Problem yok – 2

Problem yok – 2 (2-2)
di Elena Gogna
(una versione di questo articolo, più centrata sulle escursioni scialpinistiche, è apparsa in precedenza sul n. 126 di Skialper, ottobre 2019)
(continua da https://www.gognablog.com/problem-yok-1/)

L’indomani eravamo in piedi prima del sorgere del sole, ma già c’era luce. Finalmente il paesaggio si mostrava limpido, ed era etereo. Le montagne innevate erano come spruzzate di polvere magica: il brillare dei cristalli di neve in superficie, gli alberi con i loro cappelli di neve su misura, il nostro muoverci silenziosi tra le case di legno, il negozio di alimentari e la moschea, erano tutte voci di un canto armonico.

Uscimmo dal paese che le ombre dei pini erano ancora lunghe, il sole era ancora basso. Non avevamo un itinerario definito davanti a noi ma tanta voglia di muoverci in quella circostanza idilliaca. La mattina si svolse salendo e scendendo per colline cariche di neve: non c’era un centimetro tracciato da qualcun altro e avevamo a nostra completa disposizione tutto il circondario di Petran. Purtroppo però non eravamo a conoscenza dell’effettiva stratificazione della neve: quanto aveva nevicato in quell’area? Quante volte? Sapevamo che il terreno era erboso e sapevamo che sebbene non fosse ripido, il pericolo di valanga era comunque in agguato, quindi ci tenemmo lontani dalla minaccia e ci divertimmo a consumare tutti i versanti delle illibate colline, accompagnati solo da caprette e minareti.

Campo agricolo in uno degli ultimi paesaggi della Turchia, prima del confine con la Georgia

Ci allontanammo da Petran, di nuovo a bordo di quel pick-up scassato, i nostri amici e Fatima salutavano commossi augurandoci la protezione di Allah. All’arrivo trovammo il nostro Cielo, prode eroe sopravvissuto alla bufera e mentre lo caricavamo delle nostre cose, Emre trafficava col motore del suo pick-up che aveva avuto qualche problema durante la discesa. Allah venne richiamato all’ascolto ma questa volta non saprei dire in che termini. Tutto in ordine, il suo motore sembrava funzionare e arrivò il momento dei saluti. Emre disse tutto con i suoi occhi profondi: era felice di averci conosciuti e di averci avuto trotterellanti nella sua calda dimora. Achille in segno di riconoscimento e ringraziamento gli regalò la sua canna da pesca. Pochi erano i fiumi e i laghi dalle parti di Petran, ma qualcosa dovevamo dare a quel dolce uomo che ci aveva trattato come suoi figli. Gule gule Emre, arrivederci.

Girammo la chiave con gli occhi chiusi e speranzosi e il motore ruggì, il che non era assolutamente scontato! Giunti a fondo valle ci dirigemmo verso Yusufeli ed iniziarono a comparire i cartelli che indicavano “Ridos Thermal Waters”. La prospettiva di immergersi in acque bollenti dopo aver preso freddo rotolando nella neve tutto il giorno era alquanto allettante. Decidemmo di seguire le indicazioni e giungemmo allo stabilimento di Ridos. Immersi in acque solfuree sentimmo i muscoli rilassarsi completamente e riflettemmo sulle meravigliose curve tracciate quel giorno e sull’amore ricevuto nei giorni trascorsi a Petran. Ci facemmo una doccia, era una settimana che non se ne vedeva una. Dormimmo sogni felici a bordo del fiume Baskoy, e il giorno dopo partimmo per una nuova avventura: Yaylalar.

Elena e Bobby Falesia camminano verso la moschea di Yaylalar, per poi superarla e procedere per la gita.

Yaylalar si trovava a 200 km di distanza, ma il navigatore segnava 6 ore di percorrenza, il che era un chiaro segno di presenza di stradine di montagna un po’ selettive. Sosta tecnica a Ikizdere, per cibo e farmacia. Io e Achille ci dividemmo e ci rincontrammo solo dopo 2 ore: entrambi eravamo stati travolti dall’ospitalità del paese. Io avevo conosciuto Camille, la farmacista, una ragazza sulla trentina assolutamente adorabile, che dopo qualche minuto di conversazione aveva chiamato la figlia Zeynep e l’aveva fatta portare da scuola, per conoscermi. Ovviamente ho provato a oppormi ma è stato inutile. Dopodiché è stato chiamato lo zio, il quale arrivò portando in dono un chilo di miele prodotto da lui. Camille parlava un buon inglese, e chiacchierammo a lungo mentre la bambina si accoccolava su di noi e mancò poco che facesse le fusa. Vidi Achille passare fuori dalla porta della farmacia e uscii per capire che fine avesse fatto dato che era un po’ che non ci si vedeva. Lui aveva avuto un’esperienza analoga: era entrato in un negozio di miele artigianale ed era stato preso in simpatia dal proprietario, il quale gli aveva regalato ulteriori 3 kg di miele: partimmo da Ikizdere con un totale di 4 kg di miele! Dopo promesse di rincontri futuri, ripartimmo.

