Pan e ciculata

Pan e ciculata
di Carlo Crovella
(già pubblicato su Monti e Valli, notiziario della Sezione di Torino del CAI, caitorino.it/montievalli il 19 febbraio 2018)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

La cima è un cocuzzolone, coperto dalla neve. Cima del Bosco la chiamano, e sui fianchi il nome è azzeccato, ma in vetta il bosco è sparito. La giornata è gelida, come capita a fine gennaio, se le stagioni non tradiscono.
Un ragazzino giunge affaticato. Si chiama Fausto, ha una decina d’anni e sta arrancando sci ai piedi, perché ha avuto la fortuna, o la sfortuna, di nascere in una famiglia di appassionati di montagna. Appassionati di medio livello, come impegno tecnico, come rischi, come performance. Ma appassionati totali, se si guarda alla loro attività lungo tutto l’anno. D’estate per sentieri e pietraie, a volte sui ghiacciai, magari dormendo in rifugio o nei bivacchi. D’inverno con gli sci per boschi innevati, pendii sinuosi, bianche dorsali. Prima di Fausto, lo stesso destino è toccato ai suoi fratelli, ora in giro da soli.
Sotto ai piedi Fausto ha sci di legno, con lamine di metallo fissate da piccole viti: siamo a cavallo fra gli anni ’60 e ‘70. Le pelli di foca, di colore nero, sono agganciate agli sci con morsetti di gomma dura: maledetti morsetti, si rompono quasi a ogni gita! Ha scarponi di cuoio, allacciati con stringhe bianche. Fausto si vergogna dei suoi scarponi, nelle rare volte in cui scia in pista: i coetanei sfoggiano scarponi di plastica, colorati in modo vivace, di giallo, di rosso.
In cima suo padre, Selmo, lo sprona a cambiarsi, ad infilare la giacca a vento. Ehh… fosse una vera giacca a vento! È una carta velina presa al mercato di corso Palestro. Il berretto, come i guanti, i calzettoni e il maglione, glieli ha tricotati con i ferri sua madre, Tina, capace di rammendare anche gli strappi dopo ogni gita: sa perfino ricucire le pelli di foca!

Fornelletto a meta, anni ’60. Archivio Famiglia Crovella

Fausto si guarda intorno: queste montagne, che d’estate si presentano come cumuli di pietre con qualche pendio erboso, assumono un altro fascino quando sono ricoperte dal manto nevoso. 
Il padre coglie lo sguardo del figlio: “Il manto nevoso è come il velo della sposa: fa belle le montagne. Al suo matrimonio una sposa è radiosa. Lo stesso capita alle montagne: per questo è bello amarle”.
Selmo tira fuori dallo zaino il sacchetto di tela per il cibo. La sua borraccia è destinata al vino: un rosso piemontese, senza pretese di nobiltà, ma verace e sanguigno. La madre porge a Fausto prosciutto cotto e pane casereccio: il prosciutto è di spalla, in compenso il pane ha la crosta croccante, dorata, saporita.
Il freddo diventa sempre più intenso: non si può stare fermi a lungo. Prima di chiudere il sacchetto del cibo, Selmo ci rovista dentro e poi allunga una mano verso il figlio: “E adess… pan e ciculata!”.
Fausto recupera quel fondente nerissimo, che accompagna nel palato con il residuo del pane casareccio. Percepisce un sapore pungente, intenso, pastoso.
Selmo riprende: “Le montagne sono tutte diverse: ci sono quelle matronali e quelle svettanti, quelle materne e quelle nervosette…”.
Fausto ha in bocca il cacao nero, lo mescola con il pane, beve una sola sorsata di rosso e guarda lo spartiacque fra la Val Susa e la Francia. Dietro, la sequenza di quinte montuose si perde nell’infinito.

12 maggio 1956, traversata sciistica delle Alpi. Verso il Colle delle Traversette 2950 m presso il Monviso, per poi scendere alle sorgenti del Po 2020 m. Archivio Walter Bonatti, Centro Documentazione Museo Nazionale della Montagna – CAI Torino. Foto: autore non identificato.

Continua Selmo, mentre tira le stringhe degli scarponi: “Per amare ogni montagna, devi conoscerle tutte. Devi osservarle da ogni lato, apprendere la loro storia, individuare le vallate sottostanti, sapere chi è salito in vetta e anche chi non ha fatto ritorno, e perché. Delle montagne è l’anima la parte più intrigante, quella più difficile da conquistare: arrivare in vetta è solo un corollario, a volte il meno importante”.
Il padre si sposta per recuperare gli sci, piantati nella neve poco distante: “Gradi e difficoltà, così come manovre, nodi e contronodi lasciali in un ruolo collaterale. Se ti chiudi nella gabbia dei gradi e delle manovre, diventa solo uno sport: dopo un po’ ti stufi e ti dedichi ad altro”.
Selmo ha calzato gli sci, sbatte un bastoncino contro l’altro, pronto alla discesa: “Se le ami davvero, le montagne ti ricambieranno per tutta l’esistenza. Non è sport, è uno stile di vita. Te le porti dietro ovunque”.
Ben altre montagne conoscerà Fausto nei decenni successivi: difficoltà, dislivelli, pericoli. Ben altre emozioni, ben altre performance, ben altre stanchezze.
Eppure in ogni sua giornata Fausto ricercherà sempre il sapore pungente, intenso, pastoso delle gite “pan e ciculata”.

