Quello del club

Quello del club
Cos’era e cos’è l’alpinismo per uno qualunque
di Lorenzo Merlo (11 aprile 2018)

Lettura: spessore-weight(3), impegno-effort(3), disimpegno-entertainment(3)

Quattro pensieri che cercano di contenere tutto e tutti. Dunque tanto fallaci quanto insopprimibilmente veri.
Quattro idee come pennellate distratte destinate a gocciolare macchie di un sentimento che forse ha sciamato nei cuori di tante generazioni e ora, per un qualche cambiamento climatico delle emozioni, non vibra più in quelle più giovani.

Si dice, si parla, si discute. Tavole rotonde, blog, interviste. Esperti, Guide, professionisti, amatori, volontari. Scrittori, alpinisti, giornalisti, convegni, tavole rotonde. Il tema è l’alpinismo, la sua vitalità, la sua natura, la sua voce, il suo spirito, la sua identità e verità.

A volte, per certe cose, ci si sente estranei senza bisogno di trovare un perché.

L’audacia della lotta, l’eroismo temerario della sfida assoluta, l’estasi della conquista, il misticismo delle vette, la solidarietà e il suo rovescio, l’indifferenza, la riduzione a sport e lo spensierato sfruttamento della tecnologia.

La dimensione amatoriale e pura e quella commerciale e professionale impura. Il desiderio del duvet con la pubblicità e la soddisfazione dell’uomo sandwich. I pettorali di lycra e le classifiche che teniamo occulte agli altri ma ben precise in noi. Il merchandising, l’adversiting, il franchising. E tra un po’ il gratta e vinci. Il doping, la meditazione, l’impegno, il divertimento. La scalata usa e getta, da vantare più che per crescere. Quello mordi e fuggi per il prossimo mordi e fuggi di tutt’altra specie. La maestria di fondo valle, un morbo che appesta tutti. Sempre capace di consigli retorici e vuoti per aiutare chi è in azione; e così via a parti invertite.

La sicurezza venduta e garantita. E quelli che credono di acquistarla davvero. I drecreti, le leggi regolamentative sulla wilderness. La montagna scuola di vita. Tutti bocciati. I biglietti per salire l’Everest. E quelli per il concerto di vetta. La montagna da protagonista al centro del palco a sfondo e quinta. Da canali e diedri, da ghiaccio effimero e bufera a eliporto per telecamere e attori. La collezione di cime e salite come misura di sé. L’alpinismo sconosciuto, quello esplorativo e quello pre-venduto, con l’acconto. Le disgrazie, le denuncie, le colpe, le condanne. Le bugie, le verità non credute, la diffidenza, il dubbio, la sincerità, gli interessi, la malafede e le salite epiche mai sapute e quelle mai avvenute. Facilmente, sempre invidiate. La vigliacca censura di certi giornalisti, la loro pilatesca logica. Le classifiche volute, richieste come un bisogno d’ordine, di uomini e scalate e quelle semplicemente riconosciute e anonime da chi comprende e sente. Si lotta per avere otto colonne o anche solo un trafiletto (il gergo è superato ma l’idea è sempre quella). Pare che nel silenzio accada poco.

Tutte le opinioni scorrono nell’unico fiume umano dei commenti, degli argomenti, degli articoli, dei libri e delle trasmissioni.

Per certe altre, è diverso. Le si fa come fosse giusto farle.

Posizioni personali e discorsi si domandano se è tutta e solo dialettica o viscerale esigenza di un incomprimibile discorso d’amore. Un’oscillazione permanente pendola, rapida o lenta che sia, tra quegli estremi. La si vorrebbe fermare con gli argomenti razional-intellettuali, dimentichi della natura olistica e viscerale dei sentimenti, della sua incomprimibilità alla logica. La si vorrebbe fermare per trovare la verità ultima, che ci dia ragione.

