Perché Greta Thunberg è una foglia di fico

Perché Greta Thunberg è una foglia di fico
(e l’ideologia batte la realtà)
di Enrico Mariutti (twitter @enricomariutti)
L’autore è Enrico Mariutti, ricercatore e analista in ambito economico ed energetico. Founder della piattaforma di microconsulenza Getconsulting e membro del consiglio direttivo dell’Istituto Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG)
(pubblicato su econopoly.ilsole24ore.com il 21 aprile 2019)

Spessore 5, Impegno 3 , Disimpegno 3

Il fenomeno Greta Thunberg, la giovane attivista svedese finita al centro del dibattito mediatico a causa del suo impegno a favore della lotta al cambiamento climatico, dice molto sulla stagione politica che stanno vivendo le democrazie occidentali. Dopo essere balzata agli onori della cronaca internazionale a seguito della partecipazione alla conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2018 (COP24) e al Forum economico mondiale di Davos, la sedicenne è finita al centro di un turbinio mediatico fatto di insulti e insinuazioni, che è arrivato a nutrirsi persino della sindrome di Asperger, da cui la giovane è affetta.

Rimanere lucidi di fronte a tanta ferocia, reprimere il desiderio di restituire al mittente l’odio riversato sull’adolescente è difficile ma necessario, per interrompere il circolo vizioso che alimenta la violenza e l’inconcludenza del dibattito pubblico.
Innanzitutto, bisogna fare una premessa.

Il fenomeno Greta Thunberg si compone di due facce.
Da una parte un’adolescente fuori dal comune, con un senso di responsabilità e una determinazione sconosciuti a gran parte dei suoi coetanei, con una personalità in corso di sviluppo e dei valori ammirevoli per la sua età. Dall’altra, il mondo degli adulti in ebollizione, alla ricerca di risposte semplici e comode, schiavo della paura e senza speranza, cinico e narcisista, affamato di contenuti ed eroi da manipolare o strumentalizzare. Ovviamente, riuscire a scindere e analizzare separatamente Greta e l’insieme di input – culturali, familiari, relazioni, sociali, politici – che hanno contribuito, direttamente o indirettamente, a strutturare il suo messaggio è impossibile e probabilmente insensato. Anche quest’analisi, quindi, si adeguerà al dibattito pubblico e tratterà Greta come il simbolo del suo messaggio. Nella piena, e quindi colpevole, consapevolezza che una sedicenne non dovrebbe essere caricata di questo peso.

Detto questo, vale la pena soffermarsi un attimo sulla cornice.
Cinquanta anni fa, quando a parlare dei rischi del riscaldamento globale di origine antropica era un pugno di scienziati poco meno che eretici per la comunità scientifica, le parole della giovane attivista svedese avrebbero avuto un valore rivoluzionario.

Oggi, però, la situazione è diversa. Il tema è entrato stabilmente nel dibattito pubblico; le evidenze scientifiche sull’origine antropogenica del fenomeno appaiono oramai schiaccianti; la comunità scientifica ha elaborato modelli di rischio sempre più dettagliati; le istituzioni hanno elaborato i primi piani di contrasto al fenomeno.

Le parole della giovane attivista, perciò, diventano un paravento dietro cui nascondere un groviglio di interessi contrapposti e ipocrisia che è più facile ignorare che dipanare.

Le politiche di contenimento della temperatura, tanto per cominciare, hanno un costo: a seconda delle stime e degli scenari, tra 50.000 e 120.000 miliardi di dollari.

Chi paga?
La domanda può essere declinata sotto diverse prospettive.
– Pagano gli Stati, che inevitabilmente sono i principali portatori d’interesse, o paga il mercato, accusato da più parti di aver alimentato irresponsabilmente il fenomeno?
– Pagano le economie avanzate, che negli ultimi 150 anni hanno prodotto l’80% delle emissioni di natura antropica o pagano le economie in via di sviluppo, che trainano le emissioni attuali?
– Pagano i consumatori, che consumano, o pagano le imprese, che producono?

Fonte: Center for global developement

Ciascuna opzione comporta, a cascata, ripercussioni economiche e sociali che ne determinano la sostenibilità politica.

Le presidenziali USA del 2016 offrono un interessante caso di studio.
Durante i due mandati Obama, gli Stati Uniti sono diventati il capofila della lotta al cambiamento climatico. Le politiche dell’Amministrazione hanno prodotto un taglio strutturale delle emissioni di CO2 di quasi un miliardo di tonnellate l’anno.
Il governo federale è riuscito a centrare un obiettivo così ambizioso incentivando la transizione nel settore termoelettrico da un combustibile fossile ad alto contenuto di CO2 (il carbone) a uno con minore contenuto di anidride carbonica (il gas naturale), investendo nella riqualificazione industriale e nelle reti intelligenti. Un approccio progressivo, concettualmente molto distante dai richiami della giovane attivista a “lasciare i combustibili fossili sotto terra”, che però ha permesso all’Amministrazione di far convergere sulle sue posizioni il mondo accademico, l’industria high-tech, i mezzi d’informazione; poli di attrazione che hanno permesso a Obama di superare l’ostilità dei Repubblicani.

