Problem yok – 1

Problem yok – 1 (1-2)
di Elena Gogna
Fotografie di Achille Mauri
(una versione di questo articolo, più centrata sulle escursioni scialpinistiche, è apparsa in precedenza sul n. 126 di Skialper, ottobre 2019)

“Andiamo a sciare in Georgia”, questo era l’obiettivo. In Georgia ci abbiamo passato due giorni, e non ci siamo mossi da Tbilisi.

Partenza ore 9.10 di lunedì 18 marzo 2019. Data la quantità di attrezzatura, mamma Bibiana, impietosita, ci accompagnò alla navetta per l’aeroporto. Milano era grigia, ma rallegrata dalla bellissima lezione fatta da mamma sulla comunicazione tra le piante. Pare che nel sottosuolo, lontano dagli occhi cinici dell’uomo, si nasconda una vera e propria rete di radici che, oltre alle comuni funzioni a noi note, sono anche in grado, attraverso uno scambio di segnali di natura chimica, di ottenere informazioni su ciò che avviene nell’ambiente circostante. Esse sono in grado di percepire se “il vicino” è amico o è nemico, se ha fame di territorio come le piante invasive, oppure no. Sono in grado di coalizzarsi sia per difendere il proprio territorio, sia per accogliere e sostenere nuovi piccoli arrivi. Se una pianta si ammala o ha scarsità di nutrienti può star certa che la comunità circostante le proverà tutte per soccorrerla offrendo, per esempio, dosi ulteriori di cibo. Più penso a questa conversazione più mi convinco che non sia stato affatto un caso aver scoperto questo magnifico tassello dell’evoluzione prima di questo viaggio; direi quasi che sapere che anche gli organismi più immobili, statici e indifesi cooperano tra di loro e si aiutano a vicenda, ha fatto da cornice ecosistemica di tante esperienze, vissuti e pensieri.

Cielo immortalato su una strada tra le “Candele” della valle di Golova.

Una volta atterrati a Istanbul, Achille e io ci dividemmo subito: lui si lanciò in una corsa contro il tempo per recuperare il furgone dal meccanico prima che chiudesse, mentre io rimasi in aeroporto ad attendere i nostri due bagagli sportivi e i due bagagli normali. Achille varcò la soglia del meccanico alle 17.58 riuscendo a prendere la chiave del nostro grande compagno a quattro ruote, mentre io lo raggiunsi una mezzoretta dopo con tutta la nostra ingombrante attrezzatura. Il furgone risiedeva ormai tra quelle mura da un paio di mesi, durante i quali, nonostante la lunga durata di permanenza, non gli era mai stata sistemata la quinta marcia: per cui, era ufficiale, avremmo affrontato il nostro viaggio con quattro marce, massima velocità 80 km/h.

Il nostro primo contatto con l’ospitalità turca non avvenne con sconosciuti incontrati sul nostro cammino ma con vecchi amici turchi, felici di rivederci e di poterci riaccogliere nella meravigliosa Istanbul con il migliore dei benvenuti. Yonca, Yusuf, Niko, e Cathrine avevano preparato una cena deliziosa e siamo rimasti fino a tardi a ridere e scherzare. Alla mattina eravamo di nuovo riuniti nel mitico Twins cafè, il bar di Yusuf, a bere caffè e a porgerci i dovuti saluti: questa volta non ci saremmo visti per un bel po’. Alla nostra partenza fu Yonca a gettare acqua dietro al nostro furgone ruggente in segno di buon auspicio.