Achille monta le pelli a Yaylalar

La strada per Yaylalar era impervia e anche un po’ illogica, ma era evidente che le cose sarebbero cambiate presto. La strada che stavamo percorrendo sarebbe scomparsa in breve tempo, attraversavamo quei meravigliosi paesaggi con occhi curiosi e dispiaciuti a causa dei numerosi interventi che avvenivano su tutti i fronti. Nuove strade in costruzione, tunnel scavati nelle montagne e svariate cave furono protagoniste del paesaggio per ore e ore. Ci chiedemmo per quale motivo la Turchia stesse investendo così tanto e in modo così affrettato e insostenibile in quella sua area così remota. La verità la scoprimmo solo il giorno dopo, ma per quel che ne sapevamo eravamo testimoni di un profondo cambiamento che avrebbe pesantemente cambiato i connotati della zona molto presto.

Notammo una costruzione, dalle parti di Karakamis, di dimensioni enormi, era il canale di scarico ausiliario della diga di Arkun sul fiume Coruh. Eravamo di fronte all’equivalente di un templio ad Apollo rivisitato in chiave moderna. Era sopraelevato, dava su tutta la vallata e sul fiume stesso, era stato costruito in massiccio cemento e nella sua bruttezza e invasività aveva qualcosa di affascinante. Scoprimmo presto però che il fiume Coruh era destinato ad essere prosciugato da dighe di questo genere, nei tempi a venire.

Trovare il soggetto non è immediato, ma trovare il protagonista è inevitabile. La vallata magica di Petran lascia senza parole. 

Tra uno sgomento e l’altro arrivammo alla base della strada per Yaylalar che era buio e pensammo che fosse meglio affrontarla con la luce. Così Achille si adoperò e cucinò un meraviglioso risotto con le verdure di Ikizdere. L’indomani si svegliò lui all’alba e condusse il furgone su per una strada molto precaria e franante. Mi svegliai un’oretta dopo a Yaylalar, a tutti gli effetti in un paradiso. Facemmo colazione con un panorama mozzafiato, era una giornata limpida e tersa, e davanti a noi si posizionò un Pastore dell’Anatolia, un quintale di cane: lo chiamammo Bobby Falesia e fu il nostro compagno/guardiano per tutta la permanenza lì.

Yaylalar, situato a 1900 m, è un villaggio che conta più o meno 25 abitanti, nel pieno centro dei monti Kaçkar. Da lì possono partire spedizioni di tutti i tipi, anche sulla montagna più alta della zona, il Kaçkar Daği 3937 m. E’ presente un centro d’accoglienza per gli sportivi che vengono alla scoperta di quelle montagne così sconosciute, gestito da una coppia che rende onore a tutte le ore del giorno alla parola “accoglienza”. Lui era il signor Mohammed, e lei la signora Gamze. Dopo colazione, entrammo e ricevemmo qualche indicazione su dove fare una gita per quella giornata: trovare davanti a noi persone che effettivamente capivano la funzionalità di quegli strani attrezzi con le lamine che ci portavamo dietro da giorni, ha avuto un nonsoché di commovente.

