Il Principe e la parete

Lettura: spessore-weight*, impegno-effort***, disimpegno-entertainment****

Il 23 agosto 2017 una frana di dimensioni ciclopiche si è staccata dal versante settentrionale del Pizzo Céngalo (Alpi Retiche, accanto al Pizzo Badile). La contemporanea ripresa video, i devastanti effetti in Val Bondasca fino al paesino di Bondo e la tragedia degli otto escursionisti scomparsi ne hanno fatto un evento che tutto il mondo ha potuto osservare.

Il momento del distacco della frana sul Pizzo Céngalo la mattina del 23 agosto 2017. Il video è di Reto e Barbara Salis, gestori del rifugio Sciora.

La parete nord-nord-est del Pizzo Céngalo ci aveva purtroppo abituati a ripetuti crolli devastanti, mai però con queste gravissime conseguenze. C’era stato un crollo nel 2003, quando a cedere fu una parte dei Pilastri Kasper. Era il 19 luglio 2011, verso le ore 06.00, quando dalla Nord-est del Céngalo si ebbe un secondo distacco: il materiale frantumatosi nella caduta si depositò lungo il ghiaione, oltrepassando il sentiero del Viale (collegamento fra la capanna Sciora e il rifugio Sasc Furä). Dopo diversi sopralluoghi dei geologi, il Comune di Bregaglia decise di chiudere il sentiero di collegamento. Una decisione saggia, perché per tutto il resto dell’estate, il Céngalo si faceva tutti giorni vivo, con scariche di varie dimensioni che oltrepassavano diverse volte il sentiero. Il tutto si calmò verso la fine di settembre. Fino allo spaventoso crollo del 27 dicembre 2011, verso le 18, sempre originato nella stessa zona rocciosa. Quella volta il materiale di granito raggiunse il fondo valle, fermandosi poco distante dal sentiero che porta alla capanna Sciora in località Plan Marener, e in prossimità del Laret. Una massa stimata di un volume in metri cubi di diversi milioni. Fortunatamente tutto è avvenuto senza coinvolgere persone e creare danni ai pochi stabili che si trovavano in zona.


Già allora i danni “alpinistici” erano davvero gravissimi: rese in parte inaccessibili la via Classica, la via Attilio Piacco, i pilastri Kasper-Koch e la via Cacao Meravigliao.
Proprio nel cuore della parete il materiale staccatosi in zona A (subito sopra al distacco del 2003) ha straziato la “Rampa” (C) della via classica Scipione Borghese e in parte la parete nord-est, via Cacao Meravigliao (B). Oltre a queste due vie, è stato interessato, anche se marginalmente, il capolavoro dei fratelli Gianni e Antonio Rusconi, la via Attilio Piacco.

L’11 settembre 2016 altra frana, non colossale ma quasi. Qui è documentata da Roman Christoffel.

Il 21 agosto 2017 Ralf Dujmovits, Salomé von Rotz e Nancy Hansen stavano salendo la via Cassin alla parete nord-est del Pizzo Badile. Per tutta la mattina l’instabilità della vicina parete del Céngalo era stata evidente, con la continua caduta di sassi e blocchi di roccia. Nel primo pomeriggio però è successo quanto si vede in questo video, ripreso dalla Hansen. Un anticipo di quanto, su scala ben più grande, sarebbe successo due giorni dopo (e che tutti i geologi aspettavano).

E arriviamo al 23 agosto 2017, quando si è avuto un altro distacco, il più colossale di tutti. Questa volta il materiale ha travolto l’intera Val Bondasca arrivando a toccare il paesino di Bondo. A causa dell’eccezionale movimento franoso gli abitanti di Bondo, Promontogno, Sottoponte e Spino sono stati evacuati. La frana è stimata attorno ai 4 milioni di metri cubi di detriti, ben più grande di quella del 2011.

Quest’evento sconvolgente, la cui reale portata non siamo ancora in grado di valutare appieno, ha di certo reso per sempre impercorribile la prima via aperta su quella parete, il 29 giugno 1897, dal principe Scipione Borghese (1871-1927), principe di Sulmona, militare nella Grande Guerra e vincitore del raid automobilistico Pechino-Parigi del 1907. Le sue guide furono Martin Schocher e Christian Schnitzler, e qui sotto riportiamo il racconto della salita, appena appena un po’ romanzato, di Giuseppe Popi Miotti.

