Pilone Nord del Frêney 36 anni dopo

Agosto 1976: la ripetizione italiana di Bianco e Rabbi

Pilone Nord del Frêney 36 anni dopo
a cura di Paolo Bollini e Roberto Bianco
(pubblicato su Rivista della Montagna n. 29, ottobre 1977)

Lettura: spessore-weight(1), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

Dalla guida Vallot: “Via del Pilier Nord (Pilier Gervasutti), Paolo Bollini della Predosa e Giusto Gervasutti, 13 agosto 1940. Itinerario magnifico a predominanza misto, con passaggi di arrampicata libera corti ma molto duri, in un ambiente più severo e selvaggio ancora del Pilone Centrale. TD, un passaggio di VI, 700 m dalla crepaccia terminale alla cresta di frontiera. Questo itinerario è stato ripetuto dalle guide Michel Bastien, Maurice Coutin, C. Gaudin e Pierre Julien il 6 luglio 1952; poi da Godfrey Francis e Geoffrey Sutton con Lionel Terray, 31 luglio 1952; Christian Exiga e Jean-Claude Marmier, settembre 1971.

Piloni del Frêney dal Col de Peutérey. Foto: Dino Rabbi

Roberto Bianco racconta…
A questo punto aggiungiamo la quinta salita e prima invernale realizzata dai professeurs dell’ENSA Jean Coudray, Charles Daubas e Raymond Renaud tra il 21 e il 30 gennaio 1974 (l’edizione successiva della guida Vallot riporta anche la prima solitaria di Pierre Béghin, 21 agosto 1973: dunque non quinta ma sesta salita, NdR). Il sesto (settimo, NdR) percorso dovrebbe essere il nostro; infatti non si può certo dire che abbondino tracce di passaggio visto che abbiamo incontrato in tutta la via otto chiodi, tutti nell’ultima parte del pilone (5 sui passaggi e 3 ad una sosta). D’altronde la solitudine, l’incertezza della via, l’ambiente selvaggio sono il fascino e la bellezza di questo pilone.

La parete sud del Monte Bianco e la cresta di Peutérey a destra, il Pilone Centrale a 50 metri in linea d’aria a sinistra, l’Aiguille Noire piccolina in basso: bastano questi nomi a far sognare un alpinista e a creare un’atmosfera unica. Qui è il terreno di gioco ideale per vivere un’avventura intensa e per collezionare sensazioni diversissime: il rosso granito riscaldato dal sole è invitante e sicuro, mentre i canalini di ghiaccio, le crestine da percorrere a cavalcioni, l’assoluto senso d’isolamento, le continue scariche del gran canalone a destra rendono l’ambiente tetro e repulsivo e fanno venir voglia di uscirne il più presto possibile. Uno dei francesi dell’invernale ha anche percorso il Pilone Centrale; essendogli stato domandato quale dei due Piloni avrebbe voluto ripetere, ha risposto che il Centrale è molto bello, più difficile tecnicamente, ma la scelta dell’itinerario non è un problema, i chiodi abbondano, mentre il Pilone Nord è la salita occidentale per eccellenza: il gran misto, rimasto in condizioni pressoché uguali a quelle dei primi salitori, è di una bellezza meno evidente, ma affascina di più o scalatore: sarebbe ritornato su quest’ultimo.

Dino Rabbi al Col Peutérey prima della ripetizione del Pilone Gervasutti al Frêney. Foto: Roberto Bianco

Durante la nostra salita, ci è sembrato di essere tornati indietro nel tempo, all’epoca dell’alpinismo di conquista: soli, su di una grande montagna, sempre alla ricerca dei passaggi (che, escluso il tratto chiave, non sono poi così evidenti). Solo la relazione Vallot e il migliore equipaggiamento ci ricordano di essere negli anni Settanta.

