Raccolta rifiuti, l’Italia sommersa verso la paralisi totale – 1

Raccolta rifiuti, l’Italia sommersa verso la paralisi totale – 1 (1-2)
di Jacopo Giliberto
(pubblicato su ilsole24ore.com il 15 ottobre 2018

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Il sistema italiano di raccolta dei rifiuti, di raccolta differenziata e riciclo di materiali ricuperabili, di smaltimento sta andando alla paralisi perché alcune città come Roma paralizzano il sistema, perché le quantità riciclabili raccolte nel resto d’Italia sono sempre più alte, ma non cresce il minuscolo mercato dei prodotti riciclati; si potrebbe ricorrere a impianti alternativi di smaltimento come gli inceneritori ma — per le contestazioni nimby (acronimo inglese per Not In My Back Yard, letteralmente “Non nel mio cortile”. Indica un atteggiamento che si riscontra nelle proteste contro opere di interesse pubblico o non, che hanno, o si teme possano avere, effetti negativi sui territori in cui verranno costruite, come ad esempio grandi vie di comunicazione, cave, sviluppi insediativi o industriali, termovalorizzatori, discariche, depositi di sostanze pericolose, centrali elettriche e simili, NdR) e per l’appoggio che i comitati del no trovano in chi fa leggi e norme — non solamente è bloccata la costruzione di qualsiasi impianto ma addirittura sindaci, magistrati e assessori fanno chiudere quelli che ci sono.

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Conseguenza: gli impianti di trattamento sono strapieni, i prezzi di trattamento e smaltimento diventano superbi, i rifiuti e i materiali riciclabili non trovano destinazione, sono più facili e pericolosi gli incendi involontari, si dà spazio alla malavita degli smaltimenti abusivi, degli incendi nei capannoni e delle esportazioni clandestine di spazzatura.

Risposte semplici e sbagliate
«Mediamente negli ultimi 3 anni sono bruciati quasi 300 siti di stoccaggio dei rifiuti. Prima non accadeva. C’è qualcosa di strutturale. Le procure e le forze di polizia, in prima fila i carabinieri, stanno indagando», ha detto il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, area CinqueStelle. Al quesito che tormenta il ministro Costa e tanti cittadini c’è una risposta in tre puntate.
Purtroppo la riposta deve essere così complessa perché complesso è il problema e, come amava ripetere lo scrittore irlandese George Bernard Shaw (1856-1950), «per ogni problema complesso c’è sempre una soluzione semplice e sbagliata».
Così a furia di risposte semplici e sbagliate il servizio rifiuti e l’intera raccolta differenziata potrebbero bloccarsi nella crisi della spazzatura più severa mai sperimentata in Italia.

I sintomi della malattia
I prezzi sul mercato dello smaltimento sono sempre più alti e insostenibili, gli impianti si fermano intasati di rifiuti, basta un incidente da nulla per scatenare un incendio colossale di spazzatura accumulata, si dà spazio alla malavita che risolve il problema dei rifiuti con una tanica di gasolio e un accendino che fanno respirare ai polmoni dei cittadini quelle diossine che gli inceneritori non producono.

Oppure ci sono soluzioni semplicissime e sbagliatissime come quelle proposte da persone, mai viste prima nel settore, che avvicinano le imprese o le municipalizzate con problemi di rifiuti e «ho una nave pronta per caricare 1 milione di tonnellate di rifiuti verso una discarica sicurissima in Guatemala» oppure «in Macedonia: dia a noi e bruciamo tutto in una centrale a lignite in Macedonia».

A smaltimento bloccato, le raccolte differenziate stanno per fermarsi.

Non c’è domanda sufficiente di prodotti riciclati
La risposta complessa al problema complesso può essere divisa in tre parti.
Prima risposta: non è ancora decollato il mercato dei prodotti ottenuti da materie prime rigenerate. Decollerà, come viene spiegato più sotto, ma oggi si accumulano materiali che non hanno mercato.

