Perché il free solo di Alex Honnold su “Freerider” mi terrorizzava

Perché il free solo di Alex Honnold su Freerider mi terrorizzava
(Sappiamo tutti che Alex è il più forte scalatore della nostra generazione. Gli affiderei la mia vita. Un po’ meno la sua)
di Tommy Caldwell
(pubblicato su www.outsideonline.com il 5 giugno 2017)
traduzione di Agnese Blasetti

Alex Honnold una volta mi ha confidato che da qualche parte nel suo furgone, seppellito sotto centinaia di fogli tra schede di allenamento e relazioni di vie, aveva una elenco di traguardi da raggiungere. In cima a questa lista c’erano due lettere, “FR”, che stanno per Freerider, la via più famosa sulla parete di quasi mille metri [3000 piedi, 914 m] di El Capitan. La via è molto al di sotto del limite di Alex, ma il suo obiettivo era di scalarla in free solo – cioè senza corda – una cosa mai fatta prima.

Immaginavo che ci avrebbe provato prima o poi, ma non sapevo se incoraggiarlo ad andare avanti con il suo piano o se dissuaderlo dal correre quel rischio. Lo avrei visto compiere un atto di maestria, una pietra miliare per la nostra generazione, o giocarsi un round alla roulette russa? Nella nostra comunità di scalatori, Alex è quello che ha portato in primo piano le discussioni sul rischio. Qualcuno potrebbe pensare che, come suo amico intimo ed El Capitan-dipendente io stesso, potrei avere un’idea di cosa significhi scalare in free solo Freerider. E invece no. Nessuno ce l’ha, eccetto lui.

Sabato 3 giugno, Alex si è svegliato nel suo furgone alle prime luci dell’alba. Ha guidato con calma nella Yosemite Valley e senza altro che scarpette e sacchetto della magnesite, ha cominciato l’ascesa su El Cap. Il cielo è azzurro, non c’è vento. Nonostante avessi passato parte della settimana precedente allo Yosemite per aiutarlo con gli ultimi preparativi, poi sono tornato a casa mia in Colorado, a giocare con i miei bambini e a cercare di non riflettere troppo su quello che Alex stava per fare, perché era un pensiero davvero spaventoso.

Leggendo i titoli dei giornali è facile incappare nei cliché sugli arrampicatori – che siamo degli scapestrati, a caccia del brivido, drogati di adrenalina. Niente di più utile per provocare una serie di conati alla maggior parte di noi. Arrampicare significa avere una relazione profonda con alcuni degli ambienti più suggestivi del mondo, non un presuntuoso tentativo di soverchiarli. Non posso vantarmi di conoscere tutto quello che passa per la testa di Alex, ma una cosa la so di sicuro: lui scala per vivere, non per imbrogliare la morte.

Alex Honnold su Freerider in free solo

Credo che Alex abbia scalato tecnicamente, passo dopo passo, più roccia di chiunque altro nella storia. Ha ripetuto Freerider almeno una dozzina di volte, provando i passaggi più difficili al punto da poterli fare bendato. Ma scalare in free solo è più una questione mentale che fisica. Oltre a fattori ovvi come l’esposizione vertiginosa e vari imprevisti (pensate a una presa che si rompe, o a un uccello che vola via da una fessura), la scalata su granito richiede una tale precisione da non poter essere affrontata se non in completa lucidità.

Alex mi ha raccontato che non è mai volato all’improvviso – cioè senza avere avuto prima la sensazione che stesse per accadere. Quando gli ho risposto che a me è successo almeno dieci volte, mi è sembrato confuso, come se non gli tornasse qualcosa. Poi mi ha chiesto perché non scalavo in free solo. “Sarebbe così facile per te, sai che non cadresti mai su un 7a”, mi ha detto. Ogni tanto parlavamo di Freerider, per lui significava raggiungere il suo obiettivo più ambito. Ma si era sempre mostrato titubante. Ci sono alcuni punti su cui non si sentiva sicuro, e troppe persone si aspettavano che la affrontasse. Lui invece voleva farlo per se stesso, non per le aspettative altrui.

