Robert Jasper

Robert Jasper
di Silvia Benetollo (per gentile concessione di altitudini.it)

Robert Jasper (nato il 15 aprile 1968 a Waldshut-Tiengen, Germania) è cresciuto nella Foresta Nera, e ha iniziato giovanissimo a scalare, principalmente nella Schlüchttal e nello Jura. Già a vent’anni aveva portato a casa più di 100 tra le vie considerate tra le più difficili delle Alpi, ma è del 1991 la sua prima grande impresa, quella che lo rende famoso: la scalata, in un solo anno, delle pareti nord dell’Eiger, del Cervino e del Grandes Jorasses.
Predilige le ascensioni in solitaria perché, dice, la solitudine in parete gli permette di scavare dentro se stesso e di conoscersi meglio. Ma le Alpi sono solo il punto di partenza per una serie di notevoli imprese su tutte le montagne del mondo.

Robert Jasper
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In Patagonia, Jasper mette a segno quella che probabilmente è la quarta ascensione del Cerro Standhardt, il più piccolo nel gruppo del Cerro Torre ma che presentava ancora sfide irrisolte; sempre in Patagonia, sale in stile alpino il Cerro Torre per la via Maestri in sole 16 ore e mezza, mentre nel 2005 è la volta del Cerro Murallon, dove aprirà una nuova via, Via col vento, assieme a Stefan Glowacz, che gli vale il Piolet d’Or.
Il Cerro Murallon è una cima remota e difficile, e prima della spedizione di Jasper e Glowacz era stata scalata ufficialmente una sola volta, nel 1984 da una spedizione italiana: infatti, nel 1961 gli alpinisti Jack Ewer ed Eric Shipton erano arrivati alla cresta sommitale pensando di aver raggiunto la cima, ma poiché si trovavano in mezzo a una tempesta, non riuscirono nemmeno a stabilire con certezza dove si trovavano. Anche Jasper e Glowacz non hanno avuto vita facile sul Cerro Murallon. In quei momenti di difficoltà estrema, racconta Jasper, il sentimento che prevale non è l’ammirazione per i luoghi e la natura selvaggia, ma piuttosto l’istinto di sopravvivere. La bellezza del posto e dell’impresa la si vede dopo, quando tutto è concluso e può essere osservato a mente fredda e alla giusta distanza.
Mi ha colpita molto questa affermazione di Jasper, perché mi sono sempre chiesta come vivono e quali sensazioni provano questi atleti che si trovano, per loro scelta, ad affrontare condizioni estreme, spesso ai limiti della sopravvivenza. E mi sono resa conto con stupore che si tratta della stessa sensazione che spesso mi sono trovata a vivere anche io, nel mio piccolissimo, durante certe escursioni in Dolomiti per me lunghe ed estenuanti, che non riuscivo ad apprezzare quando ero immersa fino al collo nella fatica e nelle difficoltà, e che poi invece ho amato tantissimo. Fatte le dovute proporzioni, e considerando sempre le caratteristiche personali di ognuno, sottoposti allo stress e ai pericoli un alpinista estremo e una semplice escursionista vivono sensazioni simili. E questa cosa è stata per me davvero un’epifania.

In Himalaya Jasper ha meno fortuna: pur raggiungendo ottimi risultati, le spedizioni nel Gharwal e sul Nuptse 1 devono essere interrotte a causa del maltempo e del vento forte, lo stesso che nel 1997 si è portato via dalla cima del Nuptse 1 lo sloveno Janez Jeglič.

La famiglia Jasper
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Ma probabilmente è l’Eiger ad attirarlo di più, la montagna che gli offre l’avventura appena fuori della porta di casa e che gli permette di confrontarsi con le grandi spedizioni del passato. Anzi, la famosa Nordwand sembra essere un’ossessione per la famiglia Jasper, dato che anche la moglie Daniela su questa parete ha aperto ben 4 vie. Assieme sull’Eiger Robert e Daniela aprono una delle vie più difficili delle Alpi, Symphonie de Liberté: mille metri di sviluppo, roccia ghiacciata, temperature invernali anche in piena estate, frequenti cadute di massi. Sono proprio queste le peculiarità che fanno della Nordwand una delle pareti più difficili e allo stesso tempo più affascinanti per gli scalatori di tutto il mondo: l’esposizione fa sì che la neve e il ghiaccio siano da mettere in conto anche nei mesi più caldi, salvo poi trasformarsi in cascate nelle ore centrali del giorno, e le frane costituiscono un pericolo costante.

