Roland Trivellini

Dal notiziario del Groupe Haute Montagne francese riportiamo questa notizia:
«Tutti gli alpinisti si sono imbattuti, almeno una volta in occasione di qualche discussione o davanti a un disegno con gli itinerari della parete nord delle Grandes Jorasses, nella rocambolesca storia di Trivellini. Roland-Henri Trivellini (in italiano spesso storpiato con “Travellini”, NdR), parigino avvolto in un’atmosfera un po’ fumosa ma, per coloro che hanno potuto conoscerlo e frequentarlo, grande alpinista ed eccezionale arrampicatore. Scomparso mentre tentava di scalare la parete nord dell’Eiger, ha lasciato dietro di sé numerosi misteri, in alcuni dei quali sono implicati altri nomi di alpinisti famosi francesi. Allora, personaggio straordinario o grande imbroglione? Sono passati parecchi decenni, e ancora attendiamo che il velo su di lui sia alzato.

Roland Trivellini

Piotr Packowski, membro del GHM (Groupe Haute Montagne) e noto alpinista, si è dedicato a questo arduo ma appassionante compito, una vera e propria inchiesta che esigeva molto rigore e lavoro minuzioso. Molto presto uscirà un libro su questa storia, dal titolo Roland Trivellini ou «La voie fantôme» des Grandes Jorasses (Roland Trivellini o “la via fantasma alle Grandes Jorasses). Ecco la quarta di copertina».

Roland Trivellini
(la via fantasma alle Grandes Jorasses)
di Piotr Packowski

Nel luglio 1965, Roland Trivellini, un giovane e brillante scalatore parigino attacca in solitaria il cosiddetto Linceul sulla parete nord-est delle Grandes Jorasses, una via che, dagli anni Trenta in poi, era stata oggetto delle attenzioni di alpinisti del mondo intero. E’ un itinerario che ha sempre fatto cronaca e che in seguito, in tempi a noi più vicini, ha registrato anche discese in sci e in snowboard…

Ma allora Trivellini annuncia di averlo salito in prima ascensione (vedi su questo blog https://www.gognablog.com/la-via-dimenticata-delle-grandes-jorasses/ e https://www.gognablog.com/la-parete-con-il-sudario/). Purtroppo, tra Parigi e Chamonix, alcuni alpinisti di valore e di fama dubitano della veracità della sua affermazione. Per questo, ancora oggi, il suo itinerario è la via fantasma delle Grandes Jorasses.

Due anni dopo questo alpinista contestato scompariva sulla parete nord dell’Eiger durante il tentativo di apertura, sempre in solitaria, d’un itinerario di grande respiro. Il suo corpo non fu mai ritrovato, e neppure si trovarono tracce della sua ascensione.

A partire dal 1968 del dossier Trivellini, per ragioni che restano oscure, la stampa e in seguito anche la rete parleranno solo per denigrare un alpinista che ormai da tempo non può difendersi.

Nel frattempo, gente non certo sconosciuta come Gilles Bodin, An­dré Contamine, Claude Deck, Toni Hiebeler, Pierre Mazeaud e Lionel Terray hanno sostenuto o sostengono ancora Trivellini.

La parete nord delle Grandes Jorasses al mattino del 6 luglio 2014. Foto: Marion Jonchères.

Questa storia è piena di misteri: fiction inverosimile o uno dei più grandi enigmi della storia dell’alpinismo. L’alpinista parigino ha veramente salito il Linceul (prima di René Desmaison e Robert Flematti, NdR)? Ha intrapreso davvero la sua salita solitaria all’Eigerwand?

L’autore di questo libro, un polacco anche lui alpinista, membro del GHM e giornalista, tenta con il suo lavoro, grazie a documenti recuperati di recente e grazie ad alcune testimonianze, di individuare ciò che di vero è in ciò che è stato passato per falso, e quindi di rendere giustizia a un alpinista d’eccezione.