Tuttavia, i paletti imposti dall’Enviromental Protection Agency (EPA) hanno accentuato la deindustrializzazione del tessuto produttivo americano, in particolare in quelle regioni in cui l’industria pesante è il perno dell’economia locale. La chiusura degli impianti ha provocato un’emorragia di posti di lavoro, particolarmente marcata nel settore minerario, in quello siderurgico e nella manifattura energy-intensive, che a sua volta ha alimentato lo spopolamento e il degrado sociale.

Dietro alle statistiche sbandierate dall’Amministrazione – che fotografano un saldo positivo in termini di reddito e posti di lavoro nel percorso di riduzione delle emissioni e di riconversione industriale – si nasconde un quadro più complesso e frastagliato, fatto di vincitori e vinti.

Nelle elezioni presidenziali del 2016 il malcontento degli sconfitti, cementato dall’attività di lobbying degli operatori del settore, ha consegnato a Trump le chiavi della Rust Belt, il cuore industriale degli USA e quindi di sei stati cruciali per la corsa alla presidenza: Pennsylvania, Ohio, Michigan, Indiana, Wisconsin e Iowa.

Evoluzione del voto (2000-2012)

In rosso gli Stati in cui hanno vinto sempre i Repubblicani, in blu gli Stati in cui hanno vinto sempre i Democratici e in grigio gli Stati in cui si sono alternati (swing States)
Fonte: Elaborazione immagine 270towin

Risultati elezioni 2016

Fonte: www.270towin.com

Gli elettori non hanno premiato il tycoon perché ne condividono necessariamente le posizioni sul cambiamento climatico (i sondaggi registrano, infatti, una crescente consapevolezza dei rischi nell’elettorato repubblicano) ma perché nella loro scala personale c’erano priorità più urgenti della lotta al riscaldamento globale, che i Democratici non sono riusciti a intercettare.

Il caso francese.
Se il caso americano è già di per sé eloquente, quello francese è illuminante.
Il Movimento dei Gilet Gialli, infatti, è nato come reazione all’aumento del costo dei carburanti, deciso dalle autorità francesi nel quadro della decarbonizzazione dell’economia nazionale.

Anche in questo caso, la reazione popolare non è stata innescata da un rifiuto ideologico nei confronti del cambiamento climatico ma dalle ricadute economiche e sociali delle misure adottate dalle autorità francesi per combatterlo. Nel corso del 2018 il prezzo del diesel in Francia è aumentato del 18% e nuovi aumenti sono previsti per il 2019, a dispetto delle fluttuazioni del prezzo del barile. I rincari hanno colpito in particolare i pendolari e l’economia agricola che, a causa della crescente meccanizzazione, è sempre più dipendente dal gasolio agricolo. Quindi, ancora una volta, un’onda che monta dal basso.

Nelle piazze francesi, però, al contrario che nei distretti industriali americani, il tema dell’aumento delle accise si è immediatamente fuso con altri temi: il contrasto alle disuguaglianze economiche, la riaffermazione della sovranità popolare, l’aumento dei salari minimi. Tematiche che, al netto di semplificazioni populiste o di eventuali influenze esterne, hanno una chiara matrice socialista.

Il caso americano, e ancor più quello francese, dimostrano perciò come la lotta al cambiamento climatico rischi di venire assimilata a quell’attacco concentrico alle classi subalterne di cui, quantomeno nell’immaginario popolare, già fanno parte la globalizzazione, la gestione di fenomeni migratori, l’economia della conoscenza. E che, quindi, precipiti al centro del dibattito politico, quando sarebbe opportuno che ne rimanesse al di sopra.

Greta Thunberg

Tutto questo a Greta non interessa.
La sedicenne preferisce concentrarsi su “cosa deve essere fatto anziché su cosa sia politicamente meglio fare”.

Quella per il consenso, però, non è una partita sporca come lascia intendere la giovane attivista ma un passaggio fondamentale nel processo di decision making all’interno di una società democratica.

Non temere l’impopolarità vuol dire non essere disposti a mettere in discussione il proprio punto di vista per raggiungere un fine superiore. Significa mettere in cima alla scala delle priorità se stessi, le proprie idee e convinzioni, piuttosto che la soluzione al problema.

Questo aspetto aggiunge una sfumatura sgradevole all’intransigenza di Greta. La sedicenne – troppo giovane per aver acquisito una piena consapevolezza della propria identità sociale – è nata in uno dei Paesi più ricchi del mondo ed è figlia della grande borghesia svedese: la madre è una cantante lirica e il padre, attore, proviene da una famiglia di attori e registi. Difficile, quindi, non interpretare il distacco dell’adolescente come una reale distanza dai bisogni e dalle priorità delle classi popolari.

Al di là delle intenzioni e della retorica, Greta si fa portatrice di un’ideologia reazionaria e paternalistica che trasforma prospettive universali come la solidarietà, l’equità o la giustizia in patenti che i migliori attribuiscono di volta in volta agli argomenti che ritengono degni.

Questa non è l’unica distorsione inquietante nel messaggio di Greta. La giovane, infatti, non affronta mai il tema della giustizia sociale nei suoi interventi ma fa frequenti riferimenti alla distribuzione delle risorse su scala globale, rilanciando un tema caro agli intellettuali europei: il terzomondismo.

