Riflessioni di un aspirante rifugista

Riflessioni di un aspirante rifugista
di Lucia Venturelli
(già pubblicato su https://www.evaderee.com/441149959 il 15 gennaio 2018)

Lettura: spessore-weight(3), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

Ho avuto la fortuna di iniziare a frequentare la montagna sin da bambina grazie ai miei genitori. Con le scuole elementari sono arrivate le prime vette (Adamello, Presanella, Lobbia, Cevedale…), conquistate come un piccolo trofeo in compagnia della sorella maggiore e dei cugini coetanei. Vivevamo queste gite con la gioia e la semplicità che solo i bambini sanno avere.

Ci divertivamo a contare le persone che superavamo sul sentiero e l’obiettivo era arrivare al rifugio per acquistare l’ennesima spilla che andava ad arricchire la già fitta collezione.

A otto anni ero in cima al Monte Rosa. Quell’anno a settembre al rientro a scuola, la maestra ci chiese di scrivere un tema raccontando una giornata speciale che avevamo vissuto durante le vacanze estive. Io ancora entusiasta della salita effettuata poche settimane prima, descrissi la mia ascesa al Monte Rosa. Già al tempo mi piaceva molto scrivere e le maestre avevano notato questa mia dote. In quel tema presi sufficiente. Fu uno schiaffo morale. La maestra mi rimproverò dicendo che avevo frainteso la consegna del compito assegnato: doveva essere un elaborato descrittivo non un tema di fantasia.

In quegli anni, durante le varie escursioni, pernottavamo ovviamente nei rifugi e molto spesso i rifugisti restavano stupiti nel vedere una combriccola di bambini così giovani cimentarsi già in piccole salite. Fin dalle prime notti trascorse in rifugio, rimasi estremamente affascinata e attratta dalle persone che vi lavoravano; dentro di me cominciò a maturare un sogno: da grande volevo fare la rifugista.

A sedici anni, il titolare di un rifugio delle Dolomiti di Brenta mi accolse tra il suo staff. Il lavoro mi piacque già dal primo giorno e tornai a lavorarci per sei estati. Tra la fine di una sessione d’esami e l’inizio di quella successiva, riuscivo a ritagliarmi circa un mese e mezzo per fuggire in Brenta. Terminati gli studi universitari, con una laurea a pieni voti in scienze linguistiche e relazioni internazionali, decisi di provare a cimentarmi in un lavoro affine al percorso accademico conseguito.

Lavorai per circa tre anni nell’export department di due aziende diverse, ma ben presto mi accorsi che il lavoro d’ufficio non faceva per me.

Così a maggio dello scorso anno presi la decisione, incontrando il disaccordo di molti e l’appoggio di pochi, di abbandonare un posto di lavoro sicuro con un contratto a tempo indeterminato e una possibile carriera, per tornare a fare ciò che amavo.

Ho trascorso l’estate lavorando per quattro mesi in un altro rifugio delle Dolomiti di Brenta. Non posso negare che sono stati quattro mesi intensi di duro lavoro, ma lavorare in un ambiente stimolante, circondato da colleghi affiatati e che lavorano con forte passione rende tutto più facile. Il clima che si respirava era lo stesso di una grande famiglia.

Terminata la stagione, ho trascorso attimi di indecisione e spaesamento. Ciò di cui ero certa era che non sarei mai tornata indietro sui miei passi. La gabbia di un ufficio non mi avrebbe catturata di nuovo.

Durante i mesi in rifugio, si era rafforzata in me la convenzione che gestire un rifugio in montagna fosse la mia strada. Sapevo che non sarebbe stato facile, che avrebbe richiesto tempo e sacrifici, ma era ciò che mi rendeva felice.

A inizio novembre, si presentò un’occasione che sembrava essere disegnata a pennello per me. Navigando in rete, scoprii che era stato pubblicato un bando per la gestione di un piccolo rifugio nelle Orobie ai piedi della parete sud-ovest della Presolana. Avendo trascorso gli ultimi anni praticamente sempre nella zona delle Dolomiti di Brenta, si trattava di un rifugio che conoscevo relativamente poco. Così per saperne di più, feci una telefonata a un amico guida alpina nonché grande frequentatore della zona. Da quella telefonata, il sogno di gestire un rifugio iniziò a prendere concretamente forma.