GUARDA IL VIDEO /Incendi in aziende di rifiuti, le ragioni di un’emergenza

Crescono i materiali da riciclare
Seconda parte della risposta: anche se per molte persone la raccolta differenziata dei rifiuti è immaginata come una soluzione, in realtà la raccolta differenziata è uno strumento e non un fine.
Oggi gli italiani differenziano il 52% della spazzatura. Carta, plastica, vetro, metalli, legno, materiale organico.
Le quantità di materiali da riciclare aumentano di giorno in giorno e ormai per molti settori l’offerta di materiali supera la domanda dell’industria; le vetrerie respingono i camion carichi di vetro usato, le cartiere rimandano indietro i carichi.
I materiali selezionati da aziende e cittadini si accumulano. Basta una scintilla occasionale per scatenare incendi di grandi dimensioni, e si crea spazio alla malavita che offre soluzioni di comodo.

Gli impianti bloccati
Terza parte della risposta complessa. Come si potrà leggere più sotto, oggi non si riesce a costruire alcun impianto per il trattamento dei rifiuti.
Mi correggo: si riescono a costruire solamente gli impianti di compostaggio per produrre ammendante agricolo con i rifiuti organici, cioè i fondi del caffè, l’erba tosata del giardino e gli avanzi della cucina. E stanno per partire alcuni impianti di selezione per plastica di qualità (uno sarà avviato a breve nel Biellese e uno in primavera nel Milanese), che andranno ad aggiungere plastica alla plastica che non trova mercato.
Ma zero inceneritori.
I politici fanno a gara per seminare la paura contro gli impianti e per incoraggiare la chiusura degli impianti di riciclo e smaltimento dei rifiuti, come è appena accaduto per esempio in Sicilia e nel Lazio.
E gli italiani pagano: chi paga i 120mila euro al giorno di multa europea per i 6 milioni di tonnellate di spazzatura accumulate negli anni a Napoli? Noi.

Salvaguardare il paesaggio della raffineria
Dalla Sicilia e da Roma due esempi semplici di come paralizzare il mercato dei rifiuti.

Mentre la Sicilia che si avvia a passo di cavallo verso la peggiore e più drammatica crisi rifiuti della sua storia, il Consiglio dei ministri ha detto no all’inceneritore in progetto per sostituire la vecchia centrale a olio combustibile di San Filippo del Mela (Messina), a fianco della raffineria Q8 di Milazzo.
Il motivo del no?
I Beni culturali si sono opposti e hanno vinto contro l’inceneritore perché — pareri del 2 dicembre 2015 e 11 gennaio 2018 — questo impianto da costruire al posto della colossale centrale termoelettrica potrebbe turbare il delicato paesaggio a fianco della raffineria di petrolio. E alcuni politici locali della regione che avanza di un distruttivo cupio dissolvi della spazzatura hanno stappato (in senso non metaforico) un brindisi di vittoria per avere scampato la «devastazione del territorio».

Sarà spento l’inceneritore, si aprirà una discarica
E mentre Roma è assediata dalla spazzatura che non riesce a smaltire, il giorno 16 ottobre il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, ha annunciato che rinuncerà all’inceneritore di Colleferro, l’ultima àncora che salva la città.
Sarà spento l’inceneritore e al suo posto bisognerà (le parole che seguono sono di Zingaretti) «individuare in quel sito un impianto moderno che trattando e rimettendo nel sistema i materiali provenienti dai Tmb abbassa la quantità di conferimento. Il rifiuto diventa una risorsa da rimettere nel circolo. Una soluzione innovativa che può essere risolutiva per l’equilibrio del sistema Lazio».
E poi — ecco il passepartout — ci sarà anche una discarica, cui la Regione Lazio aggiunge un rasserenante “di servizio” per far digerire più facilmente il boccone amaro.
Entusiasta il ministro Costa: «Superare il concetto di incenerimento è una cosa che gradisco. Su questo ci siamo avvicinati molto».
E nello stesso giorno in cui ha annunciato un impianto asservito ai Tmb, Zingaretti ha firmato una delibera che proroga sino a fine anno il trasporto di rifiuti non trattati da Roma all’Aquila, 39mila tonnellate romane sulle spalle degli abruzzesi.
In settembre a Roma sono state raccolte 142mila tonnellate di rifiuti, 77.800 indifferenziati e 64.400 differenziati, per un valore medio del 45,3%, ha riferito il direttore operativo dell’Ama, Massimo Bagatti.

