Riflessione sull’eolico

Riflessione sull’eolico
di Carlo Alberto Pinelli

Mi è capitato di leggere, sul numero 146 (4 ottobre 2019) de Il Venerdì di Repubblica, un’intervista dal titolo “Anno 2050: Bye Bye Petrolio”. Le domande sull’aumento delle emissioni inquinanti, e sugli stratagemmi per contrastarle, senza necessariamente stravolgere gli stili di vita dei cittadini del mondo, erano rivolte all’ingegnere ambientale Mark Jacobson della Stanford University. Le conclusioni mi sono parse inquietanti. Ma non per il motivo che il lettore si sta immaginando. Prima di spiegare le ragioni che mi inducono a usare un aggettivo così minaccioso vorrei fare una premessa, per inserire l’argomento nella cornice di quelle che a mio parere sono le sue esatte dimensioni.

L’emergenza climatica è un dato incontrovertibile e bene agiscono tutti coloro che stanno aiutando Greta a suscitare la straordinaria ondata di proteste giovanili cristallizzate nei Green Fridays. Però la soluzione rimane tutt’altro che semplice, malgrado qualsivoglia entusiasmo estemporaneo; ed è lontana, come lo era prima, dall’individuare un percorso efficace, checché se ne dica e ci si auguri; purtroppo non basta marciare per le strade, sventolando simpatici cartelli, o sollecitare sit in di digiuno, per arginare un processo economico/culturale (o un virus?) che ormai domina ogni anche minimo aspetto dell’esistenza di tutti noi e pilota le aspettative di miliardi di nostri simili. Lungi da me l’idea di sminuire il significato della protesta contro l’industria inquinante. Però, detto brutalmente, è la diffusa (e di per sé legittima) aspirazione al benessere materiale il fattore di gran lunga maggiormente colpevole dell’aumento di CO2 nella biosfera. Fa male doverlo ammettere: ma la verità, più spesso di quanto si creda, può anche non vestire i panni del “politically correct”. Anzi, a voler essere ancora più brutali: è la crescita al momento inarrestabile della popolazione mondiale (e in particolare delle classi borghesi emergenti) a rendere praticamente impossibile la fuoriuscita dall’incubo incombente di cui parla, con accorati toni apocalittici, la ragazzina svedese. Abbiamo a che fare con una crescita della specie umana cancerogena, anche se tutti evitano di parlarne, a cominciare dalla famosa e per molti versi pregevolissima enciclica Laudato Si. Un silenzio irresponsabile, che sottrae validità a ogni altra proposta alternativa.

Ma cominciamo a vedere, in estrema sintesi, le cose come stanno, per capire se le soluzioni ventilate contengano una qualche briciola di efficacia o siano soltanto infantili scongiuri, buoni per pacificare le coscienze ma incapaci di abbassare anche solo di una linea la febbre del pianeta.

I paesi dell’OCSE, di cui l’Europa fa parte, contribuiscono all’inquinamento da CO2 per un terzo del totale mondiale. E’ una percentuale ancora troppo alta ma attualmente in lieve diminuzione. L’Europa è responsabile del 9 per cento di quel terzo. Per il momento la dispersione nell’atmosfera di CO2 in Europa decresce già del 2 per cento annuo. Non basta, però è già qualcosa. I paesi non OCSE, tra cui la Cina e l’India, sono responsabili dei due terzi delle emissioni inquinanti e le aumentano del 3,4 per cento l’anno. Questo trend micidiale appare destinato a crescere in sintonia con le aspettative delle popolazioni locali. Aspettative in gran parte sacrosante, ma non per questo meno esiziali.

Carlo Alberto Pinelli

Veniamo all’Italia. Il Piano Nazionale Energia e Clima prevede il raddoppio dell’energia pulita per il 2030. Il costo dell’operazione è stimato ufficialmente a 187 miliardi di euro, da sommare ai 220 miliardi di euro che la nostra collettività sta già pagando per onorare gli impegni internazionali relativi al clima. A sborsare questi ulteriori 187 miliardi saranno sempre gli italiani attraverso le bollette o altro. Un salasso salato, che tutti però saremmo disposti ad affrontare se ne derivasse qualche reale e significativa diminuzione della percentuale di CO2 nell’atmosfera; e a patto che non erodesse fino all’osso, strada facendo, i valori immateriali in cui si incardina la nostra cultura. I sostenitori del provvedimento affermano che una gran parte di questa spesa verrà coperta dalla sterilizzazione degli sgravi concessi fino ad oggi alla produzione di energie fossili. Si tratta di un plateale abbaglio, perché tali sgravi riguardano i carburanti utilizzati dall’agricoltura (benzina e gasolio per trattori e altri macchinari), dai pescatori (idem), dagli autotrasportatori (idem). Gli sgravi hanno avuto finora la loro ragione nel compensare parzialmente l’alto prezzo dell’energia che questi settori economici devono sopportare in Italia rispetto ai loro concorrenti europei. Quando il Governo si è reso conto dell’alzata di scudi che un simile provvedimento avrebbe provocato ha subito fatto marcia indietro.

