Salviamo la montagna del Trentino

Salviamo la montagna del Trentino
(Manifesto di Mountain Wilderness Italia)

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort**, disimpegno-entertainment*

Sul finire degli anni ‘80 e inizio degli anni ’90 del secolo scorso, dopo la tragedia di Stava, grazie all’energia e all’intelligenza politica e pragmatica di Walter Micheli, la Provincia Autonoma di Trento divenne il faro “ambientalista” di tutte le regioni italiane. I parchi, ideati nel primo Piano italiano Urbanistico Provinciale del 1967, divennero realtà, si recepì la legge europea sulla Valutazione d’Impatto Ambientale. Nonostante decise resistenze si avviò un reale percorso partecipativo e di condivisione dei territori nei confronti dell’ambiente. Una stagione purtroppo tramontata, Stava è stata dimenticata. Oggi leggi come la VIA e altre riguardanti la tutela degli spazi liberi (si pensi alle strade forestali o alle scandalose deroghe diffuse ovunque) sono state ridimensionate. Nel nome della semplificazione burocratica l’ambiente naturale è stato messo a totale disposizione di impiantisti e di altri settori della speculazione afferente all’edilizia in alta quota, nonostante il varo della legge che vieta le seconde case, oggi facilmente aggirabile. Nonostante accademiche discussioni sulla intollerabilità dello scandaloso consumo di suolo. Inoltre, nel secolo scorso cittadini e associazioni potevano fare affidamento sulle competenze tecniche e scientifiche dei diversi servizi: oggi questi servizi sono asserviti ai voleri del politico di turno e di impenitenti speculatori. Il cittadino, le associazioni, sono più che mai disarmati/e ed impotenti.

Da diversi anni le scelte politiche e infrastrutturali sostenute dalla Provincia Autonoma di Trento stanno portando la montagna verso la totale banalizzazione, vi sono territori di alto pregio naturalistico e paesaggistico che sono stati distrutti, non solo in termini ambientali, ma anche nei valori culturali e sociali.

All’attenzione di un osservatore esterno il Trentino è esempio virtuoso di gestione del territorio. Uno sguardo che viene sostenuto da azioni di promozione e marketing straordinariamente efficaci. Come del resto sono efficaci i messaggi, ingannevoli, che il mondo politico riesce a produrre e diffondere, anche grazie a un mondo dei media sempre più debole nelle inchieste e chino alla voce del palazzo.

Se si va a indagare a fondo nella gestione delle “perle” ambientali della nostra provincia, parchi naturali, rete delle riserve, parco nazionale dello Stelvio, ci si accorge della grande attenzione offerta al settore turistico. Noi siamo a chiedere che una minima parte di tale attenzione venga portata anche alla conservazione reale dei beni comuni.

Invece la stragrande percentuale di risorse economiche viene indirizzata a progetti inerenti solo il turismo: in questa provincia il marchio green sta perdendo ovunque significato e pregnanza. Pubblicità, sentieri tematici, potenziamento delle aree sciabili, infrastrutture oltremodo invadenti spazi ancora liberi sono temi all’ordine del giorno. Veri e propri progetti tesi all’obiettivo della conservazione e della biodiversità è difficile incontrarli: parchi, reti  delle riserve e parco nazionale dello Stelvio si stanno riducendo, anno dopo anno, a dei duplicati delle Aziende di promozione turistica. Certo, l’insieme della situazione è migliore che in altre regioni a noi limitrofe, ma le potenzialità che potremmo esprimere, specialmente in termini di coerenza nelle scelte, sarebbero incredibili. E’ evidente come in Trentino non si voglia investire in ulteriore ricerca, non si investe nel recupero del paesaggio, specialmente non si investe in formazione nelle nostre periferie.

Perfino il progetto di Dolomiti patrimonio naturale dell’umanità, territorio tutelato dall’UNESCO, si è trasformato in un manifesto di esibizione dei politici e di marketing turistico: la Fondazione, pur essendo rappresentata dai politici di otto enti, province (5) e regioni (3), ammette di non aver potere negli interventi di tutela del bene naturale. I suoi rappresentanti nel Consiglio di amministrazione, tutti politici, nella sede della Fondazione sostengono temi in coerenza con gli obiettivi della tutela ambientale e del paesaggio: il giorno dopo, a casa loro, nelle rispettive giunte, mortificano quanto appena sostenuto investendo in modo grossolano su una gestione del territorio dedita al consumo, (impianti di sci, urbanizzazione, mancate riconversioni ambientali, motorizzazione delle alte quote, sfruttamento dell’agricoltura di montagna, incoerenze nella gestione faunistica, in modo particolare dei grandi predatori).

Sci notturno a Madonna di Campiglio

Certo non perdiamo di vista aspetti positivi: nonostante tutto Dolomiti UNESCO, nonostante i limiti la Rete delle riserve, la scuola di formazione STEP, il MUSE, la coraggiosa limitazione al traffico di Passo Sella ed altro ancora. Ma quanto rappresentato da questi soggetti o enti quando mai si trasforma in coerenza nelle scelte di una politica complessiva che tuteli realmente la montagna, il paesaggio, le identità? Non riusciamo a leggere che incoerenze.