L’argomento è rimasto latente per anni. Poi l’estate scorsa, durante un nostro viaggio in Marocco, Alex mi ha detto che era pronto a provarci. Ho chiuso gli occhi, fatto un respiro profondo, e gli ho chiesto come potevo dargli una mano. Lui, con la sua solita nonchalance, ha risposto: “Voglio solo vedere se posso lavorarla fino al punto di sentirmi sicuro”. Durante il viaggio sembrava spinto da un desiderio profondo che avevo già visto altre volte in lui. Abbiamo arrampicato così tanto che gli alluci mi sono rimasti insensibili per un mese.

VIDEO:
https://drive.google.com/file/d/1T3_R6UMJHnrn6NGlkTRPvYvoDfIbdTfV/view?usp=sharing

Dopo il Marocco, io sono tornato in Colorado e Alex nello Yosemite per continuare la sua preparazione. Mi sentivo tranquillo per quanto riguardava tutta la faccenda. E poi una notte lo scorso ottobre ho avuto un incubo terribile. Alex che si presentava alla mia porta con gambe e braccia a pezzi. E stava lì a sanguinare sul pavimento e a dirmi che era troppo imbarazzato per chiamare l’ospedale. Mi sono svegliato senza fiato. Il giorno dopo squilla il telefono. Era Alex che chiamava per dirmi che era caduto facendo un giro di prova su Freerider e si era preso una brutta storta alla caviglia. In quel momento tutto è diventato reale.

Io e mia moglie abbiamo caricato i bambini nel nostro furgone e in 20 ore siamo arrivati allo Yosemite. La caviglia di Alex era così gonfia che sporgeva dal bordo della scarpa. Riusciva a malapena a camminare, ma era comunque convinto di voler fare un tentativo su Freerider. “Continuerò ad allenarmi al trave e a scalare su roba facile finché non guarisce. Forse ce la posso fare prima della fine della stagione”. A quel punto non volevo più che ci provasse, mi sembrava troppo.

In cima al Capitan, dopo l’impresa

Un mese dopo, a metà novembre, ha fatto lo stesso un tentativo. Io ero ripartito, non volevo assistere. Mi sono sentito sollevato quando mi hanno detto che ha fatto solo qualche decina di metri prima di rinunciare perché non se la sentiva. (È tornato a terra usando una serie di corde fisse).

Sette mesi dopo, Alex progettava di riprovarci. Sono arrivato allo Yosemite la settimana del Memorial Day [29 maggio N.d.T] e abbiamo fatto un giro su Freerider con la corda. In alto sulla parete, ansimante e sudato con i piedi spalmati su delle scagliette che scricchiolavano al mio passaggio, ho guardato il terreno a 900 metri di distanza e ho cercato di trasferirmi mentalmente nella testa di Alex. Come mi sentirei se fossi senza corda? Onestamente, sapendo che presto Alex avrebbe probabilmente portato a termine l’impresa più importante nella storia del free solo, non riesco a immaginarlo.

Qualche giorno dopo (sabato scorso) Alex ha liberato la via in tre ore e 56 minuti. Le poche persone che ne erano al corrente non hanno sparso la voce, sapendo che lui non voleva trasformarlo in un circo. Ha raggiunto la vetta dove lo aspettavano alcuni amici, poi mi ha telefonato mentre scendeva sul sentiero. Ero al parco giochi con la mia famiglia, in Colorado. Mi ha detto che si sentiva felice come non lo era mai stato, ed era grato a tutti. “Sei arrivato al momento giusto e mi hai dato una mano. Era quello che mi serviva.” mi ha detto. “Dì a tua moglie che la ringrazio per averti concesso qualche giorno libero”.

La salita in free solo su El Cap era nell’aria, ma solo grazie ad Alex. Sono in pochi quelli con il potenziale di completare un’impresa del genere, e purtroppo alcuni di loro non sono più tra noi. In passato avevo definito l’idea come l’equivalente dello sbarco sulla luna per l’arrampicata in free solo. Oggi, a fatto compiuto, credo che sia la definizione più azzeccata. Un momento decisivo per la nostra generazione.

Parlando di controllo mentale, sono convinto che questa sia una delle vette più alte raggiunte nella storia dello sport. Spero che altri vengano inspirati dalla dedizione di Alex per l’eccellenza e l’abilità di vivere senza paure, ma meno dalla sua inclinazione nel prendersi dei rischi. Nel nostro mondo abbiamo già avuto troppe perdite. Parlando di talento, preparazione e padronanza nella scalata, Alex spicca tra tutti. Ha portato un elemento di saggezza in questo tipo di scalata come nessun altro avrebbe potuto fare, e probabilmente non farà mai.