Cielo sulla strada per Yaylalar

Percorremmo 100 km prima di distrarci e deviare per la prima volta dal percorso tracciato: bastarono le pareti di Geyve. Fu però solo il giorno dopo che approcciammo quel meraviglioso calcare, poiché il resto della giornata la passammo a dare una collocazione precisa a tutte le cose che ci eravamo portati dall’Italia e a quelle che avevamo temporaneamente immagazzinato nel furgone per via del mio trasloco da Istanbul a Milano. Infatti, oltre a sci, splitboard, racchette, caschi, e vestiti, avevamo anche 3 quadri, 1 cajon, 1 mappa da muro della Turchia, una canna da pesca, uno skateboard e una specie di arazzo di 3×3 m regalato da Yusuf prima della nostra partenza. Il nostro è un California Westfalia T4 del ’93, di conseguenza qualche scompartimento per gli effetti personali c’è, ma penso che la Volkswagen non avesse mai previsto uno scenario di questo tipo, quindi spettava alla nostra immaginazione e creatività trovare un luogo per tutto. So che è difficile da credere ma anche senza aiuti esterni, tipo un porta-sci, ce la facemmo, e dopo qualche ora, (quasi) tutto era scomparso dentro agli scompartimenti del furgone. Per celebrare ancora di più il nostro senso di riconoscenza nei confronti di questi salva-vita, gli scompartimenti, li avevamo etichettati con dei veri e propri nomi: Girasole, Papavero, Lavanda, Ortensia, Margherita, Bucaneve e Dente di leone. Perfino il furgone stesso era stato battezzato con un nome tutto suo: Cielo.

Elena e Cem, l’amico di Emre, ridono di gusto prima di salutarsi.

Il giorno dopo trascorremmo la mattinata a salire e scendere tra le magnifiche rocce di Geyve, godendoci un panorama tutto nuovo e solo per noi. Dopodiché raggiungemmo il furgone che, con nostra sorpresa, era circondato da falegnami, macchine, e legna in movimento. Ovviamente pensammo che fosse di disturbo e che avevamo già fatto arrabbiare qualcuno, ma invece non era così: i ragazzi stavano semplicemente facendo il loro lavoro esattamente lì, dovevamo avevamo deciso di parcheggiare. Problem yok esclamarono, non c’è problema! Quest’espressione ci accompagnò ovunque ci avventurassimo. Dopo sorrisi, scambi di acqua, e le dovute presentazioni dell’esterno e dell’interno del van, ce ne andammo. Fino a quel momento, oltre ai numerosi oggettigià elencati precedentemente, avevamo anche un radiatore che era stato sostituito dal meccanico pochi giorni prima. Non sapendo cosa farcene, lo abbiamo regalato al capo falegname, il quale era molto contento del suo nuovo radiatur guzel, bel radiatore.

La distanza tra Istanbul e Tbilisi è di 1800 Km, che percorsi a 80 Km/h può risultare cospicua. Quindi, seguirono giorni dedicati a macinare chilometri, ma, volenti o nolenti, gli stop giornalieri di contemplazione dei luoghi e di interazioni con i locali, portavano ad un avanzamento lento. Tempo perso o speso meglio? Non lo so, quel che so è che dopo all’incirca 5 giorni di viaggio, ci siamo domandati perché volessimo a tutti i costi arrivare in Georgia quando era evidente che fossimo destinati a essere trattenuti tra le meraviglie incontaminate del Nord-est della Turchia. E decidemmo così, che la Georgia e il suo famoso Caucaso avrebbero lasciato il posto all’Anatolia e i suoi poco famosi Monti del Ponto.

Uomini di Ispir

Liberati dal senso di colpa di muoverci troppo lentamente ci dedicammo e apprezzammo ancora di più la magia di ogni chilometro percorso. Ogni valle era diversa: la natura ha usato tutti, o perlomeno, tanti dei suoi strumenti e trucchi per creare spettacoli affascinanti. Sembravano tratte dall’immaginario di un bambino, così innocenti, pulite, limpide, e insomma come divinamente concepite. Guidando vedevo timelapse di ere geologiche: ghiacciai che si espandevano, che si ritraevano, che creavano laghi, fiumi e si inaridivano per dare immagine a ciò che vediamo oggi. Vivevo lo stesso effetto di quando vedo i numerosi anelli degli alberi, di quando tocco le mura di una chiesa del X secolo e di quando stringo le mani di mia nonna: l’effetto pervadente della saggezza intrinseca dell’antichità.