Girando sugli sci per Petran

Ci avviammo lungo la strada che usciva dal paese con gli sci in spalla, accompagnati dall’immancabile Bobby Falesia. Ci congiungemmo con un ruscello e lo risalimmo per due chilometri con le pelli agli sci. Più volte, a causa delle numerose piccole valanghe che avevano bloccato il percorso, dovemmo cambiare lato del fiume, attraverso stretti ponti naturali di neve. Per me era un gioco da ragazzi grazie agli sci nuovi che mi aveva regalato Achille da poco, ma per lui ci sono stati momenti precari dovuti alla maggiore larghezza di ciascuna delle due metà della splitboard. Ogni metro guadagnato portava a una prospettiva differente sul paesaggio. Superata la valletta marcata dal fiume, dopo 400 m di dislivello lungo un pendio esposto a ovest, sbucammo in un anfiteatro di montagne innevate, vigorose e soprattutto ricche di discese interessanti. Da ferma ero in grado di sentire il canto degli uccelli, lo scorrere del fiume e perfino il vento tra le vette. Eravamo soli, in una valle che per quel giorno era stata donata a noi. Eravamo lontani dalle cave, dalle città, dalle persone. La neve sotto gli sci era di qualità: aveva nevicato il giorno prima, faceva freddo e non sentivamo l’influenza del vicino Mar Nero che poteva rendere la neve “mitigata”. Queste erano le condizioni per la mattinata, ma verso le 13 tutto iniziò a cambiare. La visione del nostro itinerario era molto più completa da lì, c’erano delle tracce in un canale poco distante, proprio accanto a quello che volevamo fare noi. Ci avviammo verso quel canale ma a causa della neve calda dovemmo salire con gli sci in spalla, a quattro mani, su per delle rocce: era meglio non dipendere dalla neve. Arrivati in cima alla salita capimmo che raggiungere il canale non sarebbe stata una buona idea, così ci godemmo il panorama che si era aperto davanti a noi. Infatti, da quella posizione potevamo vedere sia l’anfiteatro già menzionato, sia le valli che lentamente si trasformavano in pianure fino a giungere al mare. I nostri occhi ammiravano il percorso fatto: a meno di 2000 km c’era la lontana Istanbul e noi avevamo impiegato più di una settimana di furgone per giungere nel luogo dove ci trovavamo.

Quel giorno io non stavo bene, avevo delle difficoltà, ogni tanto facevo fatica ad andare avanti e quindi ho iniziato a pormi delle domande. Perché farsi questo? Penso sia una domanda importante per tutti gli appassionati e amanti dell’andare in montagna: non solo chi l’approccia per la prima volta, ma anche chi l’ha sposata tanti anni fa, e nel bene e nel male le sta ancora accanto. Mi guardai dentro e cercai di capire cosa mi spingeva così in alto, così vicina al pericolo, e perfino così vicina alla morte. Non lo definirei masochismo, perché va ben oltre: mio padre la definì un’attitudine umana per ricercare ciò che di divino è in noi. Tenendo questo a mente, quando arrivai in cima mi diedi una risposta: perché è una terapia. Ciò che ci tiene in gioco e ci fa scegliere di “farci questo” è l’inconscia riconoscenza del beneficio di quest’atto di purificazione.

Girando sugli sci per Petran

La discesa, all’inizio fu carica d’ansia a causa dell’instabilità della neve: lunghe e veloci linee erano necessarie. Poi, quando la pendenza diminuì, godemmo molto di più dei nitidi solchi che ci lasciavamo alle spalle. Le tracce incise nella neve riportano la soddisfazione di una ricerca insita nell’uomo che è quella di marcare il territorio, sono come firme.

Tornammo a Yaylalar e conoscemmo i proprietari degli autografi notati quel giorno: appartenevano agli unici ospiti del centro di accoglienza, un gruppo di italiani. Loro erano in compagnia di una guida italiana, e di una turca, il signor Mehmet. Quest’ultimo scriveva quando entrammo in quello che sembrava a tutti gli effetti un rifugio alpino, un po’… arabeggiante. Dopo due chiacchiere con gli italiani, ci sedemmo a parlare con la guida che parlava un ottimo inglese, eravamo curiosi del perché di tutti i lavori trovati sulle strade il giorno prima. Avevamo davanti a noi un uomo di grandissimo spessore e dignità il quale ci diede un chiaro quadro della profonda crisi che sta vivendo la Turchia. Parlava a bassa a voce, nonostante fossimo pochi in quella stanza, le orecchie di Erdogan potevano essere ovunque, diversi amici suoi erano finiti in prigione proprio in questo modo. Avrei tanto voluto registrarlo, ma era fuori discussione. Ci spiegò che la maggior parte dei meravigliosi terreni che avevamo visto su quella strada erano stati venduti a ricchi arabi dell’Arabia Saudita e che quindi, essi, per accedervi, avevano bisogno di strade nuove e tempi di percorrenza brevi. Mehmet aveva molta paura di quel che sarà di quella zona che amava tanto, dal momento che era stata quasi interamente venduta agli arabi. Essendo guida aveva anche portato tanta gente a fare rafting nel fiume Coruh, ma ormai non poteva più, poiché questo fiume sta scomparendo, mangiato dalle dighe, per alimentare la futura grande domanda di elettricità di quella zona.