Il principe Scipione Borghese

Il Principe e la parete
di Giuseppe Popi Miotti
(pubblicato su Scandere 1984)

Mongolia occidentale, estate 1907. Un grande polverone nacque a oriente, sulla strada carovaniera che da tempo immemorabile univa quella regione alla favolosa Cina. In mezzo alla bianca nuvola, con fragore di ferraglia avanzava la mitica Itala del principe Scipione Borghese.

Al fianco del nobile toscano sedeva l’amico e reporter Luigi Barzini che, nonostante le buche e il grande caldo aveva ceduto alla stanchezza e dormiva profondamente. Scipione guidava ormai da parecchi giorni, con gli occhialoni scuri coperti di polvere mentre la pesante sciarpa rossa gli copriva il resto del volto.

Nonostante la calura non ci si poteva togliere né sciarpa né occhiali perché la sottile polvere di quelle desolate pianure avrebbe impedito la respirazione e avrebbe potuto accecare il guidatore.

Da parecchie ore i due italiani erano in attesa che si profilassero all’orizzonte le montagne che avrebbero dovuto attraversare, e che segnavano la fine di quelle steppe inospitali. Finalmente verso sud-ovest comparvero i primi rilievi, poi le cime imbiancate di neve; il principe affrontò una curva con una rapida sterzata poi diresse il muso della sua fida macchina verso la catena montuosa.

Erano molto in vantaggio sugli altri quattro concorrenti e se tutto fosse andato liscio la vittoria sarebbe stata loro. La macchina rispondeva perfettamente alle dure sollecitazioni del viaggio e l’unica cosa che preoccupava i due era la possibilità di incappare in qualche banda di predoni mongoli con conseguenze facilmente immaginabili.

La vista dei monti, il sole e lo stordimento del viaggio riportarono Scipione indietro nel tempo, agli anni in cui fece la sua breve conoscenza con l’alpinismo. Non era certo una vocazione, la sua, ma, «noblesse oblige» e così tentò, come molti altri suoi pari, la sportiva attività dell’andar per monti.

La sua passione, se così la possiamo chiamare, durò molto poco ma egli fece in tempo a scrivere il suo nome negli annali alpinistici e ciò in fin dei conti, era quello che importava di più. Parenti e amici erano accontentati! Scipione Borghese faceva dell’alpinismo, come il conte Francesco Lurani Cernuschi, come quei pazzi e invidiati inglesi! Il nome della casata era al passo con i tempi!

Navigando in mezzo alla grande nube sollevata dall’auto, Scipione pensò a quella strana guida svizzera di nome Martin Schocher che alcuni amici gli avevano consigliato come ottimo capocordata per imprese difficili.

Christian Klucker

Ricordava ancora le lettere scritte alla guida per prendere accordi circa una possibile campagna alpinistica in val Bondasca. Soprattutto ricordava quel breve messaggio nel quale Schocher gli annunciava con parole di fuoco che quell’antipatico di Christian Klucker si era accaparrato ancora un’altra prima: quella che avevano progettato loro! Quella del canalone del Céngalo!

Il principe fu comunque invitato a Bondo per decidere il da farsi, e lì giunse verso la fine di giugno del 1877. Nel piccolo villaggio ebbe un gran lavoro per trovare la sua guida che sembrava scomparsa nel nulla. Finalmente, nell’angolo più oscuro dell’unica locanda del paese, trovò Schocher in compagnia di un certo Christian Schnitzler che gli fu presentato come guida, pure lui. I due erano completamente ubriachi per aver trascorso i precedenti quindici giorni di maltempo, chiusi nel fumoso locale, e solo dopo parecchie ore la guida poté farsi capire. Con l’alito pesante Schocher farfugliò qualcosa circa una grande parete che attendeva sul Piz Céngalo. Nemmeno Klucker ci aveva pensato e forse la si poteva salire anche se sicuramente si trattava di un’impresa assai difficile. Il principe, arrivato a Bondo lieto in cuor suo che non ci fosse nulla o quasi da fare, a quelle parole ebbe un lieve cedimento ma subito si riprese con molto fair-play, facendo buon viso a cattiva sorte.