Ritorno all’articolo del Venerdì di Repubblica, all’intervista con Mark Jacobson, e al mio sconcerto. Mi limiterò ad affrontare il tema delle turbine eoliche, un problema spinoso di cui da anni mi occupo, lasciando arbitrariamente da parte il fotovoltaico.

Mark Jacobson sostiene che in Italia, entro il 2050, l’energia di fonte eolica può raggiungere il 26 per cento del fabbisogno elettrico totale, contro l’attuale 5 per cento. Per riuscirci occorrerà però utilizzare 5700 km quadrati di terreno, pari – diciamo – all’estensione dell’intera regione Friuli-Venezia Giulia, o quasi. Se srotolassimo questi 5700 km quadrati lungo l’intera dorsale collinare e montana della penisola, quella cioè adatta (si fa per dire) a questo tipo di impianti, ci troveremmo di fronte ad una devastazione paesaggistica senza precedenti nell’intera storia del nostro paese. Basti pensare che già oggi, per racimolare quel misero 5 per cento di intermittente e inaffidabile produzione di energia elettrica dal vento, sono state snaturate enormi porzioni di paesaggi dell’Italia meridionale. Di fronte a simili obiezioni Jacobson non si scompone. Si tratta solo, dice, di abituarsi alla vista di quell’ininterrotta selva di pale rotanti. Del resto, conclude seraficamente, tra una turbina e l’altra si possono continuare le tradizionali attività agricole e pastorali. Cosa pretendiamo di più?

Io credo che quelli che ragionano come Jacobson siano i veri nemici della specie umana. Sempre che “essere umani” significhi ancora non abdicare alla percezione della bellezza, alle proprie radici culturali e al rispetto della storia di cui siamo figli. Conosco l’obiezione: se la casa è in fiamme, dovremo rassegnarci a sacrificare i nostri valori, anche quelli fondamentali, pur di garantire ai posteri un qualche tipo di sopravvivenza. La risposta è semplice: il ricorso alle pale, così come vengono proposte oggi, non ci avvicina neppure di un millimetro a quella sopravvivenza. Per cambiare in parte la prospettiva bisognerebbe trasferire reali e massicci investimenti nella ricerca. Quale ricerca? Per esempio quella che riguarda la messa a punto di credibili sistemi di stoccaggio che neutralizzino l’intermittenza (il vento è capriccioso e durante la notte il fotovoltaico si spegne), abbandonando nel frattempo l’affrettata installazione degli attuali modelli, con gli investimenti connessi. O se si preferisce, si potrebbe per lo meno cominciare a istituire un tavolo nazionale, al quale invitare tutti i portatori di interesse, ambientalisti inclusi, per decidere dove sia accettabile la presenza delle pale eoliche sull’intero territorio della penisola e dove no, in relazione alla ventosità, al pregio dell’ambiente circostante, infine ai vantaggi reali che se ne potrebbero trarre. Resterebbe però un’altra domanda senza risposta: fino a che punto potremmo accettare il baratto tra l’oggettiva degradazione di una parte non marginale di quei valori culturali (radicati nei paesaggi) che ci hanno fatti quello che siamo e il miraggio della sopravvivenza futura?

Invadere la maggior parte dei profili collinari italiani, così ricchi di echi e di storia, con decine di migliaia di manufatti rotanti, più alti della Mole Antonelliana di Torino, equivale a una radicale e brutale omogeneizzazione dei paesaggi, senza apprezzabili contropartite a livello del problema planetario. Le selve delle torri eoliche, a causa del loro numero e delle loro spropositate dimensioni, diventeranno l’elemento dominante – schiacciante – dei paesaggi in cui verranno innalzate. La loro presenza cannibalizzerà, sottometterà e umilierà tutte le altre forme, spesso sottili e delicate, dei tessuti territoriali locali, danneggiandone l’armonica percezione. Basta fare un viaggio nel Molise, in Basilicata o in alcune parti della Sicilia per convincersene. Stiamo per essere imprigionati in una mostruosa gabbia di aerogeneratori che producono qualche briciolo di energia solo quando soffia il vento adatto. Ne vale davvero la pena?