Le valli di Duragan e di Vezirkopru rappresentavano lo scenario nitido di quel che immagino quando penso ai brontosauri pascolanti e rilassati: larghe valli a U di cui sono protagonisti freschi fiumi che rendono verdeggianti circostanti pianure, le quali si trasformano brevemente in alte padroneggianti rocce. Le valli di Kolyulhisar invece sfilavano come modelle davanti a noi, mostrando cappotti e strati di tutti i colori.

Ahmed in posa nel suo fienile.

Entrammo in una valle, dalle parti di Golova, in cui sembrava di essere entrati in una pasticceria: c’erano colline che sembravano tonde torte e panettoni; e tutt’intorno erano betulle con i rami rivolti all’insù dipinte di bianco, che sembravano tante candele. Nella valle successiva c’erano ancora più “candele”, quasi come in una chiesa, ma con dietro il cielo turchese e non i vetri colorati.

Capitò più volte di fermarci in punti particolarmente panoramici a contemplare i luoghi sempre così diversi e spesso non lontano c’era un pastore. Trovo che sia terapeutico osservare i pastori durante la loro quieta quotidiana occupazione. Osservano il gregge con ancora gli occhi di Mosè e di Maometto: buoni, semplici, onesti. Se ne stanno lì su una roccia a guardare il monotono vivere di pecore che brucano su prati verdi, godendo dell’impetuoso sfondo di montagne rocciose. Qui la solitudine recluta anime ed eleva attraverso una delle occupazioni più antiche della storia dell’uomo.

In un’altra valle, quella di Camoluk, sembrava di essere in un alveare rappresentato da piccole montagnette triangolari aride, gialle, costellate di bassi cespugli verdi che interagiscono tra loro, proprio come fanno le api mentre costruiscono e abitano il loro regno. A destra colline innevate, a sinistra un lago ghiacciato e in fondo un paesino dotato, ovviamente, di scenica moschea. Questo paesino si chiamava Kose, e dopo aver dormito sotto flussi migratori di uccelli ai bordi del lago ghiacciato, abbiamo speso la mattinata nel bar, l’unico, del paese. Qui siamo stati serviti e riveriti a non finire. Achille ha fatto l’errore di chiedere simit varmi? Il Simit è il tipico pane dolce turco e lui ha dovuto mangiarne sei… Gli uomini avevano uno sguardo molto vispo e si vedeva che capivano tutto quello che tentavamo di dirgli, nonostante la barriera linguistica; e nonostante il testosterone, la virilità e l’orgoglio dilagante in quella sala, tutti volevano una foto con noi due. Di donne neanche l’ombra. Quello fu il momento in cui Achille iniziò a scattare fotografie, in cui si era stabilito il legame tra lui e il popolo turco, necessario a introdurre nell’obiettivo i soggetti fotografati non lasciandoli più fuori da esso. Uscimmo da lì che sembrava avessimo passato una notte in un bar degli anni ’20 durante il proibizionismo, con i vestiti impregnati di fumo. Non ci fecero pagare, problem yok, e ci salutarono come se un loro figlio stesse partendo per la lontana America.

Elena a tavola con la famiglia  di Ahmed, Yoncali.

Allontanandoci da Kose feci una riflessione: che cosa rende duro il cuore degli uomini? Che cosa c’è nel mondo di tutti i giorni, delle grandi città, che ci impedisce di essere come loro? La genuina felicità per le cose semplici, il voler recare gioia nella vita del prossimo si traducono nella spontanea ospitalità. Il valore dell’esistenza è la ragion d’essere dell’ospitalità: tu sei ben accetto in casa mia perché esisti. È così antico come valore innato dell’uomo, ma poi qualcosa deve essere andato storto, perché Xenia è la dea dell’ospitalità, la Xenophobia è il male del mondo, e a noi non resta che scegliere.