Schocher e Schnitzler da parte loro erano assatanati contro l’odiato Klucker e il vino filtrato non contribuiva certo a placare i loro pensieri di vendetta. L’ascensione «si tefe fare! Fetrà, fetrà karo principe ke topo kvesta skalata passerà alla storia» gli disse la baffuta guida svizzera.

I devastanti effetti delle frane del 2011

Fu così che il giorno seguente i tre salirono da Bondo alla volta della grande e sconosciuta parete alla cui base, benché la luce fosse ancora molto scarsa per permettere di vederla, Scipione fu assalito da nuovi dubbi.

Schocher era però già oltre la cascatella che segna la partenza della via e tirava il pesante canapone mentre Schnitzler con la scusa di aiutare il cliente iniziò a palpeggiarlo in maniera sospetta. Oltre la cascata il capocorda decise di raggiungere il canale nevoso che solcava la parete più a destra, separato da un pilastro roccioso. Il nostro eroe fu così trascinato fra imprecazioni teutoniche nello stretto imbuto nevoso; lì capì che era meglio mettercela tutta perché quei due non sarebbero tornati indietro tanto facilmente. A metà del canalone le due guide si accorsero che una grande parete verticale lo chiudeva più in alto; dopo un’iniziale e amichevole discussione circa la scelta dell’itinerario migliore, scoppiò un violento diverbio che ben presto sfociò in una rissa aperta. Con un paio di colpi d’ascia da ghiaccio, assestati con la precisione che l’aveva reso famoso, Schocher pose fine alla lite e decise che bisognava uscire dal canale per risalire il pilastro roccioso onde poter raggiungere la grande rampa centrale.

Fra urla disumane e spruzzi di sangue la cordata proseguì dunque per la via del pilastro; Schnitzler benché seriamente ferito continuava nelle sue alquanto sconvenienti manovre nei riguardi del cliente.

Arrivarono finalmente alla base della grande rampa e un selvaggio quadro si aprì ai loro occhi. La parete di ghiaccio e neve saliva per cinquecento metri a ridosso di grandi muraglie verticali lambite dal primo sole; verso il basso si perdevano lividi scivoli ghiacciati, butterati di pietre. Ma non erano lì per stupirsi di fronte a tanta selvaggia bellezza e per richiamare alla memoria, accomunandoli a quella visione i mitici racconti di Whymper e Mummery. «Toppiamo salire più in fretta per efitare i sassi ke katono talla parete» disse Schocher allo sgomento cliente prima di partire velocissimo verso la rampa. Salirono tenendosi sul bordo destro del grande nevaio e raggiunsero senza troppi problemi la spalla che segna il suo termine. Fecero una breve sosta durante la quale le due guide si riappacificarono bevendo vino a grandi sorsi e addentando un puzzolente salame.

Fu durante quella pausa che finalmente Scipione capì che l’alpinismo era troppo faticoso per lui. Non era poi male la dura lotta con la montagna che lo rendeva in qualche modo simile ai suoi bis-bis nonni, ma quelle fatiche non erano pagate da una eguale proporzione di gloria. I nobili cavalieri erranti si conquistavano l’amore di una dolce pulzella, entravano in possesso di favolosi tesori, castelli, terre, ma tutte queste erano cose di altri tempi. Le donnine del principe, quelle di cui aveva un’agendina piena di nomi, e tutti quegli snob di sua conoscenza e anche il popolino non avrebbe certo capito tutte quelle fatiche con nulla o quasi per premio.

23 agosto 2017. La via Scipione Borghese definitivamente “cancellata”.