Dall’epoca della prima salita ad oggi nulla infatti è cambiato su questo versante, nessun nuovo bivacco (l’Eccles già esisteva), per cui arrivare al col Peutérey è sempre un bel problema. Nelle annate scarse di neve come il ‘76, penso che la soluzione migliore sia ripercorrere la via dei primi salitori, cioè traversare dall’Eccles sotto i Piloni: di questo ce ne siamo convinti dopo aver impiegato dalle 11 di sera alle 7 del mattino a risalire il couloir Rey che da metà in su era di ghiaccio nerastro (a parte qualche pietra che fischiando nel buio ha animato l’ambiente e la nostra andatura).

Un’altra via possibile è quella dei Rochers Gruber. L’ho percorsa anni fa con Gian Piero Motti: è molto bello arrampicarsi sulla roccia avendo di fianco un altissimo seracco azzurro e vedere grosse fette di ghiaccio che si staccano e sembrano precipitare al rallentatore. Mi ha anche colpito la quantità di materiale che si incontra sui Gruber: corde, mazzette di chiodi, cordini, pezzi di zaini; tutte testimonianze di ritirate a volte drammatiche. Questo percorso dipende molto dalla conformazione annuale dei crepacci nel bacino del Frêney: generalmente è tortuoso e la crepaccia terminale è valicabile solo sul ponte formato dalle scariche del seracco. Nel 1975, durante un tentativo, cerchiamo di ripercorrere i Gruber, ma a causa del cattivo tempo dobbiamo bivaccare sul ghiacciaio a una ventina di metri dalla traiettoria del seracco; ad ogni scarica schizzo fuori dal sacco a pelo, non si sa mai! In un successivo tentativo (il quarto), mentre come al solito incomincia a nevicare, scegliamo un posto per bivaccare ancora migliore: una piazzuola a due terzi del couloir Rey. Siamo in quattro appiccicati uno all’altro, precariamente protetti da una gobba di neve; infatti, nella notte, una pietra centra la padella davanti ai nostri piedi.

Roberto Bianco sulla placca grigia di 40 metri. Foto Corradino Rabbi.

Quindici giorni dopo Dino ed io ritorniamo, ed è la volta buona! Arrivati al colle Peutérey alle sette del mattino, solo dopo mezzogiorno siamo oltre la crepaccia terminale che è un muro verticale di oltre 20 metri. La si potrebbe passare facilmente in corrispondenza del gran canalone, ma dalle otto in poi le scariche sono ininterrotte (ho calcolato una frequenza di 20-30 secondi). Dopo esser stati come in trincea per oltre un’ora, cercando il coraggio di passare, abbiamo preferito il muro più a destra. Sul pilone c’è ancora molta neve fresca che rallenta la nostra marcia, per di più il tempo sta cambiando. Quando arriva il buio siamo alla base del passaggio chiave: la gran placca grigia di 35 metri, circa 50 metri più bassi della Chandelle del Centrale. Durante la notte, mentre il mio compagno dorme tranquillo, io prego che quei nuvoloni neri non si chiudano. Poi, l’indomani, è un susseguirsi di passaggi entusiasmanti su placche, diedri e creste di ghiaccio. Un sacchetto di vitamine e medicinali lasciato dai francesi dell’invernale ci indica che la cresta non è lontana; infatti penso che a questo punto cominciassero ad essere stufi della settimana bianca sul Pilone e sentissero la necessità di alleggerirsi per uscire più rapidamente. Alle sei di sera, mentre incomincia il temporale, superiamo la cornice della cresta del Brouillard: finalmente è fatta! Vetta del Bianco, capanna Vallot e giro delle birrerie di Chamonix sono le tappe successive, mentre i giornali ci danno dispersi. In un periodo di specializzazione, di palestra esasperata, di tendenza all’estrema difficoltà su vie brevi, una «grande course» d’alta quota, una boccata d’alpinismo d’altri tempi, è stata un vero piacere. Gervasutti e Bollini, con il materiale d’allora e aprendo la via, sono stati velocissimi: dal mattino alla sera (forse sarà stato il pericolo di esser fatti prigionieri, dal momento che c’era la guerra e Gervasutti arrampicava con il cappello d’alpino e i calzoni da ufficiale!). Noi siamo stati un po’ lenti, in verità non eravamo tanto allenati (Dino era stato alla Nord del Breithorn e io alla Sud della Noire). Ma avevamo una gran voglia di fare questa via: quante volte ne avevamo parlato, quanti tentativi! D’altra parte entrambi siamo dell’idea che l’importante è sentire intensamente la salita, altrimenti si finisce per allenarsi sempre e non partire mai per le «grandes courses», visto che quando arriva l’allenamento, la stagione è ormai finita. Ovviamente questa teoria è molto discutibile; d’altronde è l’unica che permette di fare qualche bella via a due alpinisti domenicali come noi.
(Roberto Bianco)