Tuttavia, quando l’adolescente ricorda che una piccola minoranza della popolazione mondiale consuma la larga maggioranza delle risorse, dimentica che oramai più del 60% delle emissioni di gas climalteranti (a effetto serra, che aumentano il riscaldamento globale) di natura antropica proviene da economie emergenti. Tralascia che, mentre UE e USA tagliano le emissioni di CO2 da almeno un decennio, la Cina raggiungerà, auspicabilmente, il picco entro il 2030 e l’India, presumibilmente, durante il decennio successivo.

Sovrapporre il tema dello sfruttamento delle risorse a quello del riscaldamento globale permette a Greta di evitare un nodo fondamentale ma al contempo sdrucciolevole del problema: il ruolo dei Paesi in via di sviluppo.

Se è indiscutibile che, in prospettiva storica, i Paesi in via di sviluppo sono responsabili di una quota limitata delle emissioni di natura antropica, è altrettanto indiscutibile che oggi sono il motore del riscaldamento globale.

Di conseguenza, anche se le economie avanzate azzerassero le loro emissioni entro il 2030 – come auspica Greta, incurante o ignara delle ripercussioni sociali – i target per il contenimento dell’aumento della temperatura entro i 2° non sarebbero raggiunti.

Auspicare che le economie emergenti taglino le emissioni di gas climalteranti, però, vuol dire auspicare che si blocchi il meccanismo attraverso cui centinaia di milioni di persone stanno fuggendo dalla povertà. Con conseguenze umanitarie, sociali e politiche potenzialmente catastrofiche. Meglio aggirare il problema rifugiandosi in uno stereotipo che da cinquant’anni ha una grande influenza sul mondo intellettuale occidentale: “La razza bianca è il cancro della storia umana; è la razza bianca ed essa sola – con le sue ideologie e le sue invenzioni – che sradica civiltà autonome ovunque proliferino, che ha sconvolto l’equilibrio ambientale del pianeta, e adesso minaccia l’esistenza stessa della vita (Susan Sontag)”.

Fonte: Elaborazione tavola IPCC

Ancora una volta, perciò, l’ideologia ha la meglio sulla realtà, la ricerca della purificazione sulla ricerca di una soluzione.
Una volta scomposto e analizzato, il messaggio di Greta si inquadra perfettamente in quella visione religiosa del Capitalismo, descritta da Walter Benjamin (Il Capitalismo come religione, 1921) e profondamente radicata nella cultura protestante; si trasforma in una dottrina volta alla mera colpevolizzazione piuttosto che alla riparazione del danno e quindi all’espiazione della colpa.

Questo sentimento bigotto, che attraversa ampi settori del mondo intellettuale europeo, ha già condannato i programmi di contenimento delle emissioni al fallimento. La battaglia che combatte Greta Thunberg è già persa. Non per le difficoltà finanziarie dell’impresa ma perché i pochi anni che rimangono prima del cosiddetto punto di non ritorno sono troppo pochi per elaborare una sintesi politica, un sistema di pesi e contrappesi adeguato a sostenere lo sforzo culturale, economico, sociale.

L’umanità, quindi, è spacciata?
No. Anche sotto questo aspetto, infatti, la retorica della giovane attivista è fuorviante. Il riscaldamento globale, infatti, non è solamente un fenomeno graduale ma anche reversibile.

Un mese prima che Greta Thunberg pronunciasse la sua invettiva infuocata al TED Talk di Stoccolma, in un altro TED Talk (We the Future), Chad Frischmann illustrava un altro approccio al problema, rigenerativo: invertire il ciclo alla base del cambiamento climatico, catturare la CO2 dall’atmosfera e stoccarla nuovamente nelle viscere del pianeta o nell’ecosistema.

Chad Frischmann, esperto di fama mondiale, non è una voce isolata nella comunità scientifica: figure molto autorevoli, come il glaciologo di Cambridge Peter Wadhams, Bill Gates, filantropo e innovatore, o David Keith, eminente professore di fisica applicata a Harvard, hanno scommesso sulla cattura diretta in atmosfera della CO2; centinaia di ricercatori stanno producendo letteratura scientifica e studi di fattibilità su tecnologie (chimica avanzata, nanotecnologia, biotecnologie) e infrastrutture; decine di imprese, dipartimenti universitari, startup e organizzazioni no-profit hanno sviluppato soluzioni sperimentali e impianti pilota.

La cattura diretta della CO2 (Direct Air Capture) non è una panacea, non può comunque prescindere da un piano di contenimento delle emissioni, deve essere alimentata con fonti rinnovabili e, almeno per il momento, è un’opzione costosa. Però, dimostra che c’è un’alternativa all’oltranzismo di Greta, un nuovo approccio diventato rapidamente egemone tra gli esperti di settore.

Oramai, quantomeno in ambito specialistico, ci si è convinti che un problema con così tanti ordini di complessità possa essere affrontato solo con una strategia integrata, mettendo a sistema tutti gli strumenti disponibili. Quindi, attraverso un graduale potenziamento della capacità nucleare globale, agevolando la transizione dal carbone al gas naturale, investendo sull’idrogeno, catturando la CO2 al momento dell’emissione o direttamente in atmosfera, riprogettando le reti di trasmissione e distribuzione, aumentando la capacità di assorbimento della biosfera, esplorando le opportunità che offrono l’ingegneria climatica e la geoingegneria. E, ovviamente, grazie a un programma di contenimento delle emissioni che, però, prenderà la forma di un percorso di efficientamento – economico, energetico e tecnologico – piuttosto che di rinunce. Una nuova Rivoluzione Industriale, perciò, sospinta dall’opportunità piuttosto che dal bisogno.