Dalla spalla, Schocher, rinvigorito dall’abbondante cibo, piegò deciso verso sinistra sul grande pendio nevoso che salendo dalla attigua parete nord-est portava sotto la vetta. Ormai era una brutta lotta, con la guida che tirava come un dannato, con la stanchezza e quello strano Schnitzler che non parlava mai ma, non demordeva nei suoi approcci lanciando languide occhiate. La deviazione li portò molto fuori dalla logica linea di salita, ma fu ben presto deciso di mentire nella relazione finale riferendo di aver percorso lo spigolo sommitale direttamente. La cordata dei complici era ormai alla fine dell’ascensione e il nostro eroe guardava sempre più spesso la linea di salita ideale; un po’ si sentiva in colpa per la menzogna che avrebbe detto, ma era anche ora di finirla con tutta quella neve e quella roccia fredda e scura. Schocher tranquillizzò un poco Scipione dicendo che in fondo non si trattava di una frottola vera e propria, ma era solo «una pikkola mortificazione tella realtà» che già molti suoi colleghi avevano adottato. Più sereno ma sempre più deciso a mollare l’alpinismo, Scipione si trovò così sotto la grande cornice della vetta. Schocher era entusiasta di averla fatta in barba al rivale Klucker, Schnitzler cantava come un galletto e il principe aveva i piedi gelati e fradici; in cuor suo non vedeva l’ora di finirla e sospirava guardando la cornice sommitale frangiata dai raggi del sole. Con uno jodel la guida salutò l’arrivo in vetta mentre Borghese fu issato a braccia su per il muro terminale e l’altro tentava ancora le ultime timide avances. A questo punto Scipione raccolse le ultime forze richiamando a sé l’orgogliosa virilità dei suoi avi e mandando al diavolo ogni regola di buona educazione, sferrò un potente calcio all’insistente cicisbeo che per poco non stramazzava al suolo.

Sulla vetta, confortato dal caldo sole italiano, si trovò a pensare a «Millie la rossa» che lavorava nella casa di Irma a Milano; pensò a morbidi divani e a dolci profili promettendo nello stesso tempo a se stesso che mai più avrebbe fatto cose simili.

La Val Bondasca invasa dai detriti

Questo suo proposito si rafforzò ulteriormente allorché il grosso capocordata gli esibì candidamente (aveva in mano la minacciosa e famigerata ascia da ghiaccio) la parcella che gli parve un vero e proprio attentato al patrimonio familiare.

D’altra parte dovevano ancora affrontare la discesa e inchinandosi alla furbizia della guida il nobiluomo pagò decidendo che era meglio non irritare troppo Schocher con ridicole questioni di vile denaro.

Scipione non dimenticò la promessa fatta sul Céngalo; si sa, le promesse di un principe sono una cosa seria, ma, del resto egli non fece molta fatica a mantenere i suoi propositi. Tuttavia il desiderio di passare alla storia e l’ardore antagonistico, rimasero sopiti ma vivissimi in lui, e pronti a riemergere alla prima occasione.

Dai giorni del Céngalo erano passati anni e ora il nostro patrizio pisano si trovava a rappresentare l’industria automobilistica italiana nel massacrante raid Pechino-Parigi. Scipione fu bruscamente strappato ai suoi ricordi quando dovette sterzare improvvisamente in modo da evitare un gruppo di mongoli, sbucato fra la polvere in mezzo alla pista. La gente guardò quello strano aggeggio rombante che correva senza cavalli, guardò i due passeggeri dai baffi bianchi di polvere, dalle sciarpe svolazzanti, ma probabilmente non fece in tempo a comprendere bene quella fugace visione. La macchina proseguì imperterrita e sicura verso i monti che si avvicinavano; correva davanti a tutti con un vantaggio quasi incolmabile.

Bondo, 23 agosto 2017

Scipione sorrise un attimo ripensando alle due guide svizzere e alla sua unica grande impresa alpinistica; oggi le montagne le stava salendo comodamente seduto al volante della sua auto.

Chissà se Schocher era ancora così sanguigno e avido? E Schnitzler? Poveretto, forse insidiava ancora i clienti più grassi e rosei sperando in un’avventura al rifugio. Forse in quel momento i due erano nella locanda di Bondo seduti a un tavolo, forse già sotto di esso completamente sbronzi, in attesa che il tempo si ristabilisse.