Proprio questi fattori, uniti al maltempo, determinarono il fallimento delle prime spedizioni sull’Eiger. Vale la pena ricordarle. Gli alpinisti Karl Mehringer e Max Sedlmeyer iniziano la scalata l’11 agosto 1934. Durante il primo giorno i due salgono velocemente sulle rocce alla base della Nordwand, ma dopo il primo bivacco il ritmo di salita cala paurosamente, probabilmente per la stanchezza. Le frequenti scariche di massi li costringono a bivaccare nuovamente, ma intanto il tempo peggiora. Una violenta tempesta porta neve e ghiaccio in parete, coprendo di nuvole la sorte dei due alpinisti. Vengono avvistati per l’ultima volta nella mattinata di sabato 14 agosto, dopodiché su di loro cala definitivamente il sipario. I corpi vengono portati giù dalle valanghe, e verranno recuperati molto dopo dalle squadre di ricerca.
La seconda spedizione, nel 1936, non fu molto più fortunata. Era composta da due esperti alpinisti bavaresi, Toni Kurz e Andreas Hinterstoisser, che avevano preparato la salita della Nordwand scalando la parete nord della Cima Grande di Lavaredo, e gli austriaci Willy Angerer e Edi Rainer, molto meno qualificati per affrontare un’impresa del genere. Partirono il 18 luglio, alle 2 del mattino, riuscendo quel giorno a salire un buon tratto. Ma la notte successiva il tempo cambiò repentinamente e di nuovo la nebbia nascose la vista degli alpinisti agli osservatori appostati a Kleine Scheidegg. Passò un’altra notte. Ciò che accadde nel terzo giorno di scalata non è mai stato chiarito: gli alpinisti dapprima avanzarono lentamente, poi si fermarono, e alle 5 del pomeriggio furono visti scendere, portando un ferito. Bivaccarono nuovamente in parete. Il giorno dopo, verso mezzogiorno, un addetto alla ferrovia dello Jungfraujoch si sporse dallo Stollenloch (la finestra di collegamento con la galleria della ferrovia interna all’Eiger), e sentendo che gli alpinisti si stavano avvicinando rientrò per preparare del tè. Due ore dopo, non vedendoli arrivare, andò nuovamente a controllare: questa volta quello che sentì furono grida di sofferenza. Telefonò quindi alla stazione Eigergletscher, dove venne approntata una squadra di soccorso. Gli alpinisti vennero raggiunti il giorno successivo, ma a quel punto l’unico rimasto vivo era Toni Kurz: Rainer era morto assiderato, Hinterstoisser era caduto e Angerer pendeva strangolato dalla corda. Dopo sei ore passate a cercare di liberare le corde per calarsi giù verso i soccorritori, proprio quando era sul punto di compiere un’impresa epica, Toni Kurz reclina la testa, apre le braccia e muore, schiantato dalla fatica.
La parete nord dell’Eiger rimane inviolata fino al 1938, quando due cordate, una tedesca e una austriaca si trovarono in parete e decisero di mettere insieme le forze. Tra loro c’era Heinrich Harrer, divenuto poi noto per le sua permanenza in Tibet.
Da allora la Nordwand è stata scalata numerose volte e diverse sono le vie che conducono alla cima. Una di queste è la cosiddetta Direttissima dei Giapponesi, che sale diritta e senza esitazioni nel settore di centro-destra della parete. Fu aperta con un ultimo attacco di cinque giorni da una spedizione giapponese (Hirofumi Amano, Takio Kato, Yasuo Kato, Susumu Kubo, Satoru Negishi e la dottoressa ventisettenne Michiko Imai, dal 15 luglio al 15 agosto 1969). La salita fu concepita come un test per l’equipaggiamento, in previsione di una spedizione nel Karakorum, e all’epoca fu molto criticata per via dei 1300 metri di corda e dei 250 chiodi a pressione lasciati in parete. La spedizione portò con sé durante la scalata ben 1000 kg di materiale. Tuttavia, la determinazione e l’abnegazione dimostrata dai giapponesi durante la scalata in condizioni avverse suscitò l’ammirazione generale. Tra l’altro, a giudicare dalle foto che si sono scattati in parete, in un bivacco precario e in mezzo alla tormenta, sembra proprio che si siano parecchio divertiti.
Questa è la via che Robert Jasper e l’amico svizzero Roger Schäli hanno deciso di ripetere in libera. Hanno atteso il momento giusto, senza farsi prendere dall’entusiasmo, scegliendo con cura il periodo in cui sono meno frequenti le cadute di massi e più improbabile il maltempo. E in tre giorni hanno portato a termine la loro missione. Dice Robert: “Ho imparato ad aspettare la giornata giusta, il momento giusto, il partner giusto: solo in simili condizioni ed equipaggiati dell’indispensabile, è possibile spostare il limite dal possibile all’impossibile.