Ma nel torrente vorticoso, dell’insieme delle opinioni, rotola giù di tutto. Come per i massi, ogni opinione accarezza o travolge la passione di ognuno. Molti dei punti di vista che da esse [le opinioni] sgorgano sorgive, non chiedono di poter combattere, è la loro stessa natura che li obbliga a sopprimere le altre. In quel modo soddisfano la sete di dignità e legittimità a suon di autoreferenzialità eletta a sapere. Ognuna pensando al suo proprio maggior diritto, avanza indomita. Ma tutte, sono accettabili e sostenibili per il solo fatto d’essere pronunciate. Per loro siamo disposti a erigere muri e a portare argomenti d’attacco. La disputa per arrivare al vero e farne parte è una brace sempre rovente.

Ma oltre a questo circolare insieme di verità dove a turno si passa dal vero, esiste in noi una dote che tutto scavalca, è il piano di lettura emozionale. Anche se culturalmente spesso mortificato dalla mannaia scientifica della logica e della sua morale, vive e ci fa sentire la vita. Quando è lasciato libero di esprimersi, quasi senza difficoltà ci porta oltre e supera quello razionalistico e i suoi miseri dilemmi, spesso riducibili alle due colonnine di Pro e Contro. È quello che fin dai banchi di scuola, vestiti col grembiule, ci avevano insegnato a impiegare come unico strumento di scelta e conoscenza, che si avevano inculcato, superbamente privo di concorrenza.

La riduzione dei rapporti umani diretti porta lontano dalla natura, dai noi stessi.

La dimensione emozionale tiene conto di tutto, ben più delle poche cose che un bel ragionamento è in grado di ordinare. È un piano che riesce a valorizzare l’entropia, danno collaterale di ogni organizzazione, soprattutto se inconsapevolmente messa in campo, come il solo modo per interpretare il mondo, per fare conoscenza della realtà.

Con quel piano nel petto, con certe emozioni addosso, l’alpinismo ora sì che è morto. È morta la sua anima vitale. In sordina è stata sostituita da una posticcia, quella mediata. Non solo dagli interessi, quelli c’erano anche prima seppure in quantità più umana. Piuttosto da un filtro prima inesistente o non percepito: la reificazione e la mercificazione, ovvero la tentata vendita.

L’anima di un tempo, con cui si correva per i pascoli, era di aspetto evanescente e imprendibile. Quella con la quale ci affrettiamo ora ha un fondo artificioso, obbligata da questi tempi ad essere materica e misurabile.

Le vette del commercio.

L’alpinismo è stato assunto dai media. Le testate hanno bisogno di documentazione adatta a fare audience, di go-pro, soggettive e droni. Diversamente è destinato ad altri circuiti, di serie B e C, il cui raggio d’azione, al paragone, non è più che quello famigliare.

L’alpinismo non ci rappresenta più. Non so per chi parlo, non so chi voglia unirsi al club di un alpinista qualunque.

Per le imprese, che erano quasi ciclistiche, alzavamo le braccia. Quelle salite muovevano popoli di valli, di Alpi e di nazioni. E ora aggregano chi? Il vento del clean-climbing, ancor più di quello del free-climbing aveva nutrito di spirito ascendente tutti i poppanti della roccia, mentre per quelli in fasce oggi non c’è altro che il bello di un montaggio e la comunicazione di una regia.

L’alpinismo non fa più parte di noi, come non la fanno via della Spiga e via Condotti, il Rolex, il turismo gratuito e la settimana bianca. Però lui esiste ed è in salute, anche in evoluzione. Il punto è che è passato dall’altra parte. Non è più nostra proprietà. Se cerchi, non lo trovi più nel nostro cuore. Batte altrove, dove i riflettori sono accesi e i polpi del commercio sanno come allungare i tentacoli verso le menti dei giovani spiriti, tanto entusiasti quanto ignari delle regole del gioco. Giustamente entusiasti e ignari in quanto giovani, ma per noi del club, sono soprattutto persone in attesa di svegliarsi, di comprendere che il brodo culturale, fosse anche ormai solo alpinistico, in cui sono nati e cresciuti, è una piscinetta che a loro sembra un oceano di luccicose verità.

Così come ci si nutre, che se solo sapessimo cosa mangiamo non crederemmo ai traguardi degli uomini, i giovani digeriscono alpinismo senza distinguere se proviene da una catena di cibo spazzatura o da una cucina genuina.

Le vette della bellezza.