Mountain Wilderness è allarmata per quanto sta accadendo sulla montagna trentina. E’ necessario che le sensibilità più forti presenti sul territorio sostengano un percorso di resistenza, di lotta contro il continuo degrado delle nostre montagne: si tratta di azioni di legittima difesa, come ci ricordava Alex Langer nel 1990. Questo documento illustra le maggiori situazioni di criticità che abbiamo rilevato in questi mesi.

Ovviamente ci sono omissioni anche importanti. Solo un convegno strutturato su due giornate e a più voci può portarci a leggere una realtà tanto complessa.

Infrastrutturazione delle alte quote
I cambiamenti climatici, la velocità e la quantità delle emergenze che ricadono soprattutto sulle montagne, dovrebbero portare il mondo politico a “Ripensare la montagna” intera, quindi al come la si vive, come ci si inserisce nella natura, come si possa risparmiare territorio e risorse, come si debba riqualificare l’esistente, come correggere i tanti errori del recente passato. Se nel pianeta terra in questi ultimi 50 anni la temperatura ha avuto un aumento medio di 0,9° C, causando le emergenze ben visibili e percepibili a tutti, nelle Alpi l’aumento è stato superiore ai 2°C. Chiunque sia dotato di un minimo di saggezza, con un attimo di riflessione, proverebbe a correggere le rotte. Invece, a parte i discorsi e i documenti, nei fatti si prosegue come se nulla stesse accadendo.

Sfruttamento risorse idriche

Gli impiantisti, con sempre maggiore invadenza e irresponsabilità verso la collettività, stanno decidendo come distruggere quanto rimane di spazio libero sulle nostre montagne: ecco quindi diffondersi proposte sempre più insostenibili dal punto di vista paesaggistico e naturale, oltre che climatico e economico: Passo Tonale e Presena, i collegamenti fra Marilleva e Campiglio, o attraverso Serodoli, o area Vagliana-Mondifrà, val della Mite, valle di Fassa. I potenziamenti di aree sciabili con il potenziamento delle piste vengono ricavati a suon di esplosivo, modificando in modo irreversibile la morfologia della montagna, eradicando migliaia di larici secolari: Col Margherita, Belvedere-Canazei, Val Jumela, Lusia, ancora Campiglio e Pinzolo, gli altipiani di Folgaria e Lavarone. Nella nostra provincia, dove impera una classe imprenditoriale ormai atrofizzata dal contributo, incapace di innovazione e di rispetto, in ogni situazione, economicamente virtuosa o esposta a deficit sempre più insostenibili interviene l’ente pubblico, attraverso la farsa di Trentino Sviluppo. Questa S.p.a. che vive del 99% di soldi pubblici, assumendosi i debiti sia pregressi che nuovi delle tante società che arrancano (in altre realtà queste società sarebbero tutte fallite, in molti casi sarebbe intervenuta con incisività la Corte dei Conti), acquista reti di impianti destinati al fallimento, si assume indebitamenti insostenibili di aree sciistiche come Folgarida, Pinzolo, Folgaria, o intere reti di innevamento artificiale, ecc. Nel 2017 si sta ancora discutendo su come favorire la cementificazione con ulteriori 70.000 mc. di edilizia speculativa in quel di Dimaro. Si comprano le infrastrutture destinate all’innevamento artificiale, regalando a queste aree bacini per l’innevamento sempre più grandi, pericolosi in alcune situazioni, mortificanti zone di alto pregio paesaggistico e geologico (vedasi passo Feudo e Latemar dove la provincia impone su una storica morena d’alta quota un bacino di oltre 130.000 mc di invaso e un murazzo alto 18 metri, oppure sul Sella, e ancora in area Campiglio, Folgarida, Panarotta, carosello del Tonale con bacino a Valbiolo di 120.000 mc, conca del Grual). Si arriva alla farsa, in certe località, di trasferire anfibi in aree limitrofe, distruggendo un habitat già esistente. Altrove, come in Panarotta, si impone il bacino alla “Bassa”, contro il parere dei sindaci, con il progetto raddoppiato: in ogni situazione ci si nasconde in necessità di avere bacini di rifornimento di acqua in caso di incendi boschivi.

Gli ultimi tre anni hanno delineato un quadro chiaro: la maggior parte delle aree sciabili in Trentino già oggi risultano insostenibili sul versante della gestione e dei costi. Il turismo oggi ha bisogno di scelte anche invernali innovative, coraggiose, che anticipino altri territori in concorrenza con l’area dolomitica (vedi Dobratsch, AUT).

Invece in Trentino, in presenza di un imprenditore che propone riconversione (La Sportiva), la provincia interviene a gamba tesa sostenendo quanto ormai da 20 anni sta fallendo. Come del resto avviene sul Bondone, quando si sposano solo prospettive prive di lungimiranza e legate unicamente a grandi opere.