Dino Rabbi sulla placca di 40 m. Foto: Roberto Bianco.

Paolo Bollini ricorda…
Quando la sera dell’11 agosto 1940 a notte inoltrata, superata l’ultima grande cornice di neve che chiudeva in alto il pilone del Monte Bianco, Gervasutti ed io ci stringemmo silenziosamente la mano, tutto potevamo pensare fuorché una cosa: e cioè che almeno uno dei primi italiani che avrebbero ripercorso la nostra via doveva ancora nascere. Non solo, ma che prima di loro, nello spazio di 36 anni, solo cinque cordate (sei, NdR) avrebbero scelto il grande pilastro come «terrain de jeu».

Non erano tempi facili per l’alpinismo. La guerra incominciata da due mesi, dopo la fiammata iniziale, si trascinava in una calma nervosa. Molti erano sotto le armi; la fiumana di alpinisti che ancora due anni prima affollava la Mer de Giace e ci aveva costretto a due ore di coda sotto la via Mummery del Grépon, era un ricordo lontano. Noi invece, favoriti dalle circostanze, tenevamo duro. Gervasutti, ufficiale degli alpini di stanza a Courmayeur; io, studente con parecchio tempo libero: un’amicizia di anni nata in palestra, e tanta tanta voglia di arrampicare.

L’imponente «Chandelle» del Pilone Centrale. In alto si nota il famoso diedro sbarrato dal grande tetto fessurato. Foto: Roberto Bianco.

L’occasione era buona per realizzare il vecchio sogno di Giusto: andare a vedere come era fatta l’inesplorata parete del Monte Bianco racchiusa fra le due classiche creste dell’Innominata e del Peutérey. Eravamo alpinisti alla buona e credo che la nostra mentalità da dilettanti riesca difficile da capire ai professionisti di oggi, che preparano le salite con lungo studio, servendosi di fotografie scattate in diverse condizioni di luce e magari di preventive ricognizioni aeree. Quelli erano tempi in cui Cassin e compagni, arrivati a Courmayeur, si facevano indicare dov’erano le Grandes Jorasses e ne attaccavano la leggendaria parete nord senza averla mai vista. Noi eravamo già dei privilegiati, perché il Monte Bianco era una nostra vecchia conoscenza. Ma non il percorso, che fu scelto a caldo, quando – attraversando sotto una mitraglia di pietre i ripidi pendii di neve dell’alto ghiacciaio di Frêney – ci parve di individuare un punto favorevole per l’attacco.

Dino Rabbi alla terminale del couloir tra i due Piloni, agosto 1976, Pilone Gervasutti Freney. Foto: Roberto Bianco.