Il nuovo approccio non è educativo.
Questo nuovo approccio, plasmato dall’urgenza e quindi improntato al pragmatismo ha, però, una grave pecca agli occhi dell’ambientalismo radicale: non è educativo. Non indirizza necessariamente i consumatori verso modelli di consumo più sostenibili, non implica uno sfruttamento più oculato delle risorse, non favorisce lo sviluppo di un’economia circolare, non riduce l’impatto ambientale umano. Non racchiude in sé un’ideologia ma semplicemente una soluzione al problema. E per questo è un compromesso inaccettabile.

Sulla testa di chi, però, si combatte questa battaglia? Sulla testa dei contadini e degli allevatori ciadiani e nigerini, che vedono il lago Chad scomparire rapidamente e lasciare il posto ai conflitti armati; sulla testa di milioni di bengalesi, indiani, indonesiani, laotiani, cambogiani, thailandesi, cingalesi costretti a fronteggiare monsoni sempre più violenti e distruttivi; sulla testa delle comunità artiche, che assistono impotenti alla fine del loro mondo.

Individui che, almeno nel breve/medio periodo, difficilmente farebbero in tempo a sperimentare i benefici di modelli di consumo più sostenibili o di un’economia circolare, ma che rischiano di vedere le loro vite spazzate via entro pochi anni dalla siccità, dalla desertificazione, dalle alluvioni, dall’innalzamento del livello del mare, dallo scioglimento dei ghiacci.

Inquadrato con precisione, quindi, il fenomeno Greta Thunberg trascende la lotta al cambiamento climatico e si inserisce perfettamente nel contesto sociopolitico del momento. Si trasforma in un ennesimo fattore di polarizzazione, nell’ennesima narrativa emozionale destinata a impastare sentimenti ingenui ma genuini con cinismo e ipocrisia.

E dimostra chiaramente che, lungi dall’essere un virus populista, il tribalismo è “lo Zeitgeist di questi tempi” (Walter Quattrociocchi, Il mondo di Internet diviso in tribù, Il Sole 24 Ore, 31 marzo 2019).

0
Perché Greta Thunberg è una foglia di fico ultima modifica: 2019-06-12T04:43:28+02:00 da Totem&Tabù

33 pensieri su “Perché Greta Thunberg è una foglia di fico”

  1. 33
    Paolo Panzeri says:

    Sono un po’ di secoli che non si inventano più delle religioni, solo tante sette.
    Che strano essere l’uomo.
    Ha sempre una paura folle della morte (è l’unica certezza della sua esistenza) e ne inventa di ogni per spiegarla mentre continua a nasconderla.
    E guai se discute in maniera intelligente e non spettacolare.

  2. 32
    Luca Visentini says:

    …e dopo maiale, Majakowsky, malfatto, continuarono gli altri fino a leggermi matto.

  3. 31
    Alberto Benassi says:

    in Apuane ci sono cavatori: di destra, di sinistra, democristiani, anarchici (Carrara)… ma tutti minano e affettano questi monti .
    Non si fanno scrupoli.

  4. 30
    GognaBlog says:

    A prescindere dalla nostra personale opinione (che peraltro in tutti noi è in continua evoluzione), è bene leggere e pubblicare anche articoli o libri che siano discordi con la nostra attuale visione. Questo in quanto mettere il bavaglio a prescindere (e parlare di fantomatiche responsabilità editoriali) vuole dire mettere il bavaglio alla cultura e all’informazione corretta. Meglio perfino qualche fake news in più che non acquietarci e sdraiarci su una continua serie di informazioni che, nella loro ossessiva globalità, nulla aggiungono (e molto tolgono) a quella verità che stiamo inseguendo.

  5. 29
    Matteo says:

    P.S.: dire che il capitalismo abbia inquinato meno degli altri sistemi è comunque falso: basta verificare i consumi energetici pro capite all’epoca

  6. 28
    Matteo says:

    Il mio amico Marco afferma che “l’articolo ha un approccio complesso ad un tema complesso”. Io invece non lo ritengo affatto un buon articolo, perché credo abbia un approccio sbagliato, come alcune delle affermazioni di Marco, perché ambedue non riconoscono una semplice verità fisica, che  dovrebbe essere evidente a tutti: in un sistema finito non può esistere alcuna variabile che cresce indefinitamente.
    La terra è un sistema finito, pretendere che la crescita economica lo sia (comunque la si voglia misurare) è idiota.
    Può essere che il capitalismo sia stato più efficiente di qualunque altro sistema e abbia fatto il massimo del bene per il massimo delle persone (ed è da dimostrare), ma questo vuol dire solo che è stato più efficiente nel portare la situazione più vicina al punto di rottura.
    Andate su Youtube e guardate cosa succede mettendo su un dischetto di Agar una o più colture batteriche: la più efficiente è quella che si estingue appena dopo aver vinto l’altra.
    Poi andatevi a rileggere il capitolo di come si fa un acquario nell’ “Anello di re Salomone”.

