Perché non credo nel CAI dei servizi

Perché non credo nel CAI dei servizi
di Paola Romanucci
(scritto a mo’ di contributo per il Gruppo di lavoro Associazionismo e Servizi del 100° Congresso Nazionale del CAI e già pubblicato su http://congresso.cai.it/Contenuti.aspx?p=11 il 29 ottobre 2015)

 

Scusandomi per aver trovato solo ora il tempo (ma “è il volontariato, bellezza”), cercherò di spiegare perché non credo al CAI evocato dai documenti congressuali che demanda a un’“azienda profit” di erogare servizi ai soci “e al resto del mondo”.

Perché la montagna non è un servizio essenziale, ma una scelta che è bello lasciare aperta a più opzioni: imparare a frequentarla in modo consapevole e autonomo, da soli o con il CAI, oppure affidarsi a professionisti.

C’è spazio per tutti.

Perché l’obiettivo legittimo di una soggetto professionale che “offre servizi” nell’ambito della montagna è di trarne un giusto profitto.

L’obiettivo di un volontario del CAI è di trasmettere ad altri la propria passione e conoscenza, per il puro gusto di farlo.

Un sapere modesto e limitato, se vogliamo: ma il proprio, non quello di altri.

A piedi, sugli sci, in sella a una bici o in parete, questa è forse la radice più profonda di ogni “volontario della montagna”.

Interporre i professionisti tra la passione dei volontari e i soci finirebbe per essiccare quella radice che ci identifica e ci lega, noi tutti così diversi, dentro lo stesso sodalizio.

E un CAI che scegliesse di “offrire servizi” tramite soggetti professionali sarebbe presto orientato a incontrare sempre di più la “domanda” di montagna “facile e sicura”: ciaspolate, scialpinistiche medio-facili, ferrate; perché no, utilizzo di mezzi di risalita e magari perfino eliski.

Con buona pace del Bidecalogo.

Campoli Appennino
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Perché un CAI che diventa intermediario di incarichi e di lavoro non appassiona, non coinvolge ed entrerebbe presto in contraddizione con i propri principi fondatori.

Per avere in cambio, cosa: più iscritti? Più soldi pubblici? Più peso politico? Una cosa è collaborare con i professionisti della montagna (e il CAI lo fa da sempre): altra, è appaltare le attività sociali a soggetti professionali, snaturando la nostra identità più vera.

Perché è vero che fanno paura, queste responsabilità sempre più pesanti sulle spalle di tutti noi, in una società sempre più isterica che nega l’etica della responsabilità personale e promuove quella della colpa altrui.

Ma poi, uno pensa ai volontari che operano in zone di guerra e gli viene da sorridere.

Scegliamo di farlo, siamo liberi di smettere.

E la montagna stessa si è fatta carico di insegnarci che libertà e responsabilità sono facce della stessa medaglia.

Perché questa zona grigia del para-volontariato, che si estende dalla sanità alla protezione civile, mina le basi stesse di uno Stato efficiente e trasparente, che con i soldi delle nostre tasse dovrebbe costruire professionalità, bandire concorsi seri, selezionare personale preparato, disporre assunzioni vere; e contemporaneamente, dovrebbe sostenere l’iniziativa privata e promuovere un mercato basato sulla libera concorrenza.

Pretendere e consentire di “campare di volontariato” genera quel sottobosco opaco di clientelismo e competenze sovrapposte in cui, almeno in Italia, si disperdono le risorse pubbliche.

Facciamocene una ragione, la nostra non è una società improntata al rigore protestante: quello che può funzionare in Germania, non è detto che funzioni alla nostra latitudine (e viceversa).

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In realtà, alcuni dei problemi posti dai Gruppi di lavoro, cui hanno inteso rispondere con la prospettiva di una struttura profit che offra servizi in parallelo all’associazione del volontariato tradizionale, potrebbero essere oggetto di un rovesciamento di prospettiva.

Ad esempio, il tema del “CAI dei servizi” potrebbe essere ribaltato nel tema, reciproco e speculare, del rispetto degli ambiti di competenza dei professionisti, cui il sodalizio non dovrebbe sovrapporre una propria “offerta di montagna”: se (se) scegliamo di condividere che il CAI non “porta” in montagna, ma “forma” alla montagna, allora è forse tempo di interrogarci sulla utilità e pertinenza di iniziative come Il mio primo 4000, almeno laddove risultino decontestualizzate da una formazione specifica (tipo corsi avanzati di alpinismo).

