Quale futuro per il Monte Bianco?

Reinhold Messner, con la sua presenza, ha definitivamente sdoganato la tanto contestata e indigerita Skyway. E’ pronto a collaborare per un museo dell’alpinismo in Val d’Aosta, mentre sostiene la candidatura all’Unesco sia del Monte Bianco come Patrimonio dell’Umanità (iter ormai in corso, vedi anche http://www.espace-mont-blanc.com/it/dossier-unesco) che dell’alpinismo come Patrimonio Immateriale. Questi e altri temi (forse troppa carne al fuoco…) sono stati il fulcro della tavola rotonda che si è svolta al Pavillon du Mont Fréty lo scorso 11 agosto 2019. Abbiamo fatto una ricerca su internet, ma nulla è emerso su chi ha organizzato quel convegno e su quali fossero gli altri relatori. Né, per il momento, c’è stata alcuna relazione ufficiale. Pertanto gli unici documenti a disposizione sono questi due articoli di Guido Andruetto, del tutto insufficienti a delineare motivazioni, vantaggi e svantaggi del progetto. In più, il primo pezzo di Andruetto ha un titolo fuorviante, sembra che Messner abbia dubbi sul futuro dell’alpinismo, mentre invece, ancor prima di aver finito la lettura, appare chiaro ch’esso si riferisce solo alla prima delle due giornate che Messner ha trascorso a Courmayeur; il secondo pezzo è invece assai esplicito, anche se non ci dice nulla su quanto è stato detto al Pavillon.

Il dilemma di Messner
(Questo alpinismo ha ancora un futuro?)
di Guido Andruetto
(pubblicato su La Repubblica (Torino Società), 8 agosto 2019)

Tutto è già scritto nel suo libro Salvate le Alpi, edito in Italia da Bollati Boringhieri. Lo scalatore ed esploratore sudtirolese Reinhold Messner, leggenda vivente dell’alpinismo, fondatore del circuito museale Mes­sner Mountain Museum e oggi cineasta e autore di film come Alive, dramma sul Monte Kenya e Ama Dablam, la montagna sacra, esporrà i suoi pensieri sulla conservazione dell’ambiente dell’alta montagna e sul futuro dell’alpinismo in una due giorni di conferenze, incontri e visite (all’Espace Grivel) a Courmayeur, questo sabato e domenica. Quarantotto ore al cospetto del Monte Bianco per uno tra i più grandi alpinisti di tutti i tempi, il primo a salire l’Everest senza ossigeno e in solitaria, e a scalare tutti i 14 Ottomila, confrontandosi sempre con i propri limiti e con quelli della natura, senza usare mezzi artificiali, per esempio rinunciando alle bombole con l’ossigeno, come aveva già fatto con i chiodi a pressione sulle pareti delle Dolomiti.

Il primo appuntamento con Messner è sabato (10 agosto, NdR) alle 21.15 al Jardin de l’Ange con la conferenza, ad ingresso libero, su L’assassinio dell’impossibile con il giornalista Alessandro Filippini, coautore del libro in cui 42 tra i più importanti scalatori, da Franco Perlotto, tra i primi italiani ad arrampicare in libera in Yosemite, oggi custode del Rifugio Boccalatte alle Jorasses, a Yvon Chouinard, fondatore di Patagonia, o Simone Moro e Thomas Huber, esprimono il loro personale punto di vista su un tema centrale nell’alpinismo di oggi e del futuro: la necessità di evitare che la tecnologia uccida l’avventura. Sul palco dell’Ange a Courmayeur per l’occasione ci saranno anche l’alpinista di Valtournenche e guida alpina del Cervino Hervé Barmasse e la guida di Chamonix Yannick Graziani.

Messner in questi ultimi anni ha maturato l’idea di organizzare prima o poi un convegno (omeglio una semplice reunion) «con tutti quelli che sono sopravvissuti in montagna, con i grandi alpinisti ancora in vita». Qualche anno fa, incontrando a Chamonix l’alpinista francese Pierre Mazeaud (che riuscì a salvarsi nel luglio del 1961 con Bonatti e Gallieni durante la tragica ritirata dal Pilone Centrale del Frêney), gli disse «amico mio, siamo rimasti solo noi».

L’arrivo della Skyway

«Nessuno si arrampica a lungo senza prestare attenzione e senza correre rischi — dice Messner — le montagne sono piene di pericoli che si devono riconoscere ed evitare in tempo. Nella pratica dell’alpinismo non è importante solo avanzare, arrampicarsi e guardare, ma anche prestare attenzione. L’attenta ponderazione da cui dipende la vita dell’alpinista deve diventare un vero senso ricettivo che ci induce alla circospezione, alla prudenza e alla precisione. Non dobbiamo cercare il pericolo, ma coglierlo e sentirlo istintivamente. L’alpinista deve mantenersi vigile, fare attenzione a non precipitare, a non cadere in un dirupo, a non essere travolto dai sassi mentre sale verso la meta».