  7. 27
    Marco Lanzavecchia says:

    Cristiano Iurisci, fai delle domande difficili. Non so proprio. Come la vedo io ho l’impressione che molte delle menti migliori del nostro tempo si siano consumate le meningi su come realizzare il socialismo in modo non disfunzionale quando forse si sarebbero dovute preoccupare di contenere e gestire i danni del capitalismo.
    La mia idea è che l’attenzione all’ambiente sia costosa e che, se la si vuole, ci si debbano dedicare delle risorse. E che le ipotesi di decrescita siano, non solo improbabili (falle accettare alla gente!), ma anche oramai insufficienti a risolvere il problema.
    L’atteggiamento dell’amministrazione Obama nei confronti dell’ambiente era più lungimirante di quello dell’amministrazione Trump? Io credo di sì. Tendeva a fare business sulla conservazione dell’ambiente. Tanto è bastato per fare incazzare la rust belt che ha massicciamente votato repubblicano.
    Credo che i temi economici siano centrali e a proposito di quelli per me la faccenda è semplice; iniziativa e impresa funzionano meglio se sono private e concorrenziali (operano nel mercato). Fuori dal mercato non c’è sviluppo tecnologico e prosperità. E’ un’evidenza sperimentale. Almeno per ora.
    Detto questo il mercato e la concorrenza, come ogni cosa che alla fine afferisce alle regole di un “gioco”, funzionano in modo sano se ci sono delle regole. Precise, equanimi e che vengono fatte rispettare con la forza se è necessario.
    Il compito dello stato è fare l’arbitro. Se si mette a giocare è un casino. Viviamo in un paese dove a fronte di uno stato che fa male ed in modo corrotto l’imprenditore, drenando il 50% del PIL, siamo sottoposti ad una pressione fiscale che strangola le imprese e lo sviluppo. Se non si cambia questo paradigma non se ne esce. E cambiarlo non vuol dire azzerare lo stato sociale… perché le acciaierie e le compagnie aeree non sono stato sociale. Scuola e sanità lo sono. Se tu investi in una compagnia aerea decotta per garantire uno stipendio al 27 dei suoi dipendenti non risolvi il problema, lo fai gravare sulla fiscalità (cioè su tutti, almeno tutti quelli che pagano le tasse) ed in più impedisci a chi una compagnia aerea la saprebbe tenere in piedi, di farlo in libera concorrenza. Su queste cose, che se vuoi sono miope piccolo cabotaggio, mi viene da avere dei pensieri… sui massimi sistemi non so che cosa pensare.
    Vorrei contribuire con qualche spunto. Non sempre mi ritrovo ma mi pare che le suggestioni siano interessanti:
    https://it.businessinsider.com/brand/better-capitalism/

  8. 26
    Cristiano Iurisci says:

    Marco Lanzavecchia, ecco, la tua ultima frase è il comportamento che tutti noi facciamo. Lasciare che il progresso progressi che intanto forse me la cavo. Ma mi chiedo se sia possibile avere un equilibrio. Capisco che il marxismo ha fallito e, compreso che il capitalismo sta fallendo, si può pensare ad un capital-marxismo? O è pura ideologia?

  9. 25
    Marco Lanzavecchia says:

    Cristiano Iurisci, ma anche sì. Ma qui si rischia di volare alto e appunto di finire per fare ideologia. Io mi limito a constatare che lo sviluppo ha provocato un numero enorme di problemi ipotecando il futuro. Ma non da ora. Diciamo che alcuni di questi problemi sono stati se non risolti almeno gestiti/tamponati da progressi tecnologici posteriori. Abbiamo avuto culo? Probabile. Ma io non vedo soluzioni se non nello sviluppo tecnologico e scientifico. Con quello forse ce la caveremo, senza mi pare improbabile. E se di una cosa va dato atto al capitalismo è di avere una grossa propensione per l’innovazione… non perché è buono e bravo ma perché senza muore, si azzera il saggio di profitto, e tutte quelle cose che aveva previsto Marx, trascurando l’innovazione, si realizzano ed il capitalismo va in crisi davvero.
    Sta accadendo ora? Forse hai ragione tu, mi manca la prospettiva, ma nel passato non è accaduto e mai un sistema alternativo (facciamo socialista) è stato l’esito di una crisi sistemica del capitalismo, bensì del collasso di sistemi feudali che non hanno retto la concorrenza del capitalismo stesso.
    Non credo che un cambio di paradigma sia nelle corde della gente… ritengo più probabile una bella guerra per le risorse. E forse me la cavo che crepo prima.