La classificazione dei rifiuti
I rifiuti sono classificati in rifiuti urbani (la spazzatura delle famiglie) e speciali (la spazzatura delle attività economiche). I rifiuti urbani devono essere smaltiti nella regione in cui sono stati prodotti. I rifiuti speciali possono essere smaltiti anche in altre regioni.
Poi c’è la categoria dei rifiuti pericolosi, categoria che come è ovvio ha un regime a parte.

Ci sono anche altre categorie, come gli ospedalieri, come la forsu (frazione organica da rifiuti solidi urbani) e come gli assimilati (per esteso: rifiuti speciali assimilati agli urbani). Gli assimilati sono generati dalle attività economiche (sono rifiuti speciali) ma in realtà è immondizia normalissima come i cestini sotto la scrivania degli uffici, la polvere spazzata dal pavimento dei negozi e così via. Gli assimilati seguono il destino dei rifiuti urbani.
Infine ci sono i prodotti della raccolta differenziata delle famiglie e delle imprese, come la carta, i pallet di legno, le plastiche dei grandi imballaggi industriali o le bottiglie della minerale.
L’export di rifiuti è sottoposto a regole severissime.
Secondo il censimento dell’Ispra, nel 2016 l’Italia ha prodotto 125,5 milioni di tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi (in media 2.070,9 chili per abitante) mentre la produzione annua dei rifiuti urbani è pari a 497,1 chili per abitante.

La beffa dei Tmb
Gli italiani raccolgono in modo differenziato circa il 52% dell’immondizia. Quel 48% di immondizia che rimane è chiamata “indifferenziata”, ed è il misto marcescente di tutta la spazzatura.
E dove va questa immondizia indifferenziata?
Circa il 40% viene usato come combustibile negli inceneritori che ricuperano energia, come per esempio fanno società come Hera, Iren, Amsa-A2a, Veritas per riscaldare le città al posto delle caldaiette condominiali meno efficienti. Le grandi città come Milano, Torino, Brescia, Venezia e Bologna hanno tassi altissimi di raccolta differenziata.
Poi c’è quel 60% di indifferenziato che finisce in discarica, ma non dovrebbe.
Per legge i rifiuti indifferenziati non possono andare in discarica. Vietatissimo. Buttare nella discarica la spazzatura generica è un’infrazione da procedura europea.
Per poter gettare in discarica la spazzatura mista è stato inventato un modo furbetto che consente di scavalcare il divieto europeo e italiano: il modo è l’impianto Tmb, sigla di trattamento meccanico biologico. A Napoli il nome cambia un poco, si chiama Stir, ma ha la stessa funzione.
I Tmb sono la tecnologia che incatena Roma alla schiavitù dei rifiuti, insieme con l’opportunismo di quei politici pronti ad appoggiare le proteste dei comitati nimby contro la costruzione di impianti.

La beffa del Tmb funziona in questo modo.
L’impianto Tmb è un cilindro rotante e bucherellato. Da una parte entra la spazzatura generica e non differenziata; attraverso i buchi del cilindro cadono i rifiuti “umidi” avanzi alimentari e altra spazzatura più pesante, che vengono stabilizzati per fermarne la fermentazione, mentre dall’altra estremità del cilindro rotante escono i rifiuti più leggeri come plastica e carta.

La parte umida (un misto di bassissima qualità e piuttosto schifoso che non si può usare per produrre compost da spargere sui campi come concime) va negli inceneritori e viene mescolato con i rifiuti secchi dell’inceneritore.

La parte secca e leggera è classificata come rifiuto speciale, non più urbano, e di conseguenza può essere buttata in qualsiasi discarica italiana, anche fuori regione.

