Renato Casarotto, l’Insubordinato – Parte 1

Che ci consegna un Insubordinato? Parte 1 (1-2)

Fino a che Renato Casarotto non sfondò il muro del suono con la salita (8-11 giugno 1975) del diedro occidentale dello Spiz di Lagunàz (che solo l’anno precedente avevo individuato io dalla Quarta Pala di San Lucano e che naturalmente era nei miei programmi), il suo nome mi era perfettamente sconosciuto. Non sapevo per esempio che la sua prima grande salita fosse nientemeno che un’invernale alla via Solleder del Sass Maor (con Adriana Valdo, Renato Gobbato, Renzo Timillero, Paolo e Ludovico Cappellari, nel dicembre 1972). Così, tanto per cominciare.

Ho conosciuto Renato solo nell’autunno del 1978, non ricordo dove, probabilmente in una qualche occasione pubblica, forse alla preselezione per i corsi Guida. Quattro parole, in cui però apparvero chiari il reciproco rispetto e la stima. Poi, nel dicembre, quando con Reinhold Messner si parlò di una mia partecipazione alla spedizione della Magic Line al K2, già in quel momento considerata ben oltre un progetto, quasi una via mitica, si fece il nome di Renato. Così fui io a contattarlo e lui accettò entusiasta. Mentre parlavamo al telefono emerse che entrambi non volevamo rinunciare ai corsi per Aspirante Guida, almeno a quelli non coincidenti temporalmente con la spedizione.

Goretta e Renato Casarotto al campo base del Gasherbrum II, 1983
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Entrambi avevamo il problema di non essere così bravi a sciare, avevamo bisogno di migliorare la tecnica, avvicinarla allo standard della Guida Alpina. Così lo invitai per qualche giorno in una casetta da me affittata nei boschi sopra Champoluc, un posto che si chiama “le Fate Nere”, per fare qualche scialpinistica assieme.

Dopo qualche giornata passata piacevolmente, c’eravamo pienamente resi conto che dovevamo essere aiutati. Non c‘era bisogno che qualcuno ci giudicasse, lo vedevamo da soli che la nostra tecnica era in difetto per un corso Aspiranti Guida, anche se le preselezioni le avevamo passate. Approfittammo dell’invito del comune amico Lorenzino Cosson, che già allora era guida a Courmayeur. Renzino ci diede l’esempio di come si scia in neve fresca, cercò di toglierci i più vistosi difetti: insomma in quelle due meravigliose giornate potemmo cogliere almeno una prima chiave d’ingresso nel meraviglioso mondo della polvere. Lasciato il guscio degli autodidatti, ci prendemmo gusto e andammo ancora assieme e per altri due giorni da un altro mio amico, guida e maestro di sci, in una valle del Cuneese.

Quei giorni passati in compagnia, nonché i viaggi in auto, ci hanno fatto chiacchierare parecchio: così è nata l’amicizia tra noi. Il tratto più evidente del carattere di Renato era la volontà. Una volontà che si manifestava evidente, superiore a quella di chiunque altro. Lo avrebbe dimostrato con quelle grandi imprese solitarie e invernali, isolato e in piena autosufficienza: giorni e giorni di continuo impegno psicofisico. Già da quelle poche giornate assieme avevo capito che lui aveva una volontà molto superiore alla mia.

Non si può essere portatori di così grande volontà se non sei governato da una rettitudine etica anch’essa davvero fuori dal normale. Un uomo che non si perdonava nulla. Con quell’onestà interiore Renato si poteva permettere quel genere di volontà, perché quasi ne aveva diritto. Sapeva di poter volere, si dava da solo il permesso di una volontà gigantesca, grazie al fatto che nel trattare con gli altri era permeato della sua rettitudine, del suo fair play.

Ciò implicava che le sue amicizie fossero abbastanza rare, le amicizie tipo quelle odierne di Facebook non facevano certo per lui. Lui dava l’amicizia quando sentiva che era il caso: solo allora si concedeva, si apriva.