Il risultato di una lunga istruzione fotografica sulle colline di Petran: Achille esegue queste due semplici curve per riallacciarsi alla strada dei pastori, surfando un grande accumulo di neve.

Lui per buona parte dell’anno fa il tour operator dalle parti di Antalya, e cerca di non pensare alla situazione politica turca. Ci disse che era molto raro che parlasse di queste cose poiché gli recano molta tristezza e in effetti i suoi occhi lo comprovavano. Quando il muezzin cantò il suo invito alla preghiera nella moschea di Yaylalar Mehmet iniziò una vera e propria invettiva contro la religione mussulmana e alla pericolosità della sua infiltrazione all’interno della politica turca. Ci chiese: “Ma secondo voi non manca qualcosa in questo paese?”, noi rispondemmo “libertà di parola, di pensiero”, e lui rispose “No, il divertimento”. Disse che nessuno si diverte più, le strade non sono più teatro di musica, festa e sorrisi; le leggi del Corano non sono più regole cui far riferimento nel proprio spazio, nella propria coscienza, bensì sono vissute come delle severe guardie aleggianti sulla testa e sul cuore della gente. Tutte le religioni portate all’estremo portano a questa paura di muovere un dito, o semplicemente di ballare e ridere in compagnia degli amici, e purtroppo ora è il turno della Turchia.

Elena scende dai pendii di Petran con una bellissima vista sulla sua vallata.

La cena era pronta, lo ringraziammo per essersi aperto, eravamo a conoscenza dello sforzo che aveva dovuto fare e prima di sedersi a tavola si prese un momento lontano da tutti noi. Purtroppo, durante la cena Mehmet fu un po’ escluso a causa dell’italiano dilagante in tavola, ma era evidente che preferisse comunque farsi gli affari suoi. Se la conversazione con lui era stata illuminante e profonda, quella durante la cena fu il netto contrario. Ebbi la fortuna di affrontare il tema dell’emancipazione femminile con quattro uomini sulla cinquantina, che non avevano alcuna concezione della parità dei sessi. Tra questi, il medico piemontese affermò che secondo le sue analisi “le donne semplicemente non ce la fanno a far carriera nel campo ospedaliero, sono biologicamente programmate per rimanere indietro”, l’imprenditore milanese, con due figlie e un figlio, era molto preoccupato per le ragazze perché “se intraprendono relazioni amorose, è un disastro, e se non lo fanno è un… disastro”, ovviamente sto riportando le sue parole in versione censurata. Gli altri non si sbilanciavano, ma di certo non davano torto ai leader della tavola. Ad Achille sarebbe piaciuto intervenire, ma non voleva neanche comprovare quel che dicevano loro e lasciar intendere che non sapessi difendere me o il mio genere, da sola. Solo la guida alpina dimostrò di avere una visione ragionevole sull’argomento: ha due figlie che ritiene essere molto talentuose e intelligenti ed è convinto che faranno grandi cose nella vita.

Aldilà delle loro teorie personali questo gruppo quel giorno tornava dal Kaçkar Daği che dissero essere stato molto soddisfacente e gratificante. Passavano quasi una settimana lì a Yaylalar e questo fa capire quanto offra questo versante, a differenza di quello opposto in cui il paese di riferimento è Aydin e l’heliski regna sovrano.

Pronti per la pellata (mai avvenuta) dal parcheggio di Cielo e Petran

Quella sera decidemmo la via da percorrere il giorno dopo ma con gran dispiacere ci svegliammo con un tempo da lupi e quindi non fu possibile affrontare la salita. Con le orecchie basse guidammo verso valle e percorremmo la strada verso Yusufeli, ormai la destinazione ultima era Tblisi da cui saremmo partiti con un volo l’1 aprile. Un paio di paesini dopo Yaylalar fermammo un uomo cui chiedemmo dove potessimo trovare dei simit, lui ci rispose di andare a Yusufeli, poi ci disse qualcos’altro e salì in macchina. Che dire… problem yok. Quell’uomo era un vero chiacchierone, in quel tragitto ho menzionato tutte le parole turche che conoscevo unicamente per farlo continuare a parlare delle dighe, e per registrarlo; in seguito ho mandato le registrazioni alla mia amica Yonca la quale ha tradotto cosa quel simpatico signore ci diceva: quell’uomo stava elencando i nomi dei paesini scomparsi sotto la morsa delle nuove costruzioni, ed enumerava le problematiche agricole ed economiche che il ritrarsi del fiume Coruh stava portando nell’area. Una volta a Yusufeli ci accompagnò alla ricerca dei simit che erano all’origine del nostro incontro. Camminando salutava tutti, mi sa che era un pezzo grosso del villaggio. Li trovammo e ce li offrì in segno di riconoscenza.