I Tmb sono uno strumento di emergenza per situazioni provvisorie, come dovette fare vent’anni fa nell’impianto abbandonato della Maserati di Lambrate l’allora assessore all’Ambiente del Comune di Milano, Walter Ganapini, chiamato dal sindaco leghista Marco Formentini per salvare la città dall’emergenza rifiuti provocata dalla chiusura della discarica di Cerro Maggiore della famiglia Berlusconi.

Ganapini, affiancato dall’allora presidente dell’Amsa, l’economista Andrea Gilardoni, con quei Tmb allestiti in via provvisoria salvò Milano per un soffio; impostò la raccolta differenziata che oggi fa di Milano la metropoli più avanzata ed efficiente d’Europa; dotò la città di un sistema impiantistico poderoso per il compostaggio, il riciclo e il ricupero energetico con l’impianto di Silla-Figino che usa la spazzatura come combustibile per riscaldare interi quartieri al posto delle vecchie caldaie condominiali a gasolio.
Oggi Milano non ha bisogno di discariche.

Invece Roma puntò tutto sul trucco di moltiplicare il numero di Tmb e di renderli definitivi, sorda a ogni proposta di allargare la raccolta differenziata e di realizzare impianti.
Comitati di cittadini sono insorti per bloccare qualsiasi proposta di impianto alternativo ai Tmb e alla discarica monstre di Malagrotta, vicina a Fiumicino, asserendo nei cortei di protesta e nelle lettere indignate ai giornali, sulle pagine social e sui blog che (qualunque impianto fosse e dovunque fosse immaginato) il progetto «devasterà il nostro territorio», distruggerà «il futuro e la salute dei nostri bambini», perché «ben altra è la soluzione» oppure «non è questo il modello di sviluppo che noi vogliamo» e giustificazioni simili.

La crisi: Napoli e Roma
Napoli spedisce ogni settimana una nave carica di 3mila tonnellate di spazzatura verso la Spagna e il Portogallo.
La Roma resa schiava dai Tmb da mesi prova a bandire gare per lo smaltimento dei rifiuti che non riesce a collocare. Silenzio raggelante dalle imprese che potrebbero candidarsi, ormai vanno deserte una gara dopo l’altra, le offerte di gara in gara sono sempre più alte e appetitose ma nessuno si fida a giocare una partita in cui si rischia un processo penale e un fallimento aziendale, e soprattutto non c’è il mercato capace di assorbire l’immondizia dei romani.
La gara più recente è arrivata a offrire ben 207 euro la tonnellata, trasporto compreso. Ma nemmeno 207 euro possono far aprire le porte a impianti intasati di immondizia.

Molti cittadini di Roma danno la colpa al grande complotto, immaginano che le gare vadano deserte per via di un sabotaggio o di un disegno oscuro contro di loro.
No, è una condizione cui la loro città ha contribuito attivamente con anni di arretratezza che ha riempito l’Italia di spazzatura romana, e di cui oggi si sentono gli effetti.
Come i 13 milioni di euro di spesa prevista da settembre a dicembre per esportare la spazzatura di Roma in un’Austria che ha gli impianti sempre più chiusi.

I 41 inceneritori italiani
In Italia ci sono 41 inceneritori, la maggior parte dei quali di dimensioni piccole perché concepiti quando, 20 anni fa, l’incentivo della tariffa Cip6 rendeva economici anche gli impianti meno interessanti. Quegli inceneritori non bastano a risolvere il problema: sui 31-32 milioni di rifiuti urbani prodotti dagli italiani, il sistema degli inceneritori ne distrugge circa 5 milioni di tonnellate e ne servirebbero altrettanti, altri 5 milioni di tonnellate. Se si pensa però anche ai rifiuti delle aziende, cioè ai rifiuti speciali, il fabbisogno triplica.
Mentre c’è bisogno di impianti, alcuni di questi inceneritori hanno già delineato un percorso di dismissione, come il termovalorizzatore di Colleferro nel Lazio descritto prima, mentre svaporano altri progetti che erano già programmati, come a Firenze o come quello di San Filippo del Mela a Milazzo raccontato poche righe più su.