L’invasione eolica porta a un’irreversibile semplificazione a senso unico dei paesaggi identitari; a una definiva obliterazione di quanto resta ancora delle loro così diverse sedimentazioni storiche e delle loro valenze simboliche e emotive. Una drammatica perdita d’identità, passaggio obbligato verso la loro degradazione in avamposti delle periferie urbane: “non-luoghi” indistinguibili gli uni dagli altri.

Temo fortemente che molte spregiudicate lobbies economiche si apprestino a cavalcare le ragioni della protesta studentesca e usino astutamente lo tsunami emotivo causato dalla predicazione di Greta come grimaldello per far approvare da chi ci governa, con la superficiale fretta dettata dalla presunta emergenza, provvedimenti privi di vantaggi per il corpo sociale, inefficaci riguardo al problema mondiale, ma molto lucrosi per loro stesse.

Stiamo assistendo, insomma, all’ultimo atto della conquista “coloniale” del mondo rurale da parte delle logiche e degli interessi di gruppi finanziari e di pressione senza scrupoli, spesso infiltrati dalla malavita organizzata.

Se almeno il massacro del paesaggio contribuisse a capovolgere il cammino della società mondiale che va verso l’auto-distruzione! Però così non è. Fin troppo evidentemente. L’energia che si può produrre dal vento – per lo meno con le tecnologie attuali – resta e resterà sempre solo una goccia nel mare. Una goccia velenosa.

Seguono due commenti scritti prima della stesura definitiva dello scritto di Pinelli. Sono molto interessanti, a tal punto da provocare ulteriori precisazioni dell’autore, che riportiamo (NdR).

Commento di Salvatore Bragantini
Mi vengono in mente argomentazioni sparse, certo non sufficientemente ponderate e forse incoerenti, ma sento il dovere di non tirare troppo per le lunghe una risposta alla tua ansia di chiarezza, almeno fra noi del Comitato Etico-scientifico di Mountain Wilderness. D’altronde, anche se ti rispondessi domani sera, non penso che la mia risposta potrebbe essere molto diversa… infatti si tratta in realtà di una non-risposta. Sai che non sono un esperto del tema; me ne occupo vista la sua importanza in questa drammatica situazione, ma non lo conosco abbastanza. Perciò butto là qualche ponzamento che non vuol insegnare niente a nessuno, sperando di non dire cose errate né che qualcuno da queste si senta urtato.

Ciò premesso, ho sempre pensato, e lo sai perché talvolta ne abbiamo parlato assieme, che le pale eoliche fossero il male minore, almeno rispetto alle alternative praticamente disponibili. Meglio del nucleare, meglio di petrolio e gas, meglio anche dell’idroelettrico che snatura i bacini montani. Ora tu dici che per raggiungere risultati degni di nota con l’eolico bisognerebbe tappezzare di pale un territorio grande come il Friuli VG; a occhio mi pare un po’ troppo, ma è solo un’impressione e se lo dici tu avrai fatto i tuoi conti.

Concordo con quasi tutti quel che dici, eppure… Per abitudine penso che dovremmo sempre metterci nei panni di chi deve decidere, come se le decisioni rilevanti sul tema toccassero a noi. E io non saprei che pesci prendere. Poi le decisioni, per essere davvero rilevanti e incisive andrebbero prese non già dai singoli Paesi, bensì da macro aree come la Ue, e forse neanche questo basterebbe. Mi verrebbe da dire che solo un accordo planetario permetterebbe di affrontare con qualche speranza di successo un simile mostro, ma so bene che questo è vaniloquio. 

