Prendersi cura di un rifugio

Prendersi cura di un rifugio
(rifugio Vincenzo Sebastiani 2102 m al Colletto di Pezza, http://www.rifugiovincenzosebastiani.it/)
di Ferdinando Lattanzi

Scendendo dal Rifugio del Lupo, nel catino montano in cui sono incastonati i pascoli dei Piani di Pezza, già mi accorgo che il cielo plumbeo che mi sovrasta interferisce con i bastioni rocciosi che delimitano la piana a sud-ovest avvolgendo la cresta del Colle dell’Orso e il Costone, ma in un’estate anomala come questa (dieci giorni fa, il 15 luglio, qui ha nevicato) non ci si può permettere il lusso di lasciarsi spaventare dalle nuvole, se si vuole approfittare del giorno di festa per sgranchire le gambe.

Quando lascio la macchina al Capo di Pezza qualche goccia di pioggia già lascia presagire l’epilogo ma, proprio prevedendo una giornata così, ho scelto questo percorso lungo il quale a meno di un’ora e mezza di cammino avrò l’opportunità di mettermi al riparo negli accoglienti locali del rifugio Vincenzo Sebastiani al Colletto di Pezza (Catena Velino-Sirente, Appennino Centrale, provincia di L’Aquila).

Rifugio Vincenzo Sebastiani
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All’uscita della faggeta, la Valle Cerchiata fa già fatica a contenere i nuvoloni neri che le hanno rubato i colori dei fiori e dei prati e non permettono di apprezzarne il paesaggio “dolomitico” e per giunta ha incominciato a piovere, per cui abbandono l’idea di salire al Colle dell’Orso e mi infilo in tutta fretta nella piccola faggeta che mi proteggerà ancora per un tratto sul sentiero 1A che sale direttamente al rifugio dove inevitabilmente giungo bagnato.

In questa fine di un luglio recentemente imbiancato dalla neve, da queste parti può essere gradevole anche il tepore di un luogo chiuso e riscaldato dagli odori della prospiciente cucina che subito le mie papille gustative traducono in sapori noti.

Visto che il rumore della pioggia che picchia sui vetri scoraggia qualsiasi velleità escursionistica, conviene approfittare della rinomata cucina del rifugio e scambiare quattro chiacchiere con Eleonora Saggioro che con la Cooperativa Equo Rifugio lo gestisce.

Eleonora Saggioro
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Il tempo di questa strana estate stimola la conversazione sui problemi posti a chi lavora in montagna: i cambiamenti climatici che sono una realtà e spesso anche l’approccio catastrofista dei vari siti di previsioni meteo che scoraggiano chi avrebbe intenzione di avviarsi su un sentiero.

La pioggia, che non accenna a smettere, mi dà la possibilità di approfondire la conoscenza delle problematiche legate alla gestione di un rifugio posto in un vero ambiente montano.

Mentre faccio onore a un piatto di pecora alla cottora (o alla callara), che costituisce una delle specialità del Rifugio ed il principale piatto di carne della cucina tradizionale della montagna abruzzese, ascolto Eleonora che mi parla della sua avventura come rifugista.

Il mio primo anno di lavoro al rifugio è stato quasi casuale, era il lontano 1992, io avevo 22 anni ed il rifugio 70 (l’inaugurazione risale al 1922, NdR), cercavo un lavoretto estivo ed essendo appassionata di montagna ed iscritta al CAI già da diversi anni, non mi sono lasciata sfuggire l’occasione.
Il rifugio all’epoca era gestito da Lamberto Felici, che in quegli anni si divideva tra le gestioni del Sebastiani e del Duca degli Abruzzi al Gran Sasso.
Così nel 1992 e nel 1993 sono stata lì per brevi periodi, eravamo lì a presidiare, non esistevano ancora i telefoni cellulari quindi non si sapeva mai bene quante persone sarebbero arrivate, a pranzo, a cena e a dormire. Ma non era strano come potrebbe sembrare ora, quel che c’era da mangiare si divideva tra le persone che arrivavano, tutto qui… e poi c’era sempre la possibilità di cucinare un bel piatto abbondante di penne all’arrabbiata e fare contenti tutti”.