Tommy Caldwell
Tommy Caldwell nel febbraio 2014 ha effettuato assieme ad Alex Honnold la prima traversata integrale del Fitz Roy, salita per la quale ha ricevuto il Piolet d’Or, mentre nel gennaio 2015 ha salito per primo in arrampicata libera, assieme a Kevin Jorgeson, la via Dawn Wall su El Capitan (gradata 5.14d/9a), realizzando quella che è ritenuta la salita in libera su big wall più difficile al mondo. E’ appena uscito il suo libro The Push: A Climber’s Journey of Endurance, Risk, and Going Beyond Limits.

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Perché il free solo di Alex Honnold su “Freerider” mi terrorizzava ultima modifica: 2017-06-17T00:13:05+01:00 da GognaBlog

30 pensieri su “Perché il free solo di Alex Honnold su “Freerider” mi terrorizzava”

  1. 30

    Un merlo dice a un corvo: come sei nero!

  2. 29
    Claudio Simili says:

    Mi associo a Giovanni. Basta!

  3. 28
    Giovanni says:

    Merlo non ne possiamo più, ti diamo ragione. Basta che la finisci.

  4. 27
    lorenzo merlo says:

    Assumersi la responsabilità, non ha a che vedere con le domande che pone Alberto, ammesso che il suo commento fosse riferito all’assunzione di responsabilità.

    Significa piuttosto non orientare la propria intelligenza nel tentativo di trovare perché vari. Ognuno dei quali, trovati o meno esaltano o deprimono ovvero ci allontanao dall’equilibrio; ognuno dei quali comporta un giudizio su qualcosa o qualcuno. Giudizio col quale frequentemente ci identifichiamo, creando così separazione, rivalità, rimorsi. Ognuno di questi comporta dipendenza e la dipendenza è un buon campione per rappresentare la distanza da noi stessi, dalla nostra possibilità d’indipendenza.

    Assumersi la responsabilità, fosse anche classificato come “espediente” come diceva Valerio, implica il rischio di realizzare al meglio noi stessi, quindi le relazioni, la vita, la società.
    Giusto l’opposto di quanto la storia ci mostra che, come detto altrove – e da molti – è praticamente storia di guerre.

  5. 26
    Alberto Benassi says:

    mio nonno è morto in un incidente streadale perchè l’altro non ha rispettato lo stop all’incrocio.
    Può anche darsi che mio nonno ci abbia messo del suo…Sicuramente quello di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato.
    Oppure ci doveva essere …?

    Sicuramente quando Honnold decide di fare la solitaria è convinto di essere pronto per farla bene. E tutti gli altri che invece non gli è andata a buon fine? Non erano convinti quando hanno deciso?

  6. 25
    Valerio Rimondi says:

    Sono quasi le 3,30 e fuori fa molto caldo. Stamattina le cicale cantavano e i corvi gracchiavano e sono indeciso se mangiare una fetta di melone o una di cocomero.

  7. 24
    lorenzo merlo says:

    Se artifizio o meno non saprei e non mi sembra un’indagine funzionale alla ricerca se non solo filosofico-intellettuale.

    Attribuirsi la responsabilità significa
    essere all’altezza della situazione;
    avere creato i mezzi per non rinunciare a se stessi in un numero screscne di contesti;
    aver visto le pretese egoiche, dove si annidano e quanto danno fanno; vedere noi stessi collegati e identici all’altro;
    saper rispettare;
    sapere come non farsi trascinare dalle emozioni;
    poter rinunciare senza senso di inferiorità;
    commettere “errori” senza senso di colpa;
    sapere come operare per andare oltre, cioè avere sviluppato il talendo per non obnubilarsi di vittimismo, anche in caso di meteorite.

    Inerzia e suicidio tendono ad essere in contesti fuori equilibrio, dove dare e attribuirisi responsabilità hanno tutt’altro segno e mai un senso se non egoico-narcisistico.
    Generati dal terribile pendolo del desiderio-soddisfazione-desiderio, fonte di problemi ad infinitum, se non ne siamo emancipati.

