Rifugi CAI: sobrietà, cultura e funzione sociale

Dopo le vivaci polemiche seguite al cambio di gestione dei rifugi Rosalba e Porta (entrambi nella Grigna Meridionale) divampate nel dicembre dell’anno scorso (vedi https://www.gognablog.com/rifugista-imprenditore-volontario/ e https://www.gognablog.com/cai-milano-propri-rifugi/), il CAI Milano ha organizzato a Barzio (LC), nella giornata dell’11 maggio 2017, un apposito convegno teso a chiarire quella che è la posizione del CAI di fronte a questo problema.

Rifugi CAI: sobrietà, cultura e funzione sociale 
(comunicato stampa n. 3 del CAI – Sezione di Milano, 11 maggio 2017)

I rifugi del Club alpino italiano si devono distinguere dalle altre strutture. In questa, ottica tradizione e innovazione non sono termini contrapposti, ma indicano la nostra intenzione di non abbandonare quanto effettuato e tramandato in decenni di storia, ma contemporaneamente di guardare al futuro, tenendo bene presente il concetto di sobrietà”.
Queste le parole affermate oggi dal Presidente generale Vincenzo Torti a Barzio (LC), in occasione del convegno Rifugi alpini tra tradizione e innovazione, organizzato dal CAI Milano nella sala gremita della Comunità Montana Valsassina, Valvarrone, Val d’Esino, Riviera.

Rifugi alpini tra tradizione e innovazione, convegno organizzato dal CAI Milano a Barzio (LC)

La grande presenza di pubblico ha confermato come l’idea di promuovere questo convegno da parte della Sezione di Milano del CAI sia stata vincente, perché ha messo in contatto soggetti protagonisti di dinamiche importantissime per la vita in montagna. E’ stato cercato di dimostrare che il CAI guarda con favore a nuove progettualità, condivise tra Sezioni proprietarie e gestori, che non abbiano l’obiettivo di creare hotel a quattro stelle in alta quota, ma di valorizzare il ruolo dei rifugi come presidio del territorio e come promotori della cultura di montagna.

Sulla stessa lunghezza d’onda il Presidente del CAI Milano Massimo Minotti: “Vorrei partire dalla citazione di Gustav Mahler richiamata da Annibale Salsa: la tradizione è salvaguardia del fuoco, non adorazione della cenere. Oggi si è parlato molto di sobrietà, alla quale aggiungerei anche il valore dell’umiltà, la prima cosa che si impara in montagna. Essere umili significa tenere il passo di chi va più lentamente ma anche spingerlo a superare i propri limiti. Il rifugio deve diventare presidio sociale, aperto a tutti, non solo agli alpinisti, ma soprattutto ai giovani che, attraverso la loro frequentazione, possono essere educati al rispetto dell’ambiente. Quella del rifugista non è una semplice professione, deve portare la gente in montagna in maniera consapevole, ha dunque anche una finalità sociale”.

I premiati del concorso I rifugi del cuore

L’importanza della figura del rifugista è stata ribadita dal Presidente del CAI Lecco Alberto Pirovano, che ha ricordato come “passano molti più Soci CAI dai rifugi che dalle Sezioni. Per questo il rifugista è il vero ‘front office’ del CAI. Voglio ricordare che le Sezioni proprietarie investono l’intero introito ricavato dalla gestione dei rifugi nel mantenimento degli stessi, supportati dallo specifico fondo del CAI Centrale. La maggior parte adotta dei contratti atipici che sono una risorsa per venire incontro alle esigenze del gestore e della Sezione stessa”.

La Commissione centrale rifugi del CAI, come ricordato in sala dal suo Presidente Giacomo Benedetti, è attualmente al lavoro sui temi discussi oggi: “le nostre strutture alpine per innovare possono puntare sull’enogastronomia locale e sull’organizzazione di laboratori rivolti ai più giovani. Ben vengano anche gli eventi, nei quali però deve essere attentamente dosato l’elemento mondanità, a favore di quello culturale ed educativo”.

Prima del dibattito finale sono intervenuti Carlo Lucioni (Past past president della Sezione di Milano e, nell’ultimo triennio, della Commissione rifugi CAI Lombardia), Danilo Alluvisetti (gestore del rifugio Sassi Castelli), e Alessandro Meinardi (direttore del Parco Nazionale dello Stelvio-Lombardia).