Lo spigolo nord dell’Anticima del Broad Peak. Oltre la fine della linea rossa, che mostra la via di Renato Casarotto (e la variante di discesa), è la vetta settentrionale del Broad Peak
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L’etica di Renato non coincideva con ciò che possiamo aver filtrato dopo questi decenni di alpinismo. Oggi agire eticamente significa salire una qualche parete seguendo determinate regole e non praticando le scappatoie che queste regole loro malgrado lasciano aperte. Mi viene in mente Matteo Della Bordella che nell’estate 2014 in Groenlandia, dopo undici giorni di avvicinamento in canoa, assieme a compagni ancora più invasati di lui pensa, di fronte a una meravigliosa parete inviolata, all’on-sight. Una volta questo era inconcepibile. La gioia del successo può anche essere lesa dal fatto che ci si sia attaccati a un chiodo, ma queste sono regole moderne. Renato non aveva questi codici, non era ancora stata praticata questa feroce divisione tra libera e non libera, tra l’attaccarsi a un friend o non attaccarsi. L’attaccarsi a uno o più chiodi, per le grandi salite non era un problema. Badava a questo solo in caso di salita su falesia o su parete alpina: e comunque dove Casarotto dava settimo grado stiamo pure tranquilli che stava parlando di arrampicata libera, anzi liberissima! Era sulla Nord dell’Huascaran che di certo non badava a questi dettagli. La vera etica per lui era l’isolamento. In un’epoca in cui non esistevano telefonini e satellitari, l’unica concessione era la rice-trasmittente. Per parlare con la moglie. Un’equipe davvero ridotta all’osso, meno di così non si può. Questa era la sua etica, che pochi potevano condividere in pratica. La sua solitudine di certo era una necessità prima di tutto, non era da solo per una scelta “etica”: era da solo perché l’eventuale compagnia gli avrebbe procurato un disagio dovuto a etiche differenti. Anche lui avrebbe preferito un compagno ideale alla sua solitudine, ma questo compagno ideale non è mai apparso. Renato si è modellato l’etica sul suo stesso carattere. Sappiamo bene che aveva amici con cui faceva in montagna cose anche grandi: ma per le grandissime non li ha mai trovati. Vuoi per le capacità tecniche di costoro vuoi per la loro volontà non sufficiente all’enormità dei progetti di Renato. Questi era divorato dal fuoco creativo, sono tanti ad aver provato questo modo di essere. Ma chi per una volta sola, chi per un anno, chi per due o tre: raramente per una decade o anche più.

L’etica di Renato era legata all’estetica. S’innamorava delle linee che gli balzavano all’attenzione. La Ridge of No Return la “vide” su una fotografia nell’ufficio dei ranger, ormai nel Parco del Denali. Ricordo quando eravamo sullo Sperone degli Abruzzi del K2, lui era lì, angustiato dalla decisione che la spedizione aveva preso, solo lui contrario, di abbandonare la Magic Line. Noi eravamo convinti che in sei mai ce l’avremmo fatta, lui al contrario ne era sicuro. Era con me sullo Sperone, ma la sua mente era altrove. Era disinteressato, e lo dimostrò ammalandosi di bronchite e rinunciando quindi a un progetto che non era il suo. Forse meditava già allora la sua rivincita solitaria. E mentre eravamo lassù, di fronte a noi era l’incredibile spigolo nord del Broad Peak, di una rara dirittura estetica. Renato non riteneva importante che quello spigolo arrivasse “solo” all’Anticima, una sommità di 7800 metri. Non gli interessava la continuazione alla vetta dell’Ottomila Broad Peak, continuazione che fu poi percorsa molti anni dopo (senza la salita dello spigolo nord). Vedeva lo spigolo, vedeva quel gioiello. E negli anni a venire andò e lo salì!

