Quando al mito si sostituisce il feticcio

Quando al mito si sostituisce il feticcio
(da Un Alpinismo di Ricerca, IIa edizione, scritto nel 1983)

Lettura: spessore-weight(3), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(2)

Molto tempo è passato da quando Domenico Rudatis procla­mava “dovunque la montagna più esplicitamente manifesta la sua potenza, dove questa si afferma in termini di assoluta verti­calità e grandezza, dove, per così dire, l’architettura della mon­tagna sembra significare una conquista più diretta, più violenta e più imperiosa delle altezze, si entra nel dominio del Sesto Gra­do”. Quest’affermazione è ancora valida, ma solo in campo al­pinistico. Per lo sport dell’arrampicata i parametri sono altri, infatti sono stati introdotti il settimo, l’ottavo, il nono grado, il decimo: questi non misurano più l’impresa, la “performance” alpinisti­ca, ma graduano soltanto la difficoltà di un passaggio o di una serie in cui il rischio sia oggettivamente limitato o con una cor­da dall’alto o da una fila di ottime protezioni, qualche volta si­stemate preventivamente. Chi riesce a superare, dice Patrick Edlinger, le stesse difficoltà con assicurazioni poste dal basso, agisce nella tradizione.

Mito

Ma il discorso non è ancora chiaro. Ci sono tante parole, co­me ad esempio “tradizione”, che assumono con il tempo diversi significati. Che dire dei chiodi già infissi, che dire delle ricogni­zioni dall’alto, che dire del “gardening” (giardinaggio, diser­baggio), pulizia preventiva di erba ma anche di fastidiosi detriti, che dire infine della decurtazione di dislivello nei confronti delle “architetture alpine” di cui parla Rudatis?

Ogni chiodo già infisso è un appiglio virtuale e, anche se non lo si “tocca” ma ci si limita a passarvi il moschettone e la corda, il capocordata sa che esso è lì vicino a lui. Nel superamen­to in libera di un tale passaggio ci sarà solo una maggiorazione di difficoltà fisica e di tecnica d’equilibrio: la psiche interviene solo per supportare il fisico nella sofferenza, nel dolore di posi­zioni assurde e per evitare le tendiniti. La ricognizione dall’alto è il metodo migliore per scoprire le debolezze della parete, per togliere l’ultimo velo di avventura, per impegnarsi quindi di me­no rispetto a una normale prestazione alpinistica e di più ri­spetto agli standard sportivi contenuti in una normale ascensione dal basso.

Feticcio

Molta importanza nel free climbing è attribuita alla salita assolutamente pura, senza mai riposarsi sui chiodi, senza volare, senza yoyoing. Le salite più impegnative richiedono, prima che si riesca a praticarle così, una lunga serie di tentativi. Durante i tentativi si scoprono i punti deboli, con l’aiuto della memoria si riduce il tempo di permanenza nella situazione critica, si spez­za gradualmente l’insieme dell’impegno psichico. È il metodo himalayano applicato alle rocce di due lunghezze di corda. Fi­nalmente arriva il fortissimo che riesce a evitare il contatto con l’ultimo chiodo che resisteva e la via si dichiara “liberata”. A volte le viene imposto un altro nome. In seguito arriva un altro campione e riesce a fare la stessa cosa senza però mai aver mes­so le sue mani su quella roccia, “on sight” quindi, a prima vi­sta. La creatività di tipo alpinistico in impresa di questo genere è assai limitata se si pensa che i chiodi sono in posto, che si sa quali nut e di che misura usare, che il protagonista ha comun­que sfruttato la documentazione e tutta la tradizione orale re­lativa a quella via: ci sono persone che, per poco, ti raccontano centimetro per centimetro ogni movimento e si sa già tutto pri­ma di cominciare.

Oggi si registra una salita di Heinz Mariacher (da capocor­data) sulla via Brandler-Hasse alla Parete Rossa della Roda di Vael in assoluta arrampicata libera, senza voli, senza riposi sui chiodi. Wolfgang Güllich e Kurt Albert che in precedenza si erano riposati per ben due volte su altrettanti chiodi (la loro quindi non è ancora una salita in stile assolutamente puro) ne hanno parlato come di un ottavo grado; però tutti i chiodi erano e sono in posto, non occorre neppure aggiungere un nut. In più essi avevano già percorso più volte quella via, anche Mariacher.

Ma allora il sesto grado di epica memoria forse non è mai stato superato! Quest’affermazione può provocare forse un moto di disgusto nei moderni, ma se ci si sofferma a meditare, non si può non notare che almeno formalmente l’idea è condivisa an­che dalla graduazione americana che con i suoi 5,10-5,11-5,12­-5,13 tende al limite 6. Anche la francese fino a poco tempo fa ammetteva solo un 6a, un 6b e un 6c, ma oggi si è saliti all’8b.

Se si elimina la confusione con la definizione di prestazione alpinistica e prestazione sportiva, l’equivoco si chiarisce e si riconosce che il campo di applicazione del sesto grado eroico e classico è ormai traslocato in Himalaya, in Patagonia, in Alaska.