La stessa guida infatti mi invita a partecipare al bando per l’assegnazione del rifugio insieme ad un amico. Saremmo stati una squadra perfetta, un team eterogeneo composto da persone qualificate ed esperte in tre settori differenti ma tutti indispensabili per un’efficiente gestione di un rifugio, accomunati da una forte passione per la montagna. Un’esperta guida alpina e istruttore nazionale nonché grande conoscitore e promotore della zona delle Orobie, uno chef che vanta un’esperienza ventennale nel campo della ristorazione ed io che seppure giovanissima avevo esperienza di lavoro in rifugio.

Eravamo consapevoli del fatto che non si trattasse di un rifugio semplice: accesso complicato, pochi posti letto, ma queste difficoltà rendevano la sfida ancora più interessante e stimolante.

Abbiamo investito energie nella stesura di un progetto che fosse il più completo possibile, che includesse non solo aspetti legati alla promozione e alla valorizzazione del territorio, ma anche una serie di iniziative culturali ed educative finalizzate ad invogliare un numero sempre maggiore di persone a raggiungere il rifugio.

Scaduto il bando, dopo aver consegnato tutta la documentazione necessaria, restiamo in trepidante attesa. Sappiamo che abbiamo buone possibilità. Sono numerose le persone che ci sostengono e sperano nel nostro successo. In tanti si sbilanciano ad affermare che non abbiamo rivali, chi altro potrebbe soffiarci il posto? Io non mi sbilancio, sono così di natura, un po’ come San Tommaso ”finché non vedo, non credo”.

A fine dicembre riceviamo un’email di convocazione per un colloquio orale, siamo in semi finale insieme ad altri due candidati. Siamo sereni e consapevoli che non abbiamo nulla da perdere. Abbiamo tutte le carte in mano per provare a vincere.

Durante il colloquio ci viene detto che siamo quelli con il punteggio più alto, e che anzi la commissione è rimasta stupita dalla nostra candidatura: che voglia hanno tre persone cosi competenti a buttarsi in un progetto simile? La nostra risposta è semplice ma sincera: crediamo nel progetto che abbiamo presentato e siamo spinti da una forte passione e motivazione. Dopo il colloquio, viviamo altri giorni di attesa e poi finalmente riceviamo l’email con l’esito finale. Non ce l’abbiamo fatta. Siamo arrivati secondi. Non ci capacitiamo di come sia possibile. Necessitiamo di chiarimenti. Che motivazioni hanno fatto cambiare idea alla commissione? Perché la decisione finale è propensa per gli altri e non per noi? Dove abbiamo peccato?

Attenzione signore e signori, perché ora arriva il bello. Le motivazioni che ci vengono fornite forse non avremmo voluto neanche sentirle. Perché non sono fondate, perché ancora una volta sono la conferma che troppo spesso questi bandi non vengono affidati secondo criteri oggettivi e meritocratici ma solo secondo una fitta rete di conoscenze e favoritismi. Era già successo in precedenza con altri due altri rifugi sempre in zona, speravamo che questa volta le cose andassero diversamente.

È cosa nota che i giovani italiani meritevoli per ricevere il merito che gli spetta debbano per forza emigrare perché nel bel paese i loro meriti il più delle volte non vengono riconosciuti. Si sa che in Italia se vuoi raggiungere il vertice del vertice, se vuoi avere successo, puoi farcela solo se sei il figlio dell’amico dell’amico. Il punto è che non ci si aspetta che questo sistema clientelare abbia avvelenato anche una realtà come quella del CAI.

Un ente che dovrebbe diffondere valori quali l’etica, il rispetto per l’ambiente e l’educazione ai giovani. Cosa insegniamo ai giovani? Che vinci il bando di un rifugio solo se hai le mani in pasta? Solo se conosci il presidente della sezione CAI?

