Passione Patagonia, cosa sennò?

Passione Patagonia, cosa sennò?
di Marcello Cominetti
(pubblicato su http://marcellocominetti.blogspot.com/2019/01/passione-patagonia-cosa-senno.html il 3 gennaio 2019)
Foto di Max Lucco

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

Dopo una serie di campagne patagoniche che dura da oltre trent’anni stavo per stufarmi di tornarci e negli ultimi, almeno 5, mi ero detto che sarebbe stata l’ultima volta. Non perché mi fossi stufato realmente di quei posti e ne volessi visitare altri, ma semplicemente perché avrei voluto passare un autunno a casa per vedere arrivare l’inverno.


Sembrerà assurdo ma dopo una vita passata a girare per il mondo inseguendo quasi sempre i miei sogni, mi sentivo appagato. 
Quando si fa la vita che si ama, ci si trasforma in maledetti viziati e si diventa assai esigenti sui posti da visitare e sulla qualità di quello che si fa. Non ci si accontenta di partire e basta, come succede a molte persone che purtroppo vivono ingabbiate. 
Mi ritrovavo sulle pendici del Fitz Roy in giornate di sole a chiedermi se era sensato stare ancora lassù mentre i miei genitori invecchiavano e chissà per quanto tempo ancora avrei potuto goderne la compagnia. Oppure chiedendomi se i miei figli avrebbero richiesto la mia presenza in quei periodi o se mia moglie non si stufasse improvvisamente dei miei isterismi legati al dovermi allenare sulla roccia o all’assenza prolungata, e quindi di me. Mica sono pensieri da poco e l’alpinismo impegnativo che si fa in Patagonia non ammette dolcezze.
Così, preso da questi pensieri, anticipavo il volo di rientro piombando a casa come un regalo natalizio (tra l’altro il periodo spesso coincideva con le festività di fine anno) rendendomi immediatamente conto che i miei genitori stavano bene anche senza di me, che i miei figli erano presi dalle loro cose e che mia moglie era forse l’unica felice di vedermi vivo risparmiato dai sassi e le valanghe. 
Perché lei sa.


Erano passati i tempi dei biglietti aerei aperti che avevano solo la data di partenza e una durata di sei mesi e le permanenze da ottobre a gennaio in terra australe. Negli ultimi anni avevo deciso di rendere vero uno dei sogni della mia vita: costruirmi una casa come dico io e quanto più possibile con le mie mani. Ma perché scrivo queste cose? Magari annoio chi le leggerà e comunque non mi va di parlare dei fatti miei, ma l’alpinismo, stile di vita in cui credo profondamente e che mi ha solo dato problemi di relazione, tolte molte soddisfazioni, deve difendere le sue ragioni assurde d’esistenza. Per questo scrivo: per tenerlo vivo. 

La casa sta ferma in un posto e se la vuoi costruire devi starci vicino o ancora meglio dentro, così capisci meglio come fartela attorno. Ora che l’ho quasi finita a inizio dicembre 2018 sono partito per El Calafate lasciando un paio di lavoretti da finire a un amico falegname sapendo perfettamente che non li avrebbe fatti. Mi sentivo in forma, non al top ma bene abbastanza per fare fronte a quello che avrei voluto e dovuto fare. I miei compagni sono l’ormai fidato Max, anche lui malato dello stesso morbo mio degli ultimi anni: vado, non vado, ma poi vado eccome, e Marco Markino Grigis, un ventiquattrenne che conosco da quando è venuto al mondo con cui ho già scalato perché sua mamma me lo ha messo tra le mani addirittura come cliente.

Max, Markino e il sottoscritto mentre “reclamizziamo” la propoli Bu Bees di un amico che la produce

Andò così: il giovane, già campione mondiale di slope style con lo snowboard e figlio d’arte perché nella sua famiglia tutta ci sono stati campioni di sci in ogni specialità, si era scassato malamente un ginocchio e aveva dovuto interrompere il circuito di gare in cui era impegnato per il mondo. Depresso e dolorante se ne stava a casa rintanato e sua madre mi aveva cercato dicendomi di portarlo a fare una cascata di ghiaccio (queste madri sportive, eh?!). Io assolsi il mio dovere professionale notando che il ragazzo se la cavava molto bene pur con un ginocchio imbragato in un ingombrante tutore che, fatto l’avvicinamento, restò alla base della cascata! Scalammo altre volte divertendoci e io non dovevo affatto fare più la guida. Non so se rendo l’idea. E soprattutto suonammo insieme qualche volta perché Markino è pure un talento musicale con vari strumenti. Cosa volere di meglio? Uno così poteva solo diventare un malato di Patagonia senza difficoltà e così è stato.