  10. 24
    Cristiano Iurisci says:

    Marco Lanzavecchia, il capitalismo ha per così dire funzionato fin quando le cose non sono andate ben oltre. Ecco perché parlavo di… fino a 10 anni fa, ora la necessità di crescita è di gran lunga più alta di quella che il pianeta può supportare e sopportare. La globalizzazione impone che il consumismo regni in ogni angolo della terra. E questo non può essere in sintonia con il cosiddetto verde e ambiente. Se si cominciano a porre delle regole, dei limiti a questa crescita vedrai che ci sarà spazio per il ripensamento verso vero e consapevole del rispetto del pianeta. La CO2 non è il più grande problema ambientale del pianeta, è uno dei tanti. Risolverlo proponendo una rivoluzione culturale basata sul consumismo di roba che non produce co2 non si farà altro che ingigantire altri tipi di inquinamento. Cmq preferisco discutere dal vero e non su telefonino. È difficile spiegare e farsi capire.
    Ines Millesimi, leggere quel libro? Non saprei, ma se pensi che il CAI con il bidecalogo green ha rotto I maroni a noi alpinisti su come e dove mettere i chiodi e scalare non si è fatto il minimo problema sulle bici elettriche mi fa capire che il concetto di PIL è crescita è ormai un cancro anche al CAI. La bici elettrica è tutto fuorché Green. Ma porta molti iscritti, porta molti istruttori, fama, visibilità e quant’altro. Ma nessuno lo dice.

  11. 23
    Ines Millesimi says:

    Sono cmq contenta che si sia aperto un agitarsi di pensieri su questo tema. Vi chiedo per favore di leggere e far leggere Il libro “La nostra casa è in fiamme”. È molto potente, assertivo, convincente, umano. Sta cambiando quasi la mia vita…magari mi piacerebbe sentire dopo la vostra lettura se vi ha spostato qualcosa, oppure: tutto come prima…

  12. 22
    Marco Lanzavecchia says:

    Alessandro Gogna, noto un improvement rispetto alla tradizionale pubblicazione di porcate di Blondet, Veneziani o altri analoghi belcecini. Spero che il buon giorno si veda dal mattino. Detto questo spero anche che la responsabilità editoriale sia un tema di cui si cominci a tenere conto.
    Cristiano Iurisci, non ho capito un cazzo del tuo discorso a parte il fatto che tu non hai capito un paio di cose. La prima è che la “piramidale idiozia” a cui mi riferivo non era stata tua ma di altri. Non mi lancio in una difesa d’ufficio del capitalismo ma mi limito a notare due fatti incontestabili:
    1) i sistemi alternativi al capitalismo non sono stati privi di problemi ambientali;
    2) le condizioni di vita di molte persone negli ultimi 25 anni sono molto migliorate.
    Se ritieni che in qualche modo queste affermazioni siano false sono in grado di produrre dati che suffraghino le mie tesi.
    Se invece vogliamo discettare sul fatto che i medesimi stiano meglio di prima per un bieco complotto capitalista… beh, non ho una gran voglia di seguirti. Le ideologie non si mangiano.

  13. 21
    Cristiano Iurisci says:

    Marco Lanzavecchia, mi inchino dinanzi a tanto progressismo. Dall’alto della mia piramidale idiozia io ti dico che la questione dei non morti di fame è la scusa più bella per dire che il capitalismo funziona. Al capitalismo servivano quelle persone. Io non ho voluto essere privilegiato. La questione di essere privilegiato esiste solo se uno è costretto a guardarsi intorno. Guarda che chi obbliga quei paesi a crescere è la finanza globale non la necessità di mantenere il mio privilegio. Almeno fino a 10 anni fa… Poi la globalizzazione ha reso la questione obbligatoria con la necessità di trovare continuamente nuovi mercati e nuovi prodotti. Diciamo che io “indirettamente” sono il merito e la causa di questo privilegio fino a 10 anni fa ma che ora ne sono la vittima. Poiché tale privilegio è sempre più appannaggio di pochi. Ultimo, e chiudo qui, il tuo discorso chiude il cerchio che spiegherebbe come la sinistra italiana e europea sia di fatto di destra. Non può che essere di destra poiché deve mantenere dei privilegi che altri popoli non hanno, non ha più la funzione di ottenere privilegi che non si hanno.

  14. 20
    GognaBlog says:

    Scusate se mi intrometto in questa discussione. Mi preme solo sottolineare che Totem&Tabù sia come dev’essere, cioè come è scritto in presentazione: “è una lettura per adulti liberi che:
    – sanno che è priva di contenuti retorici e di luoghi comuni;
    – sanno che contiene prospettive di carattere eretico;
    – sanno che le persone che lo animano combattono aspramente ogni genere di inquinamento”.

    Secondo Marco Lanzavecchia in genere è “pieno di zozzerie”, infatti si stupisce che questa volta non sia così. Totem&Tabù fornisce informazioni di ogni genere, purché scritte con l’intento di servire la verità, questo mitico concetto forse irraggiungibile. Grazie dell’attenzione.

  15. 19
    Dario Bonafini says:

    Marco Lanzavecchia, sei solo un cazzone che si imbroda, mi chiedo ” il Capo” come faccia a sopportare amici della tua specie. Addio.

  16. 18
    Marco Lanzavecchia says:

    Cristiano Iurisci, conosci il significato della parola fallire? Sei consapevole del fatto che negli ultimi 25 anni le persone che muoiono di fame nel mondo sono diminuite in numero assoluto del 70% nonostante l’aumento impressionante della popolazione? Ora capisco che dalla tua posizione di privilegiato queste siano siano pinzillacchere… io continuo a pensare che tu dica piramidali idiozie e che tu viva sulla luna. Restaci. Quindi è improbabile ipotizzare soluzioni che prevedano la rinuncia da parte dei paesi in via di sviluppo di continuare a crescere.