La montagna è una delle migliori maestre di vita. E cosa ci insegna? Ci insegna che le vette si raggiungono solo con tanta fatica, che in montagna non si può imbrogliare perché imbroglieremmo solo noi stessi. Se non abbiamo le forze per raggiungere una vetta non ci resta che tornare indietro. In montagna puoi avere tante conoscenze quante vuoi, ma queste non ti aiuteranno a conquistare le cime più alte.

E allora invito tutte queste persone a fermarsi un attimo a riflettere.

Di seguito trovate le motivazioni che ci sono state fornite in merito all’assegnazione del rifugio da parte della commissione incaricata:
1) con grande sorpresa scopriamo che: per gestire un rifugio conta più la figura di un manutentore che non di una guida alpina.
A questo punto, dal momento che nella tabella punteggi di questo bando, nella voce professionisti della montagna, non era nemmeno menzionata la figura di guida alpina, suggerirei di inserire quella di manutentore, se per il CAI ha più valore.
2) in un primo momento ci viene detto che la scelta è dipesa dal fatto che i candidati prescelti hanno già gestito un rifugio. Chiediamo ulteriori chiarimenti. Di che rifugio si tratta? Ah no, in realtà non è un rifugio ma un agriturismo, che poi però risulta essere un’azienda agricola.
3) Ed infine la ciliegina sulla torta, a conferma della tesi che vince chi ha le mani in pasta, viene palesemente ammesso che la commissione aveva già conoscenze con i candidati prescelti: “Eh poi, perché li conoscevamo già”. Ecco allora l’ennesima conferma che allora l’assegnazione non avviene per meritocrazia ma per conoscenze.

A seguito di questi chiarimenti che riceviamo, proviamo tanta delusione e tanto rammarico. Nel mio caso anche la presa di coscienza che la motivazione, la passione e le competenze non sono sufficienti.

Ci penso tanto nei giorni seguenti, ho quell’amaro in bocca. Riflettendo però mi rendo anche conto che comunque sono immensamente grata a tutte le persone che con me hanno creduto in questo progetto e in questo sogno. Sono infinitamente grata ai rifugisti che nei vari anni mi hanno accolta a lavorare con loro. Alle competenze e alle conoscenze che mi hanno trasmesso, alla passione con la quale svolgono il loro lavoro. Perché per fortuna alcuni Rifugisti con la R maiuscola sopravvivono ancora. Ringrazio chi ha speso un po’ di tempo prezioso per leggere le varie bozze del nostro progetto, donandoci preziosi consigli e suggerimenti, chi si è reso disponibile a scrivere alcune righe di referenza nei miei confronti, attenzione “referenza” non confondetela con “raccomandazione”, descrivendomi come: “una ragazza solare che porta un grande sorriso, dote molto importante in questo lavoro perché sa rendere tutto migliore in pochi attimi. Lucia ha un grande spirito di adattamento, ha un modo di approcciarsi alle persone che solo chi ha vissuto veramente in montagna conosce”. 

Ringrazio tutti i clienti che nelle varie stagioni in rifugio hanno elogiato e apprezzato il mio lavoro, donandomi un sorriso, è anche grazie a queste persone che l’entusiasmo di lavorare in un rifugio si gratifica e si consolida. Un grazie di cuore va al papà che mi ha trasmesso questa sana passione per la montagna e a tutti coloro che in questi anni hanno condiviso con me questa passione.

Ed infine ringrazio un angelo che da lassù, da in cima ad una vetta, è stato al mio fianco anche se purtroppo solo per un breve periodo, condividendo con me questo forte amore per la montagna. Insegnandomi ad affrontare le salite con umiltà e gentilezza. Spronandomi a credere in me stessa, incoraggiandomi ad inseguire i sogni anche se questi a volte ci impauriscono e sembrano impossibili.

Non mi resta quindi che continuare a credere in questo bellissimo sogno con la speranza che prima o poi possa diventare realtà.