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Pan e ciculata ultima modifica: 2019-01-09T05:20:05+02:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Pan e ciculata”

  1. 5
    Emanuele B. says:

    domenica scorsa… ho accompagnato gli allievi del corso SA1 dove 20 anni prima, in una giornata simile misi per la prima volta le pelli di foca e.. al primo passo in salita, capii che mi ero follemente innamorato…

    Grazie per aver condiviso questo articolo stupendo ed anche i commenti sottostanti.

  2. 4
    DANILO VILLA says:

    Bellissimo articolo, grazie.

    Concordo con Giorgio “Articolo da incorniciare”, ma ha fatto pensare alla fortuna che ho avuto di nascere in montagna e ai bei ricordi di quando bambino alla domenica camminavo su quei monti con mio padre.

    Ps. il fornelletto a meta c’è l’ho ancora, preciso identico e quando parto per qualche giro strano finisce nello zaino, sarà vecchio ma funziona sempre.

    Buona montagna

  3. 3
    giovanna says:

    Cima del Bosco, la prima gita della stagione, dove ho “assaggiato” le mie gambe in previsione di impegni più severi. Eppure quanta emozione ancora ora nel ricordare la prima discesa di dicembre, la neve quasi sempre fresca, la gioia di vedere il panorama sempre più ampio man mano che si sale, sino allo scoprirsi dei ghiacciai Des Ecrins. Certo gusrdando verso sud,verso ovest lo spettacolo è lo stesso che si presentava a Selmo e Fausto, ma girandosi…..ecco il circo bianco della montagna mordi e fuggi, di chi sale e scende senza conoscere il nome delle cime e le loro storie…..sono contenta delle fatiche fatte e delle gioie provate nel salire e nel raggiungere la cima e ,perchè no, delle belle discese, neve fresca, neve ventata, neve trasformata,neve rotta, comunque neve vergine, cosa oggi assai rara.

  4. 2
    Giorgio Daidola says:

    Anche io, come Fausto, non dimenticherò mai le sensazioni forti delle prime sciate sia con il mio papà, che mi ha insegnato a tre anni a mettere le pelli di foca, sia con la mia mamma, che mi ha fatto da maestra in discesa. Era la primavera del 1946, a Pian Bourget, 2096 metri, non distante in linea d’aria da Cima del Bosco. Un pianoro idilliaco sopra Sauze d’Oulx, con poche baite con grandi verande di legno che in primavera si trasformavano in solarium per tanti sciatori festanti, che raggiungevano questo piccolo paradiso dallo Chalet del Lago Nero, stazione di arrivo dello slittone che saliva dalle Clotes. Una stazione bellissima tutta curve quella del Lago Nero, ideata dal famoso architetto e grande sciatore Carlo Mollino, una stazione unica che fortunatamente ancora c’è: penso (e spero) che questo non capiterà per le stazioni di arrivo dei moderni impianti, tutte orribili e tutte tristemente uguali. A Pian Bourget ho messo per la prima volta le pelli, poi su e giù più volte fra i larici radi sui facili pendii circostanti coperti dalla stupenda neve primaverile. Per completare la mia formazione di sciatore Adelina, una ragazzina di Sauze, mi insegnava a cadere, a tuffarmi nella neve morbida per lasciare la mia impronta e così imparare a capirla, a sentirla, ad amarla.  Ora il piccolo paradiso di Pian Bourget non esiste più, falciato via dal luna park artificiale delle piste autostrade, dei ristoranti in quota e degli impattanti impianti moderni. Cima del Bosco invece è rimasta fortunatamente sempre la stessa e lassù Fausto, beato lui, può vivere il sapore del tempo che non passa. Un vero sciatore non puó non sentire il forte richiamo del cerchio magico dell’avventura bianca, del ritornare là dove si è partiti. Con una curva perfetta, che da il sapore dell’eternità. Articolo da incorniciare.

  5. 1
    Andrea says:

    Io non sono andato mai oltre la filosofia enunciata da Selmo… Non ho mai avuto la voglia, e nemmeno le capacità di andare a cercare la performance… Ma penso che la passione per la montagna sia tutta in quelle parole

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