausiliari che poi sono stati tolti (in quanto non buoni perché si tolgono con le mani); d) in conclusione, io mi sento più tranquillo…

6 febbraio 1965. E’ un sabato pomeriggio. Sopra San Carlo di Cese c’è una Punta del Corno 853 m. E’ descritta nella guida di Euro Montagna, però è qualcosa di più che una palestra. Ho calcolato che dovrei riuscire a fare questo pomeriggio lo sperone centrale (100 metri di III, IV e V-). Alle 15.30 entro, da San Carlo, nella valle del rio Gandolfi, stretta e senza sole. Sono ben allenato, perché ogni martedì e venerdì sera vado a ginnastica. Però tempo ne ho poco e così, nei necessari contrattempi per la strada da seguire, vedo che si sta facendo tardi. Così tiro su delle roccette, dalle quali, più in alto, vedo la Punta del Corno. Faccio qualche passaggio di allenamento, ma poi riscendo. Il “71” mi riporta a Pegli. Sono convinto che se mai ci tornerò, riuscirò a farla quella punta, perché ormai so tutto su dove passare.

14 marzo 1965. Ha nevicato molto e così anche oggi il corso di scialpinismo non è andato in Alpi Liguri. Però ci doveva andare, tutti quanti dovevano partire il sabato pomeriggio, mentre Dino Romano e io eravamo d’accordo per le 3 di notte all’incrocio di corso Torino, per poter essere così alle 6 a San Bartolomeo di Pesio. Bene. Alle tre mi trovo all’appuntamento, ma non arriva nessuno. Alle quattro me ne vado, e non sapendo cosa fare né a chi telefonare (credevo fossero tutti partiti ieri), decido di andare in Bajarda (Pietralunga), tanto so che oggi là c’è il corso di perfezionamento. Al deposito della stazione lascio gli sci, e in treno incontro Chicco, che è allievo del corso. Mi dice che ieri sera al CAI c’erano tutti, e nessuno era partito. Evidentemente si sono dimenticati di telefonarmi.

Comunque arriviamo ad Acquasanta, circa alle 7. Aspettiamo due ore il treno dopo, perché evidentemente in questo corso nessuno ha orologi… e poi finalmente partiamo. Giorgio Vassallo e Guido Giovanioni, che non sono del corso, erano già partiti. Direttore è Piergiorgio Ravajoni, istruttori Gianluigi Vaccari e Renato Avanzini. Allievi: Chicco, Rita Corsi, Roberto Titomanlio, Alessandro Balestri, Musina, Badano, Stancari. In poco tempo siamo al Masso del Ferrante e per tutto il giorno arrampico o per conto mio o seguendo e precedendo la cordata Avanzini-Chicco-Musina.

Ecco qua cosa mi sono “tolto” in solitaria: Spigolo Rosso, Diedrino, Fessura degli Svizzeri. Da lì sono sceso al Colletto dei Briganti e sono salito su una via di IV tutta bagnata. Scendo, interseco la via dei Camini, rifaccio lo Spigolo Rosso, scendo giù da Vaccari, salgo un camino, poi la Diretta alla Placca del Triangolo e il Gran Diedro Gozzini.

Scendo, incontro Avanzini e dietro di loro risalgo il Gran Diedro. Poi li conduco su quella via del Canalone dei Briganti che ho fatto prima e, precedendoli, la rifaccio. Poi altre paretine e infine, assieme a tutti gli altri, la fessura-camino sotto lo Spigolo del Secchio e la Paretina dei Due Chiodi.

19 marzo 1965. Per la sesta volta al Roccione di Cravasco, assieme a Gianni Pàstine. Partiamo alle 14.50 con l’intenzione di andare alla Rocca del Moro, ma quando verso le 15.25 la vediamo spoglia di neve, torniamo indietro e andiamo al Piccolo Roccione di Cravasco. Nel settore orientale saliamo lo spigolo est integrale e la parete sud per una via a sinistra di quella che abbiamo fatto l’altra volta. Poi la paretina nord e infine (Gianni da primo) il caminetto di separazione dei due settori. Poi parto io sul settore occidentale, a sud, proprio davanti al fienile, per una via due metri a sinistra di quella dell’altra volta. V e V+. E poi ripassiamo sul settore orientale (parete sud) e concludiamo con la via solita (IV-, 1 passo di IV+).