In alto sullo spigolo nord del Broad Peak, Renato fotografa la sua tendina
Casarotto-Broad Peak First Ascent North Summit 1983 - Renato Casarotto Tent At 6850m - iborderline.net
Io ero di certo più legato ai concetti vecchi, la cima, l’Ottomila. Ai miei occhi quello spigolo era sì bellissimo, ma forse non degno delle mie attenzioni perché segnato dal “peccato originale” di non arrivare in vetta: la continuazione alla cima era così illogica nella sua enorme lunghezza da “contaminare” la meravigliosa struttura dello spigolo. Pensavo alla difficoltà che avrei avuto nel digerire l’assenza della vera vetta una volta in punta all’Anticima. Lui era avanti! Lo ha sempre dimostrato, anche in quell’occasione. Mentre usciva dalla tenda del campo 2, magari per pisciare, Renato guardava lo spigolo nord del Broad Peak, e sognava quella solitudine che lì al K2 non poteva avere.

Se mettessimo Renato oggi sul Fitz Roy, una montagna oggi certamente più “affollata” di allora, perfino il suo Pilastro Goretta non gli potrebbe garantire completa solitudine. Questa Renato dovrebbe oggi cercarla altrove, su altre montagne. Se oggi, all’Everest, ti sbucci un dito dopo pochi minuti lo sanno tutti gli sherpa, lo sanno anche a Kathmandu. Ma se tu oggi avessi un incidente su altre montagne, rischieresti seriamente che nessuno lo sappia, esattamente come ai tempi di Renato: e magari, anche sapendolo, nessuno riesca ad aiutarti. La solitudine c’è ancora sul nostro pianeta, ce n’è anche tanta. Lui sapeva cercarla molto bene, con obiettivi che trovava con osservazione diretta (Broad Peak) ma anche e soprattutto con ricerca fotografica, vedi Alaska.

La spedizione Messner al K2 era davvero internazionale: quattro membri di madre lingua germanica (Messner, Robert Schauer, Friedl Mutschlechner e Michel Dacher), due italiana (Casarotto e Gogna), dove Dacher e Casarotto parlavano solo la loro lingua, senza l’inglese a unirli agli altri. Questo non era un problema per le grandi decisioni, lo era per le piccole cose di ogni giorno, per gli isolamenti che si creavano nell’isolamento. Occorre aggiungere anche che la presenza di Joachim Hoelzgen, giornalista di Amburgo per lo Spiegel, dell’ufficiale di collegamento Mohammed Tahir e perfino quella del cuoco baltì, Rosalì, contribuivano all’isolamento di Renato. Personaggi intelligenti, decisamente fuori dagli schemi del giornalista, del militare e del cuoco, che se richiesti davano il loro parere, ascoltato. Ma alzavano numericamente la soglia di una “maggioranza” dalla quale Renato per questioni non solo linguistiche si sentiva escluso. Rimanevo solo io il contatto.

Il 12 giugno 1979 un nostro portatore cadde in un crepaccio e morì: faceva parte del gruppo inviato a controllare che l’accesso nord-ovest alla Sella Negrotto (da cui inizia la Magic Line) fosse più comodo di quello a sud-est. La cattiva notizia dell’inopportunità di cercare l’accesso alla Sella Negrotto da nord-ovest si aggiunse alla tragedia. Negli stessi giorni Messner e Mutschlechner fecero una ricognizione sulla parete sud e conclusero che la sua pericolosità non potesse essere ragionevolmente affrontata (era la futura via Kukuzcka). L’osservazione ulteriore con i binocoli aveva convinto, prima di tutto il capo-spedizione Messner, che il nostro progetto sulla Magic Line, con i mezzi che avevamo a disposizione, non aveva alcuna possibilità di successo. Si arrivò a una votazione, dove cinque membri decisero di rinunciare e uno solo (Renato) votò la continuazione del progetto originario. Si percepiva che, pur non votanti, anche Hoelzgen, Tahir e Rosalì stavano dalla parte della maggioranza. Renato fece buon viso a cattiva sorte, accettò la decisione dei compagni. Ma di notte in tenda si confidava con me, e so bene quanto lui in realtà fosse davvero contrario a quella decisione. Anche quella notte al Campo 1, una bufera spaventosa dove non dormimmo un minuto, aggrappati alla paleria della tenda.