La meta si avvicinava: Petran, la culla dello snowboard. Per qualche strano motivo questo nome si intercambia con Mesekoy: stesso luogo, due nomi completamente diversi. Superata Bayburt, cittadella dominata dal kalesi (castello) in cima alla montagna rocciosa circoscritta all’interno del corso del fiume Yildirim, giungemmo al bivio per Yoncali e di conseguenza per Petran. Dalla mappa risultava appunto una strada che sarebbe passata dal primo paese e sarebbe terminata nel secondo, ma nella realtà ce n’erano due. Convinsi Achille che la cosa migliore sarebbe stata percorrere la strada alta: errore. Attraversammo un passo che ha reso il nostro furgone degno di medaglia al valore, e riscendemmo appena dietro, per poi ricongiungerci con la strada piana e asfaltata che passava dal fondo valle. Giunti a Yoncali ricevemmo accoglienza immediata: knock knock al vetro della macchina e l’onesto e sincero Ahmed sorrise a noi come a dei suoi fratelli.

Ahmed si presentò in perfetto inglese e ci chiese dove pensavamo di andare dato che da lì a pochi metri la strada sarebbe terminata. Noi passammo dallo stupore di sentir parlare inglese, allo stupore di non poter proseguire e aver fatto quella strada invano. Se fosse stata qualsiasi altra persona al mondo ad averci dato la notizia, l’umore sarebbe precipitato violentemente sotto le scarpe, ma Ahmed continuò a farci sorridere fino al momento in cui lasciammo il paese. Ci invitò a conoscere la sua famiglia e a pranzare tutti insieme nella casa dei suoi zii non troppo distante dalla sua. Durante il pasto abbiamo avuto modo di consultare i fratelli di Ahmed, grazie alla sua pronta traduzione, riguardo al da farsi per giungere a Petran. Ci sembrava una buona idea attraversare la montagna, Kirklar Daği 3550 m, a piedi, dal momento che la destinazione era ad uno schioppo di colle. Tuttavia, il maltempo non lo permetteva, le previsioni non erano promettenti e non eravamo attrezzati per un’eventuale notte lungo la strada. Di conseguenza non restava che vivere da molto vicino lo stile di vita comunitario della grande famiglia di Ahmed, e usufruire della loro ospitalità mangiando tutte le delizie da loro prodotte: formaggi, miele, uova e affettati. Ci tenevano molto a specificare che l’unico prodotto in tavola non di loro produzione erano le olive di Bursa, tutto era organik. In dieci, seduti per terra intorno al grande piatto d’argento da cui tutti attingevano, sotto lo sguardo di sedici occhi curiosi e rispettosi, e pronti a essere tamponati dai numerosi bimbi a gattoni che giravano come trottole per la stanza, ci godemmo il primo lauto pasto della giornata. Problem yok.

Pasto servito dalla famiglia di Ahmed, tutto organik, Yoncali.

La famiglia più stretta di Ahmed, la mamma e il papà, non erano presenti, li conoscemmo più tardi. Ahmed si era laureato da un anno in letteratura all’Università di Bursa, è un grande appassionato di Game of Thrones e gli piace identificare le cose reali nei termini della serie. Infatti, per gli intenditori, Yoncali è Winterfell, la montagna è il Great Wall, Petran è il territorio dei Free Folk, e Achille è inequivocabilmente un Lannister. Il ragazzo aveva un’ottima proprietà di linguaggio e ci impressionò molto quanto fosse legato alla sua terra e quanto le fosse grato.