Da Quotazero.com

21 marzo 1965. Gianni Calcagno e io arriviamo in Bajarda (Pietralunga) per primi e ci diamo subito da fare. Placca, primo diedro della via dei Camini, via dei Tetti, Diedrino, Fessura degli Svizzeri, Colletto dei Briganti. Poi andiamo su quella via che la volta scorsa avevo fatto da solo e poi con Avanzini e compagni: dopo il diedro bagnato, usciamo direttamente (IV e V-).

Da lì traversiamo in cresta e scendiamo per una cengia e blocchi alla Parete dell’Ascensione. Euro Montagna, nella guida, la dà di A1. La via è chiodata, sono dodici metri da fare in staffe. Però Gianni l’ha già fatta con Piergiorgio senza staffe, e così oggi ci tocca. Parto io, ma per raggiungere il primo chiodo è dura. Infatti è stato piantato con un chiodo che poi hanno tolto. E volo. Poi volo altre due volte. Finché non decido che oggi non sono perfettamente a posto e così attacca Gianni. Anche lui cade due volte, ma alla fine riesce ad attaccare un moschettone al primo benedetto chiodo. E inizia il tira e molla. Senza staffe tocca a me sostenere il suo peso, la cosa è faticosissima. I chiodi sono sette e finalmente esce dal muro, dopo aver faticato da matti. Tocca a me. Che schianto! Niente forza di braccia, errori su errori! Che pena! Finalmente esco fuori dopo aver fatto pietà. L’ho proprio fatta al limite, oggi decisamente non ci sono. Di malavoglia scendiamo a mangiare e a incontrare suo fratello gemello Lino, il quale però non è ancora arrivato. Però c’è Vittorio Pescia con suo figlio Aldo, Roberto Titomanlio e Gianfranco Negro. Mangiata, solite prodezze sul Masso del Ferrante e poi arriva anche Lino con un suo amico, Nello Tasso. Altre prodezze sul Masso e, mentre i Pescia se ne vanno, noi torniamo ad arrampicare. Placca, fessura e arriviamo all’attacco dello Spigolo Rosso. Io sono con Titomanlio, Gianni con Negro, Lino con Nello. Io tiro su dritto per il diedro la cui faccia sinistra orografica forma lo Spigolo Rosso. Piove, e del resto è da stamattina che pioviggina. Il diedro è bello ma bagnato, e per di più non l’ho mai fatto: III, IV, 1 passo di IV+. E poi ancora il Diedrino e la Fessura degli Svizzeri. Per oggi basta, solo allegria fino all’Acquasanta.

10 aprile 1965. Settima volta al Roccione di Cravasco, con Giovanni Scabbia e il Corso di roccia della Sottosezione di Bolzaneto. Arrampichiamo con continuità per tutto il pomeriggio, senza soste. In allegria e buona compagnia. Euro si dà da fare a dirigere. Gianni Pàstine, Sironi e Gino Dellacasa a fare gli istruttori. Ridendo e scherzando il pomeriggio passa, e non ricordo di essere mai sceso sotto il IV.

La parete sud del Roccione di Cravasco in tempi più moderni, durante il restyling e prima della chiusura

11 aprile 1965. Oggi grande uscita alla Pietralunga, dove sono in azione sia il corso di alpinismo della Sezione Ligure che il corso di roccia di Bolzaneto. La mia è un’uscita solo pomeridiana, di notevole c’è solo che vedo fare la via in artificiale sullo Spigolo del Canalone dei Briganti, da Gianluigi Vaccari e Giulio Costa. Una cosa assai istruttiva. Dopo le prime due lunghezze c’è una cengia, sotto all’ultimo tiro. Dal Canalone traverso fino a quella cengia. In tempo per legarmi con loro e salire l’ultimo pezzo (III, IV e A1).

Sul Gran Diedro Gozzini (Baiarda, Pietralunga), oggi

12 aprile 1965. Il giorno dopo ancora movimento: campionato d’istituto di atletica leggera. Salto in lungo e 1000 metri di corsa. Però dopo due salti mi stufo e telefono a Giova (Giovanni Scabbia) che mi viene a prendere in macchina. Così andiamo per il fine mattinata alla Pietragrande. Tanto a scuola sono giustificato. E’ la prima volta che vado alla Pietragrande in auto (ed è la quattordicesima). Dall’Osteria del Caegà è un attimo. In compenso siamo senza corda e senza niente, facciamo solo un po’ di su e giù per la normale e qualche passaggio vicino a terra.