Appoggiato al corpo del Fitz Roy è l’elegante Pilastro Goretta. La via di Casarotto continua fino alla vetta. Foto: Gian Luca Maspes
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Io gli dicevo che fare comunque la quarta ascensione della montagna, senza portatori, senza ossigeno, sarebbe stata una bella “consolazione”; gli dicevo che secondo me Messner temeva l’arrivo dei francesi, la grande spedizione nazionale di Bernard Mellet, anch’essa diretta alla Magic Line, il triplo della nostra e con gente di prim’ordine. Se quelli fossero arrivati con noi ancora in pieno assedio, ne avrebbero approfittato e magari sarebbero riusciti ad arrivare in cima (prima di noi e magari senza di noi) grazie al nostro lavoro di un mese di attrezzatura e al nostro sfinimento…

Renato mi rispondeva che avevo ragione… ma che noi eravamo andati lì per la Magic Line! Per lui era difficile sostituire l’obiettivo. Mancanza di elasticità? Forse, ma quando l’essere rigidi porta a un successo, allora occorre inchinarsi.

A noi due di certo non importava nulla dei francesi. Pensavo: noi attrezziamo, se poi arrivano i francesi e, più freschi, ci soffiano la “prima”, pazienza. La competizione per me non è mai stata una molla così decisiva. Renato probabilmente pensava che noi saremmo arrivati in cima ancora prima dell’arrivo di Yannick Seigneur e compagni!

La bronchite gli durò giorni e giorni. Lui, infermiere, si curava da solo, il nostro medico, una delle fidanzate di Messner, Ursula Grether, non era neppure arrivata al campo base perché il quinto giorno era caduta sul sentiero e si era fratturata una caviglia. Evacuata con elicottero. La spedizione era dunque anche senza medico!

Così finì la spedizione per Renato, la malattia subentrò al chiodo fisso della sua contrarietà all’abbandono della Magic Line. La discussione si era svolta in termini del tutto civili, ma i pareri erano decisamente opposti, e destinati a rimanere tali. La successiva salita di Messner e Dacher alla vetta, il fallimento dei francesi non riuscirono a modificare questa situazione. Al ritorno in patria qualche parola di troppo sfuggì a Renato in qualche intervista, ne nacque un diverbio con Reinhold del quale ho sempre evitato di voler conoscere i particolari, convinto che non si deve litigare per interposta persona (la stampa) ed è sempre meglio farlo faccia a faccia. Insomma, mi dispiacque molto.

Il fantastico diedro Casarotto allo Spiz di Lagunàz
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Renato si muoveva in parete come si muoveva nella vita quotidiana. Non era particolarmente veloce, ma era un bull-dozer. Non so dove prendesse il carburante… ma benzina ce n’era sempre. Qualunque cosa facesse, era fatta bene, con efficienza e regolarità. Come se il compito del mattino dovesse essere archiviato con successo in serata. Non che gli altri non facessero così, ma magari l’atteggiamento era diverso: era più facile introducessero elementi di creatività. E io mi metto tra quelli.

Al nostro ritorno, già poche settimane dopo eravamo di nuovo assieme in stanza per il secondo dei tre corsi di Aspirante Guida, quello su ghiaccio e misto, in Val Masino. Il primo, quello del tanto temuto scialpinismo, si era tenuto a Bormio in aprile, e l’avevamo passato. In settembre dunque arrampicammo su Nuova Dimensione, una placca in Val di Mello che allora era considerata ai massimi per le vie di aderenza sprotetta; salimmo assieme, e con noi erano altri quattro, su una via nuova, il Canalone dell’Insubordinato sul Monte Disgrazia. Dovevamo salire in cima per la Corda Molla, nell’imitazione di una normale salita con cliente: di fatto ci stava un po’ stretto quel compito, con una meravigliosa giornata come quella. Così, quando Renato vide la fucilata bianca di quel canalone, convinse tutti a cambiare rotta e meta, anche il direttore del corso Gigi Mario! Ricordo bene quella discussione a cavalcioni della cresta di neve: non fu proprio amichevole. Renato la risolse chiedendo: – Allora, chi viene con me? Chi viene con l’insubordinato?