Il termine che più spesso Jasper ha utilizzato durante la serata conclusiva di IMS è ‘emotional’. Non c’è dubbio che, nell’attività alpinistica di Jasper non sia solo la prestazione, la performance atletica a essere al centro dell’attenzione; il fattore emotivo ha infatti un ruolo importantissimo. Dopo svariate imprese su montagne extraeuropee, Jasper è convinto che le Alpi possano dare ancora molto in termini di avventura. E stando all’emozione che trasmette al pubblico durante la sua conferenza, non possiamo che essere d’accordo con lui.


La Direttissima dei Giapponesi rotpunkt
a cura della Redazione

La via Direttissima dei Giapponesi supera con una linea pressoché verticale la difficilissima parete (la Rote Fluh) che sovrasta la famosa Fessura difficile dei primi salitori della Nord, per poi continuare sempre dritta fino in cima. La via è stata liberata superando difficoltà in libera fino all’8a all’interno di una vera avventura alpinistica.

Robert Jasper e Roger Schäli
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Un sogno lungo sei anni è finalmente stato coronato dal 28 al 31 agosto 2009: Robert Jasper e Roger Schäli sono riusciti nella rotpunkt dei 1880 m della via. La direttissima, gradata al tempo della prima ascensione del 1969 di VI e A2 (in stile himalayano), ha ora una valutazione 8a, M5, (X- UIAA);

Robert Jasper aveva messo le mani sulla via già nel 1991 ma aveva dovuto ritirarsi per quelle micidiali scariche che hanno reso tragicamente famoso e unico l’Eiger. Mentre dal canto suo Roger Schäli si era legato nel 2003 all’altro asso svizzero, Simon Anthamatten, ma anche loro dopo 1000 metri di parete si erano dovuti arrendere ai pericoli oggettivi. Insomma, l’Eiger richiede sempre la consueta dose di costanza e determinazione…

Il 2009 è stato l’anno giusto, ma non prima però di aver speso un altro paio di tentativi frustrati dalle pessime condizioni meteo. Da considerare anche il pessimo stato dei chiodi a pressione piantati 40 anni prima dai giapponesi. Dal secondo nevaio in su la via è molto esposta a caduta sassi. La qualità della roccia sulla Rote Fluh è buona e ci sono molti vecchi chiodi a pressione, mentre nella sezione alta della via la qualità della roccia non è buona e ci sono poche possibilità di proteggersi. Bisogna mettere le protezioni mobili e attrezzare le soste, tranne su alcune soste nella Rote Fluh che sono state rispittate.

Robert Jasper durtante la prima libera della Direttissima dei Giapponesi all’Eiger. Foto: Franz Walter
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La Direttissima dei Giapponesi in libera
di Robert Jasper
28 agosto 2009. Circa metà delle prese sulla Rote Fluh sono bagnate. Arrampichiamo e lottiamo spingendoci verso l’alto. Due dei tiri più difficili sono parzialmente bagnati e ci vogliono un paio di tentativi per salirli in libera. Con dita bagnate e congelate tengo una piccolissima presa dopo l’altra, le mie scarpette strette scivolano perché non sento più le dita dei piedi. Ciecamente faccio i movimenti che avevo imparato a memoria, senza sentire il mio corpo.