E allora cosa si potrebbe fare, in concreto e nell’attesa che, ad esempio, qualcuno davvero inventi modi economicamente vantaggiosi per conservare l’energia prodotta in eccesso rispetto al fabbisogno? Continuare noi a consumare come prima in Occidente, mentre pretendiamo che i nuovi arrivati, come Cina e India sopra tutti, si autolimitino, sarebbe ovviamente folle. A meno che questo soggetto sia talmente folle da pensare di usare le armi per fermare il loro sviluppo altrimenti inarrestabile…

Il problema c’è ma mi pare insolubile, in quanto non vedo una soluzione pratica e politicamente attuabile. Forse qualche speranza potrebbe venire:

Salvatore Bragantini

a) se le previsioni sull’esplosione delle popolazioni nel mondo si rivelassero eccessive, basate come sono su previsti aumenti senza fine, mentre il miglioramento dei tenori di vita in atto quasi ovunque nel mondo potrebbe portare a tassi di natalità ridotti nei Paesi oggi ritenuti i luoghi dove si sta confezionando la bomba demografica che tutti dovrebbe seppellirci; 

b) dal successo di movimenti politici che facciano, di questo, IL TEMA per definizione. In Germania i Verdi qualche risultato lo hanno ottenuto, ma intanto Trump impazza e in Francia il governo fa macchina indietro sugli inasprimenti di prezzo sul gasolio per paura dei gilets jaunes… Sui Verdi nostrani, salvo rare eccezioni, è meglio il silenzio.

Come si diceva in altre epoche, il problema è politico. Qualsiasi misura sostanziale deve essere appoggiata dagli elettori e finché questi non si convincono non vedo alcuna soluzione. Prima di capire il pericolo del fuoco i bambini devono avvertirlo come un dolore insopportabile, dal quale ritrarsi. Ancora non ci siamo; speriamo che quando ci si arriverà non sia davvero troppo tardi. 

Commento di Ugo Mattei
Qualche franco spunto. Difenderei di più Greta, ne parlavo proprio stamattina con Fritjof Capra. La ragazza ha un fuoco interiore e una capacità di comunicare la verità che, seppure da materialista storico, definirei quella di una santa che supera ogni paura. Denigrarla o richiedere soluzioni politiche a lei, ulteriori rispetto all’essere riuscita a mobilitare quattro milioni di ragazzi, mi pare ingeneroso. Sta a noi riuscire a fare proposte capaci di mordere sulla base di questa nuova condizione psicologica di alcuni governanti e non lasciare che a beneficiarne siano solo le solite corporation squalo. Del resto ci sono quelli che rispetto al TAV c.d. Torino-Lione sostenevano il beneficio ambientale del trasporto su rotaia sulla base ovviamente di dati fasulli che sono stati ben sbugiardati dal Movimento. Vorrei essere sicuro dei tuoi dati sull’emissione comparata di C02 OCSE/Non OCSE. Quali sono le tue fonti? Non mi piace il passaggio Hardiniano o neo-Malthusiano della tua analisi; piuttosto mi preoccuperei del fatto che oggi produciamo industrialmente cibo per 10 miliardi di persone quando siamo “appena” 7, il che significa che sprechiamo cibo per 3 miliardi di persone (imponendo un costo ecologico assurdo alle generazioni future con produzione di CO2 da spreco) mente un miliardo di non Ocse non ha sicurezza alimentare… Si chiama capitalismo… Concordo con Bragantini che non è affatto detto che la crescita continui e che occorre battersi senza tregua per l’ecoalfabetizzazione mondiale.

Ugo Mattei

Credo che sia importante discernere le diverse situazioni in ordine di importanza. A quello serve lo sviluppo incrementale di una cultura ambientalista anche giuridica capace di ripensare alle strutture istituzionali profonde del capitalismo. Io sono un convinto NO TAV per ragioni culturali, politiche ed estetiche come quelle sacrosante che esponi tu. Non per questo sono contrario al trasporto ferroviario! Insomma mi pare difficile fare di ogni erba un fascio. Personalmente mi batto perché una normazione sui beni comuni, di cui il paesaggio è il più forte aggancio costituzionale, dia la possibilità di scegliere come, dove e se sperimentare pratiche e tecnologie generative di energia alternativa rispetto a quella fossile. Deve essere una seria dinamica politica, dotata di buoni strumenti giuridici, a consentirci di scegliere. La nostra Legge di Iniziativa Popolare Rodota’ sulla introduzione dei Beni Comuni e delle generazioni future nel Codice Civile va nella direzione di elaborare strumenti per definire conflitti molto delicati che oggi sono gestiti soltanto nella logica del qui e adesso. Ciò servirà a mettere in pratica una ecologia giuridica di cui c’è enorme bisogno. In certi luoghi qualche pala ci può pure stare non certo se il costo estetico è insopportabile. A questo serve il bilanciamento di interessi tipico della decisione giudiziaria quando basata su una buona cultura giuridica che oggi deve necessariamente porre al centro la difesa dei Beni Comuni.