Così come il problema dello sbilanciamento nel rapporto numerico tra base e titolati potrebbe trovare soluzione adeguata non nella rincorsa all’aumento indiscriminato degli iscritti e nel conseguente appalto di accompagnamento e/o formazione ai professionisti; ma, al contrario, investendo energie e risorse su formazione e aggiornamento dei titolati, da un lato; e calibrando le attività sociali in base alla qualità e non soltanto alla quantità.

E’ merito della loro qualità e non certo del loro numero, se i nostri soci sono una percentuale quasi irrilevante nel popolo degli infortunati e soccorsi in montagna.

Per contro, su alcuni aspetti come la progettazione finanziaria, il merchandising, l’editoria, che impongono vere e proprie specializzazioni, si può probabilmente ipotizzare l’utilità all’interno del sodalizio di una struttura dedicata.

Ad esempio, è un dato di fatto che le cessate risorse pubbliche dello Stato e degli enti territoriali possono essere efficacemente sostituite grazie alla capacità di intercettare presso le Regioni i flussi di finanziamento europeo, alla condizione di mobilitare professionalità specifiche (e, dunque, remunerate), su progetti elaborati all’interno del sodalizio in conformità ai suoi scopi e principi.

Ancora, ogni volta che il CAI diviene propositore e referente di interventi di riqualificazione del territorio montano (come il ripristino o il consolidamento di un sentiero o di una via ferrata), occorrono progettazione, direzione dei lavori, esecuzione di lavori specialistici, attività di certificazione e di conformità.

In questi casi, è la stessa complessità del quadro normativo che impone al sodalizio di “integrare” consulenze e incarichi professionali e, quindi, di procurare le fonti di finanziamento.

Ma il limite invalicabile di questa “esternalizzazione” dovrebbe coincidere con il nucleo delle attività propriamente sociali: corsi, gite, trekking, ma anche convegni, congressi, formazione, hanno senso e valore soltanto se sono espressione autentica delle risorse del corpo sociale e dei suoi valori fondanti.

Taeschhorn, Dom e Lendspitze (Mischabel, Vallese)
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E poiché il linguaggio contribuisce a determinare la nostra identità, concludo esprimendo una forte e condivisa perplessità sull’uso montante di un lessico più proprio del mondo imprenditoriale.

Un recente editoriale di Montagne360 si invitava a non temere il termine “prodotto” con riferimento ai sentieri.

Nella sua relazione, il gruppo di lavoro su “Il CAI di oggi” pone il tema delle sezioni in termini aziendali (Considerato che a questo punto una decisione sbagliata è un costo, una decisione tardiva è un costo, una non-decisione è un costo le strutture territoriali sono effettivamente all’altezza del ruolo che dovrebbero ricoprire?).

Ecco, è anche su questo lessico che in molti misuriamo la lontananza siderale tra due concezioni del CAI: da un lato, quella di chi ritiene che “vendere” i sentieri o “verificare costi e risultati di gestione” delle sezioni sia indispensabile per “stare sul mercato”, con un sodalizio sempre più popoloso in cui un “ramo di azienda” attiva risorse finanziarie, crea e gestisce un indotto professionale e lavorativo di incarichi, commesse e appalti.

E, dall’altra parte, quanti (come me) credono e vogliono che il CAI sia, prima di tutto, un luogo territorialmente diffuso e diversificato, magari un po’ caotico e a volte poco efficiente, ma comunque qualificato, in cui si insegna e si impara a frequentare l’ambiente montano in modo responsabile, consapevole, sostenibile e solidale.

Uno spazio basato sul piacere sottile, intenso e condiviso di svolgere attività “personali, spontanee e gratuite” frutto di discussioni litigi e compromessi, di lavoro faticoso ma liberamente scelto, di conoscenze ed esperienze piccole e grandi, ricevute e restituite, che si fondono e crescono in progetti corali.

Un luogo costruito sul “capitale” della passione e dell’esperienza dei suoi soci.

E sulla libertà, inestimabile e fuori mercato, di decidere che sì, un corso di alpinismo con quattro istruttori e otto allievi può “seminare” più cultura della montagna di un trekking per 40 persone affidato a un’agenzia turistica.

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Perché non credo nel CAI dei servizi ultima modifica: 2015-12-16T05:40:58+02:00 da GognaBlog

15 pensieri su “Perché non credo nel CAI dei servizi”

  1. 15
    luciano pellegrini says:

    Leggo solo oggi il commento di MARCELLO COMINETTI. Quello che immaginavo, ora ha una conferma. Peccato che allo sfogo ed alla conoscenza di brutte azioni di una associazione che dovrebbe agire nella moralità più assoluta, che si vanta di amare la montagna, rispetta l’ambiente, il risultato è diverso. Bene ha fatto Marcello nel far conoscere queste IMPOSIZIONI. Purtroppo non ci sono stati commenti a suo favore. Forse perché le persone temono di essere iscritti nel libro dei cattivi del CAI?