Una storica guida alpina di Courmayeur, Renzino Cosson, ripete sempre che «la vita è un dono e rischiare di perderla andando in montagna con sprezzo del pericolo è un sacrilegio».

Questa e altre riflessioni saranno alla base della tavola rotonda, a porte chiuse, a cui parteciperà Reinhold Messner domenica mattina (11 agosto, NdR), dalle 10.30 alle 12.30, nella Sala La verticale della stazione del Pavillon du Mont Fréty della funivia Skyway.

Il Pavillon

Un dibattito che vedrà coinvolta tutta la comunità che vive attorno al Monte Bianco e che per vari motivi opera in montagna, dalle guide alpine agli operatori e tecnici del soccorso alpino, dai sindaci della Valdigne a quelli di Chamonix e Saint-Gervais.

Una riflessione collettiva sul futuro delle grandi montagne e in particolare del Monte Bianco, fra turismo e alpinismo, partendo dalla candidatura all’Unesco sia del Monte Bianco come Patrimonio dell’Umanità che dell’alpinismo come Patrimonio Immateriale. Qualche ora prima, verso le 9, Messner sarà invece a Punta Helbronner, la stazione più alta della Skyway per firmare le copie dei suoi libri esposti nella libreria Feltrinelli a 3466 metri di altezza, ricavata in una sala attigua all’esposizione di cristalli e quarzi fumé del Monte Bianco appartenuti ad Attilio Ollier, Piero Rey ed altri collezionisti valdostani.

«L’inscindibilità di natura e civiltà alpine resta per me fondamentale — sostiene Messner — i problemi ambientali non sì possono risolvere a livello locale e regionale, perciò è opportuno allargare la visuale sull’Europa, anche perché, con la salvezza delle Alpi, sarà possibile salvare le altre montagne del pianeta».

Reinhold Messner visita l’Espace Grivel a Courmayeur 

Messner: “Il Monte Bianco è un patrimonio culturale, merita il riconoscimento Unesco”
di Guido Andruetto
(pubblicato su repubblica.it l’11 agosto 2019)

“Se le Dolomiti sono patrimonio naturale, il Monte Bianco è patrimonio culturale. Qui, da Punta Helbronner sulla Skyway, mi rendo conto oggi, osservando questo grandioso panorama, che questo è il punto ideale per la narrazione della montagna e dell’alpinismo, che non è uno sport ma cultura, è un fatto emozionale che attiene al rapporto tra la natura e l’uomo”. Il grande alpinista sudtirolose Reinhold Messner è intervenuto oggi a una tavola rotonda con autorità istituzionali e operatori della montagna sul futuro dell’alpinismo e del Monte Bianco candidati al riconoscimento di patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.
Prima dell’incontro al Pavillon du Mont Fréty della funivia Skyway, Messner ha visitato una mostra nell’Espace Grivel sulle evoluzioni delle attrezzature alpinistiche dall’Ottocento ai giorni nostri, e ha anche imbracciato con la storica guida di Courmayeur Attilio Ollier il prototipo della piccozza più lunga del mondo che sta progettando Gioachino Gobbi, patron dell’azienda Grivel, il quale ha intenzione di farla entrare nel Guinness dei primati. “Raccontare l’alpinismo è un modo per valorizzare l’area del Monte Bianco – ha detto Messner – per questo sarei lieto di mettere a disposizione di Skyway le competenze che ho maturato con il mio circuito museale sui popoli di montagna e l’alpinismo in Alto Adige. Sto lavorando all’apertura di un museo sulla montagna in Georgia sul Caucaso e di un altro in Himalaya da dove si può ammirare l’Ama Dablam. Penso che sarà interessante ragionare anche con la famiglia Gobbi e la Grivel su un museo sulla storia dell’alpinismo qui a Skyway“.

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Quale futuro per il Monte Bianco? ultima modifica: 2019-10-24T05:41:23+02:00 da GognaBlog

14 pensieri su “Quale futuro per il Monte Bianco?”

  1. 14
    LUIGI GALLY says:

    Saluto Piero Sobrà che ho frequentato nel passato, (andavamo spesso a fine giornata per massi erratici) trenta o quaranta anni or sono, conoscevo anche la sua bella  signora che giudicavo molto a modo. Oggi abito in quel di Briançon come cornice ho monti molto piu’ interessanti. Non voglio entrare nella discussione ma solo salutare Piero.

