Pensieri dal silenzio

Pensieri dal silenzio
di Dario Bubola
(decimo racconto dei 16 di Silenzi, di Dario Bubola, qui scaricabile in pdf)

Mi hanno detto di scrivere.
Sono vecchio, vecchio. Quanti anni ho? Non lo so. Ma so quanti me ne mancano: pochi!
Mi hanno detto di scrivere qualcosa, quello che mi ricordo.
Ricordo tutto: ma non basta! Non basta il ricordo per far capire cosa è la guerra. Non bastiamo più noi vecchi, non serviamo più a nulla. Comunque ho promesso di raccontare la mia storia.

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Era giugno del 1917. Avevo 21 anni. Ci avevano mandato sui monti. Asiago.
Un anno maledetto. Idee maledette. Non ho mai odiato nessuno, eppure mi sono trovato assieme ai miei commilitoni a sparare contro altri ragazzi.

Ero in trincea da tanto, troppo tempo. Il tempo passava, la vita passava, scorrevano i giorni, le notti. La nostra fortuna era l’amicizia tra di noi. Nella mia compagnia c’erano due amici del mio paese: Bepi, il figlio del calzolaio, e Bruno, contadino come me. E molti altri conosciuti in fretta ma brave persone. Il tenente era un ingegnere di Padova. Si vedeva che era istruito, parlava forbito, pacato, sembrava sempre calmo, anche nei brutti momenti. Ma teneva tutto dentro, lo si capiva quando sotto gli occhialini rotondi che portava si vedevano i suoi occhi azzurri che luccicavano. Avrebbe voluto dirci tante cose, tante cose che sanno solo gli ufficiali, ma filtrava tutto e cercava oltre di comandare anche di volerci bene.

Era giugno, un giugno piovoso. Le trincee sembravano fossi. Fango ovunque, per quanto si cercasse di tenere tutto in ordine. Pioggia e umido. I nostri vestiti puzzavano di stantio, di muffa. Puzzavamo tutti. Era ancora abbastanza freddo, specie la notte. E non c’erano tanti modi per riscaldarsi. L’unico modo era trovarsi un amico e raccontarsi alcune storie, parlare dei nostri paesi, ricordare i nostri vecchi e progettare un futuro diverso.

Giravano voci che a giorni ci sarebbe stato un attacco. Lo si capiva dal nervosismo degli ufficiali, dalle staffette che si vedevano in giro più numerose, dai controlli che ci venivano impartiti. Radio naia confermava tutto. Ma non sapevamo quando.

Una sera il furiere ci aveva detto che aveva sentito che l’indomani ci sarebbe stato l’attacco. Lo aveva capito da una conversazione tra il nostro tenente col capitano.

Quella notte fu insonne per tutti. Già lo erano tutte le notti, ma quella me la ricordo bene. Non riuscivo a chiudere occhio. I miei pensieri andavano a casa. Ai miei vecchi, i genitori. A mia sorella. Alle mie due vacche, ai campi da lavorare, ai boschi da curare. Non volevo crederci che saremo arrivati a quel punto, anche se eravamo là per quello. Il tenente verso mezzanotte è passato in trincea a controllare. Qualcuno dormiva, ma erano in pochi. La maggior parte aveva occhi aperti, occhi tristi. Regnava il silenzio. E non dimenticherò mai le parole del tenente: “Dai Gino, dormi un po’, ne avrai bisogno, ne avremo bisogno. Dai che se tutto va bene tra qualche giorno torneremo tutti a casa!”

La mattina presto, poco dopo le 5, hanno iniziato a rimbombare colpi d’artiglieria. Un susseguirsi ininterrotto di fischi e boati, che facevano tremare la terra e il cuore. Sono andati avanti per diverse ore. E ogni colpo ti stordiva la testa. Eravamo in uno stato di catalessi, non si sapeva a cosa pensare, ci si guardava, si provava a sorridere, a darsi coraggio. Tutti in fila seduti con l’elmetto legato e il fucile col colpo in canna ad aspettare. Aspettare la morte!

I minuti passavano, i corpi tremavano. Mi ricordo che avevo il nodo alla gola che provavo a togliere deglutendo continuamente, finche mi ritrovavo con la bocca secca. Un sorso d’acqua e ancora ad ascoltare quella terribile musica. Chi provava a spiegare cosa stava succedendo, chi pregava, tanti, chi stava col viso coperto con le mani tra le ginocchia, chi piangeva come Bruno, diceva che non voleva morire, che per lui era meglio se ci prendevano tutti prigionieri, diceva che voleva che gli stessi vicino.

Verso mezzogiorno sono passati col rancio: una brodaglia tiepida, che qualcuno non riusciva neppure a bere. Un tozzo di pane e… aspettare.
Intanto il cielo diventava sempre più scuro, nuvoloni neri coprivano tutto e una nebbia si stava formando.
Il paesaggio era ancora più funebre, tutto grigio e nero e l’aria era satura, umida e sapeva di fumo e zolfo.