A queste osservazioni gli impiantisti rispondono che il suolo occupato dalle loro infrastrutture è minimo, meno dell’1% del totale della superficie provinciale. I dati vanno letti in senso reale. Ogni anno qualche ruspa allarga le piste, le modifica in modo consistente senza più dover passare dalla VIA. O peggio, la VIA autorizza la pista quando è nuova e non appena iniziano i lavori si chiedono copiose varianti in corso d’opera: abbiamo assistito nel tempo quasi al raddoppio in larghezza di piste autorizzate, con modifiche morfologiche impressionanti, nessuna attenzione verso la pregiata fauna selvatica, l’estirpazione di centinaia, anche oltre un migliaio di piante secolari e in alta quota. Stessa cosa vale per i rifugi-alberghi. Una volta autorizzati questi abbisognano di servizi sempre più importanti: potenziamento della viabilità, servizi igienici, scarichi fognari, approvvigionamento di acque, accessibilità facilitate, anche agli ospiti. Anche in questi casi in pochi anni dalla costruzione o ampliamento di un rifugio si passa ad aver urbanizzato intere aree di alta quota. Per questi motivi la nostra richiesta è ferma e non consente margine a trattative: quanto è rimasto libero in quota tale deve rimanere, si intervenga solo sull’esistente, senza potenziamenti nell’accoglienza, né ristorativa, né nella capacità di accoglienza.

Gallo forcello

Fauna
Con una serie di incredibili norme di attuazione approvate dalla Commissione dei 12, le due province autonome hanno ottenuto dal governo l’autorizzazione ad abbattere, nel nome della selezione e di una presunta capacità di autogoverno della fauna selvatica, una lunga serie di animali altrimenti vietati dalla normativa nazionale: stambecchi, marmotte, cormorani, coturnici, ecc. Anche la mano libera richiesta sulla gestione di orsi e lupi deve preoccuparci. Anche noi concordiamo nel progetto teso a difendere la presenza dei grandi carnivori sulle Alpi, ma non possiamo accettare che a un minuscolo territorio venga offerta una simile libertà di autogestione svincolata da ogni riferimento scientifico. Se l’autonomia è uno strumento utile a raggirare e rendere superflue normative nazionali e internazionali, cioè in casa propria fare quello che si vuole, come va ripetendo l’assessore alle foreste, a prescindere da una visione della fauna selvatica ad ampio respiro, non devono stupire gli interventi, sempre più pressanti, dell’opinione pubblica esterna alla nostra regione che chiede l’annullamento di queste autonomie, autoreferenziali ed egoistiche.

Strade forestali
In questo ultimo decennio, grazie ad una incredibile serie di modifiche alla legge del 1978 che vieta il transito dei mezzi a motore sulle strade forestali (esclusa la vigilanza e motivi di lavoro), oggi su quasi il 50% del patrimonio viario boschivo e pascolivo è permesso il transito a tutti i residenti. La viabilità sulle strade forestali ha subito un’incredibile serie di deroghe, di liberalizzazioni che nessuno riesce più a controllare. La vicenda del raduno del quad delle Dolomiti del giugno 2017 è emblematica: in pieno territorio di alta montagna il Trentino ha concesso ad oltre 50 quad di risalire una pista di sci e attraversare aree tutelate da Rete Natura 2000 nel bellunese. Senza l’autorizzazione dei servizi forestali trentini il raduno sarebbe stato ridimensionato. Ma non c’è solo questo. A fine estate sul monte Peller, sempre i servizi forestali provinciali, hanno autorizzato decine di jeep (ASD Four Runner Team) a invadere il Monte Peller, perfino ad inoltrarsi al Rifugio Capriolo nella valle di Tovel, parco naturale. Da tempo motoslitte, e altri mezzi motorizzati venivano autorizzati al transito anche in pieno parco naturale, a Campiglio, per sostenere iniziative o pubblicitarie di grandi marche d’auto o per permettere a dei campioni di automobilismo e motociclismo, di scorrazzare in ambienti ad altri soggetti preclusi al transito. Con questi comportamenti dei servizi provinciali si toglie ogni credibilità e valore alle leggi provinciali e al rispetto della natura.

Montignoli, bacino di raccolta per innevamento artificiale

Rifugi
Riteniamo che le troppe autorizzazioni al potenziamento delle strutture ricettive in quota debba avere fine. Non solo perché questi incredibili aumenti volumetrici incidono negativamente sul paesaggio, ma anche perché, per venire gestiti in modo sostenibile dal punto di vista economico, le esorbitanti strutture avranno bisogno del potenziamento di altri servizi: accessibilità, servizi idrici, fognari e spazi per il personale. Non è un caso che un po’ ovunque dove siano state rilasciate queste licenze, sempre gratificate da deroghe inaccettabili, anche all’interno di aree protette, si siano date successive autorizzazioni alle aperture notturne con il servizio navette per le estati e delle motoslitte in inverno. Gli esempi sono ormai diffusi su tutto il territorio provinciale.