Il resto della giornata fu di guida, ci fu solo una sosta un po’ più lunga delle altre. Ad Achille piaceva molto una curva ben precisa e sarebbe stato felice di farla in skateboard, allora pensai che fosse l’occasione giusta per fargli una foto io, una volta tanto. Lui si interessò alla questione ed effettivamente quando vide la curva attraverso l’obiettivo era più incuriosito dalla foto che dalla discesa in skateboard. Così mi diede precise direttive, dovevo catturare “il triangolo rettangolo che aveva una potenza penetrante nella medesima roccia”. Non ce la feci, la foto la scattò lui, a un camion.

Cielo davanti alla moschea sul passo del Monte Ovit 2640 m

Al tramonto incontrammo il rudere di un castello un po’ sopraelevato e decidemmo di salire per sgranchire le gambe: sarebbe stato l’ultimo tramonto in terra turca dal momento che il giorno dopo avremmo superato il confine con la Georgia. Questa era la fine del mio settimo mese in Turchia, ci eravamo davvero affezionati a quel popolo così vario e profondo, quindi, in onore di ciò, Achille ed io, dalla cima del castello, urlammo nel vento un discorso motivazionale e di speranza alle giovani e ai giovani turchi. “You are free”.

Il giorno dopo superammo il confine. La Georgia aveva già tutto un altro sapore sin dal momento che entrammo nel paese. Le insegne, i vestiti, i negozi, l’espressione della gente, i palazzi… eravamo in un altro mondo. Ci dirigemmo direttamente verso la capitale Tblisi dove arrivammo che era buio: seguire i cartelli in semi-cirillico, Mkhedruli per l’esattezza, non era facile e trovare il centro sembrava impossibile. Ci divertimmo a utilizzare metodi per nulla convenzionali per trovarlo, ad esempio: “segui il viale alberato, i viali alberati fanno molto centro”, “segui il dito dell’uomo della statua, probabilmente indicherà il centro”, “qui destra!”, “qui sinistra!”. Inspiegabilmente raggiungemmo il centro, e sempre con le stesse intuizioni trovammo un hotel a basso prezzo, con il parcheggio esterno, e controllato.

Canale di scarico ausiliario della diga di Arkun sul fiume Coruh.

Quella stessa sera cercammo un ristorante dove apprezzare le bontà georgiane e soprattutto dove assaggiare quel vino di cui tanto avevamo sentito parlare. Trovammo un solo ristorante aperto a quell’ora nella via principale: il più carino, il più tipico, con musica dal vivo e che faceva anche da enoteca. Da unici clienti conoscemmo subito il proprietario David, ai vini, la fidanzata Nano, in cucina, e la sorella di Nano, al canto lirico davanti al nostro tavolo. Passammo una serata meravigliosa e risolvemmo anche la tematica “cosa ne facciamo del furgone”: David offrì la disponibilità del garage del vicino, e lì Cielo fu messo a nanna per i tre mesi successivi. Dopo cena andammo a esplorare la vita notturna di Tblisi la quale si rivelò a dir poco sorprendente: la scena elettronica georgiana è ormai strumento di protesta da parte dei giovani nei confronti di una politica rigidamente ortodossa e filorussa. Di conseguenza negli ultimi anni si è sviluppata una cultura vera e propria di questo genere musicale, che noi abbiamo largamente apprezzato.

Passammo due giorni scortati a destra e a sinistra da David che ci portò a scoprire gli angoli più remoti e i mercatini delle pulci più significativi della capitale georgiana e lunedì 1 aprile alle 6 del mattino eravamo al check-in di Air France diretti a Milano. Era la prima volta che questa compagnia aerea percorreva la tratta quindi ci trovammo nel mezzo di una festicciola con tanto di champagne e fotografi: noi indossavamo i caschi da sci perché non sapevamo come spedirli, e di sicuro non rifiutammo tanto entusiasmo. E così il nostro viaggio si concluse: con un cincin di champagne nell’aeroporto di Tbilisi.

Elena lava le stoviglie a una fontana/monumento in una vallata precedente ai Monti del Ponto.