Mito

Il gusto per il rischio è parte ineliminabile dell’alpinismo. Si potrebbe dire che non ci potrebbe essere storia senza rischio, ma solo cronaca sportiva. Ben sappiamo infatti come anche il free climbing porti alla solitaria integrale, senza corda, sulle pareti più impegnative. Edlinger ha superato del 7a in solitaria e intende migliorare ancora. Dunque il rischio fa ancora capolino ed è quindi proprio quel rischio in più che Patrick è disposto a correre che ne fa di lui un grande?

Quello che conta è essere dinamici – mi dice. Ciò che Rudatis non aveva pensato è che il suo concetto mancava di di­namicità. Io sono dell’opinione, come già scrivevo quindici anni fa, che il limite psico-fisico di una prestazione alpinistica non vari nel tempo e che la salita di Balmat e Paccard sul Monte Bianco rientra nel sesto grado, come pure la prima ascensione del Cervino, e che la massima categoria dell’umano osabile con­tiene la salita di Georg Winkler sul Vajolet, quella di Emil Sol­leder sul Civetta e quella di Pete Boardman e Joe Tasker sul Changabang: con questo dinamico spostamento di “valore” del­l’architettura alpina sopravvive l’alpinismo eroico, cioè l’Azione, mentre sui sentieri abbondantemente battuti si affermano lo sport e la sua graduazione sportiva oltre il sesto.

E mentre tanti ragazzi cercano di imitare Edlinger e altri “mostri sacri”, purtroppo senza chiedersi cosa c’è dietro al suo carisma ma dando per scontato che solo scrivendo con la stessa stilografica di Montale si diventa grandi poeti, mentre altri meno giovani traguardano con rancore gli anni passati, senza più al­cuna curiosità per il futuro oppure si rinchiudono in uno splen­dido isolamento di abissale ignoranza del presente, ci sono an­cora migliaia che si alzano di notte e, al respiro di una falce fredda e lunare e al tempo scandito da sinistri scricchiolii di mostri ghiacciati, si liberano dalle “libertà” del free climbing, saltano lo steccato e gustano il frutto dell’avventura. E tra que­sti Patrick Berhault, Jim Bridwell e tanti altri, anche lo stesso Edlinger.

La riprova di tutto ciò è nelle azioni e nel pensiero di molti. Patrick Edlinger non vuole essere un eroe, vuole essere il più bravo o tra i più bravi. Conquista della montagna, sofferenza prolungata, esposizione al rischio oggettivo e altri valori “ma­schili” non gli interessano più. Ma la libertà ch’egli si permet­te di infischiarsi dei valori tradizionali della montagna gli è data dall’aver egli già vissuto quell’esperienza, senza la quale non si matura e della quale non si può quindi fare a meno. È il primo a dire che arrampicare a certi livelli si differenzia dal­l’alpinismo, ma con tutta la sua volontà cerca di affermare e di esprimere altri valori, parimenti importanti: il gesto, la grazia, la scioltezza. E con essi esprime la sua propria creatività. La forza è solo un complemento al suo arrampicare che è fatto so­prattutto di equilibri e di sapienti distribuzioni di peso. L’alle­namento, e quindi la brutale ripetitività del gesto, già per se stes­so concepito per scimmiottare il vero movimento d’arrampicata, non è per nulla esaltante.

Osservare il muoversi di Patrick è uno spettacolo anche per chi non è interessato a imparare. E chi lo conosce bene può dire quanto in realtà il suo animo sia distaccato dalla competi­zione volgare. Lo sport popolare infatti porta a trinciare giudizi, conduce alla faziosità e al tifo cieco e spesso offre spettacoli as­sai poco edificanti, come lo scambio di battute pesanti che si fan­no prima dell’incontro due pugili, a beneficio di un pubblico ab­bastanza rozzo per apprezzarle. Ma a parte queste degenerazioni un po’ esagerate, tutto lo sport tende a considerare solo il vin­cente, il primo a tutti i costi, anche solo per un millesimo di se­condo, a spese evidentemente del secondo e degli ultimi.

Feticcio

In alpinismo non c’è mai stato il credo assoluto nel Primo. Anzitutto è il Mito, la manifestazione dell’Avventura. Quando non c’è più Mito, ecco subentrare il feticcio e cioè un pupazzo cui si dà tutta l’importanza che si è voluto sottrarre al Mito.

Il recinto in cui si è voluto isolare la libertà in una provetta sterilizzata non ammette alcuna forma di fantasia creativa. Nella caotica cronaca dello sport dell’arrampicata, tra gradi alti e gra­di bassi, tra un Berhault dell’80 e un Manolo dell’82, tra un Finale moderno e un Val di Mello sprotetto, ogni vino nuovo fermenta. A ben vedere ci si focalizza sulle difficoltà limite del momento, in quei pochi centri d’arrampicata alla moda; si spia il chiodo in più, la leggera trazione di corda, in un intrigo coatto di piccole libertà carcerarie che ci si è imposti o si è lasciato che ci fossero imposte. Al di fuori di quelle trenta-quaranta vie, il resto è una “schifezza” oppure una “cazzata”. Per certa gente salite come la Philipp al Civetta possono diventare una por­cheria, un’ora in più per accedere alla parete può significare un giudizio stroncante sulla via stessa e quindi sull’impresa dei pri­mi salitori che per fortuna se ne possono fregare di tali giudizi in­fantili e presuntuosi.