La parete nord della Pietragrande

19 aprile 1965. Dopo le avventurose giornate al Monte Bersaio (vedi: https://www.gognablog.com/con-la-bronchite-sul-monte-bersaio/) ci ritroviamo in condizioni penose a bivaccare al Masso del Ferrante di Pietralunga. Dopo un primo spigoletto di V, tanto per scaldarci, ci rivolgiamo allo Spigolo del Secchio. Lino Calcagno e Gianfranco Negro fanno la fessura-camino; Gianni Calcagno ed io saliamo la parete che è al di sotto del passaggio dello Spigolo del Secchio, a suo tempo fatta da Rinaldi. Tanto per iniziare, una bella traversata di V che c’impegna con posizioni strane e poi tutto in parete fino a sotto lo strapiombo. E poi altro V, fino a raggiungere la via classica. Guardiamo ora con occhio desideroso il Tetto Simmenthal. Lino non è molto convinto, però ci segue. Siamo all’ultimo atto della tragicommedia pasquale. Attacco poco sicuro. Ho parecchio materiale e chiodando arrivo al passo di uscita. Lo strapiombo è notevole, la chiodatura pessima. Un chiodo mi scappa via mentre lo martello e io trovo opportuno farmi calare. Parte Gianni, novello kamikaze, e supera il passaggio dopo aver rimesso lo stesso chiodo al suo posto. Mi accorgo che ci sono degli spettatori: Roberto, Piero e altri. Sono meravigliati, ci credevano in montagna… Tocca a Lino salire, e i suoi commenti su quell’artificiale non sono ripetibili. Gianni scende in doppia per schiodare e a un certo punto si trova a tre metri dalla parete mezzo impiccato. Lo facciamo pendolare, e dopo innumerevoli scene pietose è con noi in basso (con tutti i chiodi). Per poco litighiamo con Lino, che si è schifato di tali scene orrende. Al Masso del Ferrante consumiamo tutti gli alimentari a nostra disposizione e poi, assieme a Roberto e Piero, ci dedichiamo agli ultimi problemi insoluti del Masso, dalla parte del torrente. E così arrampichiamo sull’estremo. Tristi litigi sorgono tra me e Roberto. Io gli volevo fregare un chiodo e lui non voleva lasciarselo fregare: diritto di forza contro diritto di ragione. Ore 17.15: vorrei ancora arrampicare, ma gli altri, più ragionevoli, mi convincono che è meglio tornare a casa. Il viaggio è tormentato da questo pensiero: in questi due giorni abbiamo fatto qualcosa o non abbiamo fatto niente? Siamo stati baciati in fronte dalla vittoria oppure siamo dei vinti, solo degni di scorno e vituperio?

25 aprile 1965. Ancora a Pietralunga, con il corso di Alpinismo: unica cosa notevole la presenza di Maria Antonietta Porfirione e di Annabella Cabianca, entrambe nei miei pensieri. Poi però c’è stata la cena all’Acquasanta.

8 maggio 1965. Di pomeriggio con Giova andiamo alla Pietragrande: subito lo spigolo nord-est, che Giova fa molto male, rimanendone afflitto. Subito dopo sulla via chiodata della parete nord. Questa volta sono abbastanza in forma ed esco in cima in modo dignitoso. Ma per fare le cose bene, ho impiegato troppo tempo. 90 minuti per venti metri! Giova rinuncia e io scendo in doppia per recuperare i moschettoni.

Sul Colonnino della Pietragrande, via moderna ViaVai

15 maggio 1965. Oggi sono da solo e voglio fare la parete nord della Pietragrande per la via di sinistra. Arrivo sotto al muro alle 15.35 e tra vari preparativi vengono le 16. La settimana scorsa con Giova ho fatto la via di destra, più lunga e frequentata. Il 16 gennaio con Chicco ero arrivato al terzo chiodo, perché il quarto era molto distante e non ero riuscito a raggiungerlo. Abbastanza velocemente (25’) arrivo al terzo chiodo, in autoassicurazione (se volassi non farei più di due metri). L’arrampicata solitaria in staffe non è poi così faticosa come credevo. Abbastanza facilmente raggiungo il quarto chiodo e vi aggancio staffa e corda. Se ci fosse il compagno, ora mi tirerebbe quasi su. Non riesco ad appollaiarmi bene su questa staffa di tre gradini, allora ci attacco un’altra staffa e così va meglio. Lo strapiombo è considerevole. Sporgendomi verso l’alto vedo che non ci sono più chiodi. Tra l’altro non ho con me né chiodi né martello, dunque non rimane che scendere. Ma sono comunque abbastanza soddisfatto.