Decollammo verso la conosciuta Europa, stringendo le mani l’uno dell’altra e commossi per l’accoglienza ricevuta. In un mondo sempre più colonizzato dagli uomini, e con un numero sempre crescente degli stessi, ogni giorno ci si allontana sempre di più. Più siamo fisicamente vicini, più siamo lontani. In un mondo dove sviluppo, tecnologia e innovazione hanno preso il posto di amore, solidarietà e rispetto, bisogna ricordarsi invece che, a Yoncali, c’è un Ahmed che ti aspetta a braccia aperte, chiunque tu sia, e che è pronto a darti un pasto caldo. E perché lo farebbe? Perché siamo liberi ma uniti, perché per quanto ci sembra di essere al di fuori di qualsiasi catena alimentare ed ecosistema, in realtà ne siamo parte integrante, e supportarci a vicenda porta armonia all’interno di questo equilibrio. A volte non ci si rende conto dell’interdipendenza del benessere: è difficile che esista il mio benessere se non esiste il tuo, e viceversa. Le piante, anche senza un cervello, hanno riconosciuto e abbracciato questo concetto nel corso dell’evoluzione, gli uomini l’hanno anticamente sempre fatto: il senso di ospitalità è caratteristico di ogni ecosistema perché tutti dipendono da tutti e tutti sono connessi. E se tutto è connesso allora, problem yok.

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Problem yok – 2 ultima modifica: 2019-11-08T05:45:03+01:00 da GognaBlog

8 pensieri su “Problem yok – 2”

  1. 8
    Francesca Priori says:

    Grazie Elena. Ho vissuto con te. Ho conosciuto volti e luoghi. Ho respirato il clima politico, religioso e sociale. Condivido le tue aspirazioni e credo nelle sincronicità. Anche noi umani, come le piante, siamo tutti collegati, ma non ne siamo consapevoli, per ora. Il vostro viaggio aggiunge una tessera di luce nel nostro mondo. il resto a voce. 

  2. 7
    Carlo Crovella says:

    Bello, mi è piaciuto molto, sia per lo spunto dell’avventura (andare a sciare in posti inconsueti) sia per la descrizione dello stile di vita della popolazione turca.

  3. 6

    Corte è una frazione con 23 abitanti del Comune di Livinallongo del Col di Lana in provincia di Belluno. Ciao

  4. 5
    Luigi Brusca says:

    Ma Corte in corsica?

  5. 4
    Sebastiano Motta says:

    Sardegna, Finale, Chaltén… e sì, Cominetti, sei proprio di gusti difficili! 😉

  6. 3
    Alberto Benassi says:

    ma far riflettere che non per tutti è immediata la possibilità di conciliare il lavoro con la frequentazione dei luoghi prediletti.

    c’è anche chi non vuole conciliare le sue passioni vissute nei luoghi prediletti in un lavoro, perchè  essendo un lavoro,  diventa un obbligo.
     

  7. 2
    Giovanni Baccolo says:

    Anche a me non piacciono le vacanze mordi e fuggi, non ti lasciano nulla e servono solo a riempire lo spazio vuoto delle ferie. Però non sono una guida alpina e la frequentazione della montagna non coincide con la mia professione. Con questo non voglio sminuire le scelte di Marcello Cominetti, che anzi trovo coraggiose, ma far riflettere che non per tutti è immediata la possibilità di conciliare il lavoro con la frequentazione dei luoghi prediletti. Mi piace il mio mestiere, anche se per farlo passo la maggior parte del mio tempo in città. La mia esistenza non si esaurisce però all’interno della circonvallazione. Ci sono luoghi che frequento più o meno spesso che mi hanno dato molto e continuano a farlo, anche se non ci sono andato a vivere. Mi piace questo viaggio turco, è un bel viaggiare, non per sistemare la bandierina sul planisfero ma per crescere.

  8. 1

    Bello bello, ma quello che non capisco ogniqualvolta sento o leggo di esperienze in posti meravigliosi con gente splendida, ecc. ecc., è perché uno non si fermi a vivere lì? Dico questo perché io ho sempre fatto così.  Non è facile che un posto e le sue genti mi piacciano, ma se accade mi fermo lì e cerco di viverci il più possibile. Mi è successo in Sardegna, a Finale a El Chaltén e a Corte dove vivo ora. E per vivere intendo immergermi nella vita locale e lavorarci per sopravvivere. Detesto le vacanze e le ritengo inutili perché sono il segno che non vivi bene dove stai. Le mie “vacanze” le faccio restandomene a casa perché è il più piacevole dei posti dove andare incontro alla morte.

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