Eravamo equipaggiati alla buona. Quando lo raccontavo a Roby Bianco, mi guardava incredulo. Due corde di canapa da 30 metri, quella che diventa dura come un bastone, i vecchi pesantissimi Grivel a 12 punte, chiodi e moschettoni di un tipo solo, una mazzetta e un martello col becco che ci scambiavamo a seconda delle necessità. Niente staffe e niente cunei, il casco non era ancora di moda (Gervasutti col cappello da alpino, io ho sempre arrampicato a capo scoperto); baudrier, rurp e nut erano termini sconosciuti. I duvet erano una raffinatezza (fuori dalla portata delle nostre borse) che avevo ammirato ed invidiato addosso a qualche francese; una tendina era un lusso a cui non osavo neppure pensare; il sacco da bivacco (l’unico posseduto nella mia carriera alpinistica) era quella malfamata busta di gomma Pirelli che senza riparare minimamente dal freddo tratteneva tutta l’umidità, in modo che alla mattina ci si svegliava (si fa per dire) completamente a bagno. Per non parlare del vitto, oggi giustamente oggetto di analisi scientifiche e che allora cominciava a scarseggiare. Infine non sarà superfluo aggiungere che ai rifugi si saliva a piedi dal fondo valle, che gli elicotteri erano impegnati in tutt’altre faccende, insomma che quando si partiva per una gita del genere, si era certi di dover contare solo sulle proprie forze. Incoscienti però non eravamo. Eravamo, lo dico oggi senza superbia e senza modestia, una buona cordata. Gervasutti era nel pieno della sua maturità atletica e morale. Approdato alle nostre Alpi dopo un severo tirocinio sulle sue montagne del Friuli, si era imposto con prepotenza prima nel Delfinato, poi nel Gruppo del Bianco. Per esprimersi aveva bisogno di essere impegnato al massimo e non l’ho mai visto esibirsi davanti al gruppo di noi giovani, che passavamo delle ore al Sasso Preuss a guardare con la bocca aperta Gabriele Boccalatte, l’unico che con estrema eleganza riusciva a fare il tremendo passaggio sulla paretina ovest (prima che ne scalpellassero gli appigli!). Neppure gli piacevano le salite dove si passano giorni attaccati ai chiodi. Ma in parete si trasformava e là soltanto si capiva in pieno perché l’avessero soprannominato «Il fortissimo». Attaccare, salire, uscire possibilmente in giornata: ecco come gli piaceva fare l’alpinista.

Roberto Bianco sulla cresta del Brouillard, verso la vetta del Monte Bianco. Foto: Dino Rabbi.

Poco prima dell’incidente che doveva costargli la vita, avevamo fatto insieme una delle salite più splendide che un alpinista possa sognare: la via Crétier sulla parete sud del Mont Maudit (non ha passaggi celebri, né difficoltà di rilievo, forse per questo è così poco frequentata). Ci alternavamo al comando con tirate di cinquanta metri a testa: il risultato fu che alle cinque del pomeriggio eravamo al Torino a prendere il tè. Altrettanto avevamo fatto pochi giorni prima sulla parete del Mont Blanc du Tacul, in condizioni orribili di ghiaccio. «Siete delle lepri voialtri» diceva l’indimenticabile custode del Torino, il vecchio Bron (ma per gustare il complimento bisogna dirlo a voce alta e caricando al massimo l’accento valdostano).

E così fu anche per il Monte Bianco, su quello splendido pilastro, con un solo passaggio famoso, con così pochi chiodi, dove ci misurammo a viso aperto in un lontano giorno del 1940, anche se per evitare il bivacco dovemmo ricorrere all’aiuto della luna.

Una giornata intera di battaglia, strappando al terreno metro su metro, conclusa a tarda notte dopo aver vinto anche lo scivolo finale di ghiaccio e rocce affioranti, sempre sotto l’incombente presenza della grande cornice che chiude in alto il pendio, estrema difesa della parete, prova finale prima del successo. Quello che in quelle ore abbiamo incontrato e vissuto sulla grande parete l’ho raccontato su un numero della Rivista Mensile di 36 anni fa… (Le Alpi, 1940-41, n. 7-8, pag. 197. Vedi anche https://www.gognablog.com/con-giusto-gervasutti-sul-pilone-del-freney/).
(Paolo Bollini)

A destra: il tracciato della via sul Pilier Nord. L’asterisco indica il bivacco; la «gran placca» è compresa tra le frecce. Foto: Joe Tasker/Mountain).

