Raccontarsi al tempo dei social

Raccontarsi al tempo dei social
di Luca Calzolari
(pubblicato su Montagne360 del settembre 2019)

Non c’è alcun pregiudizio, almeno da parte nostra. Per mestiere e attitudine, siamo osservatori attenti del mondo della comunicazione. Più volte mi sono interrogato su quale fosse il punto zero, ovvero quello in cui le relazioni sociali sono diventate “social”. Internet ha cambiato il nostro modo di vedere il mondo e l’avvento dei social media ha fatto il resto. Una straordinaria rivoluzione con i suoi pro e i suoi contro. Da quel momento ho raccolto spesso opinioni nette e contrastanti: da una parte c’è chi li critica ferocemente, dall’altra chi li esalta acriticamente. I social, se ci pensiamo bene, non sono né buoni né cattivi. È sempre l’uso che se ne fa a tracciare la linea di demarcazione. La questione non riguarda solo le degenerazioni che sono causa di problemi sociali e di corruzione nella comprensione dei fenomeni (dalla diffusione del cyberbullismo alle fake news). Ce n’è una che ha a che fare con il tempo di permanenza e, soprattutto, con l’importanza che si attribuisce a cuoricini e pollici all’insù che di ogni post misurano l’apprezzamento da parte dei follower.

Ora, forse non a torto, vi domanderete cosa c’entra tutto questo con la montagna. C’entra eccome, perché la montagna e chi la frequenta sono molto presenti soprattutto su Facebook e Instagram. Ogni giorno, per lavoro, ne osserviamo la narrazione che, come abbiamo avuto modo di affermare in diverse occasioni, sovente non riesce a rispondere ai canoni della bellezza (nel senso qualitativo più profondo del racconto) e spesso gli autori dei post cadono nell’autorappresentazione e nel marketing di se stessi. L’ambiente diventa pura e nuda scenografia e si va a caccia di “like”. Quest’ultimo aspetto è delicato: i “like” di Facebook e i “cuori” di Instagram (tutti elementi che, guarda caso, hanno a che fare con le emozioni) sono infatti la misura del “successo” di un contenuto e ne definiscono (spesso erroneamente) il suo valore. Ma non tutto quello che è popolare è automaticamente un contenuto di qualità. Troppo spesso, infatti, inseguiamo la ricerca del consenso a scapito della narrazione. E questo condiziona i comportamenti e compromette l’equilibrio dei contenuti presenti sui social. Instagram ritiene di averlo già capito e, per certi versi, ha deciso di correre ai ripari avviando una sperimentazione che dopo il Canada ha coinvolto anche alcuni utenti italiani e che prevede la scomparsa del numero dei like (e quindi dei cuori) di ciascun contenuto. Solo l’autore può vedere quanti hanno espresso il loro apprezzamento e accedere alla lista dei nomi di coloro che hanno cliccato sul cuore rosso.

Il perché della scelta? Ora Instagram afferma che vuole che la sua piattaforma – che ha oltrepassato di gran lunga il miliardo d’iscritti e che in Italia vede un trend in costante crescita – diventi un luogo dove tutti possano sentirsi liberi di esprimere se stessi, svincolandosi per la prima volta dal condizionamento dei like. Alcuni fanno notare come per i più giovani (anche quelli che vanno in montagna), ovvero coloro che rappresentano la maggior parte degli utenti di Instagram, oscurare i “like” può essere un rischio. In un’intervista rilasciata a La Repubblica, Luca Melone, specializzato in psicoterapia degli adolescenti, afferma che oscurarli da un giorno all’altro «potrebbe avere conseguenze inaspettate, oltre a depotenziare uno strumento che agisce sul sistema della ricompensa. Ogni “like” che si riceve, rilascia dopamina, dà assuefazione. Il rischio di crisi di astinenza è possibile». E prosegue : «Oggi la nostra società si muove fra due estremi, l’onnipotenza e quindi il riconoscimento o il contrario, l’invisibilità, la non forma». Penso che il rischio di crisi di astinenza “da riconoscimento” lo corrano anche gli adulti, così come sono convinto che tutte le dipendenze, quindi anche quelle digitali, siano dannose e debbano essere combattute. Dunque la sperimentazione che privilegia il contenuto e ci libera dall’ossessione del numero dei follower è l’inizio di una controrivoluzione? Non so. Ma, com’è giusto che sia, la priorità sarà la qualità del contenuto. Leggiamola anche come opportunità che potrebbe aiutare a cambiare l’eccesso di narrazione dell’esperienza della montagna come gesto epico individuale per ritrovare l’equilibrio tra il bisogno del riconoscimento e il racconto della bellezza e delle emozioni che ci procurano l’alpinismo e l’escursionismo. Tutto questo a prescindere dagli algoritmi imposti e modificati a nostra insaputa per fini economici dai colossi del social-networking.