Dopo il pranzo con i parenti, Ahmed reclutò Achille per aiutarlo nelle mansioni della stalla, io venni parcheggiata a casa in compagnia della mamma di Ahmed, la quale era una forza della natura che aveva cresciuto quattro meravigliosi figli, e che aveva sacrificato molto della sua vita pur di farli studiare in scuole eccellenti, proprio come quella di Bursa. Dopo avermi offerto due cay e un kahvè, ho pensato di offrirle qualcosa io. Avevo con me le mie casse portatili, e le avevo messe in carica a casa di Ahmed, dato che nel nostro furgone la presa funziona solo se collegati alla corrente di un campeggio: cosa mai successa, così pensai che riprodurre della musica potesse farle piacere. Durante la mia permanenza a Istanbul ho avuto modo di entrare in contatto con molta musica turca, e tra le mie canzoni preferite c’è Tatli Dillim di Selda Bagcan. Questa canzone è tra le più dolci, accoglienti e materne che io conosca, e faccio fatica a descrivere l’espressione di quella donna quando l’ha sentita. Ha iniziato a cantarla ad alta voce, tenendomi tra le sue forti braccia, proprio come se fossi sua figlia, e ha iniziato a ballare per la cucina come una ragazzina, lanciando il velo sul divano facendomi capire che poteva perché eravamo noi due sole. Erano anni che non la sentiva ed evidentemente ci doveva essere molto legata.

Emre sul divano di casa sua con il sottofondo della campagna elettorale di Erdogan sulla televisione.

Al termine di quella visione stupenda, ne è seguita un’altra. Raggiungemmo i ragazzi e trovai Achille in un momento nirvanico che scattava foto ad Ahmed in un fienile molto speciale: c’era un’atmosfera di sterilità, soffice e materna, c’era una luce bianca come quella che probabilmente ho visto quando sono nata. Ahmed lavorava umile e Achille era incantato, e ogni tanto, tra una spalata di fieno e l’altra, ci chiedeva se conoscessimo Dante, Boccaccio, Leopardi o Manzoni. Poi andammo alla stalla dove vennero aperti i cancelli dei piccoli vitelli che con voracità corsero ognuno dalla propria mamma per ciucciare il latte. Guardammo bene e uno di loro era rimasto dentro, non riusciva ad alzarsi. Problem yok, la mamma di Ahmed lo aiutò dolcemente ad alzarsi e lo condusse dalla sua genitrice. Quel vitello era nato quel giorno, infatti io e Achille avevamo notato qualcosa di simile a una placenta nella pila di sterco, giusto all’uscio della stalla, e dato il mio entusiasmo per quella creaturina così innocente decisero di darle il mio nome. Quindi oggi, a Yoncali in provincia di Erzurum, Turchia, c’è una mucca di nome Elena.

Quella visita alla stalla ce la portammo dietro per diversi giorni, e di questa non solo il ricordo, ma soprattutto l’odore. Tornammo in casa ed era ora della merenda che constava delle stesse prelibatezze del pranzo. Per scaldare il pane, fatto a mano dalla mamma, accesero la stufa e per alimentarla usarono le pagine di un libro. Ciò ovviamente provocò un nostro sussulto, ma fummo velocemente rincuorati da Ahmed, che disse che si trattava del libro Good morning my government dell’attuale dittatore della Turchia, Recep Tayip Erdogan. Questo stesso libro poi, quasi privo di pagine, venne usato, con gusto, come sottopentola. Quando penso alla famiglia di Ahmed, echeggia trionfante la frase preferita di quest’ultimo: “you are free”. L’aveva ripetuta in diversi contesti, sembrava essere un tema a lui molto caro, e solo dopo aver vissuto con loro un’intera giornata capii veramente perché. Quella era una famiglia di liberali, che conosceva molto bene il significato di libertà e che, come ogni intellettuale, ne capisce il vero valore e ne teme la compromissione.

Pagine di Goodmorning my government, di Recep Tayip Erdogan, bruciate per alimentare la stufa al fine di scaldare il pane fatto dalla mamma di Ahmed.

Era ormai buio e Achille suggerì che era meglio iniziare a scendere verso valle dato che il giorno dopo avremmo guidato verso Petran. Io non ero dell’idea, mi sarebbe piaciuto rimanere la notte con i nostri amici di Yoncali, era troppo interessante: ma dopo abbracci sentiti e consapevoli, partimmo. Dormimmo nei pressi di Ispir e alla mattina ci svegliammo sepolti nella neve: per fortuna eravamo scesi! Se fossimo rimasti lassù a Yoncali saremmo stati sicuramente bloccati dall’abbondante nevicata.