Basta alpinismo. Basta di quell’alpinismo che ci arriva in casa come intrattenimento e spettacolo, che ci insegue nei dispositivi come intermezzo e novità permanente.

Basta di quello raccontato da chi non distingue crepaccio da seracco, frana da valanga, spaccatura da fessura, piccone per piccozza, a mani nude per arrampicata (battaglia persa perché sono proprio loro a comandare la comunicazione). Da chi non ha idea alcuna di cosa sia l’alpinismo, ma con quella ben chiara di cosa venda o non venda. Che siano gusci e ramponi, quanto trasmissioni e audience.

Basta quel fastidio delle fiction e dell’isola dei famosi in formato verticale. Basta con quelli che per denaro si prestano a raccontare o tradurre l’alpinismo senza mai voler scappare alla retorica sensazionalistica. Basta all’alpinismo per impressionare chiunque abbia più esperienza con il telecomando della tv che con qualunque altra cosa al mondo. È anche a loro che finisce in pasto la montagna, tanto in forma di gossip e fiction quanto di affare da superman, senza che nessuno dica nulla. Né un intellettuale che rammenti il riflesso satanico della mercificazione; né un grande alpinista che possa farlo oggi con più voce di quanto ci provò Bonatti prendendosi dell’arretrato; di quanto ripete da sempre Messner con poco seguito di popolo; di quanto non tralascia mai Gogna quasi da solo nella battaglia.

La corrente mescola le opinioni, il vento della postmodernità porta via le voci anziane, le sue eco non risuonano più tra le pareti. Per i nativi digitali è preistoria.

L’etica ha rotto gli argini. A qualcuno interessa, ad altri no.

Oggi l’alpinismo è altro. E sia. Vogliamo risolvere tutto con un semplice e personale calo di motivazione? Con l’idea che il fuoco sacro della passione si sia banalmente spento? Sta bene anche così. Sta bene non sia più uno stile di vita; che terminata una salita non si pensi già a quella dopo; che non si ripensi a quanto fatto per riviverne la soddisfazione o la fortuna. In ogni caso, l’alpinismo era grande. Ora, degradato a genere di consumo e a selfie, non lo è più. Parlo per me, per quelli del club della mia generazione e di chi vuole starci. Forse l’ultima che ha visto tutta la parabola. Era partita dal cielo e ora è arrivata a terra a gonfiare gli alvei, un tempo aridi, delle mode.

Ma oltre alle semplicistiche ragioni della disaffezione, è anche vero che il mito di un tempo aveva un’altra faccia, un altro corpo e un altro spirito. Il suo volo si è infranto sui piatti monitor dei tablet, è rimasto impigliato sulle frequenze dei satellitari, si è sbriciolato come merende sulle pantofole degli zapper.

Quelli del club delle lacrime per l’alpinismo, con il cuore pulsante guardavano le montagne e si muovevano secondo la stella della bellezza, mai in onda su alcun canale tv. 

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Quello del club ultima modifica: 2018-05-07T05:27:45+01:00 da Totem&Tabù

13 pensieri su “Quello del club”

  1. 13
    Daniele Patrioli says:

    Non mi sento vicino alla posizione della’autore, ritengo invece che questo arroccarsi su posizioni di estrema purezza e dogmastismo (individuate peraltro ad un livello molto personale) non faccia bene al movimento, che invece beneficia della pluralità di espressioni e declinazioni con cui la nostra società interpreta e vive la montagna. Va da se che non tutte siano sempre universalmente condivisibili, ma questo è valido esattamente come qualsiasi altra manifestazione culturale.

  2. 12
    Mariana says:

    Marcello, ma se sei convinto che Giovanni sia andato fuori tema qualcosa dell’articolo devi aver pur capito! 😉

    In ogni caso, anch’io mi ritrovo nelle parole di Giovanni, che, ha espresso bene almeno una parte dell’articolo.

  3. 11
    Giovanni Massari says:

    Beh Marcello, Lorenzo Merlo è sempre di difficile interpretazione.

    Magari sbaglio ma io l’ho letto così: (stringendo molto) il come è sempre più importante del risultato finale.