Dobbiamo dotarci di strumenti per rendere le manifestazioni promosse da Greta generative di nuove istituzioni ecologiche che si misurino con la crisi terminale della rappresentanza politica “catturata” da imperativi di riproduzione del capitale che possiamo solo sconfiggere con una intelligente controegemonia. Per far questo occorre una soggettività istituzionale (noi la chiamiamo Cooperativa Intergenerazionele Delfino, www.generazionifuture.org) che possa davvero contribuire alla trasformazione del capitale eccedente in cura dei beni comuni.

Insomma se fossi in te prima di pubblicarlo:
a) Non antipatizzerei con Greta;
b) Citerei le fonti;
c) Eviterei di sembrare Malthusiano (era una visione triste allora e lo è ancor di più oggi);
d) Non farei di ogni erba un fascio anche se certo è giusto individuare ogni interesse rapace e dirgli che non gli faremo lo sconto.
Grazie in ogni caso per una lettura davvero interessante.

PS il 10 novembre 2019 avremo la prossima assemblea del Comitato Rodotà proprio per discutere di questa traduzione in pratiche istituzionali concrete della energia sprigionata da Greta. Ovviamente tutti calorosamente invitati!

Risposta di Carlo Alberto Pinelli
Carissimo Ugo, non sarebbe facile smontare una lettera così appassionata e intelligente: questo non è certo lo scopo che guida la mia risposta! Anche se mantengo purtroppo il mio disaccordo su alcuni tuoi paragrafi. Intanto non mi sembra affatto di aver denigrato la povera Greta […] il mio lecito dubbio è che si tratti di un fuoco di paglia; ma anche se ciò non fosse vero, ci vuole ben altro per arrestare la rotta della specie umana verso il baratro. Certo, tutto aiuta, per l’amor di dio! Lungi da me l’intenzione di denigrare Greta; non vorrei però che il suo movimento suscitasse in noi ambientalisti “storici” eccessive speranze messianiche, che finirebbero per rivelarsi addirittura controproducenti. Tieni inoltre presente che il mio testo ha uno scopo circoscritto e punta il dito contro gli speculatori che già stanno cavalcando l’ondata emotiva provocata da Greta per ottenere il via libera all’aggressione sregolata delle pale eoliche sulle dorsali italiane.

Le utopie a mio avviso sono eccellenti strumenti di lotta e di speranza: ci aiutano a resistere e a non abbassare il capo con testardaggine, ma guai a lasciarsi cullare dalle loro promesse!

Respingo ogni affinità, anche lontana, con Garrett Hardin, ma non temo di concordare con la tesi di fondo di Thomas Robert Malthus, anche se lui, ai suoi tempi, non aveva la percezione delle enormi possibilità della scienza e delle tecnologie moderne, in grado di rimandare la fatale resa dei conti, ma non di annullarla. Confesso che trovo inquietante il passaggio in cui dici testualmente: “piuttosto mi preoccuperei del fatto che oggi produciamo industrialmente cibo per 10 miliardi di persone quando siamo “appena” 7“. Vuoi forse dire che, così stando le cose, la specie umana potrebbe tranquillamente aumentare fino a 10 miliardi? Quale dittatura planetaria procurerà a quei dieci miliardi la tessera annonaria, eguale per tutti, per accedere alla propria risicata porzione di cibo? Quali spaventose (e sacrosante) rivolte di diseredati ci attendono dietro l’angolo? E ancora: quei dieci miliardi non dovranno solo essere sfamati: avranno molti, moltissimi altri bisogni e altri desideri, tutti esiziali per la biosfera del pianeta. Considera ti prego queste ultime righe come una provocazione paradossale, amaramente scherzosa: ho ben compreso che tu denunci una cosa diversa, collegata allo spreco capitalistico. Però anche in questa prospettiva il risvolto paradossale non è del tutto fuori luogo! Aggiungo che i dati riportati provengono da fonti affidabili: Alessandro Clerici (past president di WEC, Word Energy Council), Facciamo (bene) i conti con la transizione energetica, sta in Astrolabio 2019 e Nuova Energia, n°3 2019); altri sono stati ripresi dall’intervista pubblicata sul Venerdì. Ovviamente concordo totalmente con l’ultima parte della tua lettera e ti ringrazio sia per i suggerimenti, preziosi, sia per l’invito del 10 novembre.