L’incontro si è concluso con la premiazione dei tre rifugi del CAI Milano V Alpini, Brioschi e Elisabetta, che nel 2016 hanno vinto il concorso indetto da Meridiani Montagne e patrocinato dal CAI Il rifugio del cuore.

Rifugio Brioschi, Grignone

Per la profondità che solitamente contraddistingue il pensiero di Annibale Salsa, riportiamo qui per intero il suo intervento.

Rifugi alpini: fra tradizione e innovazione
di Annibale Salsa

Che i Rifugi alpini costituiscano un prezioso patrimonio è un dato del tutto acquisito con piena consapevolezza ed orgoglio sia da parte delle associazioni alpinistiche, sia dai vecchi e nuovi utenti di queste strutture. I padri dell’alpinismo ottocentesco hanno inaugurato una prassi costruttiva sulla quale ci stiamo interrogando in questi anni di trasformazioni profonde, cercando di ripensare all’esigenza di una loro indifferibile ri-funzionalizzazione in prospettiva futura.

Agli albori dell’alpinismo gli euforici primi frequentatori delle Alpi si appoggiavano alle strutture abitative preesistenti nei villaggi di montagna. Gli abitanti, ormai consci delle potenzialità del neonato turismo alpino, incominciano ad edificare i primi alberghetti o a praticare quello che oggi, con un neologismo ispirato alla eco-sostenibilità, chiamiamo “albergo diffuso”.

Ma l’esigenza di disporre di ricoveri che garantissero agli alpinisti una maggiore prossimità alle vie di salita spingeva nella direzione di costruire vere e proprie strutture destinate all’accoglienza di quei particolari «touristes» che l’alpinista francese Lyonel Terray definirà «conquistatori dell’inutile». Tale espressione, apparentemente provocatoria quanto efficace a far comprendere il valore dell’utilità dell’inutile (lo diceva anche Aristotele a proposito della filosofia), rende bene l’idea che i nuovi ricoveri d’alta quota non erano più destinati ad accogliere i lavoratori della montagna (minatori o pastori stagionali), come invece accadeva per le prime “capanne”. Si pensi alla Capanna Vincent, costruita nel 1785 per essere di supporto ai lavoratori delle miniere aurifere del Monte Rosa, o al ricovero del Colle Indren realizzato nel 1851.

Rifugio Elisabetta, Val Veny

Nell’anno 1907, nei pressi del Passo dei Salati, sorgerà l’«Istituto Angelo Mosso» destinato alla ricerca scientifica nel settore della fisiologia umana d’alta quota. Questa realizzazione sarà la prima ad avere il supporto ed il sostegno finanziario di molti Paesi europei e, addirittura, degli Stati Uniti d’America. Nell’Istituto, ormai di proprietà dell’Università di Torino, verrà avviata la preparazione scientifica della spedizione italiana al K2 del 1954. La sua operatività nella ricerca sarà strettamente collegata alla Capanna Osservatorio Regina Margherita del Club alpino italiano. Tale avveniristica struttura è stata costruita addirittura sulla Punta Gnifetti al Monte Rosa, a quota 4554 m di altitudine, al confine italo-svizzero. L’inaugurazione avverrà il 14 luglio 1889 allo scopo di: «consentire ad alpinisti e scienziati maggior agio ai loro intenti in un ricovero elevatissimo», come si legge nella relativa delibera del Consiglio direttivo del CAI. Con tale delibera, il Club alpino italiano diventerà il proprietario del rifugio più alto delle Alpi e d’Europa.

Ma, già nel lontano 1866, l’Associazione alpinistica italiana inaugurerà il suo primo ricovero per alpinisti in località Alpetto a 2268 m in Comune di Oncino (Provincia di Cuneo) al cospetto del Monviso, la montagna simbolo del Sodalizio. In Trentino, la SAT – nata nel 1872 come Società Alpina del Trentino in territorio austriaco – costruirà il suo primo rifugio nell’anno 1881 sotto Cima Tosa nel Gruppo delle Dolomiti di Brenta. Nello stesso anno 1881 il Club alpino francese (CAF) inaugura il Rifugio dei Grands Mulets al Monte Bianco, ai piedi della via percorsa dai primi salitori Balmat e Paccard.

In tutti gli otto Paesi dell’arco alpino – dalla Francia alla Slovenia passando per la Svizzera, l’Austria, la Germania – si moltiplicano le iniziative edificatorie allo scopo di fornire agli alpinisti punti d’appoggio sempre più numerosi e capillarmente distribuiti attorno ai grandi massicci montuosi. Anche al di fuori dell’associazionismo, nelle località a più forte richiamo turistico, si mettono a punto nuovi progetti di rifugio su iniziativa di albergatori, comuni, parchi naturali ed altri operatori della montagna.