A Ispir la mattinata fu persa per l’acquisto di stivali da neve molto trendy, ma soprattutto per il montaggio delle catene sulle ruote che costò ad Achille quasi un esaurimento nervoso. Il problema era che l’unico gommista aperto era gestito da un supplente che non ne sapeva proprio nulla di catene e la sua incompetenza intaccò l’umore di Achille per il resto della mattinata.

Emre ci indica le montagne svelate durante un inaspettato tramonto.

Finalmente ci avviammo verso Petran. La strada era innevata, e ogni chilometro si presentava davanti a noi una grande pozza. Il test per valutare se fosse superabile o meno era quello di entrarci con i nostri stivali nuovi e vedere fin dove arrivava l’acqua: se il livello dell’acqua avesse superato lo stivale non saremmo potuti passare. Giungemmo alla svolta per Petran, e proprio come nel caso degli altri paesini, la strada verticalizzava senza pietà. Noi eravamo ben disposti a salire con le pelli agli sci, il brivido di percorrere i tornanti ognuno come se fosse l’ultimo non aveva prezzo. Il furgone superò le nostre aspettative ad ogni curva e la salita si trasformò quasi in un gioco, fino a che non potemmo proprio salir più, e parcheggiammo Cielo ad un ampio tornante nel bel mezzo del bosco. Secondo le nostre stime dovevamo essere a poco meno della metà della strada per Petran, e l’altra metà non rimaneva che farla con le pelli. Mentre Achille le montava ai rispettivi sci e splitboard io preparavo una rapida pasta al sugo rosso, e, dopo averla divorata in pochi minuti, eravamo pronti a partire.

Achille saluta Fatima e i suoi amici dal pick up di Emre di ritorno verso Cielo.

Non facemmo a tempo a mettere gli sci ai piedi che arrivò un pick-up, di 20 anni fa, ma molto solido. L’uomo abbassò il finestrino, non disse nulla se non problem yok, e fece cenno di salire. Eravamo titubanti: avremmo preferito farla a piedi, ma avevamo solo due o tre ore di luce, non sapevamo quanto più lunga del previsto sarebbe stata la strada, quanto sarebbe peggiorato il tempo. Così, pronti e precisi per una salita in pelli, salimmo sul pick up: io davanti con l’uomo e Achille sul retro aperto, un po’ sconsolato ma divertito. In tutta onestà, per fortuna salimmo su quel pick-up poiché la strada era ben più lunga del previsto e poco dopo la partenza, usciti dal bosco, niente era più visibile e capimmo di essere arrivati a Petran solo quando fummo davanti alla porta di casa di quell’uomo. In macchina avevo provato a far un po’ di conversazione, riscuotendo poco successo: quell’uomo era molto riservato ma aveva uno sguardo buono e dolce, aveva gli occhi saggi e vissuti, e fumava molto. Si chiamava Emre, e per prima cosa ci portò a conoscere la moglie Fatma che spuntò fuori dalla piccola porta di una stalla con un gran sorriso e una massiccia dose di energia. Ci portarono a casa loro e ci invitarono a rimanere la notte. L’ingresso della casa constava di una stanzetta dove si dovevano lasciare le scarpe, da lì, attraverso una porta si accedeva al salotto/cucina. Nonostante levarsi le scarpe sia parte integrante della tradizione turca, in quella casa in particolare c’era un discreto terrorismo poiché Fatima aveva una certa fissazione, e per lei e suo marito c’era uno specifico paio di ciabatte per ogni stanza. Quando Emre ci portò sul balcone nella parte opposta della casa dovette cambiarsi le scarpe tre volte: un paio per il salotto, un paio per la stanza del balcone, e un paio per il balcone. Per lui era del tutto normale, sembrava abbastanza rassegnato a questo rito. Le ciabatte per noi giustamente non c’erano e bastarono dieci minuti scalzi per il salotto per ritrovarmi una spessa scheggia nell’alluce. Fatima non esitò un secondo, s’impadronì del mio piede e chirurgicamente estrasse il pezzettino di legno. Problem yok. Quando Emre ci portò sul balcone fummo fulminati dalla vista che ci trovammo davanti: le nuvole si erano diradate, la luce era quella del crepuscolo e Petran si ergeva magnificamente intorno a noi. Le montagne circostanti ancora non si vedevano, ma Emre ci rincuorò dicendoci che il giorno dopo il tempo sarebbe stato bello.