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Roland Trivellini ultima modifica: 2019-09-18T05:57:08+02:00 da GognaBlog

24 pensieri su “Roland Trivellini”

  1. 24
    Alberto Benassi says:

    come dice Marcello, alpinismo è stile di vita. Del resto come potrebbe essere diverso per chi, anche se delettante,  gli dedica una bella fetta  della sua vita. A me a dato tanto e mi ha anche tolto.
    Ma come ho detto in precedenza prima di essere alpinisti siamo uomini e l’uno influenza l’altro.
    Se sei uno stronzo resti un alpinista stronzo e viceversa.
    Se sei un fighetto nella vita, ti vesti da fighetto anche quando vai a scalare.
    Se sei un ciaccione nella vita sei un ciaccione anche in montagna.

  2. 23
    Alberto Benassi says:

    Consapevolezza, aspetto che l’essere umano delega a cose che possono essere comprate col denaro e che invece va ricercato dentro se stessi.

    vangelo!!!

  3. 22

    Consapevolezza, aspetto che l’essere umano delega a cose che possono essere comprate col denaro e che invece va ricercato dentro se stessi.

  4. 21
    DinoM says:

    Io penso che nulla sia immutabile e perciò anche la concezione di alpinismo. Spesso, parlando con gli amici d’arrampicata, mi dichiaro un sopravvissuto dei tempi della sicura a spalla; corda legata in vita, uno due chiodi piantati e levati per tiro, sosta su spuntoni.
    Ci può essere un mix più pericoloso?
    Per questo sono favorevole ad ogni strumento che riduca quel margine di rischio comunque ineliminabile. L’errore che spesso facciamo è di pensare che i moderni accorgimenti possano essere esaustivi; nulla di più sbagliato a mio parere. La consapevolezza e la preparazione saranno sempre essenziali tuttavia ogni moderno mezzo deve essere usato per ridurre il rischio.
    Dino Marini

  5. 20

    Caro Fabio, per quel che mi riguarda l’alpinismo ha arricchito (e lo fa ancora) la mia vita ma mi crea anche tanti problemi di relazione perché tratto le persone come la roccia e il ghiaccio. C’è chi capisce e apprezza e chi no e mi manda al diavolo. Ma io credo nell’alpinismo come stile di vita così tanto che non riuscirei a cambiare perché un cambiamento rappresenterebbe per me solo un peggioramento. Come faccio?
    Con ciò non voglio elevare gli alpinisti a ideali di purezza, me compreso, perché c’è di tutto in tutti i sensi. Oggi molti confondono il ravanage con l’alpinismo o quest’ultimo con il vestirsi con determinati capi razzolando sotto pareti o ancora portando gradi alti su pareti dall’esito certo, ma l’alpinismo è incertezza e rischio, anche se in parte gestibile, elementi che se messi da parte al 100% lo uccidono. 
    Inevitabile è che se abbracci naturalmente questa filosofia, nel 2019 vivi sempre in lotta con la maggior parte delle persone e delle istituzioni, in una parola: il sistema. Ma io questa lotta la riesco ancora a gestire (non sono più un giovinetto) e quando non ne avrò più la forza mi dedicherò seriamente al bouldering o a fumare il sigaro cubano. Ciao

  6. 19
    Alberto Benassi says:

    Fabio, gli alpinisti se non sono dei professionisti, prima di essere tali sono: avvocati, ragionieri, bancari, assicuratori, medici, muratori, contadini, impiegati statali, ect. ect.
    Quindi non pensi che possano influenzare il loro essere alpinisti, con quello che sono e fanno, nel bene e nel male, nella vita di tutti i giorni?

  7. 18
    Fabio Bertoncelli says:

    “Gli alpinisti raccontano balle”: è vero.
    Però mi domando: la percentuale degli alpinisti bugiardi è analoga a quella delle altre categorie umane? Affrontando le difficoltà e i rischi dell’alpinismo, alla lunga non si impara niente?
    Tu, Marcello, e tu, Alberto, scalando per decenni, non avete imparato qualche valore morale? Certo che sí! Per esempio, almeno almeno la consapevolezza della precarietà della vostra vita.
    Ma sono certo che, giocando con la vostra pelle, avete appreso ben di piú.
    L’alpinismo è un ottimo sistema per definire una scala di valori umani: quelli morali sono al primo posto; quelli patrimoniali sono all’ultimo; anzi, sono fuori classifica. Non ditemi che non lo avete imparato, perché, se vi conosco un po’, so che non è vero.
    Alla fin fine, in alpinismo ci sono persone di tutti i generi, però la percentuale dei meschini, dei bugiardi – o, semplicemente, dei venali – dovrebbe essere inferiore rispetto a quella dei faccendieri, dei politici e degli agenti di borsa (con le doverose eccezioni in ognuna delle categorie menzionate).
    … … …
    In definitiva il mio pensiero è questo: l’alpinismo ci offre le possibilità di migliorarci in campo morale. Sta a noi approfittarne oppure no; in quest’ultimo caso però si utilizzerebbe l’alpinismo al solo fine di scaricare le nostre nevrosi e di compilare una lista di ascensioni: uno spreco di vita.
     
    E, se ora osate contraddirmi, vada a voi una lunga pernacchia. 😂😂😂

  8. 17
    Alberto Benassi says:

    Alpinisti, pescatori e cacciatori.

  9. 16

    Gli alpinisti raccontano le balle tanto quanto tutti gli altri. A volte anche di più.
    Qualcuno qui crede che gli asini volano?

  10. 15
    Fabrizio Roveda says:

    L’alpinismo è già di per sé attività inutile, se poi è privata anche della fiducia della parola, della stretta di mano, diviene anche cosa di pessimo gusto, volgare.   Parole sante.

  11. 14
    Fabio Bertoncelli says:

    Nei primi anni Ottanta Dante Porta affermò di aver salito la via Cassin sulla parete NE del Pizzo Badile in prima solitaria invernale. Sulla Rivista della Montagna uscì un suo articolo in proposito. Poi però la sua salita fu contestata – non so da chi né su quali basi – e non si sentí piú parlare di lui. Non conosco alcun dettaglio di quella vicenda sconcertante.
    Pubblicò anche una bella guida di arrampicate scelte in Grignetta, che figura nella mia biblioteca. 

  12. 13

    Chi si ricorda di un certo Dante Porta? Aveva persino scritto un libro che s’intitolava: In Solitudine, l’avevo letto e forse mi era piaciuto, non ricordo bene, ma personaggi simili a Trevellini ce ne sono stati e ce ne sono per così.

  13. 12
    Umberto Pellegrini says:

    Bella la storia di Trivellini, e dunque grazie per averla riproposta ed ampliata.
    Chissà quante altre storie simili per sintassi ci sono tra i monti. Ed è per questo che non credo comprerò il libro di Packowski, per quanto io sia certo dell’entusiasmo e buona fede dello stesso. A meno che, e domando, non contenga anche ampie parti relative al personaggio ed uomo Trivellini. 
    Avendo io bene chiara l’inutilità completa delle enciclopediche, ed analitiche sin nei “micro-dettagli” cronache alpinistiche, che, rispetto ai rinvii tutti uguali (che fanno parte del sé, quindi roba personale e forse anche casuale, come il colore delle mutande), riguardano altri ed assumono istantaneamente un’aura di antipatia frustrata e narcisistica tali da qualificare chi le scrive o pronuncia, mi piace di pensare che Trivellini abbia fatto esattamente quel che ha detto, proprio sulla sua parola, come Maestri.
    L’alpinismo è già di per sé attività inutile, se poi è privata anche della fiducia della parola, della stretta di mano, diviene anche cosa di pessimo gusto, volgare.  

  14. 11
    GognaBlog says:

    Caro Marcello, sono andato a guardare la foto tramite il link che ci hai fornito. Confesso che non l’avevo mai vista. Effettivamente c’è una bella ragnatela tra tentativi e vie finite. Volendo essere pignoli al massimo esiste ancora un po’ di spazio tra l’itinerario 9 e l’itinerario 10…

  15. 10
    Luca Visentini says:

    “Se non lo si fosse ancora capito sono una Guida, ho visitato i luoghi più inaccessibili ed esotici del mondo e conosco di persona tutti gli alpinisti che hanno un peso nella storia (a proposito, Petrarca, se passi dalle mie parti tengo sempre in fresco una “Radler” per te). E adesso cedo la parola perché devo andare a scalare e non ho mica tempo da pardere con voialtri sfigati da tastiera.
    Loretan? Fortissimo! Ah, no, quello era un altro. Chapeau, allora!
    Sbullizziamoci. Scaianiamoci.”
    Questo commento lo avevo scritto in un recente post di Gogna su Facebook, scimmiottando Cominetti e Bertoncelli, e concludendo di mio. Aggiungo adesso: che palle!