  8. 23
    Valerio Rimondi says:

    Su questo Lorenzo sono d’accordo al 101% però non puoi non concordare sul fatto che si tratti di un artifizio, un modo per fare un percorso di crescita che a seconda di come lo si affronti può essere settoriale o globale.
    Attribuire le responsabilità agli altri non aiuta di certo a migliorarsi ma bisogna anche stare attenti a non attribuirsi più colpe del dovuto. Nel primo caso scatta l’inerzia, nel secondo si può arrivare al suicidio.
    La persona saggia comprende che non tutto dipende da lei ma che fingere di credere il contrario può aprirgli le porte verso orizzonti inesplorati.

  9. 22
    lorenzo merlo says:

    Sentirsi responsabili di tutto apre le porte dell’accettazione e queste dell’equilibrio ovvero alla massima possibilità di muoversi secondo i nostri talenti, essere creativi, autonomi, liberi, forti.

    Attribuire responsabilità tende a ridurre le potenzialità, ad aumentare la vulnerabilità. A mettere in essere le pretese, quindi al giudizio e alla separazione.

  10. 21
    Matteo says:

    Secondo me teorizzare l’assoluta relatività è esattamente duale al teorizzare l’assoluta oggettività e tutte le considerazioni che ne conseguono hanno lo stesso valore delle gerarchie angeliche medioevali. Citerei a riguardo l’opinione di Fantozzi sulla corazzata Potëmkin.
    Quello che mi ha colpito invece dello scritto è la profonda umanità di Caldwell, che accetta e aiuta l’amico pur non capendolo e in fondo non condividendo le sue scelte.
    Nel suo modo di descrivere e di mettere a nudo i propri sentimenti c’è una analisi profonda e una sofferenza, ma anche una considerazione dell’amicizia e una gioia che mi piace e mi commuove.
    Mi piacerebbe stringergli la mano!

  11. 20
    Valerio Rimondi says:

    Non ho ben capito Marcello a chi e a cosa tu ti riferisca nel finale.
    Concordo sull’affermazione “Quindi penso che se Honnold decide di salire Freerider slegato è perché pensa sia la cosa giusta da fare in quel momento.” e questo è uno dei motivi per i quali ritengo non si dovrebbero mai avere rimpianti su ciò che si è fatto in passato.
    Credere invece che la fatalità, così come la fortuna o la sfiga la creiamo noi è come credere che sia sempre colpa degli altri o di qualcosa d’altro. Se l’essere umano interagisce con tutto ciò che lo circonda ed è parte di esso come si fa a sostenere che sia sempre lui l’artefice di tutto ciò che gli accade? Se un meteorite dovesse cadere sulla Terra mietendo un milardo di vittime dovremmo andare a cercare la colpa in ciascuno dei morti incapaci di comprendere che si trovavano al momento sbagliato nel posto sbagliato?
    A me pare alquanto supponente e anche abbastanza semplicistico pensare che tutto dipenda da noi, sia nel bene sia nel male. Credo che l’atteggiamento giusto, almeno in ambito alpinistico, sia invece quello di porsi umilmente di fronte alla grandiosità che ci circonda, prepararsi al massimo delle proprie possibilità ed essere consapevoli che ci sono situazioni in cui si passa solo se la montagna vuole farci passare.

  12. 19

    Nel suo libro Professionista del vuoto, René Desmaison diceva che chi ha incidenti era perché lo voleva. Lo penso anch’io.
    La fatalità la creiamo noi stessi, come la sfiga o la fortuna.
    Quindi penso che se Honnold decide di salire Freerider slegato è perché pensa sia la cosa giusta da fare in quel momento.
    Poi se vogliamo possiamo costruire attorno a ciò mille castelli che però a ben guardare rispecchiano solamente il manifestare ognuno la propria idea in merito e, pure la sete di protagonismo nell’affermarla (me compreso).
    E’ un discorso senza fine e dagli effetti nulli. Al bar se ne sentono di più sensati.

  13. 18
    lorenzo merlo says:

    Condivido. La valutazione, la misurazione presuppone ed è riferibile solo ad un mondo immmobile. Di per sè ossimoro.