22 maggio 1965. Vado per l’ottava volta al Roccione di Cravasco, ma oggi sono con tre miei compagni di scuola, Massimo Gatti, Roberto Boggio e Giorgio Panichi. La sera prima, venerdì, c’era stata la cerimonia finale del corso di scialpinismo e non avevo avuto una bella sorpresa, visto che mi hanno negato l’attestato. Ci sono riusciti invece Giova Scabbia, Dino Romano, Gianni Bisio e Gino Fascioli. Io sono semplicemente tra quelli che hanno portato a termine il corso, assieme a Dellepiane, Martini, Fogliati, Topazio, Carlevaro. Gianni Pàstine, il direttore, mi aveva rassicurato, ma pare che qualche istruttore abbia giudicato la mia tecnica di discesa insufficiente. E secondo me hanno ragione. Ciò non toglie che qui sotto ci sia un guazzabuglio che qui non mi va di spiegare. Dirò solo che “qualcuno”, da me perfettamente identificato, è un gran pagliaccio. Lo dico a ragione, ma non voglio stare ancora su queste meschinità. La cronaca mi riporta ai miei compagni di scuola: se la cavano bene, anche sul difficile. Li porto anche sulla via a chiodi a espansione, fatta sempre per perfezionare la mia tecnica in artificiale.

26 maggio 1965. Oggi pomeriggio, con Chicco al Campaniletto di Sestri (diciassettesima volta). Un primo tentativo di salire la via che ancora mi rimane da fare va a vuoto per mancanza di chiodi adatti. Allora saliamo per lo spigolo di V. Chicco viene su bene, anche se c’è un passo che richiede molta forza. Dopo essere scesi, vado in staffe sulla via che ho aperto con Carlon. Si potrebbe anche salire in libera, ma preferisco imparare a chiodare sul marcio. Pianto due chiodi ed esco in libera con un passaggio meraviglioso. Schiodiamo e ce ne andiamo. L’osteria di sotto è luogo sacrosanto di pellegrinaggio (abbiamo sete). Poi a casa.

Il santuario di Montallegro (GE)

9 giugno 1965. Oggi si marina scuola, tanto ormai non si fa più niente. L’esame di maturità è alle porte, voglia di studiare poca, di divertirsi molta. Con i compagni Sergio Focardi, Bruno Calabrò e la mitica Silvana De Gleria andiamo in autostop fino a Rapallo e da lì al Santuario di Montallegro in funivia. Entriamo nel bar, giochiamo a carte e ci beviamo un bel po’ di vino bianco. Intanto si parla e si ride, ci scambiamo le nostre morali personali. Cosa è la morale personale? Non ne ho mai parlato qui su questo diario. Verrà il momento anche di quella. Comunque, in amabilissimo e sciolto conversare, passa il tempo, così scendiamo a Rapallo (a piedi), rubacchiando qua e là da qualche albero da frutta. Oggi la presenza femminile mi ha senz’altro ispirato, le cose altrimenti sarebbero andate ben diversamente. Ritorniamo in autostop e arriviamo a casa verso le 13.

10 giugno 1965. Elettrizzati dalla gita del giorno prima, riesco a portare Silvana e Sergio al Campaniletto di Sestri. Sono le due persone più volitive della classe, le uniche che ritengo degne di me. Faccio salire entrambi in cima e dopo l’avventura scendiamo all’osteria, dove ci scoliamo un litro di vino bianco a testa, con due panini al salame. Torniamo a casa molto euforici. La preparazione alla maturità non segue binari propriamente classici: l’11 mattina al mare con gli stessi, più altri compagni. Il 12 pure, che è l’ultimo giorno di scuola. Il 12 sera poi rientro in casa alle tre di notte…

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Palestre e palestre ultima modifica: 2018-02-03T05:41:01+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Palestre e palestre”

  1. 2
    Giancarlo Venturini says:

    Racconti.. come sempre di una Storia Alpinistica , ancora attuale..!  C.Saluti  G.C.

  2. 1
    Alberto Benassi says:

    il diedro GOZZINI l’ho fatto anche io !!!

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