In questi casi l’istituto della deroga deve essere rifiutato. Diamo atto alla SAT di prestare al tema attenzione e coerenza. Quando si passa ai rifugi privati, perfino in ambito UNESCO, ogni cautela viene superata. Rifugi storici diventano ristoranti in alta quota, quanto è presente nei fondovalle lo si riporta in alta quota, ovunque. Inevitabile poi permettere l’uso e l’abuso di motoslitte o di trasporto privato con mezzi a motore in ambito estivo, in qualunque situazione, derogando dalle leggi provinciali e andando a diffondere disturbo antropico in ogni valle, in ogni spazio d’alta montagna. Si pensi a quanto accaduto l’inverno scorso in Presena: a quota 3000 si è imposta un’enorme tribuna per assistere da seduti al passaggio di una gara di scialpinismo. Non si poteva imporre oltraggio più pesante a quel valico. Si stanno diffondendo sempre più spesso invadenti ristoranti con terrazze panoramiche immense, presunti balconi panoramici, ristoranti veri e propri che invadono non solo l’ambiente, ma inquinano in profondità cultura e identità della montagna.

Agricoltura in quota industrializzata
Anche i pascoli delle alte quote sono stati portati al collasso. Invece di favorire una zootecnia di montagna in equilibrio con le reali risorse naturali presenti, capacità di produzione di foraggio e reale diffusione dei pascoli dell’Alpe, in questi decenni si sono costretti gli allevatori a investire, grazie a insostenibili contributi pubblici, nelle grandi stalle. Questa dinamica ha portato i nostri allevatori ad attingere sempre più nell’acquisto di foraggio esterno, a potenziare l’utilizzo dei mangimi, anche in estate, perfino nelle malghe situate nelle aree protette. Nonostante i contributi che gli allevatori ricevono dall’Unione Europea e dalla Provincia, non si è diffuso alcun controllo sulla qualità nella gestione dei pascoli, sul loro effettivo utilizzo, su come si sfalciano i prati destinati al foraggio. Un altro grave problema che non viene nemmeno affrontato riguarda lo spargimento dei liquami. Nel settore vige la più totale anarchia, lo spargimento avviene durante tutti i periodi dell’anno, i residenti e gli ospiti sono costretti a respirare odori sempre più invasivi e intollerabili, perfino nei pressi delle abitazioni. Come conseguenza di questa consuetudine e all’inserimento nei liquami di diserbanti selettivi, i prati hanno perso la loro varietà floreale ed erbacea, si è impoverita la biodiversità e si è contribuito alla drastica riduzione della popolazione e degli allevamenti di api.

Ancora oggi, anche su territori ormai saturi come la valle di Fassa, il Bleggio, il Primiero o la Rendena, agli allevatori viene concesso di incrementare il numero di stalle. Si è perso ogni senso del limite tanto da arrivare a costruire grandi stalle e relative abitazioni anche in aree a grande rischio geologico e in siti valanghivi ben rappresentati anche dalla carta provinciale delle valanghe (Moena). In questi casi non sono sufficienti le ulteriori protezioni in cemento che si sono dovute imporre: deciderà la natura come e quando riportare naturalità.

Parchi naturali
Riguardo alle aree protette ci rimane poco da dire, se non esprimere una totale delusione su come vengono gestite e sul ruolo effettivo affidato ai comitati di gestione. Le riunioni sono ormai prive di senso, sono solo dei passaggi illustrativi di quanto deciso nelle giunte esecutive. Il metodo partecipato è assente, anzi, come recentemente dimostrato nell’Adamello-Brenta, si procede a colpi di imposizione di maggioranza in presenza di consiglieri ben poco coinvolti. Si può dire con certezza che i parchi trentini abbiano fallito la loro mission. Non portano innovazione, non investono in conservazione, la ricerca è umiliata. Il fatto poi che, mentre al Gran Paradiso si celebra la grande stagione dei 70 anni della istituzione dei guardiaparco, in Trentino li si sia superati, abolendo di fatto la professione, dimostra la scarsa rilevanza sociale e ambientale di questi enti. Non è un caso che da alcuni mesi le segnalazioni di presunti voli non autorizzati in elicottero in Adamello-Brenta siano più frequenti. L’elicottero viene ormai usato per consumare pasti in alta quota, in rifugi compiacenti. Le reti delle riserve, strumento straordinario teso alla conservazione del territorio, alla sua valorizzazione complessiva, alla conservazione attiva, allo sviluppo sostenibile, al di là di due situazioni, dimostra fragilità insostenibili. E’ venuto il momento di fare chiarezza su questo istituto: o produce risultati concreti, misurabili in tema di conservazione, anche della fauna selvatica, o e meglio evitare di raggirare l’opinione pubblica con la demagogia.

Impianti sciistici della Val Jumela

Non è casuale che la Provincia, nel celebrare la giornata annuale delle aree protette, mai abbia dato voce alla cultura ambientalista. Riguardo al Parco nazionale dello Stelvio la Provincia di Trento rimane unico baluardo in difesa della unitarietà del parco: auspichiamo che l’autorità politica provinciale riesca a trasferire i valori che promuove anche nei due territori che di fatto stanno boicottando anche questa nuova formula di gestione: la Regione Lombardia e specialmente la Provincia Autonoma di Bolzano che ad oggi non è nemmeno riuscita a recepire con legge la normativa che ha distrutto il parco nazionale suddividendolo in tre realtà regionali.