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Allora oltre ai cellulari, immagino che non ci fosse neanche la corrente elettrica che adesso producete con i pannelli solari, niente a che vedere con la situazione attuale e con l’idea di rifugio che abbiamo oggi.
Certo, non c’erano i pannelli solari, quindi cucinavamo con torce e frontali e si cenava a lume di candela.
Mi fa piacere raccontare questa prima avventura al rifugio perché l’aver vissuto quel periodo e quei disagi ha profondamente influenzato il mio modo di gestire oggi il Sebastiani. Naturalmente ora siamo sempre prontissime, primi, secondi, dolci, posti letto prenotati, compleanni, torte, addirittura feste di matrimonio, ma quando arrivano all’improvviso persone non previste e bisogna organizzare una cena al volo, mi ricalo in quei tempi e nel piacere di accogliere e dare riparo. Che poi è stato quello che mi ha fatto decidere di restare…
”.

E che poi è… o dovrebbe essere… lo spirito con cui affrontare la gestione di tutti i rifugi. Poi allora il rifugio doveva essere molto più piccolo, a guardarlo dall’esterno si riconosce bene il corpo originario.
Sì, era costituito soltanto dall’attuale sala da pranzo e dalla camerata nel piano superiore, infatti negli anni dal 1993 al 1997 il rifugio è rimasto chiuso perché necessitava di un ampliamento che comprendesse una cucina, un bagno, un alloggio gestori.
Dal ‘97 al 2000 accogliendo l’invito del CAI di Roma abbiamo ricominciato a presidiare il rifugio nel mese di agosto e, a volte, in inverno. In attesa dei lavori eravamo lì a cucinare e così raccoglievamo fondi per l’ampliamento.
Naturalmente il nostro è stato solo un piccolo contributo, il CAI di Roma intervenne in modo sostanziale, ma il segno più importante l’abbiamo dato stando lì e mantenendo vivo e presidiato il luogo
”.

Interno del rifugio
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Probabilmente senza il vostro attaccamento il Sebastiani sarebbe rimasto uno dei tanti rifugetti non gestiti che spesso si incontrano sulle nostre montagne, che generalmente, diciamolo pure, non costituiscono un esempio di decoro.
Non è strano. In Appennino siamo pieni di luoghi del genere, di Sebastiani modello anni 80/90. Poco più di bivacchi, estremamente essenziali, con reti per dormire e bombole per cucinarsi qualcosa all’occorrenza.
L’incontro prima tra Lamberto Felici e il rifugio, poi tra noi dell’Alpinismo Giovanile del CAI di Roma e il rifugio, ha fatto prendere al Sebastiani una strada diversa rispetto ad altre strutture.
Quando mi parlano di strutture ‘difficili da gestire’ o in cui ‘manca tutto’, o quando mi vengono a chiedere consiglio persone che non sanno come cominciare, mi piace ricordare quei tempi, una condizione ben diversa da quella che si può vivere oggi al Sebastiani.
Ci siamo presi a cuore questo luogo, ne abbiamo avuto cura, e lui si è preso cura di noi. Già all’epoca moltissimi escursionisti frequentavano il Colletto di Pezza, molte persone di Rocca di Mezzo salivano raccontando delle loro avventure da ragazzi con amici, di notti passate nei freddi locali del Rifugio; ci rendemmo conto che erano molti a voler bene a quel rifugio e, il loro rapporto con il luogo, si rafforzò con la nostra presenza lì.
Arrivare al rifugio e trovare qualcuno ad accoglierli, con un piatto caldo, un caffè, un luogo che cercavamo di scaldare, un luogo abitato, tutto questo ha aumentato l’interesse ed ha spinto le persone a dare una mano quando potevano.
Molti salivano sempre portando qualcosa nello zaino, chi una pagnotta di pane, chi il giornale, chi una marmellata fatta in casa o pentole che non usavano più. Ripensandoci ora mi rendo conto che serviva semplicemente qualcuno che cominciasse, come spesso accade in molte cose
”.

