Responsabilità del Capogita nelle escursioni in montagna

Responsabilità del Capogita nelle escursioni in montagna
di Mario Agostini (giudice)
(relazione letta al 66° Congresso della Società Alpinisti Tridentini – Sezione CAI – Rovereto, 16 ottobre 1960)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(1)

L’alpinismo, oggi più che mai praticato, impone per la sua costante e progressiva diffusione, una particolare attenzione anche sotto l’aspetto del diritto. Se, infatti, un tempo pochi erano coloro che ad esso si dedicavano ed erano, di norma, capaci ed esperti, anche perché affrontavano, con serietà, le fatiche e i pericoli della montagna, oggi, invece, molti sono quelli che la frequentano sconsideratamente per desiderio di esibizionismo.

E naturalmente sono costoro che destano le maggiori preoccupazioni, perché credono di essere sicuri delle loro capacità e dei loro mezzi, mentre a cuor leggero affrontano i pericoli più gravi, senza rendersene conto. Questo rilievo tanto più vale attualmente in quanto gli impianti tecnici hanno enormemente esteso le possibilità di accedere rapidamente anche sulle cime più elevate.

E vi sono poi, talvolta, coloro che pretendono di essere maestri o guida degli inesperti non essendo spesso neppur essi né esperti né capaci, e tuttavia ingenerano nei profani, che ad essi si affidano, una non meritata fiducia.

Sorge così il problema della responsabilità penale e civile dei c.d. «direttori di gita», cioè di quegli alpinisti dilettanti che assumono, anche senza un incarico formale, e senza finalità di guadagno, la direzione di una comitiva. Non vi è dubbio che nei rapporti tra escursionisti e direttori di gita costoro per il solo fatto di avere acconsentito di essere guida agli inesperti, assumono la responsabilità degli incidenti che possono verificarsi ai danni delle persone che ad essi si sono affidate, allorquando gli incidenti medesimi derivino dalla violazione, da parte degli stessi direttori di gita, delle norme di comune cd elementare prudenza, che ogni alpinista deve conoscere ed osservare.

Questo principio deriva da quello più generale che regola la responsabilità di colui sul quale incombe, o per legge o per libera accettazione, un dovere di vigilanza su persone affidate alla sua cura.

Naturalmente perché sussista responsabilità del capogita, è necessario che tra l’evento dannoso e la negligenza, l’imperizia o l’imprudenza del detto capogita intercorra un nesso di causalità, nel senso che l’azione o l’omissione di esso sia stata condizione necessaria e sufficiente a determinare l’evento.

Tale responsabilità non ricorre quando il comportamento del danneggiato o della vittima sia stato causa esclusiva dell’evento, anche in presenza della colpa del capogita, quando tale comportamento, causa immediata dell’evento stesso, sia stato da solo sufficiente a provocarlo, in quanto inserendosi nella successione dei fatti ne abbia interrotto la connessione, privando quelli più remoti, imputabili al capogita, di efficienza causale.

Ma occorre rilevare che questa situazione non è configurabile qualora la causa remota consista in una situazione di pericolo colposamente posta in essere dal capogita, senza la quale la produzione dell’evento non sarebbe stato possibile.

Tale potrebbe essere il caso della scelta di un itinerario difficile e pericoloso, rispetto ad un altro sicuro, scelta operata senza avere adeguatamente valutato le condizioni dell’itinerario stesso, anche se il comportamento di uno o più gitanti sia stata la causa immediata di un incidente. In questa ipotesi si potrebbe avere concorso di colpa del capogita con la vittima; ciò, però, non esclude la responsabilità penale dello stesso capogita.

Per quanto concerne il c.d. consenso dell’avente diritto ai fini dell’esonero dalle responsabilità, l’art. 50 C. P., dispone che non è punibile chi lede o pone in pericolo un diritto, col consenso della persona che può validamente disporne.

Sull’argomento riporto una relativamente recente sentenza della Corte di Cassazione (10-4-1953) la quale ha stabilito che «l’art. 50 cod. pen., che dichiara non punibile colui che cagiona volontariamente o per colpa, la lesione di un diritto altrui, col consenso del titolare di tale diritto, va inteso ed applicato entro determinati limiti; occorre cioè che il consenziente sia in grado di apprezzare e valutare, nel caso di reato colposo, il pericolo al quale volontariamente va incontro e l’eventuale conseguenza lesiva della sua integrità personale; è necessario, inoltre, che tale pericolo non sia aggravato e reso più facile dal comportamento altrui». Dati questi limiti rigorosi e la correlativa difficoltà di provare che un escursionista profano aveva la coscienza del pericolo (del resto, nella maggior parte dei casi, tale coscienza non c’è), è opportuno che il capogita non pretenda la dichiarazione di esonero, anche perché si tratta di materia, com’è intuibile, assai delicata e complessa, attenendo essa specificatamente alla disponibilità del diritto all’integrità personale.