    Perlomeno in amore credo sia così e Lorenzo mi sembra parli di amore e non solo di andare in buca ad ogni costo.

    un abbraccio

  4. 10

    Mariana, sono tra quelli che non ci hanno capito una mazza.

    Giova, sono pienamente d’accordo con quello che hai scritto, ma non sono convinto che tu sia rimasto in tema con l’articolo.

    Mi associo a Giandomenico Foresti, perdirindindina!

  5. 9
    Alberto Benassi says:

    Giovanni,  hai descritto perfettamente anche il mio di pensiero sull’attuale momento che stiamo vivendo. E come invece quelli di una certa età , vivevano il loro di momento. Non perchè erano meglio, ma perchè avevano poco . E quando hai poco cresci più lentamente ma quello che hai, magari poco, è solido e gli dai un grande valore personale. Non lo bruci sull’altare del mercato, dell’apparire e del tutti vogliono e devono di  fare tutto, logica conseguenza dell’omologazione.

  6. 8
    Giovanni Massari says:

    È più che evidente che il capitale ha ingoiato, digerito e trasformato in merce da consumare, eliminando come sostanza di rifiuto il percorso personale ed esperienziale di ciascuno nel contatto con la montagna/natura spacciandolo per inutile sentimentalismo a favore del risultato certo, tutto ciò che concerne l’andar per pareti o montagne a favore di pacchetti usa e getta con corsi, attrezzature, abiti alla moda(naturalmente tutti esorbitanti costi in denaro).

    In passato, parlo della fine degli anni ‘70,  questa perlomeno è la mia esperienza e di chi si muoveva con me, si andava in montagna con l’essenziale e spesso con i peggiori abiti del nostro guardaroba, si partiva da timorosi autodidatti e la progressione nelle difficoltà era giocoforza più lenta ma poi la preparazione raggiunta era solida e ogni azione meditata pur senza eliminare totalmente il rischio(impossibile).

    Spesso si tornava anche indietro perché non c’erano ne’ il meteo preciso di oggi ne’ il cellulare per chiamare immediatamente i soccorsi in caso di difficoltà, le salite si sognavano e si realizzavano raccogliendo le informazioni da compagni più esperti e dopo averle effettuate senza troppo clamore (al massimo se di valore erano ricostituente dagli altri ma non erano certo fatte per il placet altrui) si era pronti per il prossimo sogno personale mossi da una passione senza limiti e alla ricerca di una fuga dal quotidiano incasellamento nella vita lavorativa o quotidiana attraverso il confronto senza mediazioni con la natura fino a sentire lentamente di farne parte come un camoscio.

    Come nel quotidiano si era parte del sistema nella natura ci si sentiva, da soli o in gruppo, parte di un tutto a cui ciascuno poteva dare un suo personalissimo nome pur condividendo la stessa esperienza.

    Mai e poi mai si pensava di pagare una guida e al massimo si usufruiva di un amico più esperto che gentilmente si prestava.

    Ora devi essere abbigliato trendy prima, durante e dopo la scalata, devi avere il gri gri con il freno anti panico, il casco ultimo modello appena sceso dall’auto e devi essere sempre a contatto con la tua vita quotidiana attraverso i social come se la tua vita in montagna fosse un circolo del dopo lavoro anziché una tua esperienza magari solitaria e personale e naturalmente è imperativo non muoversi senza aver frequentato un bel corso o accompagnato da una guida con i quali è certo non ci potrà mai succedere nulla…

    Ma soprattutto il grande messaggio è che con tutta quell’attrezzatura e quella pseudo preparazione  tutti possono tentare tutto magari con la tempistica di un campione e senza rinunciare mai con le conseguenze a volte tragiche che troppo spesso sono sotto gli occhi di tutti.

    Naturalmente e per fortuna sono ancora  molti quelli che sfuggono a questa logica e sono tacciati generalmente di pazzia o relegati nella nicchia degli esempi da non seguire o di quelli un po’ “strani” magari senza sapere del lungo lavoro che hanno alle spalle e delle doti personali (già, non tutti possono fare tutto…) per fare quello che fanno.

    Gli esempi di coloro, a tutti i livelli, che salgono montagne e pareti in stile alpino o con attrezzatura minimale ma con una preparazione maniacale sono moltissimi e non li citerò qui lasciando i loro nomi e le opportune considerazioni a chi li consce da vicino.

