Pensare come i ghiacciai

Pensare come i ghiacciai
di Carlo Alberto Pinelli

Lettura: spessore-weight(3), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Louisiana Story, l’ultima opera del grande documentarista americano Robert Flaherty, narra una vicenda apparentemente contraddittoria. Ai bordi di una affascinante foresta paludosa, frequentata dalla minoranza francofona dei Cayun, compare un giorno, simile a un’astronave, una chiatta su cui è montata una enorme trivella per le ricerche petrolifere.

Robert Flaherty

L’autore non lo dice espressamente (e forse in quegli anni neppure ne possedeva la consapevolezza piena), ma è ovvio che l’intero ecosistema del luogo potrebbe venire gravemente danneggiato se la trivellazione avesse successo. Quella sconfinata foresta, con le acque iridescenti che ne ricoprono le radici e con la variegata fauna che vi dimora è anche il regno immaginario del protagonista della storia: un adolescente locale che guida la propria barchetta nei meandri della palude e ne conosce ogni segreto. Il ragazzo finisce per fare amicizia con gli operai della trivella i quali, dopo molti giorni di inutili tentativi, decidono di abbandonare l’impresa. L’adolescente si dispiace per loro e, a notte fonda, si arrampica sulla torre e versa nel buco scavato dalla trivella una “medicina” magica ottenuta in dono da alcuni indiani superstiti. Miracolo! Il mattino successivo, prima di tirare su le ancore, gli operai fanno un ultimo tentativo. Grazie alla fede dell’adolescente nella potenza magica della “medicina” un fiotto di petrolio schizza verso il cielo. La morale è evidente: le trasformazioni degli ambienti naturali e il loro utilizzo per scopi umani possono avere successo (senza effetti collaterali disastrosi) solo a patto di allearsi con la poesia “aurorale” che permea la natura.

Aldo Leopold

Questo vecchio film, realizzato immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale, mi è venuto in mente leggendo la nuova edizione del famoso libro di Aldo Leopold Pensare come una Montagna. Ammetto che non c’è una connessione immediata tra libro e film. Ma probabilmente lo stimolo a scoprire i fili segreti che li uniscono mi è derivato proprio dalla fragilità del sentiero su cui ho intuito di poter posare il piede.

John Muir racconta d’essersi sdraiato una volta sulle placche granitiche levigate dallo scorrimento dei grandi ghiacciai del Quaternario per imparare a pensare come pensa un ghiacciaio. Più tardi gli ha fatto eco Aldo Leopold che, come si è appena detto, già dal titolo invitò i suoi lettori a “pensare come una montagna”. Se a queste affermazioni si attribuisce un significato più o meno letterale appaiono gratuite e retoriche; possono essere liquidate come un mediocre gioco di parole. Invece, a saperne decifrare il vero senso, rivelano un messaggio profondamente significativo, rivolto a tutti noi. Con una differenza: in realtà non dovremmo aver bisogno di sforzarci a immaginare come pensano i ghiacciai, o se per questo anche i falchi, i lombrichi, le faggete, le foreste della Louisiana e quant’altro ci circonda. Il pensiero umano, quando accetta di accogliere in sé con umiltà i linguaggi unificanti della poesia e della metafora, diventa automaticamente il pensiero della natura, intesa nella sua globalità: ghiacciai, vette innevate e falchi compresi.

John Muir

La natura, attraverso i processi dell’evoluzione, si è costruita pezzo per pezzo un organo pensante. Quell’organo pensante è l’intera specie umana. Sarebbe sciocco illuderci di poter giungere a pensare come i falchi o ad ascoltare la loro voce che reclama diritti; dobbiamo però essere consapevoli che alla nostra specie è affidato il compito di pensare per i falchi; e per le marmotte, i delfini, le foreste e via enumerando. Il dramma del Pianeta ha origine proprio dal tradimento che abbiamo compiuto rifiutandoci di riconoscere quale fosse il significato della missione assegnataci. E non comprendendo che la nostra sviluppatissima corteccia cerebrale non si intendeva posta solo al servizio delle nostre pulsioni predatorie, dei nostri sogni ardimentosi e dei nostri egoistici disegni, ma anche di ogni altra manifestazione della natura, animata o inanimata che fosse. Qualcuno può pensare che il rimorso per questo tradimento sia emerso di recente, all’interno di una ristretta élite di ambientalisti. Invece non è esattamente così. Fin dalla più remota preistoria i nostri antenati avevano intuito che in molte delle loro azioni – anche se necessarie alla sopravvivenza, o orientate verso quello che oggi chiameremmo “progresso” – si poteva nascondere il germe di un distacco colpevole dal ruolo che all’essere umano era stato assegnato dal respiro unificante della natura.