La modalità “rivoluzionaria” con la quale Renato riuscì a fare quello che voleva quel giorno sul Disgrazia era tra l’altro poco consona alla sua regolarità. In quell’occasione dimostrò a tutti non solo una creatività fuori dal comune, con la capacità di cogliere l’attimo, ma anche uno spirito che non accettava ordini da nessuno. Renato era metodico, ma prima del metodo aveva idee geniali: ecco dove stava la sua creatività.

Una creatività così in anticipo sui tempi da non essere compresa. Pochi erano pronti. E dirò di più: non è compresa appieno neppure adesso a quasi trent’anni dalla sua morte. Ancora oggi, certe sue salite non sono state digerite e assimilate come meritavano. Lo dimostra il fatto che molte sue imprese passarono allora abbastanza sotto silenzio. Se si vanno a guardare le cronache di quel tempo, troviamo notizia delle sue salite avveniristiche. Ma se guardiamo alla Nord del Cervino di Bonatti, di cui si parla ancora oggi, troviamo fiumi di inchiostro scritto, mille interviste. Le salite di Renato sono passate sotto silenzio, al confronto. Questo silenzio, ovviamente non certo voluto, è la traduzione psicologica di un fatto che ci ha colpiti a livello interiore. L’emozione che si verifica al seguito di una notizia se va in profondità provoca un certo pudore nel parlarne. Al contrario, è regola psicologica che si parli oltremodo di fatti di cui non si è del tutto convinti interiormente: la propaganda è la miglior prova di assenza di emozione e convinzione. Quando ci sono grosse verità e grosse emozioni, il bisogno di parlare diminuisce. La portata di quanto si è appena vissuto si trasmetterà ugualmente, ma ci vorrà più tempo.

Anche nel caso di Peter Boardman e Joe Tasker, che nel 1976 vinsero la parete nord-ovest del Changabang, ci fu un non adeguato rumore stampa al seguito della loro impresa. E anche in altri casi. Non è colpa dei giornalisti (parlo di quelli del settore), preparati o impreparati. E’ proprio responsabilità della comunità alpinistica del tempo, che è pronta o non è pronta. La “quantità di immaginario” (come la definisce Alberto Peruffo) che ci stava consegnando Renato era tale che a noi risultava impossibile perfino ripeterla a pappagallo. Ci entrava dentro, ci allagava. E noi non dicevamo nulla, proprio per una forma di compensazione psicologica. Per non essere del tutto sopraffatti.

La parete est delle Grandes Jorasses con il tracciato della via Gervasutti-Gagliardone. Casarotto la salì in prima solitaria invernale, marzo 1985
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Credo che il destino delle grandi imprese sia legato al momento in cui queste verranno ripetute. Al momento, la stragrande maggioranza degli exploit di Renato non ha visto ripetizioni di sorta. Il muro di silenzio non è totale ma è sufficiente a “velare” la reale importanza delle imprese di Renato: verrà abbattuto solo da quelli che ne seguiranno le tracce. Questi saranno costretti ad affermare ciò che allora non fu detto, e cioè che Casarotto era il più forte del suo tempo. E, vista la credibilità dei signori che lo faranno, non ci sarà altro che supina accettazione, con immediato rinnovo di interesse verso la sua figura. Non posso dirlo io, che sono un suo contemporaneo. Lo deve dire un giovane di oggi.