L’azione o l’omissione del capogita può essere, come si è già detto, colposa o per negligenza o per prudenza o per imperizia.

E’ negligente il contegno omissivo contrastante con le norme che impongono una determinata condotta sollecita, attenta ed accorta, che sia diretta ad impedire il verificarsi di un evento dannoso o di pericolo; è imprudente il contegno di chi compie un’azione dalla quale doveva astenersi, perché idonea a determinare un evento di danno o di pericolo o la compie con avventatezza o senza cautela, sì da essere pericolosa per l’incolumità altrui.

L’imprudenza può essere determinata da un carattere di impulsività o facilmente eccitabile, per modo che la persona decide inconsideratamente ed agisce non sorretta da costante attenzione. Nel campo che ci interessa l’imprudenza può assumere un particolare aspetto che può definirsi «imprudenza professionale».

Sebbene il capogita non eserciti per professione la mansione di guida, tuttavia tale specie di imprudenza può egualmente ad esso riferirsi, e si ha quando o per temerarietà o per audaci tentativi od esperimenti, un incidente si sia verificato. In questa ipotesi – è chiaro – l’imprudenza è più grave. Si comporta infine con imperizia colui che, essendo tecnicamente incapace ad esercitare una determinata funzione, ciò nondimeno la esercita, recando danno alla persona.

In sostanza, l’imperizia è frutto o d’ignoranza o di errore, consistendo l’ignoranza nella mancata conoscenza di quanto doveva essere conosciuto (ad es.: l’esistenza di terreno friabile, ovvero il pericolo di valanghe); consistendo l’errore in un giudizio inesatto, che può derivare ad es. da una equivoca interpretazione di un fenomeno atmosferico. Normalmente è la omissione colposa che agli effetti della responsabilità del capogita può venire in considerazione, intesa nel senso di omesso impiego di cautele o di vigilanza sul gruppo.

La colpa per omissione è tale da assurgere a reato non soltanto quando la norma violata provenga direttamente dalla legge o dalla consuetudine, ma anche quando derivi da un criterio da osservarsi per comune prudenza o per ordinaria diligenza.

La prevedibilità dell’evento dannoso non è elemento costitutivo della colpa punibile, perché il C. P. non punisce il reato colposo se ed in quanto l’evento era prevedibile ma, come si è detto, in quanto esso si sia verificato a causa di imprudenza o di negligenza o di imperizia.

Non potrebbe, dunque, giovare al capogita, imputato di omicidio o di lesioni colpose, il fatto che non abbia avuto coscienza del pericolo che la propria condotta rappresentava per l’incolumità altrui; non può giovargli nemmeno il fatto che non conosceva la situazione di pericolo derivante dal suo operato, giacché tutto ciò attiene alla prevedibilità dell’evento, irrilevante per la punibilità della colpa, ravvisabile nella volontarietà del fatto contrario a comuni norme di prudenza o di esperienza.

Che se poi l’evento era persino prevedibile, ciò non potrà non concorrere ad integrare maggiormente la condotta colpevole. Ora, poiché la prudenza e la diligenza consistono nell’osservanza di quei doveri che nascono non da particolari precetti, ma da quella condotta che l’esperienza ed un diligente esame delle condizioni di fatto, in cui l’escursione si effettua, indicano come doverosa, e poiché la responsabilità per colpa derivante da omissione può sorgere quando colui, al quale l’omissione si addebita, ha il dovere e il potere di compiere atti idonei ad impedire l’evento dannoso, pare logico e giusto affermare i seguenti principi e trarre le seguenti conclusioni:

1) Il capogita deve avere sui componenti il gruppo a lui affidato, una concreta, superiore esperienza e capacità, una provata autorità di comando ed un elevato senso di responsabilità. L’autorità di comando e il senso di responsabilità devono essere tanto più decisi ed energici, quanto maggiori sono le difficoltà e l’indisciplinatezza degli escursionisti;

2) colui o coloro che assumono l’incarico di guidare altri in alta montagna devono essere ben consci della serietà dell’incarico stesso, accettato nei riguardi di quelle persone che affidano la loro vita alla coscienza e alla capacità di chi le guida, cui devono però ubbidienza completa.