Nelle Alpi centro-occidentali italiane (Val Sesia), si distingueranno come proprietari i fratelli Gugliermina, vecchi albergatori dell’alto novarese, primi fra gli imprenditori turistici in Italia. Alla quota di oltre 2800 m sul Col d’Olen, sotto il Monte Rosa, essi costruiranno un albergo-rifugio per una clientela particolarmente raffinata. Dapprima, i nuovi rifugi recupereranno e riadatteranno edifici già esistenti e dismessi dalla loro originaria destinazione d’uso pastorale.

Rifugio Quinto Alpini, Val Zebrù

Tuttavia, la tendenza che prevarrà sarà quella di costruire manufatti realizzati ex-novo con l’impiego di materiali del luogo (pietra, legno). Il rifugio acquisirà sempre più una fisionomia omogenea all’ambiente ed al paesaggio circostanti.

Anche la componente estetica, conforme alla rappresentazione romantica dell’epoca, farà pensare al rifugio come ad una emanazione quasi naturale della montagna stessa. Si inaugura pertanto una tradizione che contribuirà ad esaltare i valori di una presunta “tipicità” dimenticando che il rifugio – quello d’alta montagna – è, comunque, un corpo estraneo rispetto al tessuto tradizionale agro-silvo-pastorale del territorio. Si tratta, infatti, di un manufatto che non può inserirsi interamente nel contesto socioculturale della montagna vissuta dei montanari.

Viene concepito, quindi, un “tipo ideale” di rifugio pensato alla stregua di una forma architettonica conforme a stili quasi immutabili nel tempo. Se tradizione significa “innovazione riuscita” si comprende perciò che, molto spesso, rischiamo di associare la tradizione al passatismo, ad una presunta icona dell’immutabilità da riprodurre quale automatica coazione a ripetere. Il grande musicista austriaco Gustav Mahler, abituale frequentatore delle montagne della Val Pusteria, annotava finemente: «La tradizione è salvaguardia del fuoco, non adorazione della cenere». Se facciamo tesoro di questa massima, la tradizione costruttiva del nostro patrimonio di rifugi potrà essere coraggiosamente ripensata. Non già riproponendo gli stessi schemi costruttivi, bensì iniettando idee nuove nel solco della tradizione rinnovata.

Soltanto in questo modo l’innovazione potrà vivificare la tradizione. L’attuale dibattito, anche acceso, fra conservatori e innovatori in materia di rifugi ricorda un po’ le dispute fra “apocalittici” ed “integrati” che avevano acceso gli animi degli intellettuali  durante gli anni sessanta. Tradizione e innovazione, infatti, non sono termini opposti, inconciliabili. Essi possono aiutare, se correttamente declinati, ad attivare circoli virtuosi in grado di aprire la montagna al futuro e di ricapitalizzare un patrimonio di alto valore materiale e immateriale, reale e simbolico.

Qui linkati gli interventi di:
Danilo Alluvisetti, Professione rifugista
;
Giacomo Benedetti, Il Lavoro della Commissione Centrale Rifugi del CAI;
Carlo Lucioni, Il rifugio: impresa con finalità sociali?.

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Rifugi CAI: sobrietà, cultura e funzione sociale ultima modifica: 2017-06-06T05:56:26+02:00 da GognaBlog

6 pensieri su “Rifugi CAI: sobrietà, cultura e funzione sociale”

  1. 6
    paolo panzeri says:

    Mirella, ormai in Italia o si fa parte di un gruppo e ci si uniforma, o si è fuori e si viene esclusi. E’ così dovunque. E talvolta, direi sempre più spesso, se si critica qualcosa si viene violentemente redarguiti, o minacciati, ma talvolta va peggio.
    Nel mio piccolissimo club avevo violentemente denunciato una grossa frottola che un vicepresidente aveva detto per promuovere un suo adepto e il risultato è stato che il presidente mi ha censurato e l’adepto è stato promosso.
    Ma sono vecchio e dopo un po’ lascio fare e faccio altro.