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E’ vero quello che dici… quando si entra qui si ha l’impressione di essere giunti a casa di amici… non deve essere facile tenere insieme l’interesse economico della gestione con lo spirito dell’accoglienza che un rifugio non dovrebbe mai perdere.
La gestione di oggi della Cooperativa Equo Rifugio (nata nel 2001) rimane profondamente legata allo spirito di allora. Naturalmente oggi tutto è molto diverso, la frequentazione è molto aumentata, spesso vengono persone che non conosciamo, purtroppo il nostro rapporto con le persone, soprattutto nei giorni intorno a Ferragosto è troppo superficiale e da ‘ristoratori’. Cerchiamo sempre di scambiare qualche parola con le persone, la gente rimane sempre molto curiosa di sapere cosa ci facciamo lì, da quanto tempo siamo al rifugio, come facciamo con l’acqua, con l’approvvigionamento, mi hanno addirittura chiesto come fanno i miei figli ad arrivare a scuola per tempo… Con calma cerchiamo di rispondere a tutti, capisco che possa sembrare una vita assurda per molti e tento di non ridere immaginando i miei figli che partono con gli sci da Colletto di Pezza, diretti al liceo di Roma.
Durante l’estate, dal 2003 a oggi, al rifugio organizziamo una serie di eventi culturali, dai concerti alle serate di osservazione delle stelle, presentazioni di libri, laboratori di cucina tradizionale abruzzese. L’idea è quella di creare un interesse diverso intorno al rifugio, dando al luogo stesso il ruolo di punto d’incontro in quota. Anche l’organizzazione degli eventi risente dello stesso spirito di gestione di cui parlavo prima.
Tutto nacque abbastanza per caso con un concerto di amici a Rocca di Mezzo. Chiesi se erano interessati a suonare il giorno successivo al rifugio.
Accettarono e subito partì l’organizzazione del trasporto del contrabbasso. Il nodo principale dell’evento divenne il trasporto del contrabbasso più che il concerto stesso: gente che si alternava nel trasporto, chi dava consigli, chi intratteneva i trasportatori… questo per far capire che si poteva dare una mano e aiutare la vita del rifugio sia portando del pane che portando un contrabbasso
”.

Rifugio Vincenzo Sebastiani
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Sì… mi sembra che tutti noi che frequentiamo il Sebastiani lo sentiamo un po’ nostro… ne è testimonianza anche la partecipazione avuta nella manutenzione dei sentieri.
Con lo stesso spirito abbiamo affrontato anche l’evento di ripristino e manutenzione dei sentieri, tentiamo di coinvolgere persone che normalmente frequentano il rifugio come avventori, contribuiscono nel loro piccolo e ciò li lega al luogo in un modo diverso, più profondo. Ci facciamo carico anche di questo aspetto del territorio perché riteniamo che bastino piccoli accorgimenti per rendere le gite più piacevoli e sicure mettendo gli escursionisti nelle condizioni di evitare spiacevoli avventure. A questo scopo abbiamo scelto di utilizzare come guide per le iniziative del Rifugio (per esempio cene al rifugio con ritorno a valle, week end al rifugio) esclusivamente professionisti, cioè Accompagnatori di Media Montagna e Guide iscritti al Collegio delle Guide Alpine. Notiamo con piacere che intorno al Rifugio si sta generando un circuito virtuoso che contribuisce a creare opportunità di lavoro per molti: per chi ci lavora direttamente, per gli Accompagnatori, per i piccoli produttori locali che hanno trovato un luogo in cui far conoscere e apprezzare i propri prodotti, per chi viene a presentare il proprio libro di montagna… insomma, visto il crescente interesse per l’escursionismo e per le attività di montagna che vanno al di là dello sci e degli impianti, sarebbe opportuno cominciare a moltiplicare situazioni del genere. Consentire alle persone di avere cura di un luogo, creando anche delle occasioni in cui poter fare concretamente, le rende indissolubilmente legate al luogo stesso e quindi al loro territorio”.

Scheda del rifugio Vincenzo Sebastiani

Ferdinando Lattanzi, Accompagnatore di Media Montagna (ultimomoicano1@gmail.com)
AbruzzoSoccorsoAlpinoObbligatorio-ferdinandoLattanzi

 

 

 

 

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Prendersi cura di un rifugio ultima modifica: 2016-09-28T05:32:45+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Prendersi cura di un rifugio”

  1. 3
    Stefania says:

    Ho iniziato a frequentare il Sebastiani più di 30 anni fa quando Lamberto ci deliziava con la sua cucina e la sua compagnia. Di poche parole ma sempre disponibile. Poi una lunga assenza. E da qualche tempo ritornare e trovare Eleonora sempre sorridente, e le sue sue ottime crostate. È un luogo molto bello, facilmente raggiungibile , una lunga passeggiata. Ma quello che rende unico questo rifugio è l’accoglienza mai invadente ma sempre calorosa.

  2. 2
    giulia says:

    Che bella storia e che bei paesaggi!! complimenti
    L’autunno, poi, in appennino è bellissimo…

  3. 1
    Graziano says:

    Io con la mia compagna e alcuni amici siamo saliti agosto di quest anno sono rimasto sbalordito dall accoglienza il mangiare buono e un panorama bellissimo una vera passeggiata su un sentiero facile consiglio di visitarlo

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