Nel mio piccolo, la mia via al Naso di Zmutt è stata finalmente ripetuta da italiani. In 45 anni c’erano state sette ripetizioni, tutte di alpinisti svizzeri o francesi. Nel settembre 2014 Marco Majori, François Cazzanelli e Marco Farina hanno fatto in due giorni la nona ascensione. I loro commenti sono stati entusiastici, probabilmente non si aspettavano certi aspetti di quella salita: e sono i loro giudizi a contare oggi, a modificare dunque il percepito di una comunità alpinistica nei confronti di un’impresa compiuta così tanti anni prima. Non intendo per nulla paragonare questa piccola cosa all’imponenza dell’operato di Casarotto, ma il meccanismo è il medesimo: dopo un bel tot di anni certe cose sono “riscoperte”. In Italia è stato necessario che degli italiani ripetessero la Gogna-Cerruti, non era sufficiente che i più forti svizzeri e francesi lo avessero fatto e ne fossero usciti con gli occhi incrociati. Anche qui è una questione di lingua e di comunicazione. Nelle mie serate, nei miei libri non ho mai taciuto di quella salita, eppure non sono mai riuscito a infiammare nessun italiano, prima d’oggi. Dal che consegue un’ipotesi: se Casarotto, invece che italiano, fosse stato a esempio inglese, probabilmente non sarebbe stato così evidente l’involontario ostruzionismo a un giudizio più realistico sul suo operato: il pudore collettivo sarebbe stato più tenue. Il fenomeno che sto tentando di denunciare, quello del silenzio su ciò che più ci colpisce, sarebbe stato comunque avvertito, ma sarebbe stato meno violento. Un caso simile è quello di Charlie Porter, le cui imprese solitarie hanno preceduto e probabilmente ispirato quelle di Casarotto. Anche Porter, pur essendo americano, è stato abbastanza “recintato” in quella zona della comunicazione che tiene “sotto controllo” un evento: nel momento in cui lo si comunica si chiude il cancello invece di spalancarlo. Casarotto non ha avuto il “culo” di nascere anglofono: se lo avesse avuto, gli anni necessari alla sua futura “esplosione mondiale” sarebbero stati meno. E si sarebbe più vicini a quella consacrazione che al momento vedono in pochi.

Nella foto famosa di Bradford Washburn si dipanano i 5 km di Cresta del Non Ritorno
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Anche io ho fatto delle salite da solo. Ma non sono mai stato un solitario. Non che nell’azione senza compagni non mi trovassi bene: se così fosse stato sarei tornato indietro. Al mio tempo, fine anni ’60, c’erano dei problemi da risolvere. In quei due o tre casi di mie salite solitarie di una certa importanza devo riconoscere che se ho saputo cogliere il momento è stato perché c’era la sensazione che i vari Walter Bonatti o René Desmaison avessero per puro caso lasciato in sospeso la risoluzione di quei problemi. Loro avevano indubbiamente le capacità di risolverli. E altri erano lì a ronzare attorno, ho visto io stesso Gary Hemming, solo sul ghiacciaio del Leschaux, tornare da una ricognizione alla Nord delle Grandes Jorasses. Insomma, era nell’aria. Ma erano salite, per così dire, “flash”. Vado, l’ammazzo e torno. Renato faceva prime ascensioni da solo. Magari anche d’inverno. Era veramente su un altro pianeta. Io non riesco neppure a immaginare cosa significhi compiere un’ascensione di quel genere, stando da solo per settimane. Ciò che posso testimoniare è che, quando si è da soli, le capacità che abbiamo di adattamento all’ambiente sono acuite. Sensibilità al pericolo, prontezza di riflessi, tensione generale. In tutte le piccole e grandi azioni della giornata, dall’attenzione che poni nel non far cadere la tua pentola nel vuoto a una protezione che devi mettere, dalla cautela nel tirar su la cerniera della giacca imbottita per non danneggiarla e renderla inservibile al passaggio che devi fare più difficile degli altri. La solitudine ti costringe a sottolineare qualunque azione, con una concentrazione che normalmente non si usa.

Quando Hansjörg Auer ha salito il Pesce in Marmolada da solo lo ha fatto con le sole scarpette e il sacchettino della magnesite, senza imbrago, senza un cordino. In un secondo tempo c’è tornato per fare fotografie, ma la prima volta era del tutto solo e praticamente “nudo”. Vuole dire che lui si sentiva preparato a fare una salita di 900 metri di tale difficoltà, fino al 7a+. Questa è la decisione di chi sa di avere ancora margine. Immagino che la sua concentrazione fosse “esagerata” (non nel senso che fosse troppa, ovviamente). La sua scioltezza e la sua velocità di esecuzione erano sorrette da questa concentrazione. Prendi lo stesso Auer, dagli una corda, un compagno, delle protezioni intermedie: avrai un capocordata rilassato che danza sul Pesce, la sua concentrazione sarà “necessariamente” e senza dubbio alcuno inferiore alla sua stessa concentrazione durante l’impresa in free solo.