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Riflessione sull’eolico ultima modifica: 2019-11-23T05:58:09+01:00 da GognaBlog

18 pensieri su “Riflessione sull’eolico”

  1. 18
    Pietro says:

    Ma perché mettere le pale in mare come fanno in Danimarca no? Ci sono effetti benefici provati e diversificati….

  2. 17
    AndreaD says:

    Che la popolazione africana sia quintuplicata in un secolo l’avevo letto anche io da circa 10 anni. I cinesi con metodi drastici, causa anche di tragedie familiari e scompensi nella società (mancano ragazze perché i genitori le sopprimevano alla nascita), hanno fermato il loro aumento demografico. Pensate se avessero fatto come gli africani: oggi il mondo dovrebbe sopportare 7,5 miliardi di cinesi!Alcuni anni fa i miei datori di lavoro organizzarono una conferenza, al cui termine io posi una domanda sul come fermare la sovrappopolazione in Africa e la risposta sintetica fu: istruzione (per le donne) e televisione (e altri svaghi alternativi).
    I temi della sovrappopolazione e in generale dell’impatto umano sul pianeta sono stati trattati per esempio nel recente libro di Simon LEWIS SIMON e Mark MASLIN intitolato “Il pianeta umano. Come abbiamo creato l’Antropocene”.

  3. 16
    Daniele Piccini says:

    Cambiare i comportamenti individuali in occidente, definendo comunque una bufala buonista chi almeno prova a mettere in discussione l’attuale cultura della crescita infinita ed inarrestabile, mi sembra una bella contraddizione. Dovremmo essere invece ben contenti che almeno le ultime generazioni comincino  a discuterne, nel 2050 saranno loro a governare il mondo, noi, la nostra generazione, con i nostri tecnicismi ed i nostri arroccamenti mentali comunque sempre a difesa di posizioni dominanti, saremo scomparsi o  al più accuditi in qualche ospizio con la speranza di essere perdonati.  Ritengo che solo una nuova cultura aperta, senza dogmi e religioni, ripulita dalle verità assolute e dagli uomini soli al comando, possa essere la salvezza per le future generazioni. 

  4. 15
    Matteo says:

    Mi permetto di non essere d’accordissimo su analisi e conclusioni, tratte a partire da dati un po’ incompleti e fuorvianti.
    “I paesi non OCSE, tra cui la Cina e l’India, sono responsabili dei due terzi delle emissioni inquinanti e le aumentano del 3,4 per cento l’anno. “
    E’ vero, ma solo se aggiungiamo che buon parte di questi 2/3 e del +3.4% sono dovuti alle lavorazioni che noi chiediamo e non vogliamo in casa perché inquinanti e/o pericolose. Se quasi tutto l’acciaio primario e la plastica la produciamo nel terzo mondo e la usiamo (sprechiamo) noi, mi pare un po’ ingeneroso dare la colpa a loro e pretendere che facciano anche meno figli e inquinino di meno.
    In realtà è vero che siamo troppi, ma è anche vero che noi (nord America ed Europa) consumiamo molto di più che tutto il resto del mondo, se contiamo correttamente, e dobbiamo essere noi per primi a cambiare il modello di sviluppo, perché siamo noi ad averlo creato e a continuare a spingerlo sempre più avanti

  5. 14

    Dolci, sei andato al vero nocciolo della questione: i comportamenti individuali. Se questi venissero praticati e vissuti nei giusti modi, si potrebbe risolvere la maggior parte dei problemi. Nel mio precedente commento, proprio a questo mi riferivo.

  6. 13
    andrea dolci says:

    Io non vorrei che però passasse l’idea che l’industria se ne frega. Io lavoro in un settore, quello siderurgico, che è il secondo al mondo come produzione di CO2. Da tempo  sono in campo progetti per decarbonificare i processi e l’anno prossimo verrà avviata la costruzione del primo impianto per produzione industriale. Nessun miracolo ma questo processo e altri simili, tagliano le emissioni di CO2 del 75% e ragionevolmente diventerà lo standard nel giro di 20 anni. 
    L’industria certi temi li ha messi al centro della discussione da tempo. Dove secondo me siamo ancora indietro è nei comportamenti individuali.

  7. 12
    Fabio Bertoncelli says:

    Marcello, ma tu non sei politicamente corretto.
    Ahi, ahi, ahi!