3) Tale incarico deve essere esplicato con cura attenta e costante, al fine di prevenire situazioni pericolose, sempre in agguato. È oltremodo censurabile colui che, con inammissibile incoscienza, accetta ed esegue l’incarico, sapendo d’essere non idoneo, ovvero pur essendo idoneo non sa o non vuole, al mo mento opportuno, esplicare la sua autorità e la sua azione di comando e non impone a sé ed agli altri il rispetto delle cautele indicate dalla tecnica o suggerite dalla esperienza.

4) Il capogita deve, di norma, precedere il gruppo al fine della scelta del percorso, il quale molte volte nasconde pericoli percepibili soltanto all’occhio esperto.

5) Il capogita, pur difettando, come comunemente si ritiene, di poteri coercitivi sui partecipanti per imporre il rispetto delle disposizioni eventualmente date, ha, tuttavia l’obbligo di ammonire, chi imprudentemente si comporti o non osservi le disposizioni stesse.

Ma nonostante il difetto dei suddetti poteri, il capogita che in località pericolose adotti, nei confronti di un escursionista caparbiamente sconsiderato, insensibile ed insofferente alla disciplina del gruppo, una misura coercitiva, non peccherebbe, a mio avviso, perché è preferibile ridurre, anche con la forza, il ribelle alla obbedienza, piuttosto che lasciarlo cadere in un precipizio o tollerare che vada incontro alla morte.

Del resto, moralmente, gli escursionisti si impegnano preventivamente ad eseguire le istruzioni o gli ordini del capogita, e non è giusto, quindi, che nel mentre si pongono a costui obblighi rigorosi per la loro incolumità, non gli si riconosca la facoltà di adottare, se necessario, mezzi coercitivi adeguati.

E nemmeno è giusto che il capogita, nell’ipotesi di morte o di lesioni di un escursionista, si trovi poi costretto a difendersi dall’accusa di omicidio o di lesioni colpose, accusa che avrebbe potuto evitare se gli fosse stato consentito di usare la forza per convincere il ribelle all’obbedienza.

Al capogita deve, quindi essere riconosciuta la facoltà di adottare mezzi coercitivi, in circostanze particolari che ne consiglino l’impiego, se si vuole che egli sia veramente il responsabile del gruppo, ed il giudizio sull’eccezionalità del caso, che richiese la forza, deve essere lasciato al prudente criterio del capogita stesso.

Se nel suo senso di responsabilità egli ha ritenuto di dover impiegare tali mezzi (e la decisione, secondo le circostanze, deve essere rapida), non può e non deve poi essere sbrigativamente censurato, a pericolo cessato; anzi il primo ad essergli grato dovrebbe essere colui sul quale i mezzi sono stati usati, e sarebbe ingiusto ed illogico che contro l’atto di forza insorgesse proprio colui nel cui interesse, questo è stato adottato.

Teoricamente sarebbe bensì ravvisabile, a carico del capogita, il reato di violenza privata, ma in proposito egli potrebbe utilmente far valere, se imputato di tale reato, la discriminante prevista dall’art. 54 del C.P., il quale stabilisce che «non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo».

È certo ormai il principio secondo il quale bene è applicabile la discriminazione in parola in caso di situazioni permanenti di pericolo.

Per quanto ho rapidamente detto, non vorrei che qualche capogita, arrivasse alla conclusione di rinunciare a tale incarico. Questo non è il mio intendimento. Il mio intendimento è, invece, quello di rendervi attenti sui vostri obblighi e sui vostri poteri, convinto come sono che quanto più voi sarete a conoscenza delle vostre responsabilità, tanto maggior prudenza impiegherete e molte disgrazie potrete evitare; che quanto più sarete stati prudenti, soprattutto per chi prudente non è, pur quando al profano la prudenza appare ingiustificata, tanto più sarete tranquilli anche con la vostra coscienza.

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Responsabilità del Capogita nelle escursioni in montagna ultima modifica: 2018-12-24T05:59:59+02:00 da GognaBlog

9 pensieri su “Responsabilità del Capogita nelle escursioni in montagna”

  1. 9
    Matteo says:

    “Caro Matteo, apprezzo il tuo spirito, ma il punto è che gli incidenti avvengono, e finiscono nei tribunali più spesso di quanto noi immaginiamo2

    …tu da primo con me non ci vai più, a meno che porti una lettera di mansalva debitamente controfirmata e protocollata da un avvocato o un notaio! (e tuo figlio non vale, che non mi fido mica…)

    P.S.: le faccine immaginatevele che nemmeno io son buono di metterle. ‘zzo!