  2. 13
    Piero Sobrà says:

    Paolo, abito a Rivoli nella parte alta e ho una cerchia di montagne fantastica. Fino a poco tempo fa stavo con una signora di origine del ferrarese che abita a Rivoli “bassa”. Lei le ignorava tutte di nome e di fatto(Monviso unica eccezione) ed era piuttosto”disperata” quando la facevo disperare trascinandola su qualche modestissimo rilievo. Non ti dico quando la conducevo(in auto beninteso) in Haute Maurienne(Savoia), lì la pianura non appare neppure lontanamente all’orizzonte. Consolati! Sensibilità diverse e dunque “disperazioni” speculari. 

  3. 12
    Paolo Gallese says:

    Grazie Piero della precisazione.
    PS off topic: mi sono trasferito a Ferrara da sei mesi e ho scoperto che è la città più lontana da qualsiasi monte d’Italia e la più bassa… Sono disperato.

  4. 11
    Piero Sobrà says:

    Condivido i commenti 2 4 5 9  .  Commento l’8 di P.Gallese: su come organizzare manifestazioni vere Messner,se è di buona memoria, potrebbe avere di che suggerire; mi pare che, al tempo che fu, con molti(pure Alessandro Gogna direi) sotto l’egida di Mountain Wilderness, sul ghiacciaio sotto il pilone sospeso tra P.Helbronner e Aig.du Midi, ci fosse anche lui. Ma forse il suo stile di manifestare è cambiato e, come disse un famoso personaggio, ‘lo stile è l’uomo’. Riprendo A.Benassi(nel fiocco termine toscano addolcito per dire nel culo) per notare che nel Ferrarese c’è più dolcezza che in Toscana: infatti si usa ‘infiocchettata’ per dire di una donna posseduta.

  5. 10
    paolo says:

    Gogna Blog (4), la mia critica è rivolta al grande alpinista e ormai santo Messner che non perde mai occasioni: ben venga l’informazione!
    La mia soluzione, penso molto personale, è non andare da quelle parti, tra l’altro l’ultima volta che ci sono stato, parecchi anni fa, il continuo frastuono pomeridiano degli elicotteri, che giravano con clienti e anche soccorrevano gli “esperti di quel giorno”, mi sembrava molto, molto … danaroso.

  6. 9
    Riva Guido says:

    A me con sta storia dei Patrimoni dell’umanità hanno scassato la minchia, e da un bel pezzo. Adesso dalle mie parti si stanno dando da fare per alcuni formaggi della zona. A questo punto segnalo che ci sarebbe un’altra cosa che dovrebbe essere dichiarata Patrimonio dell’Umanità e cioè il pisellone del Rocco perchè ne ha scopate così tante che non può non essere dichiarato Patrimonio dell’umanità. Di tutto il resto del pianeta Terra, che non è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità, è bene che si continui a devastarlo.

  7. 8
    Paolo Gallese says:

    Di fronte al potere del denaro, confesso di sentirmi spiazzato. Davvero non so cosa si potrebbe fare.
    Forse organizzare manifestazioni vere con gente vera, che si piazza fuori dagli uffici pubblici competenti e agita le piccozze. Ma non so se sia praticabile, oltre al rischio di denuncia per detenzione di arma impropria.
    Di Messner comunque ho rispetto. Meglio un museo che spazi fashion per pochi.

  8. 7
    Alberto Benassi says:

    nel fiocco
    termine toscano addolcito per dire nel culo

  9. 6
    Carlo Crovella says:

    Fiocco?
    Curiosa definizione, non mi era mai venuta in mente…
    Il punto è che il tema affrontato nell’articolo è veramente serio…

  10. 5
    Alberto Benassi says:

    è proprio perchè ormai abbiamo scelto il silenzio e nessuno più protesta, che ce lo stanno sempre di più mettendo nel fiocco.

  11. 4
    GognaBlog says:

    Per Paolo (commento 3)

    Se assumiamo che criticare un’iniziativa, oppure una devastante opera faraonica, non è altro che fare pubblicità all’iniziativa e all’opera stesse, cosa suggerisci? Astenersi da qualunque critica? Scegliere il silenzio?

  12. 3
    paolo says:

    Bella pubblicità!
    Magari comprerò un biglietto e ci andrò anche io.

  13. 2
    Giuseppe Penotti says:

    Certo che parlare di tecnologia che uccide l’avventura a Punta Helbronner è un bel ossimoro.

  14. 1

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