Poi è arrivato Franz (Salvaterra, il mio socio) che aveva una cliente tuttoterreno. Il gioco era fatto. C’erano tutti gli ingredienti per divertirsi, che è la cosa più importante. Al diavolo cime e maltempo! L’alpinismo è una cosa complessa e chi crede che si riduca a scalare montagne, si sbaglia.
Ah, dimenticavo di aggiungere che Max è un musicista rinnegato ma ha pur sempre le sette note nell’anima.
Reinhold Messner ci ha scovati mentre suonavamo in un bar quando era in zona a fare un documentario sull’infinita storia del Cerro Torre. 
Ha pensato che inserire una scena in cui gli alpinisti trattenuti dal maltempo in paese potessero comunque significare una rappresentazione della verità locale, fosse una bella cosa. Nella sua immaginazione, il Re degli ottomila vedeva Cesare Maestri “perso” sul Cerro Torre nel 1959 come l’Andrea di De André, e, visto che stavamo suonando una canzone di Battisti, ci ha chiesto se conoscevamo appunto “Andrea”. Chiedere a un genovese che strimpella due accordi sulla chitarra se conosce questa canzone è superfluo, ma tant’è…

Gliel’abbiamo suonata, cantata e ci siamo anche bevuti una buona bottiglia di Malbec in compagnia chiacchierando sulla vita.
Poi siamo partiti per una cima facile nel vento, il Cerro Electrico, tanto per muoverci. Abbiamo giocato d’azzardo ma non troppo salendo a Piedra Negra con le previsioni meteo di Rolo Garibotti che davano due giorni di bel tempo intervallati da uno di malclima furioso.
Abbiamo infilato due vie bellissime con un giorno di riposo nel mezzo, quello di maltempo, mentre tutti gli alpinisti del mondo arrivati a El Chaltén se ne sono rimasti in paese perché si vociferava che il tempo sarebbe rimasto orribile. Le nostre previsioni erano eccellenti, avendo pure azzeccato l’ora in cui avrebbe smesso di nevicare la mattina del secondo giorno di maltempo, le dieci, per lasciare al sole e al cielo blu il resto della giornata. Noi sulla Guillaumet per la Amy-Vidailhet il primo colpo e poi alla Mermoz per la Hypermermoz+Argentina il secondo, mentre Franz e la sua cliente est-europea che abbiamo soprannominato Dobrinska Bratislava ma si chiama in maniera totalmente diversa, hanno salito pure loro la Amy ma solamente fino alla fine della goulotte e poi la cresta Giordani e la Fonrouge sempre alla Guillaumet.

Tornati in paese ci siamo divertiti ancora suonando un paio di giorni e poi siamo tornati a casa io, Markino e Max. Franz raggiunto da Chiara, incinta con relativo pancione e occhi azzurri, si è trattenuto ancora per accontentare una coppia sabauda che voleva salire una cima a inizio anno.
Abbiamo fatto bene a mettere nel bagaglio chitarra, violino e… percussioni. Abbiamo anche costituito una band (questo vale come atto costitutivo!) detta: Los Chantas, che in Argentina significa gli imbroglioni.
Ecco.

E’ stato tutto così piacevole e divertente che non vedo l’ora di tornare a El Chaltén a fare le solite cose: relax socio-culturale e scalare!
Sarà che ho finito di costruire casa nostra, mia e di mia moglie più i nostri 5 figli, ma questa volta ho guardato con occhi estasiati le albe sul lago Viedma, le seraccate sulla laguna Sucia e di Pedras Blancas, il Cerro Astillado all’orizzonte lontano, i crolli prepotenti del Glaciar Fitz Roy Norte e del Pollone, il telo della tenda tremante e teso sotto il vento implacabile, le fessure da dita lunghe centinaia di metri sulla Ovest della Guillaumet, i molti amici di El Chaltén a cui è ogni volta impossibile dedicare tutto il tempo che ognuno si meriterebbe, le facce dei miei compagni che ridono alle battute ininterrotte che ci facciamo, schiacciati da zaini spacca schiena, seduti al bar o sprofondati nel sacco a pelo, appesi a una sosta sul granito, sul ghiaccio, su un pendio sassoso o ricoperto di confortevoli cuscini muschiosi.
Mi è sembrato di trovare uno dei mille perché dell’alpinismo cui nessuno è ancora riuscito a dare risposta.
Per tutto questo voglio tornarci. E non è affatto poco.       