È singolare che si tenda a una visione manichea del piccolo mondo cui si vuol dare importanza. Forse dividere serve a non sentirsi troppo piccoli, ma non v’è nulla di meglio che negare interesse a una cosa per non liberarsene veramente e sempre più dura sarà la risalita della china per i nani di spirito.

Questi sono i prodotti di una nuova moda cui si stenta a sot­trarsi, carica ancora di suggestioni dolciastre. Per fortuna si può ancora vedere, quasi di soppiatto, che ad alcuni capita di sorri­dere stancamente quando la massa sghignazza e vivere talvolta una gioia inesprimibile per aver condiviso con qualcuno un pas­saggio. Trovarsi al posto di sosta in una comunione che raramen­te ci è data, propria solo della danza o, meglio, della danza ri­tuale, lungi da ogni scala di valori e dimentichi del giudizio altrui.

 

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Quando al mito si sostituisce il feticcio ultima modifica: 2018-07-25T05:43:08+02:00 da GognaBlog

7 pensieri su “Quando al mito si sostituisce il feticcio”

  1. 7
    Carlo says:

    per Salvatore.

    Ma possibile che ci sia sempre qualcuno che deve catalogare l’Alpinismo o, più in generale, le attività di montagna o ad essa collegate e, dopo la catalogazione, decidere, non si sa su quali basi, cosa merita e cosa no???

  2. 6
    Giacomo G says:

    La tesi dell’articolo, per quanto riassunta nel titolo, per me e’ tutt’altro che chiara.  L’evoluzione stessa dell’alpinismo, prima ancora dell’arrampicata sportiva ( che nel testo appare colpevole di cercare il feticcio ), ha portato gradualmente a classificare le salite con i gradi, dando cosi’ valore ad aspetti piu’ quantitativi, sicuramente poco “mito”.  L’arrivo del sesto grado ha poi visto l’affermarsi simultaneo dell’artificiale che ha poi creato molta confusione. La definizione di sesto grado di Rudatis ne e’ un esempio.  L’arrampicata sportiva, decostruendo dall’alpinismo l’attivita’ dello scalare, ne ha dimostrato le sue vere potenzialita’, indicandone con precisione le regole. Con le regole ben definite di quello che si puo usare per la progressione, il grado diventa piu’ chiaro. Ma e’ tutta roba gia’ detta negli anni 80 da Cassara’.  Dove poi l’articolo si dimostra decisamente poco attuale, e’ nel continuare a tenere separate le due attivita’. Nei terreni alpinistici di arrampicata pura ( dolomiti ma anche granito ) si applicano ormai le stesse regole dell’arrampicata sportiva. E’ il movente, sovente non e’ il “grado” di per se’, ma il rispetto dell’etica che ci si impone. Molto piu’ mito, a parer mio, che feticcio.

  3. 5
    Antonio Arioti says:

    Riflessioni interessanti ed attuali però non butterei tutto sul negativo.

    Il bello dell’alpinismo è che si presta a diverse interpretazioni e conseguentemente a diversi approcci, pensare di poterne circoscrivere i confini, anche a livello ideologico, è impresa ardua e secondo me nemmeno auspicabile.

    E’ come voler circoscrivere l’avventura, il cui concetto può essere definito in termini linguistici ma non in termini esperienziali (perchè ciascuno vive le proprie avventure sia a livello fisco sia soprattutto a livello mentale).

    La sportivizzazione dell’alpinismo è evidente a tutti ma di fronte a certe realizzazioni superlative dei tempi odierni, per quanto prive di alcuni elementi caratterizzanti l’alpinismo del periodo cosiddetto eroico, faccio molta fatica ad essere critico.

    In ogni caso riflettere non fa mai male, serve a stimolare la creatività.

  4. 4
    salvatore bragantini says:

    per Carlo,

    A me invece pare molto interessante; una riflessione valida ancora oggi, a 35 anni di distanza. Peccato per molte di quelle persone citate nello scritto, che non ci sono più; quasi tutte hanno pagato a un troppo caro prezzo la coerenza con quel modo di vivere l’alpinismo.

  5. 3
    Andrea Rossi says:

    Lupus in Fabula…

  6. 2

    Riflessioni attualissime che oggi sono state sostituite da go pro, droni e social. Negli anni ’80 ci si facevano forse le ultime domande. Oggi siamo all’alpinismo dei manovali. È stata una carriera al contrario.

  7. 1
    Carlo says:

    Mi scusi, ma non ho proprio capito io senso dell’articolo. Buongiorno.

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