  16. 9

    Caro Gognablog, resto volentieri fuori tema perché noto che c’è credenza dettata da malinformazione. Sulla verticale del nevaio triangolare si intreccia oggigiorno una ragnatela di vie e varianti (alcune nate proprio per sondare il più possibile la parete in cerca di tracce di Maestri/Egger) che al 100% avrebbe intercettato almeno una sosta di calata della supposta discesa del ’59.
    Lo si capisce facilmente dalla foto che si trova qui: http://www.pataclimb.com/images/climbingareas/chalten/torres/torre_E_01.jpg
    Pur conoscendo abbastanza bene il Cerro Torre non ho le competenze di Salvaterra e Garibotti circa questa porzione della montagna, ma domenica sera c’era il Garibotti a casa mia e ogni volta discutiamo volentieri anche su certi micro-dettagli di questa storia infinita, che a me è chiarissima e quindi la conosco molto bene. Visentini dirà che sto pontificando ma la realtà è questa.Pur essendo certo che Maestri abbia mentito resto della convinzione di nutrire la massima stima di Cesare come uomo, perché la situazione di allora era condizionata e fomentata da elementi esterni che hanno reso il suo mentire estremamente “umano”.  Questo aspetto è quello in cui non concordo con Garibotti che invece (e giustamente da parte sua perché lui è un matematico figlio di matematici) fa un’analisiscientifica e distaccata dei fatti, che lo hanno portato a farsi un’idea, sicuramente corretta, ma umanamente e storicamente decontestualizzata. Questo è quello che a noi italiani da fastidio. Io sono amico di Maestri e di Garibotti e capisco entrambi, ma questa storia va molto oltre la semplice salita e discesa di una montagna. Considerando che il Torre non è una montagna come molte altre proprio in merito a questa storia.
    Con affetto. Marcello

  17. 8
    Alberto Benassi says:

    Due anni dopo questo alpinista contestato scompariva sulla parete nord dell’Eiger durante il tentativo di apertura, sempre in solitaria, d’un itinerario di grande respiro. Il suo corpo non fu mai ritrovato, e neppure si trovarono tracce della sua ascensione.

     
    A leggere queste parole se da un lato mi viene un pò la pelle d’oca per come un uomopossa comunque scmparire senza lascuiare la minima traccia. ma questo non avviene solo in montagna.  Dall’altro mi fa ancora sperare che la potenza della montagna nonostante l’uomo cerchi di dominarla, è grande.
    Dove sarà finito il corpo di Trivellini?  Avrà salito la nord poi in discesa sarà finito in un crepaccio che magari lo restituirà tra chi sa quanti anni tutto mummificato?!?
    Oppure non avrà manco iniziato la salita beffandosi di tutti. Se fosse morto sulla parete il corpo a quest’ora l’avvrebbero trovato. Con tutti gli itinerari che oramai ci sono non sarebbe passato inosservato. Tanto più se fosse precipitato alla base.
    Quindi…?? Mistero della fede o fede nel mistero.
    Tutti vogliono spiegare i misteri. Chi per rendere giustizia alla vittima della santa inquisizione, chi invece per mettere al rogo l’imbroglione.

  18. 7
    Fabio Bertoncelli says:

    Sì, Alessandro, hai ragione: siamo andati del tutto fuori tema.
    Ma io non volevo! È colpa di Marcello: è stato lui a incominciare.  😜😜😜
    P.S. Una battuta scherzosa e un sorriso ti fanno iniziare meglio la giornata. Un saluto a entrambi. 