  2. 8
    Dino M says:

    Ultimo episodio (a mia conoscenza) è il rinvio a giudizio per disastro e omicidio colposo plurimo, di sei istruttori per l’incidente da valanga di Pila accaduto la scorsa primavera, dove sono morte due persone di cui un istruttore.

    L’accusa riguarda la scelta dell’itinerario, l’orario di partenza e il numero di partecipanti. La perizia tecnica è stata eseguita da una Guida Alpina Italiana.

    Dalle informazioni che ho il gruppo era composto da 21 persone di cui 7 istruttori. L’incidente è successo alle 11 ca. e il rischio valanghe era da moderato (2) a debole (1), anche se in aumento nel corso della giornata. L’incidente è avvenuto nel trasferimento tra la stazione di arrivo degli impianti e il rifugio Arbollè. Il meteo era ottimo.

    Tutti i partecipanti erano dotati di Artva, pala e sonda.

  3. 7
    Fabio Bertoncelli says:

    Caro Salvatore, buon Natale!

    E per farti arrabbiare (sto scherzando!) ti rifilo altre tre faccine: 😊😊😊.

  4. 6
    Salvatore Bragantini says:

    Caro Matteo,

    apprezzo il tuo spirito, ma il punto è che gli incidenti avvengono, e finiscono nei tribunali più spesso di quanto noi immaginiamo. Sotto questo punto di vista, questo post è una interessante “comunicazione di servizio” proveniente da qualcuno che sa di cosa parla. Metterei, eccezionalmente, anch’io una faccina, ma non essendo un nativo digitale non so dove le nasconda Alessandro Gogna.

  5. 5
    Dino M says:

    E’  solo questione di tempo. (purtroppo)

  6. 4
    Fabio Bertoncelli says:

    Considerando l’andazzo dei nostri tempi, mi stupisco che non sia ancora stata istituita la patente (di classe A, classe B, classe C, ecc.) per poter scalare in santa pace sui monti. In Unione Sovietica esisteva.

  7. 3
    paolo says:

    Anche per l’andare in montagna dovrebbero istituire  le figure professionali dei responsabili della sicurezza.
    Potrebbe essere un incarico per le guide, magari con 100 gite alla settimana a 10-20-30 euri ciascuna…
    Però non devono obbligarle ad essere presenti, basta che certifichino e istruiscano facendo firmare tanti attestati di partecipazione e informazione.
    Poi un garante nazionale ben retribuito che le raccoglie tutte e le certifica, magari di estrazione politica, con ulteriori strutture regionali sfruttando il volontariato per il loro funzionamento.

    Beh, un po’ come il CNSAS e la Protezione Civile, ma mettendoci anche un pool di assicurazioni.
    Poi lo Stato dovrà finanziare.

  8. 2
    Fabio Bertoncelli says:

    «Ordine e disciplina!»  👮‍♂️👮‍♂️👮‍♂️  👨‍⚖️👨‍⚖️👨‍⚖️  👨‍🎓👨‍🎓👨‍🎓

    P.S. Quasi quasi mi scappava un «Chi si ferma è perduto» di mussoliniana memoria. Poi però qualcuno mi avrebbe linciato.

    P.S. n. 2. «State buoni, se potete.»

    P.S. n. 3. Oggi sono in vena di faccine: sarà l’effetto Natale…

  9. 1
    Matteo says:

    Attendo con ansia l’introduzione delle figure, a mio avviso assolutamente necessarie, di:

    vice direttore di gita – definibile come colui incaricato di assumere la funzione di direttore di gita qualora questi venisse a essere impedito a svolgere le proprie funzioni o rifiutasse di svolgerle-

    primo consigliere del direttore – colui che, dotato degli opportuni attrezzi e apparecchi tecnologici e della capacità di usarli, è incaricato di assistere il direttore nelle scelte contingenti fornendo l’adeguato supporto tecnico

    capomanipolo – colui che alle dirette dipendenze del direttore di gita si adopera per trasmette i suoi ordini ai gitanti ordinari, si assicura della comprensione dei medesimi e ne cura la puntuale esecuzione

     

    Con l’augurio che col nuovo anno si avveri l’aforisma di William Shakespeare “per prima cosa uccideremo gli avvocati”!

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