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Raccontarsi al tempo dei social ultima modifica: 2019-12-29T05:57:32+01:00 da GognaBlog

13 pensieri su “Raccontarsi al tempo dei social”

  1. 13
    Lusa says:

    Non conosco Facebook e Instagram e non soffro di astinenza.
    Seguo solo gognablog, un vero toccasana!

  2. 12
    Fabio Bertoncelli says:

    P.S. Il mio giudizio nel precedente commento non è riferito a chi esula dal fine pubblicitario (e pecuniario), ma riguarda soprattutto gli obbrobriosi casi mediatici di cui si legge tanto spesso sulla stampa.

  3. 11
    Fabio Bertoncelli says:

    Caro Munerales, la tua notizia su Instagram è ottima: sia per gli imbecilli (i “seguaci”) che per i furbastri (gli “influenti”) è una sconfitta.

  4. 10
    Munerales says:

    Buongiorno. instagram ha tolto i like per contrastare gli influencer. Spesso si crede che qualcuno sia esperto in una data materia solo per il numero di like che prende. Se sai fare qualcosa ti segue tanta gente…. Un’azienda decide quindi di sponsorizzare qualcuno che su instagram avrà tanti follower perche cosi il contenuto o il prodotto sarà molto visibile. Tuttavia questo fenomeno per instagram è sconveniente perché l’azienda non farà la pubblicità pagandola sul social ma pagherà l’influencer che sfrutterà la piattaforma per fare consenso e mostrare il contenuto, portando così due spicci a casa. Togliendo i like la gente fa fatica a capire chi sono gli influencer di cui ha bisogno…. È una policy fatta per tagliare un po’ l3 gambe agli influencer. Oltre alle altre cose che sono state dette.  Fare contenuti di qualità sui social, avere consenso, non è una cosa facile e da improvvisare e i ritorni sono molto pochi (esclusi i veri big). Di sicuro instagram non ti premia ( a differenza del mondo google, come youtube) Usare i social è ormai indispensabile. Vero è che le aziende fanno fatica a capire quanto è remunerativo sponsorizzare qualcino tramite instagram…. 

  5. 9
    Roberto Pasini says:

    Bisogna distinguere il feedback dalla ossessiva ricerca del feedback positivo. Il feedback o retro-azione, prima di tutto quello che riceviamo dal nostro corpo, ci guida nella selezione dei comportamenti. È appunto un’informazione di ritorno senza la quale non potremmo vivere, ma non elimina la nostra libertà di scelta. È la ricerca del feedback positivo ad ogni costo che produce dipendenza. È la base di ogni consumo compulsivo, comprese le droghe.  Il pericolo dei social sta nella ricerca del feedback positivo ad ogni costo che porta a selezionare i comportamenti più socialmente desiderabili e a non tollerare la frustrazione e il disagio. Questo è il problema educativo principale oggi, a partire dalle famiglie che cercano di proteggere in ogni modo i cuccioli dalla frustrazione, dopo gli eccessi contrari dell’uso della frustrazione come principale strumento educativo. Quando ho fatto la scuola di roccia Parravicini lo stile era quello di Soldato e Gentiluomo.Ma è più legato alla cultura che allo strumento in se’. C’è una puntata della serie Black Mirror che mostra un mondo terrificante dove tutti sono classificati in base ai like che ricevono. Chi ha punteggi più alti è il più stereotipato e conformista. Vedi gattini e animali nei siti anche seri che servono a produrre click.

  6. 8
    Paolo Gallese says:

    Scusate, ho scritto un po’ male perché sto camminando 🙂

  7. 7
    Paolo Gallese says:

    Bé, io invece devo dirvi di essere su FB e di averlo frequentato per 9 anni.
    Incredibile vero?
    L’ho fatto prima per curiosità professionale, occupandomi di tecnologie didattiche, nel mio ambito professionale legato all’educazione ambientale.
    Poi l’ho utilizzato professionalmente, nella mia relazione con il mondo scuola (FB è il sociale utilizzato da gran parte dei docenti, anche europei).
    Una accurata selezione dei contatti, un accredito ragionato ai gruppi tematici, me lo ha reso uno strumento di grandissima utilità (senza togliere ogni tanto qualche piacevole facezia con gli amici stretti). Si e dimostrato uno strumento potente e versatile, dal quale ho imparato molto (e insegnati, senza modestia, anche parecchio).
    Ma negli ultimi due anni, la proliferazione dei gruppi e dei contatti, la diminuzione di un uso ampio e tecnico, soprattutto l’impoverimento professionale nel mio settore, mi ha convinto ad un abbandono.
    Oggi pubblico non più in prima persona ma da alcune pagine specifiche, frequentate da un pubblico sceltissimo.
    Non denigrerei lo strumento in sé, ma la sua banalizzazione, dietro la quale ci sono sempre e solo persone.

  8. 6
    Fabio Bertoncelli says:

    A proposito di linguaggio “politicamente corretto” (e di asservimento alla lingua inglese), ho appena sentito parlare al telegiornale di urban bottle (sic). Pare che sia stata molto di moda tra i regali di Natale.
     