  19. 6
    GognaBlog says:

    Anche se siamo fuori tema di un bel po’:
    Nel bazar delle trattative sul 5% o sul 2%, Maestri scrive di essere sceso con Egger sulla parete che sovrasta direttamente il nevaio triangolare-deposito materiale, usando numerosi chiodi a espansione. Qualcuno ha mai ripetuto questa discesa? O, meglio: è stata mai fatta una ricognizione ad hoc che possa essere ritenuta sufficiente ad affermare che nessun chiodo a espansione è stato reperito? Mi risulta che questa parete sia abbastanza larga da impedire che, se uno la scende, possa affermare di averla ispezionata tutta.
    Dopo l’esplorazione della discesa dal Col Stanhardt, questo è l’ultimo tassello.

  20. 5

    Lo scorso 16 Settembre su ServusTV è uscito il docufilm di Messner sulla vicenda del Torre/Maestri. Con la fondamentale collaborazione di Rolando Garibotti e Ermanno Salbvaterra, si cerca di fare luce in maniera approfondita sulla complicatissima vicenda. Speriamo a presto in una versione italiana (ora è in tedesco). In realtà i chiodi sulla supposta via del ’59 non ci sono perché quel versante è stato percorso da diverse vie e varianti e tutto il materiale che Maestri scrive di essersi portato era al nevaio triangolare. A ca 300m dalla base e più su non c’era più traccia. 
    Quel tuo supposto 5% lo abbasserei almeno al 2% e lo imputerei semmai al verificare che nelle calate dal Col Stanhardt verso Ovest ci siano dei chiodi attribuibili alla cordata Maestri/Egger. In molti ci siamo calati di lì ma nessuno ha mai fatto questa semplice verifica che sarebbe l’ultimo microtassello di prova. Ciao

  21. 4
    Fabio Bertoncelli says:

    Marcello, è vero ciò che dici: nessuna prova a favore, tante prove contro.
    Tuttavia ciò che mi lascia ancora con un minimo di perplessità è questo: un uomo e alpinista del calibro di Cesare Maestri – con una reputazione integerrima – che bisogno aveva di escogitare una menzogna cosí colossale? È pazzesco!
    E non temeva che prima o poi sarebbe stato probabilmente scoperto? Sarebbe stata una messa in scena degna di un  totale sprovveduto. Incredibile! Un uomo esperto come lui!
    In piú, la menzogna presupporrebbe addirittura un complotto con Fava: è difficile da accettare, ma alla fin fine potrebbe comunque corrispondere al vero.
    Perciò il mio pensiero è il seguente: in base a quanto oggi si sa c’è il 95% di probabilità che si sia trattato di una enorme menzogna. Ma non il 100%.
    Aspettiamo che qualche altra cordata salga la nord del Cerro Torre per nuovi itinerari. Vedremo se scopriranno qualcuno delle decine di vecchi chiodi (a pressione!) che Maestri afferma di avere piantato, sia in salita che in discesa, quest’ultima avvenuta per di piú per una via differente. Che fine hanno fatto questi chiodi? Decine e decine!
    Prima o poi la certezza sarà raggiunta al 100%. Al momento siamo “soltanto” al 95%.

  22. 3

    Maestri ha mentito. Ci sono delle prove evidentissime. C’è solo qualche ingenuo che crede ancora che abbia salito il Torre nel ’59.
     

  23. 2
    Fabio Bertoncelli says:

    Scusate: “Trivellini”. Io imparai quella lontana storia quando ancora si diceva “Travellini” e nella mia memoria è rimasto tale nome.

  24. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    Travellini o non Travellini (Jorasses)?Maestri o non Maestri (Cerro Torre)?  Česen o non Česen (Lhotse)?
    Un altro caso, poi risolto, fu la prima ascensione del Mount McKinley (ora Denali). E ancora, ben piú importante, il Polo Nord. E poi il K2 nel 1954 e le menzogne dei nostri giorni riguardo le salite sugli Ottomila.
    Quando entrano in gioco la bugia e la malafede l’alpinismo diventa squallido e gli alpinisti interessati perdono il loro onore. Che cosa hanno imparato dalla montagna? Niente.
    Nel caso di Travellini, però, la discussione è ancora aperta.
    E per Maestri? Ai posteri l’ardua sentenza. Ma ormai i dubbi in merito sono stati tutti risolti. Quasi tutti.
     

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