  17. 17
    Dario Bonafini says:

    Marco Lanzavecchia, probabilmente sono anch’io un privilegiato economicamente parlando, e non credo di esserti inferiore culturalmente, ma non ho bisogno di di far cadere dall’alto le mie idee, non per questo non mi rendo conto che il Capitalismo ha fallito in tutti i sensi, molto più dei paesi che hanno tentato strade diverse. Non ho però bisogno di dire che le tue sono idiozie, forse la differenza tra le nostre idee è proprio questa. Stammi bene.

  18. 16
    Marco Lanzavecchia says:

    Dario Bonafini, non ti sbagli. Sono consapevole di essere privilegiato economicamente, socialmente e culturalmente. Detto questo a me pare che il tuo commento, che imputa i problemi ambientali al capitalismo, sia una piramidale idiozia. Le società che hanno adottato modelli alternativi al capitalismo hanno inquinato tanto quanto se non peggio dei paesi capitalisti.
    Cristiano Iurisci, “la CO2 aumenterà per altri 20 anni solo perché il PIL dei cosiddetti paesi emergenti deve crescere… Bah…”… vero. Ma il problema è che o li nuclearizzi o molto difficilmente li convincerai che è meglio non crescere. Personalmente non mi saprei inventare argomenti molto persuasivi.

  19. 15
    Cristiano Iurisci says:

    Non mi sembra che il messaggio di Greta sia mai stato recepito come quello che lei veramente dice. Il messaggio viene distorto verso un rinnovamento energetico chiamato green economy nel qual la finanza futura non vede l’ora di fregiarsi le mani verso nuove espansioni di mercato. Il vero messaggio è travisato. E il messaggio di cambiare le nostre abitudini è talmente finto e irreale che non serve a nulla. Il concetto di mercato libero e crescita infinita e PIL sono il vero problema. E la Green economy non li risolve nessuno. Noi tutti vogliamo meno co2 ma noi tutti guardiamo il TG sperando che sto governo faccia crescere il PIL. Siamo nella contraddizione più assoluta. Non si centra il problema. La CO2 aumenterà per altri 20 anni solo perché il PIL dei cosiddetti paesi emergenti deve crescere… Bah…

  20. 14
    Dario Bonafini says:

    Marco Lanzavecchia, letto e compreso, ed è chiaro che Greta sia solo una ragazzina, sapientone…
    Chissà perché ogni volta che mi è capitato di leggere un tuo commento, che si tratti di politica o di montagna ho spesso l’impressione che ti elevi al di sopra degli altri impressione.. posso anche sbagliare.

  21. 13
    Marco Lanzavecchia says:

    Sono d’accordo. Detto in breve: l’articolo ha un approccio complesso ad un tema complesso. Cosa che ho apprezzato molto. Di solito su Totem e Tabù si leggono orrende zozzerie. Detto questo se da una parte mi hanno schifato gli attacchi a Greta, dall’altra parte mi pare ovvio che lei sia poco di più che la simpatica mascotte di una presa di coscienza sacrosanta ma, per ovvi motivi anagrafici e non solo, molto modesta come portatrice di soluzioni e approcci che invece dovrebbero essere sistemici. Purtroppo molto ambientalismo è cialtrone tanto quanto il negazionismo. Di simboli c’è bisogno e ben venga Greta, di studio c’è bisogno e speriamo si studi.

  22. 12
    Ines Millesimi says:

    Marco Lanzavecchia, ho letto l’articolo e ho commentato in altro post dei diversi blog di Alessandro Gogna. In parte sono d’accordo con l’autore, in parte si vede che non ha letto “La nostra casa è in fiamme”, scritto dalla famiglia di Greta con lei. Lì si evince che il problema ambientale è da leggere in un’ottica sistemica, economica e sociale. Dobbiamo cambiare stile di vita ora, non aspettare che la ricerca scientifica metta la pezza a colore. Mentre i ricercatori studiano (e per ora non hanno trovato), bisogna cominciare ciascuno a cambiare modello, abitudini e modo di pensare, comprare, scegliere. Qui è la chiave di volta della rivoluzione europea.

  23. 11
    Marco Lanzavecchia says:

    Ines Millesimi, il titolo sarà anche orrendo ma se ti fermi a quello perché poi non comprendi il contenuto…

  24. 10
    Dario Bonafini  says:

    Ines Millesimi, sono d’accordo titolo orrendo, adesso si cerca di buttare fango su una ragazzina, solo perché ha detto chiaro una verità scomoda, che il Capitalismo e il nostro sistema basato sul consumismo e su una distribuzione malata delle risorse ha raggiunto il capolinea e va cambiato se vogliamo salvare il pianeta e chi ci vive.

  25. 9
    Ines Millesimi says:

    Titolo orrendo

  26. 8
    Alberto Benassi says:

    chiedere di essere più rispettosi dell’ambiente che ci circonda , che è la nostra VERA casa,  non le 4 mura dove si dorme, non mi sembra essere ESTREMISTI.
    Gli estremisti sono quelli che se ne fregano , non coloro che si guardano intorno e si fanno  delle domande.