Nella Chocolateria, El Chaltén

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Passione Patagonia, cosa sennò? ultima modifica: 2019-03-05T05:08:03+01:00 da GognaBlog

10 pensieri su “Passione Patagonia, cosa sennò?”

  1. 10

    Alpinismo di consumo e da spendaccioni, non è alpinismo ma paraculismo alpino.

    Almeno, così la penso. Ciao

  2. 9
    Nicola Pech says:

    Bello il racconto e ancor più bello il commento di Cominetti secondo cui l’alpinismo è (o può essere) una “manifestazione di anti-consumismo e parsimonia.

  3. 8
    Alberto Benassi says:

    Marcello, mettere sul stesso piano mutande , piatti e forchette, mi pare un pò forzatello.

    Se vai al ristorante è vero che ti metti in bocca oggetti che hanno usato altri.

    Ora  non  per fare lo schizzignoso, ma se ti scappa un scorreggia vestita, mica gli fai il timbro sul piatto.

    Invece di mutande timbrate, mi sa che ce ne sono tante…

  4. 7
    Giancarlo Venturini says:

    I Complimenti.., dovuti per un racconto, di vita..nella sua libertà , e passione..Grazie letto con molto, piacere..!  Saluti G.C.

  5. 6
    Fabio Bertoncelli says:

    Questa interessante disquisizione sulle mutande avrebbe dovuto tenersi l’altro giorno in «Accessori per il running».  😄😄😄

     

  6. 5
    Alberto Benassi says:

    un mio amico si mette le mutande della Montura, a detta sua quando suda, poi  asciugano subito e non gli fanno prendere freddo al pisello.

     

     

  7. 4

    Le mutande firmate fanno parte di una collezione composta da pezzi raccolti nelle docce degli ostelli dove soggiorno quando vado in giro. Ovviamente le porto in lavanderia prima di indossarle e ne ho almeno una dozzina, che mi ricordano ognuna dove l’ho trovate. Da genovese non comprerei mai capi firmati e costosi. Quelli tecnici che indosso me li danno i miei sponsor, per fortuna.
    Questa delle mutande trovate e riutilizzate è una vecchia storia che ha fatto inorridire più di qualche precisino benpensante che però va al bar e al ristorante dove le stoviglie passano per le bocche di milioni di utenti ma vengono ovviamente lavate a ogni uso.
    Parlo di ‘sta storia delle mutande perché la considero una manifestazione di
    anti-consumismo e parsimonia che molto collego all’alpinismo (!).
    Ho sempre praticato un alpinismo molto selvatico, quando possibile, perché lo considero un’attività primordiale e istintiva. Detesto certe inutili raffinatezze.

    Vi ringrazio per i complimenti e… Andrea ringrazio anche te ma non elevarmi a mito per favore. Mi sa una roba da vecchi e, visto che siamo circa coetanei, io spero che ci riesca di fare ancora tante cose, finché siamo giovani, appunto. Ciao

  8. 3
    Andrea Mantero says:

    Marcello, per noi alpinisti genovesi diversamente giovani, un vero mito! Ora anche piacevole da leggere.

    👍👍👍

  9. 2
    Alberto Benassi says:

    le mutande firmate, intonate alla giacca sono un segno di eleganza!!

    Girare il mondo in luoghi avventurosi,  che li senti dentro. Ma avere un posto tuo, che può essere  la proprio casa, magari costruita come uno la vuole, con gli affetti , i ricordi, dove poter ritonare anche a ricaricarsi per future e lontane avventure è importante.

  10. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    Caro Marcello, nella tua vita sei andato dove voleva il cuore. Chapeau!

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