  14. 17
    Guerrini Michele says:

    Il fare dell’Alpinismo è un agire molto materiale ( parte fisica dell’essere umano)che crea possibilità di esplorazione dell’io ( parte mentale dell’essere umano). Che poi uno voglia darsi delle risposte presuppone che prima si faccia delle domande, ma forse ciò non porta a nulla se non entrare nel vortice dell’oggettività citata da Merlo. Fare dell’Alpinismo è ESPRESSIONE e non dimostrazione del proprio essere, è RICERCA di realizzazione dei propri sogni e progetti. Vista dall’esterno questa ricerca può essere o meno condivisa ( e commentata) ma mai essere oggetto di confronto con la propria o altrui e quindi in qualche modo “valutata”.

  15. 16
    lorenzo merlo says:

    Pensare di giungere a una risposta fa parte dell’ipotetico regno dell’oggettività.

    Cercare una risposta è assumere un ruolo, un centro, un presunto potere che ce ne dia diritto. Altrimenti detto ego. Questo ha bisogno di ordine per sapere come muoversi. Se cade in territori sconosciuto gli viene qualche malessere.

    Riconoscere l’arroganza della ricerca di una risposta fa aprte invece della relativizzazione dell’io.
    Non non siamo noi, se non per materiale, amministrativa, sociale convenzione.
    Siamo espressioni di vita e la realizziamo, realizziamo noi stessi, tanto più cessiamo di volerla analizzare o interpretare. Tanto più riteniamo di poterla osservare dall’esterno.

  16. 15
    Giandomenico Foresti says:

    Mah.. Dialogare con te è abbastanza piacevole anche perchè, se non altro, si è costretti ad uscire dagli schemi e talvolta a fare uno sforzo mentale significativo. Pertanto ti ringrazio.
    Al tempo stesso so di essere una persona pratica. Per me le cose si possono veramente comprendere solo attraverso un processo d’immedesimazione, in caso contrario è come vederle attraverso un vetro.
    Ciò detto passo e chiudo anche perchè non ritengo questo blog un luogo adatto per simili speculazioni intellettuali. L’alpinista è fondamentalmente un pratico, cerca d’immedesimarsi.

  17. 14
    Alberto Benassi says:

    Lorenzo io mi inchino e basta perchè in quello che pensi e scrivi non ci capisco nulla.
    Sono troppo semplice nel mio modo di ragionare per confrontarmi con te.

    Comunque ci provo:

    “Indipendentemente dalla risposta che possiamo dare al quesito di Alberto, mi pare non cambi nulla. Mi pare sussista che tutto dipende da noi.”

    Dipende da noi perchè materialmente siamo noi che agiamo. Ma…Ma ??
    La nostra mente è veramente coscente di quello che fa? E’ veramente sicura di dominare le situzioni, come invece molti pensano? Cioè faccio questo, e lo faccio adesso, perchè mi sento pronto di farlo .

    L’ho già scritto ma ripeto: quest’inverno in discesa dal Monte Pisanino in Apuane per distrazione (penso) sono scivolato perchè sotto i ramponi mi si era formato lo zoccolo. Ho cercato di fermarmi con la piccozza ma non ci sono riuscito. Ho capito che mi sarei fatto male perchè sotto c’era un salto. Ma poi invece di scivolare dritto sul salto, ho imboccato un canalino li vicino (che non avevo visto) e nel canalino improvvisamente è apparso un bel cespuglio dove sono atterrato senza farmi nulla.
    Preciso che il canalino non l’avevo visto, magari ci sono finito perchè nel cercare di fermarmi ho modificato la mia direzione di caduta? Può darsi.

    Oppure semplicemente dovevo essere li perchè li c’è quel canalino con il cespuglio. Od ancora il mio amico Luciano era li e mi ha dato una spinta verso il canalino?
    Non lo so.

  18. 13
    lorenzo merlo says:

    Quando qualcuno mette la freccia e rallenta fino a 70 o 60 e solo poi si sposta per avviarsi all’uscita dell’autostrada generalmente nella mia casella dell’idolo appare il coatto che senza pensarci scende dalla macchina e tira una sprangata sul cristallo di quello là.

    Quando l’ambito è altro nella casella appare altro.

    Per questo né penso, né vivo.
    A volte lo creo, quindi lo penso e lo vivo. A volte tanti saluti.

    La sola permanenza è l’oscillazione.