Relazione tecnica
Superare la crepaccia terminale dove possibile e per un ripido pendio di neve raggiungere il pilone. Seguirlo per rocce facili (benché dall’aspetto poco invitante). Contornare il primo salto risalendo la sponda sinistra (salendo) del canalone compreso tra il pilone e la parete sud. Proseguire seguendo il filo del pilone dapprima per una cresta poco marcata di neve, poi diritti per rocce solide e divertenti per un tiro (III, IV e IV+). Proseguire su terreno misto per due o tre tiri fino ad una sottile cresta di neve da percorrersi a cavalcioni. In una lunghezza di corda su terreno misto si raggiunge la base di una gran placca grigia fessurata, alta 40 m. Superare la seconda fessura alla destra (2 chiodi, A1 o VI. Molto utili i blocchetti poiché le fessure sono cieche). Uscire a destra su una buona cengia. Seguirla a destra, poi alzarsi e ritornare a sinistra con un’arrampicata in diagonale su rocce rosse e instabili (25/30 m, III, ma pericoloso). La rampa obliqua a sinistra muore sotto uno strapiombo. Seguirla fino in fondo e poi traversare in leggera ascesa a destra per due metri (V+ atletico o A1), poi alzarsi fino a una nicchia (3 m, V). Superare ora uno stretto e profondo camino con ghiaccio sul fondo (IV, V molto sostenuto) fino a una sosta con 3 chiodi sul filo di cresta. Con una traversata in leggera discesa raggiungere la base di un diedro di 25 m, spesso ricoperto di ghiaccio (2 chiodi, IV delicato). Per terreno misto più facile con una salita diagonale a sinistra si raggiunge il canale che separa dal pilone centrale. A questo punto si può uscire:

1 – per il filo del pilone nord (via dei primi salitori e dell’invernale);
2 – per il fondo del canale e poi nuovamente per il filo del pilone;
3 – traversare il canale e con 2 tiri divertenti di bel misto raggiungere la cresta del pilone centrale, 20 m oltre la punta della Chandelle, ed uscire per questo.

Raggiungere la cresta del Brouillard, proseguire per il Monte Bianco di Courmayeur e poi penosamente per la vetta del Bianco (dalla crepaccia terminale: 12-20 ore).

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Pilone Nord del Frêney 36 anni dopo ultima modifica: 2019-07-04T05:45:10+01:00 da GognaBlog

7 pensieri su “Pilone Nord del Frêney 36 anni dopo”

  1. 7
    Fabio Bertoncelli says:

    «E io lo vedo ancora là, che manovra con la picca […], piccolissimo, un bambino, nella immensità misteriosa del santuario». 
    Cosí scrisse Dino Buzzati in memoria di Ettore Zapparoli. E cosí certamente pensò Paolo Bollini ricordando il suo amico Giusto, perduto tra le rocce del Tacul.

  2. 6
    Davide Scaricabarozzi says:

    Bellissime testimonianze di un alpinismo sincero e (aimè) nobilmente vintage. Grandissimo livello.

  3. 5
    Paolo Gallese says:

    Io sono un “alpinista” della domenica, quindi è totalmente fuori portata. Ma che emozione vederlo da vicino alla luce di racconti come questi…

  4. 4
    Alberto Benassi says:

    Ripetizione (ricreazione…)  invidiabile !!

  5. 3
    Andrea says:

    Emozionante leggere un racconto in prima persona di un compagno di cordata di Gervasutti!! 

  6. 2
    Paolo Panzeri says:

    Sì, selvaggio.

  7. 1
    Carlo Crovella says:

    Benché oscurato dal Pilone Centrale che, per note note vicende, ha acquisito una maggior visibilità mediatica, il Pilone Nord mi ha sempre impressionato per il carattere maggiormente selvaggio. Sarà che la mia idolatria per Gervasutti lo rende quasi sacro ai miei occhi. Purtroppo non sono mai riuscito a far combaciare il mio stato di forma (aleatorio a quei livelli così “top”) con condizioni della montagna e quindi non ci ho mai messo il naso. Non è l’unico posto dove non sono riuscito ad andare. Peccato.

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