Ma ora non era tempo di perdersi dietro i ricordi di quell’esperienza che, pur nelle sue negatività, stava facendogli venire un groppo alla gola. Scipione cercò quindi di concentrarsi di più nella guida e di pensare a cose piacevoli.

Veloce come la Itala, anzi, molto di più, il suo pensiero volò a Parigi, al traguardo e subito la mano gli salì al taschino della giacca in pelle. La fida agendina con i nomi delle sue ragazze e gli indirizzi di alcuni localini osé era ancora al suo posto.

Con la bocca impastata di sabbia pregustò, per un attimo, il fresco ristoro di una bottiglia di champagne accompagnata possibilmente da altre piacevolezze.

Ah! Parigi! Parigi! Sì! Avrebbe certo vinto e lui sarebbe passato alla storia, altro che Céngalo!

Un sobbalzo più forte fece riemergere Barzini dal sonno in cui era caduto. Passarono alcuni attimi di silenzio poi stiracchiandosi il reporter incominciò a intonare una canzone scollacciata ma molto allegra.

In un primo momento Scipione non si unì al compagno giudicando la canzone poco consona al suo rango, poi, dopo aver dato un’occhiata furtiva alla circostante pianura, visto che non c’era neanche un’anima, si lasciò andare e cantò lanciando acuti altissimi, la sua gioia di essere in quei luoghi e per giunta in testa alla gara.

Raid automobilistico Pechino-Parigi, 1907. Scipione Borghese (a sin.) e Luigi Barzini

Ora stava iniziando il tratto in salita, poi oltre le montagne nuove pianure e poi ancora altri monti fino ai paesi più «civili». Già nella mente del principe prendeva forma l’immagine di lui che passava trionfante nelle più famose città europee, acclamato dalla folla che faceva ressa sul bordo della strada…

Con una fermezza a lui insolita Borghese ingranò la seconda marcia e la Itala si allontanò iniziando la prima rampa della salita, avvolta nel bianco nuvolone di polvere di un divino vortice di velocità e progresso.

Martin Schocher davanti all’Hotel Bregaglia

Nota (NdR). Il capocordata Martin Schocher era nato il 6 ottobre 1850 a Thalkirch (Safiental), figlio di Bartholomäus, contadino, e di Sabina Zinsli. Nel 1884 si stabilì a Pontresina come guida alpina. Fu attivo principalmente nel massiccio del Bernina e in val Bregaglia, dove compì altre difficili prime ascensioni (come quella del Piz Palü per lo sperone centrale della parete nord, assieme a Hans Bumiller e con le altre guide Johann Gross e Christian Zippert, 1 settembre 1887). Nel registro delle sue ascensioni, conservato al Museo alpino di Pontresina, ne sono elencate 1417, di cui 1088 in alta montagna. Salì 234 volte sul Pizzo Bernina, 59 delle quali passando dalla cresta del Pizzo Bianco. Dal 1909 al 1913 fu guida privata dei granduchi di Sassonia. Morì il 17 novembre 1916 nelle vicinanze della Safienhuette (Samedan) per un incidente di caccia. Su di lui, nel 1936, A. Willy scrisse una biografia, Bergführer M. Schocher.  

 

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Il Principe e la parete ultima modifica: 2017-09-03T05:38:46+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Il Principe e la parete”

  1. 3

    Mirabile azione che mette insieme la tragedia con la storia e l’umorismo di Popi.
    Lettura estremamente piacevole. Grazie.

  2. 2
    Fabio Bertoncelli says:

    Giovane alpinista che mi stai leggendo, impara a cogliere l’attimo.
    Perché tutto passa. Anche tu che a vent’anni ti credi eterno. E ora anche le belle montagne di una volta.

  3. 1
    Maurizio Ruggeri says:

    Un giorno una fetta di parete franerà, crolleranno i frontoni dei nostri templi trascinando con sé queste vestigia di eroismi dimenticati e le scure porte di marmo si richiuderanno (Georges Livanos, dal libro Cassin – c’era una volta il sesto grado)”.
    Da facebook, 3 settembre 2017, ore 11.47

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