Costruzione della pista “little grizzly”, Folgarida-Marilleva

Conclusione
Il mondo politico trentino avrebbe dovuto incrementare le proiezioni innovative avviate e attuate trent’anni fa. Ma una diffusa politica clientelare ha impedito al legislatore e ai servizi provinciali una lettura attenta dei fragili equilibri della nostra montagna, del paesaggio. E’ mancata una strategia virtuosa basata sul limite. Oggi abbiamo bisogno di imporre una rilettura del territorio, a volte ritornare a limiti stretti nella gestione delle nostre risorse. Rivedere il nostro modo di consumare e le quantità dei consumi. Superare l’istituto delle deroghe. Intervenire con una riqualificazione complessiva che riprenda gli errori lontani e vicini e li riconverta in situazioni valoriali di alto profilo.

Questi sono compiti che la nostra provincia dovrebbe affrontare a prescindere dai cambiamenti climatici in atto e dall’aumento della popolazione. Salvatore Settis e papa Francesco I ci indicano, uno dal punto di vista laico, l’altro religioso, il nostro dovere primario: trasferire alle future generazioni il capitale dei beni naturali come noi abbiamo avuto la fortuna di viverlo, ricco di complessità, di interazioni, beni comuni che ci hanno permesso di elevare sempre più la qualità del nostro vivere.

Mountain Wilderness non può che partire dalla montagna e chiedere, da subito, alla Provincia Autonoma di Trento di:
– impedire ogni nuovo insediamento nelle alte quote, dai rifugi a qualunque infrastruttura e liberare le montagne da ogni situazione obsoleta o inutile ancora presente;
– riqualificare i paesaggi offesi: passo del Tonale, Passo Fedaja, passo Rolle, Bondone, i corsi d’acqua;
– impedire ogni ulteriore potenziamento di aree sciabili, non solo quelle poste a bassa quota, ma preservare anche spazi strategici di alta quota;
– impedire ogni ulteriore derivazione di acque e razionalizzare l’esistente;
– fare della rete delle riserve un vero e proprio laboratorio che non investa solo in infrastrutturazione turistica o in elargizione di contributi pubblici al mondo agricolo, ma in progetti di reale conservazione dei beni naturali presenti sul territorio, anche e specialmente nei fondovalle;
– portare l’agricoltura a diminuire drasticamente l’utilizzo di acqua;
– riconvertire i pascoli e le aree prative al fine di migliorane la qualità naturalistica, potenziarne la biodiversità, mantenere attivi gli spazi aperti, riportare gli allevamenti a dimensioni consone alle potenzialità produttive delle montagne;
– investire nel potenziamento della fauna selvatica, partendo da una protezione scientifica dei grandi predatori, ripristinando il divieto di caccia a marmotte, coturnici, pernici bianche e tutti i tetraonidi.

In conclusione ogni spazio libero delle alte quote, si parli di foreste di protezione, di pascoli, di ambiti rocciosi o improduttivi, deve essere salvaguardato con la massima rigidità. Solo con questo passaggio possiamo trasferire alle future generazioni la credibilità della nostra autonomia e la responsabilità che ha guidato le scelte del mondo politico.

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Salviamo la montagna del Trentino ultima modifica: 2017-12-21T05:18:50+01:00 da GognaBlog

11 pensieri su “Salviamo la montagna del Trentino”

  1. 11
    Alberto Benassi says:

    Caro Dottor Spagnolli ma ci prende tutti per stupidi che credono al miccio che vola??

  2. 10
    Luigi Casanova says:

    Provo a rispondere sui concetti base lasciati dai lettori.

    Qualunque indicazione lasciata da MW nel documento è realizzabile, non è utopia e senza ulteriori spese. serve un solo investimento, coerenza e rispetto delle leggi, oltre ad un certo coraggio politico e meno ipocrisia. Certo, Trento e Bolzano possono apparire migliori del resto d’Italia, ma con risorse mille volte superiori agli altri territori e grazie ad un ambientalismo che continua a mordere.

    Come si vede questo ambientalismo infastidisce dirigenti come il dott. Spagnolli. Faccio presente che a differenza dei funzionari noi doniamo idee, proposte, critiche, analisi, senza essere pagati, con il volontariato più assoluto. A volte, forse, commettiamo degli errori. Ma meglio chi sbaglia per eccesso di passione che chi si adagia volutamente, o rimane silente, pensando al suo stipendio a fine mese. Onore quindi all’ambientalismo italiano e specialmente a quelli trentino e bolzanino. Il dott. Spagnolli è a conoscenza della reale storia dello  Stelvio, se questo parco è fallito la responsabilità è dei politici, non certo di 4 gatti ambientalisti (Meglio non essere marmotte, perchè Bolzano ha ottenuto l’autorizzazione ad abbatterle), vero Spagnolli?

    Riguardo le leggi. In Italia e a Trento e Bolzano, sono inattuabili perchè il politico le rende illeggibili e interpretabili per come spira il vento. Non certo perchè la Giustizia rimane assente. E a Trento e Bolzano ai TAR vi sono persone nominate dai politici: come è possibile che questo istituto tuteli il cittadino contro la politica dominante?

    Trento e Bolzano migliori dle resto d’Italia. Ci mancherebbe, con tutti i soldi che ci sono! Ma questi soldi se invece di essere investiti in contributi a collegamenti sciistici assurdi e rovinosi, se investiti meglio nella sanità, potrebbero portare benefici straordinari alla biodiversità, al paesaggio. Meno clientela dunque e più efficacia. Più controlli verso il mondo agricolo e più efficienza. Più qualità invece di usare Dolomiti UNESCo solo come Marketing.