Carlo Alberto Pinelli

Una tipica caratteristica delle cosiddette “culture arcaiche” è stata ed è quella di proiettare all’esterno della psiche individuale o di gruppo la composizione di tale conflitto. Per questo ogni aspetto del mondo naturale venne immaginato come abitato da un’ entità divina, tendenzialmente diffidente, con la quale era opportuno venire a patti, attraverso pratiche magico/cultuali appropriate, onde evitarne la vendetta. Gli esempi sono infiniti e vanno dagli esorcismi pittorici dei cacciatori paleolitici ai riti propiziatori degli antichi romani. Non dimentichiamo che il massimo sacerdote di Roma si chiamava Pontifex, cioè costruttore di ponti. Il suo ruolo era quello di appacificare ogni anno lo spirito del Tevere, facendosi perdonare il “sacrilegio” di averne vinto la corrente con il ponte Sublicio. Oggi, con il salutare tramonto del mondo magico dagli orizzonti della nostra razionalità, abbiamo perduto purtroppo anche il ricordo di quelle, altrettanto salutari, inquietudini.

Invece di agire come i portavoce della Madre Terra stiamo violentemente recidendo le sue stesse corde vocali. Tra i nostri mille miliardi di neuroni cerebrali, possibile che non ce ne sia un pugno in grado di farci capire che la salvezza – oggi come ieri – sta solo nel riconquistare la via dell’alleanza?

Carlo Alberto Pinelli
Archeologo orientalista, regista documentarista, professore universitario, saggista. Fra non molto compirà 84 anni.
Fin dagli anni sessanta si è gettato anima e corpo nella lotta per la difesa dei grandi spazi montani, dei parchi nazionali, della bellezza dei paesaggi, ispirandosi alla Deep Ecology di Arne Naess. E’ uno dei fondatori di Mountain Wilderness International, associazione della quale è ora il presidente onorario nonché il responsabile dell’Asian Desk.
Noto alpinista d’alta quota, ha guidato sette spedizioni in Himalaya, scalando varie vette vergini. Tra queste la spedizione Free K2 del 1990 che liberò la seconda vetta del Pianeta da tonnellate di rifiuti abbandonati dalle precedenti spedizioni. Negli ultimi venti anni ha organizzato e diretto corsi di “Environment- Friendly Mountaineering” in Afghanistan, Pakistan, India, Etiopia. Maggiori notizie sulla sua vita si possono trovare navigando nel sito: www.carloalbertopinelli.it

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Pensare come i ghiacciai ultima modifica: 2019-05-30T05:05:00+01:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Pensare come i ghiacciai”

  1. 3
    Paolo Gallese says:

    È una delle cose più belle e più intense che ho letto in questo blog. Grazie Alessandro per avercelo fatto riscoprire. Medito con disillusione su questo brano. Ma medito. Da alpinista e da storico.

  2. 2
    Paolo Panzeri says:

    Per fortuna le montagne crescono e poi crollano, quando e quanto meno ce lo si aspetti.
    E il come è sempre bello da capire.

  3. 1
    Carlo Crovella says:

    La montagna (come il mare o altri contesti di wilderness) è diventata uno dei luoghi simbolo della contraddizione suprema dell’umanità: siamo così intelligenti che sottomettiamo anche le alte quote selvagge ai nostri voleri, ma così facendo ci condanniamo alla distruzione: ci mancherà letteralmente la terra sotto i piedi. In che senso (anche) la montagna è cartina di tornasole di questo andazzo? Troppe sovrastrutture, in genere (ma non solo) di natura tecnologica: tali “facilitazioni” consentono un eccesso di affluenza umana. Mi sono definitivamente convinto che non sia un bene, né per gli esseri umani né per la montagna. Troppa affluenza comporterebbe in ogni caso un impatto negativo, il quale aumenta a dismisura per il fatto che gran parte dell’affluenza umana è costituita da individui che non hanno lo spirito “giusto”. Se non ci fosse così tanta facilitazione tecnologica, se la montagna fosse solo a disposizione di chi ha un approccio spartano e severo, tutto sarebbe più bello. In più eviteremmo di danneggiare l’ambiente. Questo meccanismo, ribaltato su tutti i luoghi cosiddetti “selvaggi” (?!?), consentirebbe di ridurre la velocità di degrado del pianeta (al netto degli effetti devastanti delle altre attività antropiche).

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