  27. 7
    Matteo says:

    Articolo interessante come approccio, ma furbetto e decisamente ipocrita sia nell’estensione che nelle conclusioni.
    E falso nella presentazione dei “dati”; la frase “se è indiscutibile che i Paesi in via di sviluppo sono responsabili di una quota limitata delle emissioni di natura antropica, è altrettanto indiscutibile che oggi sono il motore del riscaldamento globale”  e di un capzioso difficilmente eguagliabile.
    Detto ciò, scegliere la povera Greta come obbiettivo, responsabilizzandola per motivazioni e fini nefasti in base ad astruse analisi e giudizi mal giustificati, mi pare la vera foglia di fico. E mi fa pensare che l’autore abbia, lui si, secondi fini nascosti.
    Greta è semplicemente una “vox clamans in deserto”, è ovvio che non abbia analisi o soluzioni a un problema globale: chi li pretende o è un cretino o vuole gettare (in malafede) discredito.
    Pretendere poi che una sedicenne non sia estremista è come pretendere che l’acqua scorra verso l’alto: a sedici anni o si è estremisti o si è già cerebralmente morti.

  28. 6
    Dario Bonafini says:

    Non credo si debba essere ambientalisti per dire che abbiamo superato il limite  che una regolata nel nostro sistema di vita, debba avvenire , e lo dice ormai anche quasi tutto il mondo scientifico. Consumiamo troppo e male, produciamo tanto e sprechiamo altrettanto  negare questo è un atto di egoismo.

  29. 5
    lorenzo merlo says:

    La terra è un organismo, non è un oggetto, nè una macchina.
    Le forze in campo non sono misurabili tranne che dai supponenti figli di Cartesio. 
    Esaurire il mondo nei numeri e in misurazioni considerate universali riguarda la più superficiale delle intelligenze. 
    Greta e quelli come lei vivono lo spirito del dramma, che i tecnocrati non sanno cosa sia, che i contabili non immaginano, che non interessa i notai. 
    Greta vede l’unità delle cose, i titolati soltanto la loro specialistica parcella di universo.

  30. 4
    Marco Lanzavecchia says:

    Un approccio piacevolmente complesso ad una faccenda che lo è effettivamente. E molto. Stupisce in questo blog che è quasi sempre pattumiera. Detto questo chi se ne frega di Greta: alla fine è ovvio che non dispone di competenze e non attinge ad esperienze abbastanza ampie da ipotizzare soluzioni ma si limita nel migliore dei casi ad essere simbolo o meglio mascotte di una denuncia. Questa è una cosa positiva ed uno stimolo alla massa che è comunque fatta da pecore. Per necessità. Per contro porta lo stigma dell’ambientalismo radicale che è sovente cialtrone e antiscentista.  

  31. 3
    Dario says:

    Si adesso la colpa è dei paesi in via di sviluppo e dell’aumento demografico di questi, non scherziamo se noi paesi ricchi non ci diamo una seria regolata le cose finiscono male per chi verrà dopo di noi. È già troppo tardi per correre verso i ripari non c’è lo dovrebbe dire una ragazzina. Il capitalismo, il nostro sistema consumistico è arrivato al capolinea, prima lo accettiamo, meno gravi saranno i danni. 
     
     

  32. 2
    Alberto Benassi says:

    Al di là delle intenzioni e della retorica, Greta si fa portatrice di un’ideologia reazionaria e paternalistica che trasforma prospettive universali come la solidarietà, l’equità o la giustizia in patenti che i migliori attribuiscono di volta in volta agli argomenti che ritengono degni.
    Questa non è l’unica distorsione inquietante nel messaggio di Greta. La giovane, infatti, non affronta mai il tema della giustizia sociale nei suoi interventi ma fa frequenti riferimenti alla distribuzione delle risorse su scala globale, rilanciando un tema caro agli intellettuali europei: il terzomondismo.

     
    ma Greta Thumberg alla fine è una bimba. Forse certi suoi interventi gli sono suggeriti.
    Mi sembra veramente assurdo che gli si facciano certe critiche percè alla fine il problema c’è !!
    E’ sotto gli occhi di tutti e chi non lo vede , mente!

  33. 1
    Giorgio Daidola says:

    Una frase che dice tutto: “se è indiscutibile che i Paesi in via di sviluppo sono responsabili di una quota limitata delle emissioni di natura antropica, è altrettanto indiscutibile che oggi sono il motore del riscaldamento globale”. Questo è dovuto al folle sovraffollamento di questi Paesi, con miliardi di esseri umani che stanno fuggendo alla povertà. Per evitare la catastrofe (della quale il riscaldamento globale è solo uno degli aspetti) occorre innanzitutto fare di tutto per limitare i tassi di natalità di questi Paesi, non attuare politiche incentivanti dei bassi tassi di natalità dei Paesi ricchi, come cercano di fare i nostri miopi governanti. Non va infine dimenticato che le grandi religioni hanno enormi responsabilità  su questo aumento spropositato della popolazione dei Paesi in via di sviluppo, e quindi sul riscaldamento globale. Greta Thunberg sembra ignorare queste cose. Ma non è colpa sua, a scuola nessuno gliele ha insegnate.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.