  2. 14
    marcello cominetti says:

    E la Mafia anche il CAI

  3. 13
    paolo says:

    L’arca di Noè l’han costruita i dilettanti, il Titanic i super-tecnici! Un pò banale , ma…..

  4. 12

    Mi pare che il CAI appalti gia’ diversi lavori all’esterno di se stesso ricorrendo a professionisti, come ci ha ricordato giustamente Possa.
    L’aspetto, per fare solo un esempio, sotto gli occhi di ogni socio e’ quello della comunicazione, affidata a un’agenzia dal nome altisonante e impegnativo: Cervelli in azione. Ma il nome ognuno se lo da da solo. Avrebbero potuto chiamarsi pure con la stessa presunzione: gli infallibili.
    Mi chiedo se il CAI, prima di mettere in mano a questi “cervelli” la redazione della vecchia (e molto migliore perche’ fatta dai soci stessi) Rivista, abbia fatto una regolare gara d’appalto o abbia semplicemente ceduto ad amici (e di chi?) una parte cosi importante del suo essere. Magari mi sbaglio. Ogni tanto il mio cervello resta inattivo e non sono di certo infallibile. Dico questo perche’ penso che la comunicazione, verso i soci (prima) e poi semmai verso chi compra Montagne 360 (visto che gia’ da un po’ e’ in edicola), sia uno degli aspetti piu’ importanti per tener fede a uno Statuto che mi sembra spesso latitare.
    Chiudo il tema Rivista dicendo che questa 360 e’ nata quando Vivalda CDA chiudevano. Aveva la possibilita’ di rappresentare al meglio l’andare in montagna cartaceo del nostro paese, se solo fosse stata messa in mano a persone competenti, ma non e’ stato cosi e ce la dobbiamo tenere come e’, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
    Mi brucia ancora la pelle se penso ai trekking al K2 in occasione del cinquantenario del 2004 organizzati dal CAI con Beppe Tenti di Trekking INternational. Un’operazione torbidissima che ha visto assegnare un “business” piuttosto consistente a…un amico dell’allora presidente Gabriele Bianchi senza uno straccio di concorso o gara d’appalto che dir si voglia. Bianchi mi chiamo’ pure al telefono di notte, mentre il mio socio moriva in un letto dell’ospedale di Genova, con fare sibillino e mellifluo per giustificarsi della scelta a nostro parere arbitraria, ma mai ci scrisse.
    Ai tempi ero titolare di un’agenzia con altri soci e della cosa si era occupato il mio amico e socio Cristiano Delisi morto l’anno dopo di malattia e…dimenticato nei cassetti tra la polvere di volutamente poco chiare superficiali giustificazioni.
    La lettera che spiegava l’indignazione nostra e del Nodo Infinito (altra agenzia di trek e spedizioni rimasta di stucco di fronte alla condotta dittatoriale/mafiosa e clientelistica del nostro CAI) non e’ mai stata pubblicata, nonostante il successivo Presidente Salsa ricordera’ che gliela inviavamo ogni settimana con la preghiera di pubblicarla. Perche’ i soci devono sapere!
    Scusate se sono uscito fuori tema, ma neppure troppo forse, perche’ pensare che il CAI e’ gia’ cosi torbido nel suo agire da semplice (mica tanto) Sodalizio, mi fa venire i brividi a pensarlo come una Societa’ di servizi dedita al profitto, in cui i soci magari sarebbero gli amici degli amici… cose da Saddam Hussein e quindi la smetto perche’ e’ meglio.

  5. 11
    Carlo Possa says:

    Che una associazione come il Cai debba utilizzare professionisti o società esterne mi sembra una cosa del tutto normale. Che il Cai possa valorizzare meglio il suo “brand” è cosa altrettanto sacrosanta. Le Sezioni, da sempre, utilizzano professionisti come le guide, o ingegneri e architetti per progettare rifugi, avvocati per pareri legali, società specializzate per realizzare carte dei sentieri. Sfruttano come meglio possono il loro “brand”, cercando sponsorizzazioni o contributi E così fa il Cai a livello centrale. Certamente potrebbe farlo meglio.
    Ma il tema posto dal gruppo di lavoro sembra un’altro: traslocare (o allocare, se si vuole utilizzare un termine più tecnico) una parte delle attività del Cai in una “struttura parallela” (come ha detto e scritto il presidente generale Martini). E’ qui che il discorso si fa pericoloso.
    Perchè (come già altri hanno scritto) un conto è parlare di servizi, un conto è parlare di attività, o – dico io – di assetto vero e proprio dell’associazione Cai. Offrire migliori servizi ai soci e alle Sezioni sarebbe una cosa bellissima. Pensiamo solo che sollievo si darebbe ai presidenti sezionali se ci fosse un servizio legale specializzato e centralizzato che offrisse assistenza e pareri in tempi rapidi alle Sezioni. Lo può fare una società di consulenza esterna, con cui aprire un rapporto professionale? Benissimo, facciamolo subito. Pensiamo se ci fosse una struttura esterna di professionisti in grado di fare scouting (uso anche io un inglesismo) su possibili finanziamenti europei, nazionali o regionali per il Cai nazionale, per i Gruppi Regionali e per le Sezioni. Sarebbe utilissimo. Ma qui siamo nel campo dei servizi.
    Altra cosa è creare una struttura parallela all’associazione. Qui si prospetta una rivoluzione dell’attuale assetto del nostro sodalizio. Già il termine struttura parallela mi pare molto infelice ed evocativo di situazioni storiche non proprio da imitare. Ma al di là dei termini: per risolvere problemi reali si correrebbe il rischio fortissimo e pericolosissimo di snaturare l’assetto istituzionale del Cai (e anche i suoi oltre 150 anni di storia). C’è il rischio, come giustamente hanno scritto altri che mi hanno preceduto, di dare vita ad una bad company (dove lasciare l’associazione, il volontariato, le assemblee dei delegati, i “casini” delle Sezioni) e una good company, dove allocare una buona fetta della parte economica, i rifugi redditizi, il merchandising). Chi conosce il mondo delle associazioni sa che questo è un percorso che spesso finisce male, con un distacco sempre più marcato tra la parte associazione e la parte impresa, con la prima sempre in affanno a controllare la seconda (finchè ci riesce). Se questa impostazione si accompagna poi alla ventilata idea di concentrare più poteri nella presidenza generale, direi che il rischio di dare vita ad un altro Cai, alternativo e neanche tanto parallelo, è fortissimo.
    Modernizzare non vuol dire snaturare. Modernizzare vuol dire snellire e decentrare, non centralizzare come sempre più si sta facendo adesso. Modernizzare vuol dire aiutare chi opera sul territorio (Sezioni e Gruppi regionali) ad operare meglio e con meno burocrazia. Modernizzare vuol dire riprendere in mano la storia e la missione fondativa del Cai. La mission (o iscopo, come dice lo Statuto) della nostra associazione è “l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale”. Sono concetti basici e modernissimi, attrattivi specialmente per i giovani. Se poi a questi concetti aggiungiamo l’impegno civico e la passione, sviluppati in maniera volontaria e disinteressata, di migliaia di nostri soci, vedremo un Cai perfettamente al passo con i tempi: una associazione che fa divertire le persone, fa amare e conoscere le montagne, e svolge anche un’azione di coesione sociale.
    Se invece vogliamo un Cai impresa, attento ai consigli di amministrazione, agli assetti societari e alla burocrazia interna, per qualcuno sembreremo moderni, ma sicuramente non riusciremo a parlare ai nostri soci e saremo perdenti verso la montagna.
    Carlo Possa

  6. 10
    Elisa says:

    Scrivo da volontaria di una piccola sezione locale e vi dico ben venga un supporto professionale (non profit) in grado di alleviare l’onere di gestione di un microcosmo come il nostro che ci vede attivi sia sul fronte burocratico (tesseramenti, contabilità, adeguamenti normativi, fiscalità etc) sia su quello operativo perché i soci si attendono una programmazione delle attività. Senza trascurare i corsi di introduzione alle attività di montagna o gli aggiornamenti dei titolati quale mission del club alpino italiano.
    Ci impegnamo poi anche sul fronte comunicativo per fare conoscere le nostre attività, piccole cose che però assorbono tempi ed energie. E le persone che si dedicano a far funzionare tutto il meccanismo rappresentano circa il 10% dei soci sezionali, quelli che si sono presi a cuore la situazione.
    Comunque felici di farlo finché ne traiamo soddisfazione.

  7. 9
    Fulvio Turvani says:

    Mi piace. Magari non tutto tutto al 100% ma mi piace. In grado di riconciliarmi con il CAI.