Lucia Venturelli

Lucia Venturelli
Instancabile viaggiatrice, innamorata della vita all’aria aperta, scrittrice dilettante e, da aggiungere, aspirante rifugista. Con una laurea a pieni voti in scienze linguistiche e relazioni internazionali (parla fluentemente inglese, tedesco e francese), ha ben presto capito che la vita d’ufficio non faceva per lei. Dopo tre anni trascorsi tra le quattro mura di due differenti aziende, ha così deciso di abbandonare una routine che non la appagava e non la faceva sentire realizzata. Ha scelto di prendere un po’ di tempo per se stessa, imboccando una strada che le permettesse di vivere a stretto contatto con la montagna. Questa estate l’ha trascorsa lavorando in un rifugio nelle Dolomiti di Brenta, una zona cui è particolarmente affezionata e che frequenta da circa una decina d’anni, ovvero da quando a sedici anni per la prima volta ha lavorato in un rifugio.

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Riflessioni di un aspirante rifugista ultima modifica: 2019-02-18T05:47:25+02:00 da GognaBlog

16 pensieri su “Riflessioni di un aspirante rifugista”

  1. 16
    vale says:

    brava Lucia,

    condivido i tuoi pensieri sui rifugi,

    vorrei aggiungere anche che si dovrebbe tener in considerazione  un po’ di ricambio nei rifugi per nuove energie positive , per dare piu’ luce e positività

    . I bandi servirebbero anche a quello

     

  2. 15
    Lorella Scarsi says:

    Grande Lucia. ho gestito un rifugio per sei estati in una valle lombarda, ma posso assicurarti che in certe zone non contano nulla la passione, il tuo impegno disinteressato o il fatto di anteporre la valorizzazione dell’ambiente che ti circonda al guadagno facile e immediato. Purtroppo in certe valli montane, è doloroso dirlo, ma il rifugista è considerato come un albergatore, quando entrambe sappiamo benissimo che “essere rifugisti” rispecchia uno stile di vita. Peccato, se ti avessi conosciuta prima ti avrei senz’altro chiamata come collaboratrice, chissà, magari in due sarebbe andata meglio. Ma la nostra passione di sempre deve prevalere su tutto. Coraggio, coraggio, non mollare e riprova. Brava!

  3. 14
    Alberto Benassi says:

    in 40 anni di attività ho girato molti rifugi dagli Appennini, alle Apuane, alle Dolomiti,  alle Alpi, ect.

    Ci sono rifugi dove ci si sente considerati, dove c’è accoglienza e il gestore si capisce che è una persona preparata e che si interessa a quello che andra a fare e quando torni ti chiede cosa hai fatto, come è andata. Poca cosa ma conta. In tanti altri dove invece si viene trattati come galline da spennare. Sei semplicemente un numero e prima di levi da coglioni per fare posto ad altri, meglio è.

    Io credo che il rifugio è della sezione CAI ma il rifugio lo fa il gestore.

  4. 13
    DinoM says:

    Generalizzare è sempre sbagliato. Se le varie persone che scrivono critiche hanno fatti specifici (come l’autrice dell’articolo), li riportino e ce li rendano noti e ognuno potrà farsene un ‘idea;  affermazioni generiche sono sempre ingiuste. Quello che posso dire è che la mia Sezione ha un unico rifugio, sito nei pressi di un famoso Campanile. La Sezione negli anni lo ha sviluppato e migliorato per tutti coloro che ne usufruiscono, con grandi sacrifici, passando da una costruzione di legno ad un  bel rifugio.  E’ ottimamente gestito da due ragazzi appassionati e competenti che pur lavorando alacremente molti mesi all’anno sicuramente non stanno diventando  ricchi. I due ragazzi sono stati scelti per la loro passione, competenza e abilità e non erano nemmeno della Sezione e della Città. La Sezione non si è arricchita con gli affitti. I costi di manutenzione e adeguamento alle normative sono elevatissimi e impegnano ogni euro entrato e spesso non bastano.

  5. 12
    Alberto Benassi says:

    va bene.Tutto vero o quasi.

    Però diciamo anche l’altra faccia della medaglia.

    Mica tutti i gestori di rifugi sono bravi gestori. Ci sono gestioni su cui ci sarebbe tanto da dire. Comportamenti dei gestori su cui discutere parecchio.