  8. 11

    Nonostante i molti buoni propositi: non succederà niente. Nessuno, o quasi, è disposto a consumare meno, specialmente in un sistema che si basa sul consumare sempre più. Greta e i suoi seguaci sono una bufala buonista, benvista da chi li apprezza mentre è intento a consumare sempre più. Mi stupisco di fronte a persone adulte come Pinelli che sembra credano agli asini che volano.

  9. 10
    Paolo Panzeri says:

    Nessuno venderebbe la tecnologia in sviluppo della fusione agli arabi e loro non sono in grado di svilupparla.
    Il reattore è in costruzione in Francia e credo partecipino tutti gli occidentali e i giap.
    Tutti gli altri sistemi sfruttano solo i passaggi entropici, non generano grandi potenze, non si può andare oltre il 20-25% del fabbisogno attuale di elettricità.
    Anche le centrali proposte da Rubbia fanno poco, vanno bene solo nei posti molto caldi e hanno bisogno di acqua… che non c’è.
    Comunque io sono un tecnico ignorante, bisogna chiedere a un politico o a un giornalista esperto. 🙂 

  10. 9
    Riva Guido says:

    Panseri, forse ho capito male, ma di sicuro ho sentito e bene, come ho riportato, magari era un altro sceicco. Lo sceicco ha anche detto che dalle loro parti le temperature di giorno viaggiano intorno ai 50°C e per questo orientano gli edifici che costruiscono in modo che i venti, che soffiano anche da quelle parti, si incanalino correttamente e li raffreddino un po’ risparmiando così qualcosa con i condizionatori. Proprio come facciamo noi.

  11. 8
    Paolo Panzeri says:

    Riva, forse hai capito male.
    L’emiro aveva detto che avrebbero investito tantissimo nella ricerca di fonti alternative, perché ARAMCO non avrebbe potuto restare redditizia per sempre.
    Ora c’è solo il consorzio internazionale per la fusione (quella del sole) accensione 2025.
    Altro non c’è di veramente alternativo per la produzione di elettricità, come dicevo si può arrivare al 25% con sole, vento e mare, ma con costi quintuplicati.
    A proposito di noi italiani e dei nostri 200 miliardi di investimenti (dalle tasse), è entrata finalmente in funzione a Catania una fabbrica super automatizzata di pannelli solari…. peccato che la tecnologia sia da almeno 10 anni completamente superata, 1KW con 3 metri quadri…….. politica ignorante.

  12. 7
    Paolo Panzeri says:

    In Brasile avevano fermato un aumento demografico distribuendo a basso prezzo a certa popolazione i televisori, non pillole o preservativi che richiedono cultura.
    Potremmo chiedere ai grandi network di trasmettere i loro programmi nei paesi ad alta crescita demografica e ai produttori di radio e televisori di distribuire i loro prodotti obsoleti.
    Noi prometteremmo di continuare a pagarli bene 🙂 
    Non costerebbe loro poi molto.Dovrebbero solo capire che fra una decina d’anni inizierebbe a cambiare la società e comincerebbero a guadagnare; i politici e i religiosi dovrebbero almeno una volta non volerci guadagnare subito.
    Sarebbe un bel golpe globale tecnologico, non le balle a parole: i satelliti ci sono, già distribuiamo con pochi controlli le armi … dovrebbe essere facile e, per esempio, le onlus potrebbero fare qualcosa di utile, non solo a se stesse e a pochi altri, ma finalmente al mondo intero.
    Fermiamo e poi, ma solo poi, magari scegliamo un’altra via.
    Altrimenti ci penserà Mamma, la Natura, con una bella epidemia o un grande disastro climatico.

  13. 6
    Riva Guido says:

    Tempo fa in un servizio televisivo lo sceicco intervistato affermò che avevano già pronte fonti alternative al petrolio che erano convenienti anche con il barile di petrolio a 10 dollari. Quali sono queste fonti? Perchè non ci sono arrivati anche gli utilizzatori del petrolio? Loro ci sono costretti altrimenti resterebbero a piedi, prima di noi. Il nostro elettrico va avanti così piano, così costoso e così poco convincente perchè teme l’arrivo di quelle fonti alternative? Saranno mica d’accordo?