    Provate a indovinare (è facile) quale razza di idiozia sia. Quasi quasi, per protesta, mi metto a tracannare Coca-Cola. 
     
    N.B. Sono almeno dieci anni che non bevo bibite gasate. Solo acqua e, raramente, vino.

  9. 5
    Fabio Bertoncelli says:

    “Ogni like che si riceve rilascia dopamina.” (Luca Melone, psicoterapeuta).
     
    BOOM!  😂😂😂

  10. 4
    Fabio Bertoncelli says:

    Sono stato iscritto a FaceBook per circa un anno; poi un paio di mesi fa ho chiesto di cancellare il mio profilo.
     
    Di Facebook ho apprezzato la possibilità di accedere a informazioni, non altrimenti reperibili, su vari temi (cronaca, politica, montagna, ecc.).
    Mi stupivo però quando qualcuno rivelava di essere stato bandito per una settimana o un mese. “Che mai avrà scritto di cosí grave?”, mi domandavo. Poi è capitato a me, per piú volte: usavo la parola “negro” (sic!), cosí come mi era stato insegnato dal maestro delle scuole elementari, cosí come si usava fino agli inizi degli anni Ottanta, cosí come scriveva Primo Levi (di cui tutto si può dire, tranne che sia stato razzista), così come cantava Fausto Leali nel suo Angeli negri (1968), cosí come cantava Vianello con i suoi “altissimi negri” (i Watussi), cosí come allora dicevano TUTTI in Italia senza il minimo intento spregiativo.
     
    Poi arrivò qualche “anima bella”, politicamente corretta, che stabilí d’imperio e pretese di insegnarci che la parola era razzista. Boom!
     
    Ci fu anche insegnato che non era politicamente corretto dire “cieco” (sostituito da “non vedente”), “disabile” (sostituito prima da “handicappato” e ora da “diversamente abile”), “netturbino” (sostituito da “operatore ecologico”), ecc. ecc. Come si vede, si sono raggiunti picchi altissimi di ipocrisia.
     
    Io semmai giudico discriminatorio chi scrive “di colore” e “diversamente abile”, espressioni del tutto ridicole e ipocrite.
     
    Non ho voluto inchinarmi alla neolingua in formazione, di memoria orwelliana, e cosí me ne sono andato. Ho abbandonato cosí pure la volgarità e gli insulti di cui le reti sociali traboccano.
    Si sta meglio.

  11. 3
    Carlo Crovella says:

    Detesto il mondo dei social. Utilizzo whatsapp (non so neppure se viene considerato un social) solo per comunicazioni di spicciola quotidianità con moglie e figli (Chi compra il latte? Avete chiuso acqua e gas? C’è posta in buca?). Su Facebook so che esiste un mio profilo (si chiama così?) costruito da chi mi pubblico’ un libro nel 2013, per un tentativo promozionale del libro medesimo. Non accedo mai a Facebook, non avrei tempo e non mi interessa investirlo in quel modo. Tutta ‘sta pappardella per dire che anche nel 2020 si può andare in montagna e ragionare di montagna senza essere schiavi dei social. Buon anno a tutti!

  12. 2
    lorenzo merlo says:

    Diversamente da quanto affermato nell’articolo, la tecnologia non è neutra.
    È essa stessa che implica una dipendenza, e un culto.
     
    Diversamente da quanto affermato nell’articolo, la tecnologia non è neutra.
    È essa stessa il messaggio (Marshall McLuhan).
     
    Diversamente da quanto affermato nell’articolo, l’approfondimento, entro la logica imposta dall’accelerazione del consumo, dall’ansia implicata e dall’impiego del medium social, è sconveniente.
     
    L’alfabeto fonetico Nato è stato creato per ridurre gli equivoci in contesto operativo che una conversazione ordinaria tende a creare.
    Il medium impiegato – ricetrasmittenti push to talk monodirezionali – lo imponeva.

  13. 1
    Paolo Gallese says:

    Cogliendo l’occasione per augurare buone feste a tutti, sono un po’ perplesso dall’iniziativa.
    L’autore può accedere al numero di like e questo lo renderà più ansiotico riguardo la sua effettiva visibilità.
    Ma, al di là di questo, mi sono spesso accorto che gli utenti in maggioranza non conoscono tutte le funzionalità comunicative dei sociale, credendoli (e rendendoli) molto più poveri, scarni e frivoli di quanto potrebbero essere.
    A cascata questo ha generato una sorta di culto della brevità, una generale sub cultura del frammento, dove approfondimento, comprensione, riflessione sono passati in secondo piano.
    A ciò, come fenomeno trasversale e in parte correlato, si aggiunge un preoccupante aumento di analfabetismo funzionale.
    Montagna o meno, stiamo assistendo ad una profonda modificazione del nostro approccio e rapporto con l’informazione (genericamente intesa).

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