    Gestori che delle montagne che hanno in torno e di cosa avviene su di esse e delle persone che li fannno attività non sanno nulla e non fanno nulla per saperlo, se non incassare soldi.  Gestori che hanno trasformato i loro rifugi in puri alberghetti e ristoranti.

    Quindi giusto fare la critica al Cai e alle sezioni proprietarie dei rifugi . Ma anche un pò di autocritica da parte dei gestori  non guasterebbe.

  6. 11
    Luca says:

    Ciao Lucia. Coraggio. Il CAI é il peggior proprietario di strutture di alta quota per cui tu possa prendere un affitto d’azienda……credimi ho parecchia esperienza in merito. Sono i primi a essere completamente ignoranti su cosa voglia dire gestire un rifugio e quali siano le difficoltà annesse, di solito nei vari consigli di sezione non c’è un professionista con passata esperienza da rifugista e di conseguenza é normale che vengano fatte richieste assurde e chiesti affitti sproporzionati. Parliamoci chiaro, la mafietta nel cai c’è sempre stata. Ti consiglio di cercare proprietà comunali, regionali o di associazioni–enti….ti troverai sicuramente meglio. Posso affermare che la grande maggioranza dei gestori non è in sintonia con la propria sezione……….ce ne sarebbero da raccontare…..non mollare.

  7. 10
    Barbara Ferrarese says:

    Ciao lucia, spero tu riesca in qualche modo a coronare il tuo sogno… anche io come te coltivo questa idea di poter gestire un giorno un rifigio,un garni o una qualsiasi cosa che mi permetta di vivere tra le montagne. Leggendo il tuo blog, mi sono disincatata non credevo che anche il CAI fosse caduto cosi in basso… comunque , forse l’unico modo è  costruirsi o trovare un rifugio privato…se per qualche motivo trovadsi un modo, ti offro la mia professione di architetto per un progetto gratuito… per aspera ad astra…

  8. 9
    Roberto says:

    Sono rifugista da 3 anni. Trovare il primo rufugio è la cosa piu difficile. Viene a lavorare con me. Se ci troviamo bene entri cone gestore. Trovare il tuo rifugio sara poi semplice. Ps concordo. Una delle qualifiche piu inportanti è saper fare manutenzione su impianti vari … impara

  9. 8
    Angelo says:

    Hai tutte le carte in regola ,se lo vuoi lo otterrai.

    Ricordalo

  10. 7
    Giovanni bauce says:

    Non mollare, faccio il tifo per te!

  11. 6
    Marco Benetton says:

    Bellissimo sogno che spero si avveri!

    Magari se guarda al bellunese ci riesce anche piú velocemente, che i valligiani sono quasi tutti impegnati a lavorare in fabbrica a Longarone o ad Agordo…

  12. 5
    Emanuele B. says:

    Forza Lucia! il tuo sogno si avvererà

  13. 4
    Alberto Benassi says:

    Giuseppe e di cosa ti vuo stupire…???

  14. 3
    Giuseppe Penotti says:

    Chissà perché non sono per niente stupito .

  15. 2
    Nadia Benetti says:

    Mi sono già trovata nella tua situazione, a dover spendere tempo,energie e speranze per dopo scoprire mio malgrado che il candidato vincente era già stato individuato prima del bando.A quello che so il Cai non ha alcun obbligo di fare bandi per l’assegnazione dei rifugi,quindi non capisco perché prendano in giro persone e i loro sogni. Io,veneta, non avrò mai un rifugio in Trentino ad esempio, pur avendo competenze alla lunga superiori.Potrei scrivere per ore della farsa in cui mi sono trovata più di una volta durante i colloqui con la Sat in Trentino.Scusate la sincerità.Ora gestisco un rifugio in Veneto,sono felice e auguro a questa meravigliosa ragazza di continuare a sognare…prima o poi qualcuno ti vorrà tra le montagne!

     

     

  16. 1
    Paolo Panzeri says:

    Coraggio Lucia, “la tua guida” anche per me rimarrà sempre luminosa: vai avanti, guarda  e non fermarti a pensare alle buie bassezze di certi uomini con poco onore.
    Pensa di essere un fiore che sempre rinasce e sboccia profumando il mondo.

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