  2. 5
    Mirella Tenderini says:

    A completamento del post, aggiungo quanto segue. Era stato annunciato che dopo le relazioni delle persone designate dal Cai Milano, e a seguito delle polemiche seguite al cambio di gestione dei rifugi Rosalba e Porta (entrambi nella Grigna Meridionale) divampate nel dicembre dell’anno scorso, il Cai Milano aveva annunciato che in coda all’esposizione da parte dei relatori si sarebbero concesse due ore al pubblico praticamente ai sostenitori dei rifugisti. Molto gentile e corretto da parte del Cai Milano. Senonché le relazioni del Cai Milano si sono prese una parte di quelle due ore; al primo intervento di una signora molto gentile che perorava la causa del gestore del Rosalba è seguita una risposta sgradevole del presidente del Cai Milano, e all’indignazione della signora gentile che ha definito vergognosa l’accusa (falsa) del presidente di inadempienza (chiusura del rifugio) al malcapitato custode è intervenuto il presidente del Cai con una sfuriata quantomento sgradevole. A questo punto uno dei relatori ha preso la parola per spiegare con maggiori dettagli quello che aveva esposto nel suo intervento ufficiali. Dopo qualche minuto mi sono permessa io di fermarlo con un «BASTA! – voi state portando via tempo a chi vuole intervenire!». Mi spiace di essere stata sgarbata con quel signore che c’era rimasto molto male, ma io ho saputo solo in seguito da lui che a lui era stato chiesto di riprendere il suo discorso e lo aveva fatto in totale buona fede (lui non faceva parte del Cai Milano). Comunque tutto questo ha accorciato il tempo degli interventi del pubblico che sono stati necessariamente pochi e brevi.
    Da facebook, 8 giugno 2017, ore 12.36

  3. 4
    Alessandro Gogna says:

    Cara Mirella, verissimo che non ero presente al convegno, a dispetto della mia volontà. Però è anche vero che questo articolo non è e non vuole essere conclusivo. Non ti può essere sfuggito che l’articolo è null’altro che il comunicato stampa del CAI Milano con l’aggiunta della relazione di Annibale Salsa e dei link per le altre relazioni. Sei la prima a osservare, essendo presente, che il dibattito è stato ben diverso da quanto il CAI Milano ha esposto. Questo è un invito affinché tu (o qualche altro) faccia le debite precisazioni.

  4. 3
    Mirella Tenderini says:

    Rapporto incompleto. Alessandro Gogna non era presente all’incontro e.non gli è stata riportata per intero o ha scelto di ignorare la seconda parte del convegno che contraddice quanto sopra esposto.
    Da facebook, 8 giugno 2017

  5. 2

    Mi collego anche al post precedente raccontando di un episodio vissuto in prima persona.
    Un amico, gestore di un celebre rifugio CAI delle Dolomiti di Sella, ci invita per una giornata estiva di musica “in quota”.
    Mi spiego meglio. Suono in una sgangherata rock band da molti anni e ci divertiamo tantissimo a esibirci laddove ci ospitano e dalle nostre parti siamo piuttosto popolari. Ci chiamiamo Frozen Rats…
    Insomma, quella bella giornata di settembre trasportammo tutta la nostra amplificazione, cavi, strumenti, ecc al rifugio e verso mezzogiorno iniziammo a suonare pezzi dei Pink Floyd e andammo avanti per ca tre ore. Fu bellissimo, ma ricordo anche il senso di imbarazzo davanti a quelle persone che erano salite lassù per starsene tranquille e non per trovare quello che più normalmente si trova nel fondovalle abitato. A parte qualche isolato caso ( e sempre in rifugi privati e non del CAI), non suonammo più nei rifugi raggiungibili a piedi perché non ci è sembrato giusto farlo.
    Chi sale lassù non cerca una rock band ma la pace e la natura, tutto qui, secondo me.
    Infine sono felice che la presidenza di Annibale Salsa abbia lasciato un segno che si continua ad apprezzare. Infatti un presidente dalla vita culturale così attinente ai propositi del sodalizio, forse non c’è mai stato.

  6. 1
    Paolo panzeri says:

    Tu parli di posizione.
    A me sembra che ora il Cai prenda o proponga tante posizioni interessanti, alcune acrobatiche, premiando sempre i suoi migliori.
    E la gente è sempre interessata a simili pratiche, anche se molto antiche.
    Non si domanda mai perchè bisogna attuarle , basta partecipare e condividere divertendosi.
    Però come focalizzatore e inquadratore di popolo il Cai funziona molto bene da più di un trentennio e devo riconoscerlo a tutti, capi e non.
    Qualcuno mi dice che è il partito più grande d’Italia 🙂

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