  19. 12
    Giandomenico Foresti says:

    Domanda. Ma tu quello che scrivi lo vivi o lo pensi? Perchè se lo vivi m’inchino a te, vuol dire che sei molto avanti, in un’altra dimensione. Se lo pensi e basta..

  20. 11
    lorenzo merlo says:

    Indipendentemente dalla risposta che possiamo dare al quesito di Alberto, mi pare non cambi nulla. Mi pare sussista che tutto dipende da noi.

    La dimesione fisica è una concenzione tra le più, resa assoluta dal successo illuminsta del razionalismo e del materialismo.

    Ricerce lontane nel tempo, cristiche, e vicine, russe, alludono a dimensioni umane che il nostro standard non può che considerare del terzo tipo.

    “… la possibilità di cambiare la struttura fisica degli oggetti con la sola forza del pensiero è ben lungi dall’essere stata dimostrata.”
    – Meglio non alludere alla forza del pensiero ma alla concezione della cosa stessa. È dalla nostra concezione che il mondo avviene in quel mondo, che ci appare esterno e oggettivabile. La tradizione dice infatti che il mondo è espressione della coscienza.
    – La dimostrazione, supremo, imprescindibile precetto dello scientismo dovrebbe invece essere solo uno degli elementi della ricerca. Dovrebbe perdere, separarsi dalla sua attribuita capacità di definire il vero.

    Quando riconosciamo di essere creatori di realtà, il prima e il durante che cita Alberto, perdono la loro capacità di confinare in momenti separati l’eternità. Divengono invece semplici attributi, cioè vesti attribuite, di un mondo duale. Il solo nel quale per cultura crediamo possa esistere l’uomo.

  21. 10
    Giandomenico Foresti says:

    La scienza non ha esaustivamente superato il concetto di oggettività. Se ne sta’ discutendo e comunque la divulgazione scientifica fatta nei confronti della massa non è sempre delle migliori in quanto viene utilizzata una terminologia a volte molto semplicistica.
    Comunque anche presupponendo che sia effettivamente così, e cioè che non esista una realtà oggettiva, la riflessione di Alberto evidenzia chiaramente il ginepraio in cui ci muoviamo. Siamo veramente liberi di crearci la nostra realtà oppure siamo semplicemente liberi di scegliere fra innumerevoli realtà predefinite? Perché nel primo caso i creatori di tutto saremmo solamente noi mentre nel secondo caso la nostra scelta potrebbe essere assai limitata. Nel primo caso chiunque potrebbe essere Honnold, basterebbe sintonizzarsi sulla sua lunghezza d’onda, mentre nel secondo caso Honnold sarebbe un’entità unica e irripetibile, frutto di una quantità non ben definita di combinazioni che gli consentono, alla fine, di essere ciò che è.
    Queste cose sono ben conosciute dagli psicoterapisti i quali aiutano le persone ad accettare la propria realtà ma non possono aiutarli a modificarla. Un soggetto che prima di ritrovarsi su una sedia a rotelle giocava a calcio potrebbe ritrovare la gioa di vivere tirando con l’arco e partecipando alle competizioni per paraplegici. Sicuramente affronterebbe un cambio di prospettiva e potrebbe anche ritrovarsi a valorizzare cose a cui prima non dava importanza ma l’uso delle gambe non glielo ridarebbe nessuno (al massimo il chirurgo se ciò fosse possibile). Quindi è vero che in termini psicologici ciascuno può vivere la propria realtà ma dal punto di vista fisico le cose sono sempre state un po’ diverse e la possibilità di cambiare la struttura fisica degli oggetti con la sola forza del pensiero è ben lungi dall’essere stata dimostrata.
    Forse un giorno ci si riuscirà ma allo stato attuale l’involucro fisico la fa ancora molto da padrone.

  22. 9
    Alberto Benassi says:

    “Siamo creatori di realtà.
    A seconda del sentimento che alberga in noi essa varia.”

    Insomma se ho capito bene , tutto dipende da noi. Può darsi, ma siamo veramente sicuri che siamo sempre padroni di noi stessi? Prima e durante?