    Dirigenti. Da giovane, mentre crescevo come ambientalista grazie a Italia Nostra del Trentino, arrivavano informazioni puntuali da dirigenti della provincia o dello Stato che avevano a cuore l’ambiente e la montagna. Ci offrivano imformazioni di primo livello, in quel modo allora tante lotte a difesa delle alte quote sono state vinte. Oggi se un dirigente parla viene retrocesso, o isolato in uffici dove non può nuocere al politico. Sempre di dirigenti capaci si tratta, ma privi di coraggio, o minacciati dalla azione arrogante degli attuali politici. Oggi l’ambientalista non riesce nemmeno più ad ottenere le informazioni dovute: viene sballottato da un ufficio all’altro, alcuni fascicoli rimangono segretati, si è costretti a perdere giorni di ferie su giorni, a spendere soldi per ottenere fascicoli dovuti e si nota, sempre di più, quanto questi dirigenti siano seccati ad averci tra i piedi. E’ cambiato il senso civico caro dott. Spagnolli, e specialmente i politici di oggi dimostrano una arroganza e una ipocrisia inconcepibili. Per questi motivi nascono documenti tanto severl

    Non aggiungo altro. Luigi Casanova

     

  3. 9
    Alberto Benassi says:

    @Sig. Luigi Spagnolli.

    sta a vedere che la colpa di tutto è degli ambientalisti.

    Mi sembra di averla già sentita questa cosa…anche a proposito delle Apuane. Ogni blocco da 50 tonellate di marmo che scende a valle, è colpa degli ambientalisti. I fianchi di questi monti che vengono ricoperti di detriti di escavazione è colpa degli ambientalisti.

    Mica sono gli industriali del marmo e del carbonato di calcio che agiscono. NOOOO! Sono gli ambientalisti.

     

    Tutti i disastri che avvengono in Italia: alluvioni, frane, incendi, terremoti, ect, ect. : è colpa degli ambientalisti.

    La cementificazione dei fiumi: è colpa degli ambientalisti.

    La costruzione di edifici in zone pericolose: è colpa degli ambientalisti.

    La realizzazione di nuove e assurde piste da sci e relativi impianti: è colpa degli ambientalisti.

    La costruzione in zone protette e lungo le coste:è colpa degli ambientalisti.

    Le centinaia di auto che inquinano di gas e rumore i passi dolomitici: sono colpa degli ambientalisti.

    Questi Ambientalisti, sono una vera e propria setta che ha due facce: quella bellina alla luce sole. Mentre quella vera è ben nascosta e agisce nelle segrete stanze a braccetto con il potere.

     

    Inoltre che dire dei “CLIENTELISMI” ? Non esistono, sono una leggenda , un’invenzione che fa comodo a certi polemici di turno, che la buttano sempre e solo in caciara, che fanno solo del polverone.

  4. 8
    Giacomo G says:

    Non si capisce se il manifesto sia programmaticamente utopico o se punti ad una strategia “Chiedere 1000 per ottenere 10”.
    Dal mio punto di vista, si va dal “Molto ragionevole/Fattibile”:
    – impedire ogni ulteriore potenziamento di aree sciabili, non solo quelle poste a bassa quota, ma preservare anche spazi strategici di alta quota;
    Al Troppo vago/teorico:
    – impedire ogni ulteriore derivazione di acque e razionalizzare l’esistente;
    – fare della rete delle riserve un vero e proprio laboratorio che non investa solo in infrastrutturazione turistica o in elargizione di contributi pubblici al mondo agricolo, ma in progetti di reale conservazione dei beni naturali presenti sul territorio, anche e specialmente nei fondovalle;
    – portare l’agricoltura a diminuire drasticamente l’utilizzo di acqua;
    Per arrivare al totalmente irrealistico:
    – riconvertire i pascoli e le aree prative al fine di migliorane la qualità naturalistica, potenziarne la biodiversità, mantenere attivi gli spazi aperti, riportare gli allevamenti a dimensioni consone alle potenzialità produttive delle montagne;
    E finire nell’utopia:
    – investire nel potenziamento della fauna selvatica, partendo da una protezione scientifica dei grandi predatori, ripristinando il divieto di caccia a marmotte, coturnici, pernici bianche e tutti i tetraonidi.
    Tra l’altro insistere sui grandi predatori per me significa non aver capito nulla sulle reali possibilita’ della loro convivenza con l’uomo.
     
    Bello sognare, ma fare politica di cui si possano vedere i risultati e’ altra cosa.

  5. 7
    paolo panzeri says:

    Comunque, come dicevo altrove, non li vedo, non li sento, non li soccorro, non li aiuto, non so chi sono, non ci partecipo, non li condivido, non li festeggio, non li premio,………non esistono e così non devo nemmeno pensare di evitarli.

    Gli stupidi sono quelli che non solo fanno male a se stessi, ma anche agli altri e di solito sono molto ignoranti, ma non lo credono mai.