  14. 5
    Fabio Bertoncelli says:

    Ecco i dati e le stime della popolazione (Wikipedia).
    _____________Popolazione (in milioni)____
    _________ 1900 _ 1950 __1999 _ 2019 _2050
    Terra___ 1650__ 2521__5978___7700_8909
    Africa____133____221___767_________1766
    Asia______947___1402__3634_________5268
    Europa___408____547___729___________628

  15. 4
    Carlo Crovella says:

    E’ vero: c’è troppa popolazione complessiva, il pianeta è ampiamente sovraffollato e sta pagando i prezzi dell’eccesso di popolazione.
    Sono anni che me ne sono convinto.
    Le montagne sono uno spicchio di crosta terrestre.
    Per cui anche le montagne sono sovraffollate e pagano il relativo prezzo.
    Noi non possiamo attivarci in prima persona per realizzare la politica di contenimento demografico in Africa o nei paesi mussulmani, però – nel nostro piccolo – possiamo attivarci per alleggerire il peso antropico sulle montagne.
    Parlandone, diffondendo questa convinzione, spingendo verso un ritorno alla montagna più spartana e meno consumistica (meno strade, meno impianti, meno rifugi, ecc ecc ecc).
    Sostenere che c’è troppo gente in montagna è “politicamente scorretto” né più né meno come affermare che c’è troppa umanità sul pianeta.
    # Più montagna per pochi

  16. 3
    lorenzo merlo says:

    Sono argomenti che eleggono la decrescita.
    Che eleggono la riduzione demografica.
    La riduzione dell’opulento standard di vita occidentale.
    Che incoronano la vetta di disastro che abbiamo raggiunto correndo all’inseguimento della pietra inutile.
    Che alla politica non interessano.
    Nelle liste dei pusillanime delle poltrone altre sono le priorità.
    Il teatrino delle loro comparsate può coinvolgere branchi di pesci con slogan da vendere.
    Gli altri alla finestra attendono il carnevale del tonno per capire meglio come stanno le cose.

  17. 2
    Fabio Bertoncelli says:

    Paolo, abbiamo sbagliato a TRIPLICARE la popolazione mondiale nell’arco di appena cinque decenni. Siamo piú di sette miliardi e mezzo: numero pazzesco!
    Ora la popolazione si è stabilizzata o quasi in Europa (compresi i Paesi dell’ex blocco sovietico), in Russia, negli USA e in Canada, in Giappone, in Oceania, ecc.
    La Cina, seppure con metodi brutali, ha drasticamente ridotto il tasso di incremento. In India, quantunque molto lentamente, le cose stanno migliorando.
     
    Gli unici Paesi con tassi esplosivi rimangono quelli africani e quelli mussulmani. Gli africani nel primo Novecento erano appena duecento milioni; ora sono un miliardo e cento milioni; a metà secolo saranno all’incirca due miliardi. Non è piú sopportabile (= il pianeta Terra non sopporta piú) che le donne africane o mussulmane partoriscano quattro, cinque, sei o sette figli ciascuna.
     
    Perché non se ne parla? Non è “politicamente corretto”: ecco perché.
     

  18. 1
    Paolo Panzeri says:

    Interessante, ma penso che per ora si stiano spendendo centinaia di miliardi per cambiare poco, si pensa di essere a circa al 20% della produzione di energia con risorse non fossili, e poi tanti dicono fandonie per farsi pubblicità. (200 miliardi se non sbaglio sono 40 centrali nucleari da 1000MW, quasi il fabbisogno italiano di energia elettrica, e non quasi il 20%, pensate che costi le alternative, 5 volte di più).
    E’ secondo me un tentativo politico di sviare tantissimi soldi e tranquillizzare la popolazione.
    Espongo solo due problemi.
    Non si sa come conservare l’energia elettrica: qualsiasi “sistema di trasporto”  basato sulle batterie elettriche (l’automobile elettrica) ha un ciclo di vita circa il 18% più inquinante di quello di un sistema “fossile” (l’automobile che fa rumore), quindi le proposte attuali peggioreranno la situazione.
    Non si sa come effettuare il trasporto aereo senza combustibili fossili (un passeggero inquina per chilometro circa tre volte un’automobile, ma solo con i nuovi aerei, e 100 passeggeri in un viaggio Milano Roma … quasi una cittadina in un’ora di punta)…. ma tutti gli aerei inquinano circa solo per il 10%.
    Penso sia difficile rinunciare a consumare, ma bisognerà anche aspettare nuovi sistemi “potenti” di produzione di elettricità, meno pericolosi della fissione nucleare. Forse arriveremo a produrre il 25% con alternative e il 75% con fossili, però il 70% della popolazione mondiale vorrebbe vivere come noi…. non cambierà nulla.
    Poi si discute e si manifesta tanto, ma la rinuncia mai.
    Abbiamo sbagliato modello di sviluppo?

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