  23. 8
    lorenzo merlo says:

    Siamo creatori di realtà.
    A seconda del sentimento che alberga in noi essa varia.
    L’oggettività è argomento superato anche dalla scienza stessa.
    Essa ha riconosciuto che l’osservatore fa parte di ciò che vede.
    Significa che non v’è alcunché di oggettivo.
    Una presunzione di oggettività – ben differente da quella trasmessaci dal razinalismo, dal materialismo, dalla scienza – sussiste entro ambiti condivisi.
    La “mente” di Gregory Bateson e il “discorso” di Foucault sono solo due delle consapevolzze che hanno riconosciuto quanto l’intento oggettivo fosse fuorviante se considerato più nobile di altri.

  24. 7
    Giandomenico Foresti says:

    “Per dire che, concezioni e esigenze differenti creano mondi e possibilità differenti.
    Per dire che le potenzialità che abbiamo ne sono soggette.
    Per dire che giudicare espressioni di esigenze e concezioni altre è un po’ come credere esista solo una lingua, la nostra, per parlare con chiunque.”
    Queste considerazioni finali sono molto interessanti però non mi sento di sposarle senza ombra di dubbio.
    Traducendo in parole più semplici questi concetti si potrebbe dire che ciascuno di noi si crea la propria realtà e questo è un tema di forte dibattito anche nella comunità scientifica. Esiste una realtà oggettiva oppure no? Mah.. Difficile dare una risposta sulla base delle conoscenze attuali.
    Noi viviamo una realtà separata, in parte, ed una collettiva, in parte. La somma di queste due realtà costituisce tutto ciò in cui siamo immersi. In che misura la realtà personale incide sulla realtà collettiva ed in quale misura quest’ultima incide sulla prima? Nessuno lo sa. Possiamo solo percepire che esistono cose, situazioni, ecc., che sentiamo poter essere sotto il nostro controllo e altre che rientrano nella sfera dell’imponderabile (che forse imponderabile proprio non è ma che siamo costretti a considerare tale). Pertanto, assoluto rispetto per chi fa certe scelte di vita ma anche possibilità di espressione, valutazione e critica utilizzando un linguaggio condiviso. Entrambe le cose devono giustamente trovare il loro spazio.

  25. 6
    Alberto Benassi says:

    ma ringrazio anche io ma non c’ho capito nulla.

  26. 5

    Vero, Merlo ha colto l’essenza e, per me, si è spiegato per la prima volta usando le parole in maniera da farsi capire pure da un umano terra terra come il sottoscritto. Il popolino degli illetterati ringrazia.

  27. 4
    Guerrini Michele says:

    Complimenti a Lorenzo Merlo che ha colto I’essenza…

  28. 3
    lorenzo merlo says:

    Una volta lessi il racconto di un incidente. Il narratore era il protagonista della vicenda.
    In moto, iniziò qualche tentativo per evitare l’impatto nel momento in cui si avvide dell’imprevisto. Era a circa 20 metri dall’inconveniente.
    La storia è dettagliata metro per metro.