  6. 6
    Luca Visentini says:

    “Chi ha la responsabilità di gestire il territorio agisce in base alla scienza…”: mah, pensavo invece al proprio tornaconto.

    “E comunque, in Trentino ed in Alto Adige, la qualità dell’ambiente naturale, misurata secondo i parametri della scienza, è complessivamente migliore che in tutte le altre Regioni Italiane.”: e allora perché non mi viene più voglia di tornarci, da quando trovo lì tutto quanto, natura e genti, quasi perfetto, ricco, omologato?

    Mountain Wilderness, lo dice la parola stessa, in effetti stona con le Dolomiti Trentine.

  7. 5
    luigi spagnolli says:

    Premesso che trovo del tutto motivato, in linea di principio, il grido d’allarme rispetto all’incapacità di coloro che hanno la responsabilità di gestire il territorio di decidere ed attuare scelte politiche innovative funzionali all’evoluzione climatica e pedagogiche nei confronti di un’utenza turistica sempre meno educata ad approcciarsi correttamente con il delicato e sensibile ambiente montano, debbo intervenire rispetto ad alcune affermazioni forti ma inesatte, ingiustificate o scorrette presenti nell’articolo.

    1. “nel secolo scorso cittadini e associazioni potevano fare affidamento sulle competenze tecniche e scientifiche dei diversi servizi: oggi questi servizi sono asserviti ai voleri del politico di turno e di impenitenti speculatori”: questa affermazione è offensiva nei confronti dei tantissimi tecnici che lavorano per e nella Pubblica Amministrazione con passione, competenza ed impegno, nonostante le risorse sempre più limitate – da anni il budget pubblico destinato all’ambiente, parallelamente al budget complessivo degli enti locali, progressivamente  cala per sostenere i settori della Previdenza e della Sanità, gli unici che hanno avuto incrementi nello stesso periodo -, e nonostante, come dice l’articolista, le norme sulla semplificazione amministrativa, che, ricordo, nascono però da una volontà popolare generalemente diffusa, non da bieche decisioni del “politico di turno” o di “impenitenti speculatori”. Questi ultimi, in democrazia, hanno il diritto di esistere come ogni cittadino: se la Pubblica Amministrazione non riesce a fermarli è perché il sistema Giustizia, nel nostro Paese, è talmente complesso ed articolato che chi ha il denaro per pagarsi un buon avvocato immancabilmente vince contro chi non ce l’ha. E la mano pubblica, come detto, ne ha sempre di meno.

    2. “parchi, reti  delle riserve e parco nazionale dello Stelvio si stanno riducendo, anno dopo anno, a dei duplicati delle Aziende di promozione turistica”: anche qui non c’è rispetto per chi opera in quei settori con impegno e passione. Se in Italia le aree protette non funzionano, e ormai, a 26 anni dalla Legge 394, è evidente che non funzioneranno mai, è sostanzialmente perché la strategia italiana di estendere le aree protette anche alle aree urbane ed agricole territorialmente vicine, al fine di coinvolgere le popolazioni nella conservazione della natura, è fallita. Gli enti parco concentrano da sempre gran parte, spesso la gran parte, del loro lavoro nelle attività di autorizzazione o di diniego dei progetti di uso antropico del territorio nelle Zone C e D, anzichè nelle iniziative di miglioramento e di tutela delle Zone A e B, quelle ad alto contenuto di natura. A ciò si somma il fatto che la determinazione delle aree protette non è stata mai accompagnata dall’esproprio, da parte della Pubblica Amministrazione, dei diritti d’uso del territorio (proprietà, usi civici, eccetera): dando luogo in tal modo ad infiniti e dispendiosissimi, in termini di denaro e di attività, contenziosi anche giudiziari tra pubblico e privato. In diversi Paesi esteri ci sono meno aree protette, ma sono esclusivamente naturali, sono state espropriate in nome della collettività e sono protette davvero. Tale strategia fallimentare non è stata scelta da politici di turno o da impenitenti speculatori: è stata voluta, allora, soprattutto dalle Associazioni impegnate per l’Ambiente. Chi è causa del suo mal…

    3. “Con una serie di incredibili norme di attuazione approvate dalla Commissione dei 12, le due province autonome hanno ottenuto dal governo l’autorizzazione ad abbattere, nel nome della selezione e di una presunta capacità di autogoverno della fauna selvatica, una lunga serie di animali altrimenti vietati dalla normativa nazionale: stambecchi, marmotte, cormorani, coturnici, ecc. Anche la mano libera richiesta sulla gestione di orsi e lupi deve preoccuparci.” Le “incredibili” norme di attuazione prevedono SEMPRE il parere POSITIVO preventivo di ISPRA e del Ministero rispetto ai prelievi, venatori o meno che siano, degli animali selvatici citati. La Direttiva HABITAT prevede espressamente , e ogni Paese europeo ha disciplinato di conseguenza la materia, deroghe ai diviti di abbattimento delle specie protette  qualora:

    a) lo stato di conservazione della specie sia soddisfacente

    b) la specie oggetto del prelievo generi squilibri nell’ecosistema, conflitti con le attività umane e pericolo per la sanità e la sicurezza pubblica.