I nemici degli impianti
Il riciclo dei rifiuti e lo smaltimento corretto hanno tanti nemici, i quali in modo inconsapevole aiutano la malavita.
Per esempio il riciclo dei rifiuti speciali venne paralizzato nel 2015 quando una “manina” riuscì a inserire nottetempo in una legge un emendamento suo cosiddetti “codici specchio”. La norma che paralizzava il settore del riciclo fu superata in breve da una regola europea.
Ma tentativi simili non si contano, come quando la Regione Marche in estate ha vietato il ricorso all’incenerimento di rifiuti, che così vengono spediti a bruciare nelle regioni confinanti come l’Abruzzo o l’Emilia Romagna.

Gli esempi sono tantissimi.
Per esempio nel marzo scorso una sentenza del Consiglio di Stato riuscì a bloccare non solamente l’impianto sperimentale (e studiato in mezzo mondo) che nel Trevisano ricicla i pannolini per bambini ma anche buona parte del sistema del riciclo basato sulle normative europee End of Waste.
Non a caso di recente il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, ha annunciato un intervento per applicare in Italia le corrette regole End of Waste europee.

Ma casi simili hanno paralizzato impianti di trattamento e riciclo dei rifiuti a Viggiano, a Prisciano in Umbria, a Scarlino in provincia di Grosseto, oppure la discarica di Casal Ser Ugo a Padova, l’inceneritore Hera a Coriano in provincia di Forlì. Titoloni sui giornali, procure in allerta, blocco dell’attività di riciclo e smaltimento; le conseguenze del tamtam mediatico contro gli impianti sono in genere danni all’ambiente, rifiuti gestiti male, parcelle sontuose per legioni di avvocati e manipoli di consulenti; processi che finiscono in nulla.

Per superare il blocco, nel 2014 l’allora Governo Renzi aveva varato il decreto Sblocca Italia che all’articolo 35 prevedeva la costruzione di alcuni inceneritori, soprattutto nel Mezzogiorno. Contestatissimo, l’articolo 35 anche se convertito in legge non ha mai superato lo stadio dell’enunciazione del principio.

Gli impianti contestati
Prima ancora che si profilasse l’ipotesi (non c’era nemmeno il progetto) di realizzare un impianti di compost al posto di una vecchia centrale a carbone spenta, il consiglio comunale di Brindisi è insorto e ha espresso un duro voto: no. No per principio prima ancora che qualcuno proponesse l’idea.
E così non c’è nemmeno alcun cementificio che non sia contestato dal comitato locale non appena c’è il sospetto che voglia usare carta e plastica come combustibile di qualità raffinata al posto del pet-coke, un carbonaccio artificiale che si ottiene da ciò che residua alla fine della raffinazione del greggio.
Pochi cementifici riescono a usare questo Css (combustibile solido secondario) che, quando viene bruciato, fa scendere le emissioni della ciminiera della cementeria, ma se anche si arrivasse a sostituire il 40% del pet-coke con il più file Css non si riuscirebbe a distruggere più di 1 milione di tonnellate l’anno su una produzione teorica di circa 15 milioni di tonnellate di klinker.
In Italia non ri arriva al 10% di sostituzione. In Germania si usano rifiuti selezionati per circa l’80% di combustibili di cementeria.
Attenzione: i cementifici italiani adesso stanno marciando a regime bassissimo perché la domanda dell’edilizia è modesta.

La diossina dell’inceneritore e quella di Fuorigrotta
A Napoli l’entusiasmo dei botti e dei razzi produce nella notte del 31 dicembre tanta diossina quanta ne emettono in un anno 120 inceneritori in piena attività. Questi numeri vanno ripetuti: i botti di Capodanno a Napoli producono tanta diossina quanto 120 inceneritori in un anno.
Per esempio l’incendio che si è sviluppato nel deposito di rifiuti Ipb di Quarto Oggiaro, dove erano state accatastate 16mila tonnellate di residui plastici e di altri residui, può aver prodotto tante polveri quante ne potrebbero emettere tutti gli inceneritori italiani in 2.700 anni di funzionamento.

(continua)

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Raccolta rifiuti, l’Italia sommersa verso la paralisi totale – 1 ultima modifica: 2018-11-13T04:18:24+01:00 da GognaBlog

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