    Dapprima raccontava quello che aveva pensato in merito all’avvento dell’imprevisto, alle modalità di guida e di attenzione che era solito mettere in atto ogni volta che apriva il gas in città. Ovvero che teneva conto anche dei bambini e delle persone sui marciapiedi, che considerava macchie d’olio, buche nuove, ghiaino, e comportamenti delle auto davanti. Le osservava e da come guidavano capiva dove era posata l’attenzione dei vari automobilisti.
    Intanto i metri erano arrivati ad essere quindici.
    Disse che si era chiesto più volte come poteva essere che nonostante quelle modalità di guida, che chiamava “d’anticipo”, quel tram fosse così tanto in mezzo alla strada, di traverso.
    Raggiunse i dodici metri.
    Capì che non c’era risposta alla sua domanda. Poteva solo ipotizzare d’essersi distratto per un istante, proprio quell’istante in cui la proiezione stava subendo un aggiornamento che gli sarebbe rimasto sconosciuto. Ma era solo un’ipotesi logica alla quale lui non credeva. Sapeva la qualità di attenzione che si liberava quando apriva il gas.
    A dieci metri cercò di capire se con una piega a destra e una subito a sinistra avrebbe potuto evitare il muso del tram. Guardò ancora il terreno.
    Ne mancavano otto.
    La prima piega a destra gli avrebbe sì permesso di evitare l’acciaio arancione, ma non avrebbe poi avuto lo spazio per rientrare, per evitare il marciapiede che si sarebbe trovato a pochi centimetri, e forse neppure lo spigolo marmoreo del palazzo, dove certamente sarebbe andato a picchiare sbalzato dalla moto per l’urto contro il cordolo del marciapiede.
    Ne mancavano sette quando arrivò alla conclusione che quella speranza di salvezza era stata l’illusione di un istante.
    Arrivò a sei e tornò a guardare davanti.
    La fiancata del mezzo pubblico prendeva ormai tutto il campo visivo.
    A cinque, nonostante la consapevolezza che a nulla sarebbe servito, bloccò la ruota dietro. Per poco, forse un metro, la moto proseguì dritta come un carrello trasportatore.
    A quattro capì che nulla l’avrebbe tratto dal diventare una freccetta. Lo scontro e la velocità l’avrebbero lanciato di casco, dritto contro la pubblicità rettangolare. La moto si sarebbe infilata sotto verso le putrelle del telaio e la massa delle ruote, il manubrio avrebbe ceduto come burro contro lo spigolo della parete arancione, gli steli e il canotto avrebbero ceduto allungando la moto in un gesto mostruoso. A quel punto, sapeva, che sarebbe già stato disponibile per qualunque reparto di ortopedia, ammesso l’avessero raccolto ancora vivo.
    A tre considerò che sarebbe stata una brutta fine e che se non fosse finita sarebbe stato ancora più brutto.
    Non era e non si considerava un pilota vero, ma pensò che se avesse messo la moto di traverso almeno avrebbe potuto non divenire freccetta.
    A due, stava slittando come un esperto speedwayer. La ruota dietro era alla stessa quota di quella davanti. Si meravigliò di come ci fosse riuscito, ma per poco perché stavolta era l’anca destra che si stava inesorabilmente avvicinando allo spigolo arancio. Un’altra visione gli mostrò i danni ai quali stava andando incontro. Era chiaro che nessuno al mondo avrebbe potuto sistemare un bacino spappolato, più tutto il resto, gli organi colpiti, la muscolatura stracciata, i legamenti strappati, che nella visione non c’erano, ma che lui dava per certo.
    A un metro trovò scontato che per evitare tanta sfortuna non aveva altra opzione che “saltare via dalla moto”. Così disse. Poi si fermò un momento e aggiunse:
    “Ma forse più che pensarlo e farlo, pur ricordando d’averlo prima pensato, fu il farlo stesso. Praticamente non c’era qualcuno che faceva qualcosa, l’io era sparito. C’era solo un tutto. Se posso dire, ero la conoscenza stessa.”
    Dette quelle parole proseguì il racconto.
    Lasciai il manubrio e spinsi sulle pedaline per separarmi dalla moto.
    A quel punto, lo spazio che lo separava dal tram non c’era più, o quasi.
    Non seppe dire come, ma nei centimetri che avanzavano alzò gambe e piedi come una cintura nera di aikido. Una suola, quella del piede sinistro rimase vicina al sedere e sbattè di piatto contro il montante arancio della porta. L’altra gamba, allungata, sfondò il vetro e parte dell’infisso in legno dell’apertura a soffietto.
    Aveva una vecchia dotazione di stivali dei pompieri. Una grossa scheggia bucò i pantaloni e gli si infilò tra il polpaccio e lo stivale.
    Rimase appeso a testa in giù ma era già abbastanza sicuro di non essersi fatto davvero male.

    Per dire che, concezioni e esigenze differenti creano mondi e possibilità differenti.
    Per dire che le potenzialità che abbiamo ne sono soggette.
    Per dire che giudicare espressioni di esigenze e concezioni altre è un po’ come credere esista solo una lingua, la nostra, per parlare con chiunque.

  29. 2
    Alberto Benassi says:

    decisamente comprensibili i timori di Caldwell per il suo amico. Sinceramente non vorrei essere nei panni dei fotografi. Anzi non lo farei il fotografo o le ripresa ad una persona che sale il solitaria non assicurata.

  30. 1
    Luciano says:

    Dopo un’impresa così penso Hannold dovrebbe seguire l’esempio di Walter Bonatti dopo la nord del Cervino in solitaria. Sono davvero grandi gli alpinisti che diventano vecchi, come Cassin, Bonatti, Diemberger, Messner

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