    In Italia il rifiuto delle maggiori Associazioni per l’Ambiente di consentire allo Stato di regolamentare tale aspetto, rifiuto motivato essenzialmente dalla paura di perdere tesserati e quindi “peso”, ha sostanzialmente contribuito, in molte zone, all’abbandono delle attività agricole di montagna ed a favorire comportamenti fuorilegge di coloro che vivono nell’ambiente naturale e che si sentono abbandonati dalle istituzioni.

    Le norme di attuazione di cui sopra sono semplicemente atti fondati sulle direttive europeee e sulle norme statali di riferimento: lanciare allarmisticamente messaggi diversi è scorretto, perché non corrisponde a verità.

    Intendiamoci, è del tutto legittimo pensare che uccidere animali sia sbagliato: purtroppo però il grado di occupazione del Pianeta Terra da parte dell’uomo ha talmente sconvolto ogni equilibrio naturale che ogni ecosistema ha continuamente bisogno di interventi antropici di aggiustamento, integrando le specie in difetto e riducendo quelle in eccesso rispetto agli equilibri interni degli ecosistemi e degli ecosistemi con le attività umane. Tutti i Paesi civili attuano misure di controllo di popolazioni animali e vegetali: solo in Italia ciò è visto come un delitto. E la nostra montagna, come dice l’articolo, si degrada. Dare la colpa ai clientelismi, ai politici di turno – fino a prova contraria eletti a maggioranza da noi – ed agli speculatori è molto comodo ma è come mettere la testa nella sabbia per non vedere gli errori fatti in passato.

    Chi ha la responsabilità di gestire il territorio agisce in base alla scienza, non in base ad emozioni, magari generate ad arte per catturare consenso (e tessere, e finanziamenti).

    E comunque, in Trentino ed in Alto Adige, la qualità dell’ambiente naturale, misurata secondo i parametri della scienza, è complessivamente migliore che in tutte le altre Regioni Italiane. E l’unico progetto di reintroduzione di una specie ad alto tasso di conflittualità con l’uomo, il Life Ursus, è stato voluto, deciso e realizzato dalla Provincia Autonoma di Trento, non dallo Stato e non da un’altra Regione.

    Un cordiale augurio di Buon Natale e di un prospero 2018

     

    Luigi Spagnolli, Dirigente responsabile per la Fauna selvatica della Provincia Autonoma di Bolzano, già Direttore del Parco dello Stelvio e già Sindaco di Bolzano

     

  8. 4
    Alberto Benassi says:

    ma i cittadini del Trentino, le genti delle Dolomiti, non si rendono conto di quello che gli succede davanti ai loro occhi?

    Di quello che fa una certa imprenditoria e politica in questo territorio?

    Sono distratti? Rassegnati? Oppure se ne fregano perchè gli va bene così?

  9. 3
    paolo panzeri says:

    Ero della tua idea. Il sistema ora ha imparato a censurare e isolare, spesso ridicolizzando. Io parto dal concetto che loro sono ignoranti, incapaci e approfittatori e prendono forza dalle nostre proposte e indicazioni, facendo poi quello che più conviene a loro. Se non diciamo nulla e li lasciamo fare si fanno male quasi subito da soli e la gente capisce e ci appoggia. Ma dobbiamo continuare a diffondere il nostro pensiero, senza criticarli, quasi non esistessero. L’azione urlata e lampeggiante non educa per nulla, anzi.

  10. 2
    Luigi Casanova says:

    Mountain Wilderness non ha solo denunciato, ha sempre proposto. Ma per fare c’è bisogno della politica e come si scrive nel documento la politica è attratta da obiettivi opposti. Siamo minoranza culturale, nessun problema, infatti molti nostri soci applicano la disubbidienza civile, ma accanto servono mobilitazioni di massa, prese di posizione continue e differenziate, cioè resistenza. Non paragonarci ai politici: quelli sono stipendiati, noi siamo tutti volontari e facciamo quanto possiamo. Oggi ad esempio i miei dirigenti sono a Longarone e mentre scrivo si stanno confrontando duramente con la dirigenza della Fondazione Dolomiti UNESCO. Questa è coerenza, questo è impegno, questa è resistenza. Lo ripeto, ci vogliono meno silenzi, ci si deve scandalizzare e si deve urlare il proprio dissenso. Solo in una simile situazione stampa e politica si muovono. Tenete presente che la stampa trentina non ha offerto una sola riga di riflessione a questo documento, eppure è pubblico da un mese.

  11. 1
    paolo panzeri says:

    La denuncia va bene, gli obiettivi/proposte pure, ma manca il “come fare” per realizzare qualcosa di ciò che vien detto. Sembra di sentire i nostri politici con gli accordi di programma, i protocolli di accordo, le dichiarazioni d’intento….. e poi? Come loro non si fa niente e si lascia andare.

    Il proverbio dice “chi sa fa e chi non sa insegna”, dovremo aspettare “chi sa fare” e lasciare ancora a lungo a “chi non sa fare” il continuare a pasticciare e a sprecare discutendo, spesso rovinando.

    Io propongo la disobbedienza civile e l’assenza da ciò che viene proposto: allontanarsi e lasciare in minoranza….. e senza presenzialismo spettacolare.

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