    Non mi piace mai parlare di un prima meglio di un dopo ma credo che fagocitati dal consumismo e dalle mode spesso nell’epoca attuale si corra il rischio di perdere quel meraviglioso spazio di ricerca personale e di intima soddisfazione che può dare salire le montagne senza troppi orpelli tecnologici ed elettronici dimenticando un po’ il business  ma portando come bagaglio principale la propria meticolosa preparazione e le incredibili esperienze che ne possono derivare.

    Per me il bello sta sempre nel viaggio e una volta arrivato e assaporato brevemente il momento è doveroso ripartire.

  7. 7
    Luca Visentini says:

    Beh, ragazzi, se non vedete il consumismo nel quale pure noi che andiamo in montagna siamo precipitati, le parole di Lorenzo Merlo si possono anche non capire o fraintendere.

  8. 6
    lorenzo merlo says:

    “Forse l’ultima che ha visto tutta la parabola.”

    Refuso, pardon.

  9. 5
    Giacomo G says:

    Lorenzo Merlo, da Guida alpina che e’, ci offre frequentemente la sua guida “a tutto tondo”, cerando di indirizzarci su quella che per lui e’ la retta via.  Non so da quale esperienza  rivelatrice derivi questa urgenza ad indottrinare il prossimo, ho l’impressione che egli per primo ne senta la necessita’, per se stesso. Naturalmente le mie considerazioni non hanno altro valore se non quello di “critica letteraria”, riferita a quanto scrive. 
    Ad ogni modo negli ultimi articoli il contenuto e’ meno ostico da leggere, quindi i consensi sono aumentati.  
    In questo io ci vedo un’ inquietudine da disadattamento, una sofferenza nel non capire il mondo che lo circonda. Il tutto, aggravato dall’assenza di dubbi e dalla convinzione ferma di osservare le cose dalla parte giusta, e di saperne individuare i mali e i difetti.  Per me il momento più’ lucido e’ il finale:”Parlo per me, per quelli del club della mia generazione e di chi vuole starci. Forse l’ultima che ha visto tutta la parola. Era partita dal cielo e ora è arrivata a terra a gonfiare gli alvei, un tempo aridi, delle mode”
    Partita dal cielo? Finiro’ anch’io tra quelli che non hanno capito…

  10. 4
    Emanuele says:

    Mi associo al tuo Club Lorenzo (mi permetto di dare del tu, come si dovrebbe fare in montagna , sempre e con chiunque quando ci si incontra); però è solo un Club quello che hai descritto, poi c’è il resto e per fortuna ci sono i giovani “sani”, quelli che non vedi perchè non si fanno i selfie ma ci sono; quei giovani hanno lo stesso fuoco di Bonatti, o lo stesso che avevi tu, Lorenzo, qualche anno fa. Anche tu avrai fatto delle imprese bonattiane nel tuo piccolo, e anche oggi ci sono giovani che le fanno e altri che le faranno. Le stagioni della vita passano, nostro dovere è cercare di trasmettere ai giovani, incitarli e non fermarli, controllare che non si facciano troppo male ma senza impedirgli di sbagliare. Se la fiamma in noi si è assopita o ha cambiato forma non significa che lo sia anche per altri.

  11. 3
    Mariana says:

    Articoli così, per chi li capisce (spero tanti ma credo pochi), aiutano a ricalibrarci sia come alpinisti sia come persone, perchè nessuno è invulnerabile alla mercificazione… almeno parlo per me. Quindi grazie di averlo scritto!

  12. 2
    Alberto Bonino says:

    Forse le cose da lei descritte non fanno parte di lei, non di “noi” come scrive,. Usi il singolare e non il plurale, e non associ altri ai suoi pensieri, sono suoi e basta, non certo miei.

    E comunque alla fine di tutto, come scritto nell’altro commmento  “e allora?”. Lei purtroppo ha una tendezza ad accomunare tanti al suop pensiero, , quando invece è solo suo e forse di pochi altri. Non si allarghi troppo.

  13. 1
    Giandomenico Foresti says:

    Quindi???

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