Vado avanti solo grazie alla mente che mi svela riserve d’energia che non conoscevo. Al terzo tentativo riesco finalmente – per un soffio – a liberare il tiro chiave. Ce la possiamo fare! Il giorno successivo il meteo è brutto e trascorriamo il tempo aspettando nella nostra piccola tenda nello Stollenloch. Come dalle previsioni la pressione si alza durante il pomeriggio e il tempo migliora durante la notte. Questa è la nostra chance.

Il 30 agosto partiamo nel cuore della notte, seguendo la luce delle nostre lampadine frontali. Velocemente saliamo il secondo nevaio che è di ghiaccio vivo coperto con detriti e ci immettiamo sull’enorme muro sovrastante che ci incute paura. Ora tutto diventa difficile: ci aspetta il “Pilastro rotto”, con roccia marcia dappertutto con quasi nessuna possibilità di piazzare delle buone protezioni, e con pochi chiodi arrugginiti lasciati dalla spedizione giapponese, per lo più colpiti svariate volte dai sassi.

Il fischio dei sassi che cadono attorno ci riportano a tutte le famose storie dell’Eiger… per noi quest’avventura è quasi eccessiva. Poco prima della Cengia centrale – il nostro terzo bivacco – le scariche si intensificano. Un sasso grande come un pugno centra il mio casco e quasi lo rompe. Per fortuna riesco a stare in piedi e a non cadere. Stanchi piantiamo la tenda. I sassi continuano a cadere durante tutta la notte e più di una volta la nostra tenda viene sfiorata. Tentiamo di riposare i nostri nervi. Un po’ di cibo e da bere, poi dentro i sacchi piuma. Nonostante la tormenta riusciamo a recuperare per il giorno successivo.

Come nei giorni precedenti Roger ed io ci alterniamo per salire da primi, e riusciamo a procedere velocemente. Sul Pilastro Sphinx Roger lotta come un Samurai e chiude il conto con uno dei tiri artificiali di A2, che ora è un difficile 7b.

Dopo alcuni tiri molto alpinistici e dei traversi terribili riusciamo finalmente a raggiungere l’ultimo nevaio. Lì ad attenderci c’è una sorpresa: troviamo un vecchio zaino inglobato nel ghiaccio e, poiché avevamo soltanto due chiodi da ghiaccio, lo utilizziamo per attrezzare una buona sosta. Con tutta probabilità è lo zaino lasciato da Jeff Lowe*.

Salutati dagli ultimi raggi di sole scappiamo dall’infinito buio della parete nord. Ci abbracciamo, sollevati, sulla cima. E’ fatta.

* Nota (da Planetmountain.com): tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo del 1991 con un incredibile ed estenuante salita durata nove giorni l’americano Jeff Lowe aveva tracciato in solitaria una nuova via sulla parete nord del Eiger. Dopo aver superato difficoltà estreme e al limite delle sue forze un elicottero ha eseguito un audace salvataggio, strappandolo dalla cresta ovest immediatamente sotto la cima dell’Eiger. La via di 60 tiri è gradata VII, 5.10, A5 e questa salita testimonia l’indiscusso talento, abilità e determinazione di Lowe.

La parete nord dell’Eiger con la via Heckmair (1938, fucsia); la Direttissima di John Harlin (1966, rossa); e la Direttissima dei Giapponesi (1969, gialla) RobertJasper_02

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Robert Jasper ultima modifica: 2015-12-22T06:01:10+02:00 da GognaBlog

1 commento su “Robert Jasper”

  1. 1
    Marcello Cominetti says:

    La grandezza alpinistica di Jasper non si discute ma questo post che senso ha?
    La Benetollo fa un misto confuso e ingenuo che da leggere risulta pesantino a dir poco.
    Mi ricorda un tale che raccontandomi della suocera arrivava a parlarmi della tinta da dare alle tapparelle passando per la seconda guerra mondiale e l’alfa romeo. Tutto in tre minuti. Un casino!
    Poi non mi entusiasma sentire cose come “spostare il limite dal possibile all’impossibile”. L’impossibile NON è possibile, altrimenti dovremmo inventare un nuovo vocabolo. Queste affermazioni fannopresa sugli incompetenti o tutt’al più sugli spettatori da reality.
    La grandezza di un alpinista non lo esula affatto dal dire cazzate. Questo vale per tutti.
    Per me questo post è da bocciare.

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