PensieriDalSilenzio

 

Nel pomeriggio sono passati con una bottiglia di grappa, o alcool non lo so, e ce la siamo passata per un piccolo sorso, doveva bastare per tutti. Servì almeno per scaldarci per un attimo lo stomaco.

L’attesa era snervante. A metà pomeriggio il tenente, che per tutto il giorno non faceva che andare avanti e indietro, ci disse di stare pronti.

Dopo qualche minuto in lontananza abbiamo sentito i primi colpi di mitragliatrice, che si sono andati intensificando di lì a poco. Qualche battaglione aveva attaccato. Tra poco sarebbe toccato anche a noi. E il cuore batteva frenetico, le mani tremavano, non riuscivi a pensare ad altro se non seguire lo sguardo del tenente e aspettare che urlasse qualcosa. Povero tenente, ricordo che le ore che precedettero l’attacco, quando passava tra di noi, non faceva che rincuorarci, darci coraggio “dai ragazzi, coraggio, non voglio vedere gente che piange, siamo qui per l’Italia…”.

Verso le 4 del pomeriggio un “avanti Savoia” urlato dal nostro sottotenente suonò come un colpo al cuore. In quel momento non ho più capito niente, ho salito la scaletta della trincea, davanti a me c’era Angelo di Pordenone e dietro Bruno che ha iniziato a urlare come un matto. Quando siamo stati sul piano mi sono reso conto che non si vedeva quasi nulla, se non una grossa nuvola che copriva tutto e tutti. Le mitragliatrici nemiche non si sentivano che in lontananza, sembrava quasi ci stessero ignorando. Avanzavamo a testa china fino al filo spinato. E lì iniziò l’inferno. Fummo investiti da migliaia di colpi d’ogni sorta. Non distinguevamo da dove venivano ma ne vedevo le conseguenze.

Il tenente sempre in piedi, davanti a tutti, pistola alla mano che sparava all’impazzata, che urlava, che ci chiamava per nome. E noi avanti a sparare ai fantasmi. Ricordo che sono inciampato e finito a terra. Ero sudato, stanco, il fiato faceva fatica a venire, per soli 40-50 metri di piano. Rialzandomi ansimando ho intravvisto un corpo a pochi passi da me cadere dopo essere stato colpito. Nemmeno il tempo per rendersene conto e chiedere la grazia. Era Bruno, povero Bruno. Ma non hai il tempo per capire cosa è successo che sei di nuovo in piedi che avanzi. Avanzi verso l’ignoto.

Ancora pochi passi e sento un colpo sul polpaccio sinistro, mi accascio e ascolto.

Grida di morte dappertutto, colpi di cannone, pallottole che sibilano. Figli che chiamano le madri. Pianti disperati. Soldati che mi passavano avanti, soldati a terra in silenzio. Avevo bocca e gola arse, tremavo dalla paura. I miei pensieri tornavano alla mia famiglia, ma tutto quel fremito di bestialità mi faceva vacillare la mente. L’aria odorava di morte e tristezza.

Li ricordo tutti quei suoni, quelle grida, quel sottofondo che ancora mi accompagna nelle notti di angoscia.

Le ultime cose che ricordo sono il corpo di un soldato a pochi passi da me, che muoveva la bocca da cui uscivano strani versi. Terribile visione della vita.

E proprio mentre cercavo di arrancare verso un masso in direzione di quel soldato, un colpo assordante a pochi passi da me. Un terribile boato, una specie di botta alla testa. Una martellata! Mi sono ritrovato tra una nube di polvere, disteso. Pensavo di essere morto. Il colpo alla testa mi aveva fatto pensare a una scheggia o chissà cosa di simile. Ma non ero ferito! Sentivo il mio respiro, il mio corpo caldo mi diceva che ero ancora vivo. Mi sono guardato attorno. Il soldato disteso era sparito e il masso mi aveva fatto da scudo. Ma mi ci vollero diversi minuti per capire che il rimbombo che avevo in testa non erano colpi di cannone ma… il silenzio che si era impossessato per sempre della mia vita!

Quel colpo è stata l’ultima cosa che ho sentito da allora. Sono passati molti anni, e sono tuttora immerso nel silenzio.

E tutto quello che ho potuto raccontarvi non sono altro che pensieri dal silenzio!

 

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Pensieri dal silenzio ultima modifica: 2016-10-22T06:11:03+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Pensieri dal silenzio”

  1. 2
    Anamaria says:

    Non mi accadeva da molto tempo leggere un racconto di guerra così umano, toccante e vicino. A.

  2. 1
    AKI says:

    tante volte ho cercato di immedesimarmi in quei ragazzi coinvolti nell’immane massacro dell’Ortigara ,del monte Piana, del Pasubio ma non ci sono riuscito.
    Mio nonno era uno di loro ed è tornato altrimenti non sarei qui a scrivere , per questo quando vado in quei luoghi che ritengo sacri lo faccio con molto rispetto ed in silenzio.
    AKI

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