Fatima chirurgicamente estrae una scheggia dal piede di Elena.

La cena fu servita da Fatima, ed era molto simile a quella del giorno prima: la differenza era che questa volta sullo sfondo c’era una televisione, accesa. In quel periodo la campagna elettorale di Erdogan aveva monopolizzato tutti i canali della televisione: lui veniva ripreso e proposto come un semidio e all’opposizione erano state riservate delle immagini sgranate e incomprensibili, come quelle di una mediocre videocamera da strada. Dunque, la faccia di Erdogan fu presente per ore e ore, le sue immagini scorrevano in loop e io non feci a meno di chiedere cosa ne pensasse la coppia. Una faccia orgogliosa e seria si impossessò dei loro dolci visi. Effettivamente quasi tutti i paesini di montagna sono sostenitori del dittatore, quindi non c’era da stupirsi, né da discutere, però c’era da riflettere su quanto davvero fosse stato unico e raro l’incontro con la famiglia di Ahmed, la quale era estremamente simile alla coppia che avevamo davanti, ma in realtà così intrinsecamente diversa. Tuttavia, non voglio certo sminuirli per questo: ci hanno accolto come figli loro, ci hanno dato da mangiare, da bere e da dormire e di conseguenza il mio ottimo ricordo va ben oltre il loro credo politico, che ritengo essere dovuto più ad una mancanza di mezzi di informazione, ridotti e manipolati dallo stesso Erdogan. Dopo cena fummo scortati nella stanza dove Fatima era andata a pregare poco prima e dove aveva preparato due bei lettini separati. Problem yok. Dormimmo come due bebè tra le mura di legno di quella casa così accogliente.

(continua su https://www.gognablog.com/problem-yok-2/)

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Problem yok – 1 ultima modifica: 2019-11-07T05:38:52+01:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Problem yok – 1”

  1. 5
    Alberto Benassi says:

    infatti si critica la Turchia ma gli altri che sono?
    La Turchia non la vogliamo nell’unione Europea perchè c’è la pena di morte. E negli Stati Uniti, nostri alleati non c’è…??

  2. 4
    AndreaD says:

    Oggi il suo regime è antipatico a molti ma fino al XIX secolo compreso la Turchia è stato un paese imperialista almeno quanto Stati Uniti e Russia/URSS nel XX secolo e oggi.

  3. 3
    Matteo says:

    Scrivi anche meglio di papà: brava Elena.
    Per chi volesse ascoltare la colonna sonora, qui può trovare Tatli Dillim di Selda Bagcan:
    https://www.youtube.com/watch?v=AIG35T0L880

  4. 2

    Ho dei ricordi italici di quando venivi ospitato solo perché eri straniero. Ti portavano a casa loro e tutte le attenzioni della famiglia erano mirate alla migliore accoglienza. Un po’ come succede in questo racconto, che è bello per il suo sapere saltare di palo in frasca. Erano anni in cui c’erano ancora molte strade sterrate in Sicilia e in Sardegna e se entravi in un bar di quei paesini era impossibile pagare perché in quanto straniero eri automaticamente ospite. Non accade più ma è bello averlo vissuto.

  5. 1
    Carlo Crovella says:

    Lettura appassionante, attendo la prosecuzione.
    In effetti il mondo turco va studiato più approfonditamente di quanto lo facciamo noi dall’Europa, dandogli una sintetica definizione di paese imperialista (per colpa dell’attuale regime).
    La cosa più intrigante è che esista una mucca di nome Elena…

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