  8. 8

    Mah… non so se ho inteso male… altrimenti direi che ci risiamo con i soliti discorsi triti e ritriti su altri post inerenti CAI e CNSAS…
    Ermanno Pizzoglio il volontario non lo obbliga nessuno e tantomeno viene inserito dal medico di famiglia in ambito CAI… se le responsabilità sono troppo onerose può sempre prestare la sua opera in altra on-lus (dovrebbe essere questa la forma societaria del volontariato no…?) ne esistono ormai di ogni tipo…
    Se si vuol vedere il proprio operato retribuito invece di tentare la forma dello svicolamento, lamentando, appunto, le solite manfrine sulle responsabilità, esistono i Corsi formativi per Aspiranti Guide Alpine seguiti da quelli per Guide Alpine che assicurano di poter operare a titolo professionale e poi… buon lavoro e vedrai com’è “facile” reperire clientela che non siano iscritti a qualche associazione e viverci… 😉

  9. 7
    LUCA GARDELLI says:

    Le considerazioni di Paola, molto attuali, mi sembra possano rappresentare una rilevante chiave di lettura e di collegamento tra le problematiche discusse in questa sede, in particolare relative al volontariato, al CAI in generale e al CNSAS in particolare.

    La “zona grigia” di cui parla Paola assume a mio avviso aspetti preoccupanti se riferita non solo alla natura operativa del volontariato, ma soprattutto ad elementi tipicamente etici.
    Ed è una zona grigia purtroppo molto estesa e che mina l’essenza fondante del volontariato. Da questa alle implicazioni di carattere economico e di interessi particolari il passo è breve.

    Parlare di “servizi”, “mercato” ecc. potrebbe condurci in modo fuorviante a considerare la montagna quasi un oggetto del consumismo odierno. La nostra passione e le nostre emozioni in montagna potrebbero quindi essere intesi come elementi destinati non a durare e a consentire anche una evoluzione interiore, ma come semplici oggetti da consumare e poi gettare.
    Non credo che i soci CAI vogliano riconoscersi in questa visione e nella “piccolezza” di taluni che la interpretano e la diffondono, spesso in ruoli di coordinamento assunti anche con mal celati obiettivi autoreferenziali.

    “E’ sufficiente però osservare un tramonto autunnale sulle Dolomiti per comprendere la “piccolezza” di alcune persone e contrapporla al fascino e alla grandezza della Montagna e della Natura.”

  10. 6
    paola romanucci says:

    Grazie Alessandro per la pubblicazione del mio intervento. A Firenze il CAI ha espresso la chiara volontà di salvaguardare lo spirito del volontariato puro, salvo le situazioni in cui la professionalità diventa indispensabile. E’ stato un congresso aperto (tre gruppi di lavoro, decine di interventi pubblicati sul web, seminari), partecipato, rispettoso: un esempio alto per tutto l’associazionismo. Sono orgogliosa di appartenere ad un CAI che per molti versi è già… domani. E ringrazio di questo il Presidente Martini, che lo ha fortemente voluto così.
    P.s. Non conosco questo stalker che risponde al nome di Gianni Battimelli :-)))

  11. 5
    Alessandro Camagna says:

    Le parole di Paola, che avevo avuto modo di leggere prima di Firenze, sono uno assolutamente condivisibili anzi li considero uno straordinario manifesto dello spirito di volontariato, gratuità e trasparenza che deve animare tutti i soci del Club Alpino Italiano.

  12. 4
    Ermanno Pizzoglio says:

    scenario perfetto e condivisibile, ma poi quando si è su un sentiero o su una parete a “educare” non sarà come essere in zona di guerra, ma il peso delle responsabilità che si assume un Volontario sono francamente troppe! prima si modifichino le leggi a riguardo e poi se ne può parlare

  13. 3
    Gianni Battimelli says:

    Paola lo sai che ti amo…

  14. 2
    GIANDO says:

    Mah.. Bel commento sì però al lato pratico come la mettiamo? Io credo che alle belle parole debbano seguire dei fatti concreti solo che quando entriamo nei dettagli, che sono poi quelli che fanno la differenza, beh.. Insomma.. Ci sarebbe da dire.

  15. 1

    Bel commento! Ma se vogliamo arrivare ad un sodalizio che incorpori realmente ciò che significa libertà di andare allora corsi corsetti uscite organizzate tipo agenzia ma che si differenziano grazie alla scusa dell’associazionismo devono scomparire!
    Più cultura ed aggregaione e meno furbate da sottobosco (per citare…)

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