E’ la concentrazione l’elemento più distintivo delle salite di Casarotto, una concentrazione ai massimi livelli per giorni e giorni. Chi l’ha provato sa che è un grande piacere sentirsi a quel modo, è davvero eccitante: al contrario dell’anfetamina, è un’eccitazione sana perché autoprodotta. Ti sei dimostrato da solo in grado di reggere a quell’eccitazione. E’ una sensazione di onnipotenza, da tenere anche sotto controllo, visto che si rischia di diventarne succubi. Può essere una droga per la quale si fa e si rifà la grande avventura: ma quando in fondo al tuo cuore sai che in quell’occasione, in quelle condizioni di concentrazione spasmodicamente serena, davvero non hai rischiato più di tanto, beh, allora è il piacere estremo, la gioia insuperabile. Tutti possiamo arrivare al termine di un’impresa. Ma quanto hanno rischiato? Nessuno può dirlo giudicando gli altri, solo i diretti interessati possono farlo, se lo ritengono opportuno. Sono domande che dobbiamo farci da soli e alle quali dobbiamo rispondere con sincerità, con semplicità. Io sostengo che la gioia è di tanto più grande quanto alla domanda si può rispondere serenamente di non aver rischiato. Chi ha rischiato un casino sarà anche contento di esserne uscito, ma di certo non sfiora neppure la gioia suprema di chi può rispondere diversamente. Ecco, la solitaria ingigantisce queste situazioni. I compagni portano amicizia, divisione di responsabilità, scambio d’idee: sono cose belle, che contano. La solitaria esclude tutto ciò, rimane solo la concentrazione a spadroneggiare e a evolversi fino a migliorare anche le capacità di auto-analisi dell’alpinista: alla fine di un’ascensione la domanda deve essere sempre: quanto ho rischiato? E la risposta deve essere ancora più schietta della domanda, perché il tentativo di imbrogliare noi stessi non è mai foriero di buone cose.

CONTINUA

https://www.gognablog.com/renato-casarotto-linsubordinato-parte-2/

La gigantesca parete nord dell’Huascaran (Ande peruviane)
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Renato Casarotto, l’Insubordinato – Parte 1 ultima modifica: 2015-03-05T07:00:38+01:00 da GognaBlog

7 pensieri su “Renato Casarotto, l’Insubordinato – Parte 1”

  1. 7

    Bello davvero Ale lo ai scritto proprio con il cuore cosa che sempre ti contraddistingue

  2. 6

    Bellissimo scritto e accurata analisi. Ho apprezzato moltissimo le riflessioni in merito all’alpinismo solitario.

  3. 5
    Luca Visentini says:

    Sì, è davvero un piacere e un arricchimento leggerti.

  4. 4
    Anonimo says:

    Renato era un uomo superiore , fuori dagli schemi e per questo, come tutti i geni, un incompreso. Renato un esempio!

  5. 3
    Dario Bonafini says:

    Un bellissimo scritto che ho letto con emozione pensando alle vicende raccontate e solo un poco conosciute, Condivido che Casarotto era tanto avanti da non essere compreso, credo che nemmeno adesso la sua grandezza venga percepita se non da chi l’Alpinismo lo abbia almeno praticato. Bonatti è stato grande ma ha saputo anche proporsi al grande pubblico, cosa che invece ha Renato Casarotto interessava fino ad un certo punto. Stilare delle classifiche non è mai bello ne utile, semmai si può dire che tra i grandi vi furono anche modi diversi di intendere l’Alpinismo e il rapporto con i media, io personalmente mi sento più vicino a Casarotto ma questo credo ricalchi in qualche modo anche la maniera in cui ho vissuto e quello in cui credo e non è certamente “vincente” in questa società votata all’omologazione.

  6. 2
    GIANDO says:

    Concordo! Un racconto ed un’analisi concisi, pacati ed estremamente approfonditi. La differenza di qualità con altri articoli, non solo di settore, è per il momento a dir poco imbarazzante.

  7. 1
    Christian says:

    Lettura stupenda! Complimenti. Aspettiamo la parte 2….

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